The Sardinian Project: il piano di Rockefeller per liberare l’isola dalla malaria

Il problema è che ‘sti Sardi si erano incaponiti come solo un Sardo potrebbe fare (se vogliamo dar credito alla loro proverbiale cocciutaggine).

Le medicine c’erano! Davvero! Barconi e barconi carichi di chinino attraccavano settimanalmente ai porti della Sardegna per rifornire di farmaci la popolazione.
Il problema è che la popolazione s’era fissata. Ed era diffidente. Non li voleva, ‘sti farmaci. Se tu glieli lasciavi, gratis, sullo zerbino, loro li buttavano nel trogolo dei maiali.

Non è che fossero scemi.
È che avevano la (non irragionevole) impressione che il governo fornisse loro un palliativo (cioè il chinino) perché non aveva voglia di affrontare il problema principale (e cioè, che in Sardegna era endemica la malaria).
I roboanti comunicati stampa con cui Mussolini annunciava la bonifica del Lazio alimentavano nei Sardi un vago senso di presa in giro, sulle linee di: “e noi chi siamo, i figli della serva? Una bonifica non ce la meritiamo?”.

Non credo che i governi (liberali prima, fascista poi) avessero trascurato l’isola per partito preso. Nel 1925, Mussolini aveva fatto delle promesse ben precise riguardo alla bonifica della Sardegna – promesse che, immagino, fu anche imbarazzante non riuscire a mantenere.
Il fatto è che, obiettivamente, un conto è bonificare le Paludi Pontine, un conto è bonificare un’enorme isola. Fra l’altro, non esisteva in Sardegna una zona unica in cui era presente il problema della malaria. Il massiccio disboscamento cui l’isola era andata incontro nel corso dell’Ottocento aveva determinato il formarsi di aree di acqua stagnante un po’ dappertutto, a macchia di leopardo.
Oggettivamente, la situazione era sfidante.

E così, nell’attesa di trovare un modo pratico con cui procedere, il governo (liberale prima, fascista poi) aveva tentato di aggirare, anziché arginare, il problema. Sostanzialmente, era partito dal presupposto che (assodato che la malaria era endemica in quella zona zona) l’unico modo per uscirne era far assumere atteggiamenti virtuosi alla popolazione che aveva la jella di abitare da quelle parti.
Tipo: cambiare le tecniche di coltivazione (evitando l’accumulo di acqua piovana in cisterne a cielo aperto usate per irrigare i campi).
Meglio ancora: imporre ai cittadini che vivevano in aree a rischio la regolare assunzione di chinino a scopo di profilassi (affinché, al momento dell’inevitabile puntura, il chinino già presente nell’organismo proteggesse il malcapitato).

Il problema è che… sai che c’è?
Sorprendentemente, i Sardi erano tendenzialmente poco inclini all’idea di stravolgere le loro metodologie di lavoro per passare a tecniche di coltivazione più costose, con cui non avevano dimestichezza, al solo scopo di far piacere a un governo che, per il resto, li trascurava.
Peggio ancora, la popolazione manifestava una certa qual ritrosia all’idea di assumere sistematicamente, in saecula saeculorum amen, un farmaco che frequentemente generava effetti collaterali come nausea, vertigini, rash cutanei, dispnea, problemi alla vista e disturbi all’udito.
Capite bene che se il governo bonifica il Lazio e poi a te dice “ambeh, sai che c’è? Drogati a vita e cambia lavoro, vedrai che ti andrà meglio”, subentra nel tuo cuore un vago senso di presa in giro.

Senso di presa in giro che, inevitabilmente, determinava un pregiudizio negativo a prescindere verso qualsiasi iniziativa di natura sanitaria.
Nessuno si filava i presidii medici di cui il governo aveva (saggiamente) costellato la Sardegna. Medici, infermieri e tirocinanti, tutti quanti (intelligentemente) a libro paga dello Stato, vagavano come anime in pena tra i paesini sardi cercando di convincere i cittadini ad accettare il chinino che cercavano disperatamente di distribuire gratis. Beccandosi, il più delle volte, insulti e porte chiuse in faccia.  
Quando andava bene, si presentava loro un qualche disperato che accettava le medicine a scopo di profilassi (magari, perché “scottato” dalla malattia di un collega) ma rifiutava categoricamente di farlo somministrare anche al resto della sua famiglia (“i bambini!! Nessuno tocchi i miei bambini!!”). In genere, anche il volenteroso diventava incostante col trattamento quando cominciavano ad affacciarsi i primi effetti collaterali (o quando lo spavento veniva meno).

Fra l’altro, la maggior parte della popolazione non aveva una comprensione profonda di cosa fosse la malaria, del perché la prevenzione fosse così importante, di quali fossero gli effetti a lungo termine della malattia. “Massì, dai. Ti viene un febbrone, vai in ospedale, ti curano e torni come nuovo”, tendevano a pensare in molti. Nessuno era mai riuscito a spiegar loro in maniera efficace che – ad esempio – una donna incinta che si ammala rischia molto seriamente di perdere il figlio e la sua stessa vita. O che episodi ripetuti di malaria, ancorché curati, costituiscono fattori di accresciuto rischio per altre malattie gravi, tipo la tubercolosi.

Regà: era un bel problema, e non si riusciva a venirne a capo.

***

La situazione peggiorò drasticamente tra il 1944 e il 1945. Per l’effetto combinato delle manovre belliche, della presenza di sfollati e della jella (che, come sappiamo, ci vede benissimo), 78.173 persone caddero ammalate in un solo anno. La popolazione totale della Sardegna era 794.000.
Era davvero un bel problema.

Un problema che fece drizzare le antenne agli scienziati della Rockefeller Foundation, una fondazione benefica creata nel 1913 dal magnate del petrolio allo scopo di “promuovere il benessere del genere umano in tutto il mondo”. Animata – tra le altre cose – dall’intento di combattere la malaria nelle zone in cui la malattia era endemica, la Rockefeller Foundation monitorava attentamente la situazione italiana già da molti anni. A partire dal 1925, si era dotata di una piccola base di ricerca a Porto Torres, ove medici italiani e statunitensi collaboravano nel tentativo di stilare una miglior linea d’azione.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la Sardegna messa a terra da una epidemia fuori controllo, la Rockefeller Foundation propose ai governi italiano e statunitense un piano radicale per liberare l’isola dalla malaria.

L’idea di base, molto ammmericana, era quella di scatenare contro le zanzare sarde lo stesso apparato bellico che era riuscito a sconfiggere i nazisti (e detta così sembra una battuta, ma invece no: vi giuro che furono usati dei cacciabombardieri riadattati e che la programmazione dell’intervento si avvalse di terminologia militare come “bomba atomica degli insetti” e “D-Day”).

L’Italia accettò l’offerta d’aiuto perché, in fin dei conti, tentar non nuoce.
Gli USA accettarono festosamente di sostenere economicamente la campagna, perché già si intravvedeva all’orizzonte l’idea di lanciare il Piano Marshall e quella sembrava essere una buona area di intervento.

***

L’esperimento, passato alla storia come il Sardinian Project, fu programmato nel corso del 1945 e lanciato nel 1946 sotto la guida un ente appositamente creato: l’ERLAAS, Ente Regionale per la Lotta Anti Anofelica in Sardegna.

Fino a quel momento, come vi dicevo, la lotta alla malaria si reggeva (malferma) su alcuni pilastri che potremmo sintetizzare in: adozione di tecniche agrarie più moderne; terapia farmacologica anche a scopo di prevenzione; bonifica delle aree di acqua stagnante.
La Rockefeller Foundation buttò a mare tutto questo dispendioso ambaradan (che, del resto, non funzionava mica un granché bene) e puntò su una strategia molto terra a terra, molto ammmericana (l’ho già detto?).

Tipo il DDT.
Irrori l’intera Sardegna col DDT… e vuoi vedere che le zanzare iniziano a sentirsi poco bene?

E probabilmente non solo loro, ma all’epoca non si conoscevano ancora gli effetti collaterali del DDT sull’ambiente e sulla salute umana.
Cerchiamo di operare una sospensione dell’incredulità all’idea di un cacciabombardiere che vaga per cieli sardi spruzzando DTT in tutti i luoghi e in tutti i laghi e focalizziamoci sulla grande rivoluzione che questo metodo comportava. Per la prima volta, esisteva un piano concreto che prometteva di sconfiggere la malaria in pochi anni, con interventi (relativamente economici) mirati a togliere di torno il vettore di contagio. Puro e semplice.

Nella prima fase del progetto, la Sardegna fu divisa in 5299 settori, ognuno dei quali fu affidato a un team di segnatori. Questi ultimi ispezionarono l’area affidata loro per individuare tutti i punti (all’aperto e al chiuso) nei quali erano presenti zanzare.
Una volta mappati tutti i punti che abbisognavano di intervento, l’ERLAAS fece un bando per assumere gli spruzzatori, cioè quelli che materialmente avrebbero irrorato il DDT. Costoro furono scelti tra la popolazione autoctona: in parte, perché l’iniziativa di Rockefeller mirava (anche) a risollevare l’economia locale; in parte, perché nessuno conosceva il territorio meglio di chi lo abitava da una vita.

I segnatori al lavoro

A ognuno dei 5299 settori fu così assegnata una squadra di spruzzatori, incaricati ricoprire di pesticida le mura, i soffitti e i tetti di ogni struttura a rischio, vaporizzando 2 grammi di DDT a metro quadro.
Le zone all’aperto che non potevano agilmente essere raggiunte (e/o che erano troppo ampie per essere spruzzate a mano) furono irrorate dal cielo da aerei da guerra riadattati per sganciare insetticida invece di bombe.

Asinelli, pastori e DDT

L’obiettivo era duplice.
Uno: uccidere sul colpo, col DDT, tutte le zanzare che se ne andavano a zonzo in una data zona.
Due: avvelenare massicciamente tutti i luoghi in cui le anofeline svernano nei mesi freddi e fanno schiudere le larve, in maniera tale da avere una popolazione sempre più ridotta di anno in anno.

Disinfestatore all’opera

Non sempre le cose filarono lisce come l’olio.
I pescatori e i pastori, spinti dal (non irragionevole) timore che tutto ‘sto DDT finisse con l’avvelenare anche gli animali che a loro interessava tenere in vita, si opposero alla disinfestazione con vivace entusiasmo. La sinistra criticò aspramente l’iniziativa tacciandola di imperialismo americano. I banditi sembravano manifestare un certo godimento nel rapinare reiteratamente i camioncini blindati che trasportavano nelle sedi locali dell’ERLAAS il danaro necessario per pagare lo stipendio agli oltre trentamila dipendenti, impiegati a vario titolo nella lotta alla malaria.

Eppure, sapete cosa?
La lotta fu efficace.
Il numero di contagi disegnò, col passar degli anni, una impressionante curva discendente.

75.447 casi nel 1946.
15.121 casi nel 1948.
1.314 casi nel 1949.

Nel 1951, furono solamente 9 i pazienti curati per malaria.

Dopo un investimento di 11 milioni di dollari, la campagna promossa dalla Rockefeller Foundation si chiudeva con una vittoria: la Sardegna era finalmente libera dalla malaria.
Nel 1965 si richiese all’OMS di dichiarare l’Italia malaria-free; la dichiarazione dell’OMS arrivò nel 1970.

Complessivamente, fu un successo – un successo come non se n’erano mai visti prima in zone malariche.
E sapete perché?
Perché, in questo caso, a differenza di quanto accadeva prima, la popolazione era perlopiù dalla parte del governo. O, se non altro, si fidava delle iniziative che venivano messe in atto.

***

Vi sembrerà strano, ma questa curiosa storiella sarda non l’ho letta su un libro di Storia patria pubblicato da un qualche editore cagliaritano. L’ho letta sul libro di testo che Frank Snowden ha pubblicato per gli studenti che seguono il suo corso di Storia della Medicina all’Università di Yale. Su 500 pagine dedicate a tratteggiare la Storia delle epidemie da Ippocrate alla SARS, l’autore ne dedica una trentina all’aneddoto della Sardegna irrorata dal DDT. Quando ho visto l’indice ho fatto tanto d’occhi: e cosa gliene importa agli studenti di Yale delle zanzare sarde?!

Probabilmente poco, se non fosse che – secondo il professor Snowden – la storia del Sardinian Project merita di essere studiata per gli insegnamenti vitali che ancor oggi se ne possono trarre. E cioè, che la campagna ebbe successo perché godeva dell’appoggio della popolazione, e che la popolazione appoggiava la campagna perché le autorità erano state in grado di sottolinearne in maniera chiara l’importanza.

Come dice Snowden,

l’esempio eclatante è costituito dalla facilità con cui gli spruzzatori portarono avanti il loro lavoro.
Incontrarono, occasionalmente, una ferma opposizione da parte dei banditi, dei pastori e dei comunisti, ma, nel complesso, i report ufficiali rendono chiaro che la stragrande maggioranza dei Sardi accolse i lavoratori ERLAAS con piena disponibilità, permettendo loro di operare nei loro campi e all’interno delle loro case.
Questa accoglienza entusiastica costituisce uno stridente contrasto con il diffuso antagonismo con quale avevano dovuto rapportarsi, nella prima metà del secolo, i medici e gli ufficiali di salute pubblica che tentavano di distribuire capsule di chinino alla popolazione. A quei tempi, i funzionari impegnati nella lotta antimalarica erano ostacolati dal timore popolare che la loro medicina fosse in realtà un veleno, somministrato nell’ambito di più un ampio progetto mortifero ordito dallo Stato per risolvere il problema della povertà uccidendo i poveri.
Del resto, la salute della popolazione sarda era così compromessa, e le febbri malariche così familiari a una buona fetta della popolazione, che i malati erano spesso inconsapevoli della gravità della loro stessa malattia. Dunque, erano riottosi all’idea di ingerire farmaci di distribuzione governativa.
Proprio come accedeva ai tempi della peste, le campagne fremevano al sospetto di avvelenatori seriali asserviti a un diabolico piano.
E infatti, una delle più grandi difficoltà iniziali della prima campagna antimalarica [quella della prima metà del secolo, NdR] fu l’ostinata resistenza di quelle fasce di popolazione che maggiormente avrebbero beneficiato di un successo.
Gli abitanti delle campagne, i contadini, i minatori e i pastori rifiutavano di rivolgersi alle cliniche di nuova apertura.  
Quando medici e infermieri bussavano alla loro porta, si barricavano in casa. Alternativamente, accettavano le dubbie medicine ma poi le rivendevano sul mercato nero [che le esportava in Africa, NdR] o le barattavano con stecche di sigarette. Oppure, buttavano a terra con disprezzo le capsule di chinino non appena gli intrusi se n’erano andati. O – simbolicamente – le davano da mangiare ai porci. […]

Questo clima di sospetto e di ignoranza ostacolò significativamente il lavoro degli operatori, sicché si rese necessario fare un grande sforzo per superare questa mentalità diffusa.

I primi sforzi, a onor del vero, furono intrapresi già nella prima metà del secolo, con qualche programma di educazione alla salute che ebbe scarsa efficacia. Una accelerata fortissima si ebbe però col Sardinian Project, per l’evidente ragione che i finanziatori esteri volevano impegnare i loro soldi in un lavoro fatto bene, e per di più erano intenzionate ad affidare quel lavoro a (trentamila!) dipendenti selezionati tra la popolazione autoctona.

Il fatto è che se tu selezioni trentamila persone alla prima esperienza nel settore e poi le formi per svolgere un lavoro… beh: giustappunto, le stai formando.

[L’ERLAAS] organizzò per tutto il suo staff delle lezioni settimanali incentrate sulle modalità di trasmissione della malaria. Fornì alle scuole un libro di testo a partire dal quale organizzare percorsi di educazione alla salute per tutti gli scolari sardi.

Prelievo di sangue agli alunni della scuola di Villaputzu

Mandò in onda trasmissioni radiofoniche sulla malaria e sulla missione che si stava per intraprendere. Stampò volantini, poster e opuscoli informativi che furono distribuiti capillarmente in tutta la regione. […] Queste iniziative si ponevano obiettivi che, evidentemente, non erano di tipo medico; ciò nonostante, essi ebbero un impatto significativo nel ridurre la vulnerabilità della popolazione.

Conseguentemente, la reale portata del Sardinian Project è meglio compresa se inserita nell’ambito di una iniziativa più ampia volta a confrontarsi non solo con le problematiche strettamente mediche, ma anche con le problematiche economiche e sociali.

Sì, ma perché l’Università di Yale ci tiene così tanto a raccontare questo curioso fatterello di storia sarda?

A quanto pare, perché – storicamente – si è persa la memoria di questo secondo passaggio. Il successo riscosso in Sardegna dalla Rockefeller Foundation colpì così tanto l’opinione pubblica che, a partire dal 1955, l’OMS suggerì che quello stesso modello (cioè, l’uso massivo di DDT per azzerare la popolazione anofelina) fosse adottato a livello globale in tutti quei Paesi che avevano problemi di malaria.

Eppure la campagna dell’OMS non ebbe gli stessi risultati. Nel 1969 fu dichiarata fallita.
Perché? Perché, nel lanciarla, l’OMS fece un clamoroso errore di valutazione nel sottovalutare l’importanza degli interventi di natura socio-culturale che erano stati svolti a favore della popolazione. Sicché, non non ne predispose di analoghi quando lanciò campagne antimalariche in altre aree del mondo.
Col risultato che, non sorprendentemente, in quelle altre aree la popolazione reagì con una (comprensibile) levata di scudi, quando si trovò alla porta di casa degli sconosciuti mandati dal governo che pretendevano di spruzzare roba puzzolente in camera da letto, non si capiva bene come e perché.

La tendenza a glorificare il successo sardo come simbolo dell’efficacia del DDT in sé e per sé finì con l’oscurare molto a lungo gli altri aspetti di una impresa che, in realtà, fu decisamente più complessa. Il risultato fu quello di alimentare una fiducia eccessiva nel DTT, la grande “bacchetta magica” da puntare contro il vettore di trasmissione, da adottarsi come metodologia unica per la lotta antimalarica.
Ma il successo ottenuto in Sardegna si basava una serie di fattori ben più vasta di quelli che […] vennero poi suggeriti dall’OMS. Il pesticida DDT era un’arma potente, ma era solo uno degli strumenti da adottare, nell’ambito di un approccio a più sfaccettature.

La morale, secondo Snowden?

Le politiche di salute pubblica devono essere sostenute dallo studio della Storia. Una politica sanitaria che ignora il passato, o che dal passato trae lezioni sbagliate, rischia concretamente di compiere errori seri, con colossale dispendio di energie.

Veh che ogni tanto siamo utili pure noi topi di biblioteca?!

E adesso un po’ di bibliografia!

Tutte le informazioni che ho usato per questo articolo sono tratte dal saggio Epidemics and Society di Frank Snowden.
Il nostro amico si è dilungato sul tema anche nella monografia dedicata a La conquista della malaria. Una modernizzazione italiana 1900 – 1962 che la casa editrice Einaudi ha saggiamente tradotto in Italiano. Io però non l’ho letta.
Le fotografie con cui ho illustrato questo post sono state biecamente prelevate da questa ricerca curata dagli studenti del liceo Asproni di Iglesias.
E visto che YouTube mi mette a disposizione questo video d’epoca, chi sono io per non linkarvelo?

(E, siccome great minds think alike, segnalo che proprio ieri hanno parlato del DDT anche i gestori di Zhistorica, con contributi interessantissimi che sono arrivati nello spazio commenti su Facebook!)

27 risposte a "The Sardinian Project: il piano di Rockefeller per liberare l’isola dalla malaria"

  1. Raffaele

    Carissima Lucia leggo sempe con grandissimo interesse lw tue orignali pubblicazioni dietro alle quali vi è un enorme ricerca – molto brava + capace + chiaraed esaustiva nella comunicazioe ( dote purtroppo assai rara ) – Ti invio affettuosi saluti e ti auguro buon week end – Raffaele De Luca

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    1. Lucia

      Oooohh, ma grazie 🤩
      Grazie di tutto, soprattutto per le noticine sulla ricerca e sulla chiarezza, mi fa davvero tanto piacere che si noti la prima e ci sia la seconda :-))

      Grazie ancora!

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  2. blogdibarbara

    Progetto decisamente migliore di quello di Giangiacomo Feltrinelli, che voleva staccare la Sardegna dall’Italia per farne una base comunista sul modello di Cuba, ovviamente con se stesso nel ruolo di italico Castro o Che Ghevara.
    Per quanto riguarda il DDT, secondo studi più recenti sembrerebbe che la sua pericolosità sia stata sovrastimata, per cui, fermo restando che si tratta indubbiamente di una sostanza tossica (e se no come farebbe ad ammazzare le zanzare?) secondo alcuni ricercatori l’abolizione totale sarebbe stata un errore, in quanto il suo uso avrebbe permesso di risolvere situazioni decisamente più dannose del DDT stesso.
    PS: le vicende successive sono un classico: prendi un’idea intelligente ed efficiente, mettila in mano a una organizzazione dell’ONU, e puoi stare sicura che se ne va tutto a signorine allegre.

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    1. Lucia

      In effetti, leggevo il seguente aneddoto su un sito Internet che parlava del Sardinian Project (ma non citava bibliografia specifica, quindi posso solo fidarmi della notizia così come l’ho letta lì).
      In anni recenti, a quanto pare, un team medico ha richiamato per ragioni di studio quegli spruzzatori dell’ERLAAS, che, negli anni ’40, avevano lavorato a strettissimo contatto col DDT. Ormai anziani, gli ex-dipendenti erano stati sottoposti a tutta una serie di esami medici per verificare se l’uso prolungato e massiccio di DDT ne avesse compromesso (e come) la salute.
      Con grande sorpresa dei ricercatori, si era notato che questi lavoratori non presentavano particolari problemi, a distanza di anni, e che anche tra i dipendenti che al momento dello studio erano già defunti non si era verificato un picco di morti per cancro più alto rispetto alla media.

      Ma appunto, è una notizia che ho letto su Internet senza poterla verificare, quindi prendila col beneficio del dubbio 🙂

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      1. blogdibarbara

        Quello che è comunque certo e ufficiale è che la classificazione è passata da “cancerogeno” a “potenzialmente cancerogeno”, definizione prudenziale che viene applicata a moltissime sostanze e cibi in quanto è praticamente impossibile escludere al 100% che qualcosa possa provocare o favorire, almeno in soggetti predisposti, l’insorgenza di un cancro.

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  3. scienziatimatti

    Quando mio fratello ed io avevamo 7-8 anni, avevamo come vicina di casa una signora sarda che occasionalmente ci faceva da baby sitter. Mi ricordo che ci raccontò di quando era piccola in Sardegna e gli americani vennero a spruzzare tutto con il DDT che liberò i bambini dai pidocchi, che (all’epoca mi colpì) erano un grosso problema nell’immediato dopoguerra. Non avevo idea che tutto questo fosse in realtà un’operazione così grande contro la malaria! Bell’articolo! Grazie!

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    1. Lucia

      No, aspetta, se la signora parlava di DDT contro i pidocchi stava probabilmente parlando proprio di DDT contro i pidocchi, e cioè di un’altra applicazione creativa del DDT nell’immediato dopoguerra 😂😂
      Oltre a spruzzarlo nei luoghi a rischio per eliminare la zanzara anofele, i medici avevano preso l’abitudine di spruzzarlo anche sulle testoline dei bimbi (e anche degli adulti, a dire il vero) proprio allo scopo di eliminare i pidocchi 🙈

      L’estremo rimedio si era reso necessario a fronte di una situazione estrema: il problema non era tanto il fatto che i bambini avessero il fastidio dei pidocchi in sé e per sé, ma il problema è che era scoppiata una epidemia di tifo e i pidocchi sono il vettore di contagio.

      Mi pare che una campagna anti-pidocchi (cioè anti tifo) a base di DDT sia stata portata avanti, negli stessi anni, anche nella zona di Napoli.

      Grazie a te per il commento 😀

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  4. Francesca

    Uh!
    Quante ne avrei da dire con tutti gli spunti forniti dall’articolo…
    Molto interessante.
    (Sono argomenti che – durante precedenti e note discussioni su questi schermi – avrei voluto aggiungere ma poi… mi rendevo pure conto di poter determinare l’effetto “campagna elettorale” 😂😂😂 … … Non che tutti i lettori presenti qui vengano a votare in Veneto, ma talvolta si potrebbe sospettare che io prepari il terreno per eventuali future elezioni politiche 😅 )

    Ne dico solo una come interessante coincidenza… !
    Sarà un caso? Non sarà un caso? Boh. Fatto sta che il professore (uno dei professori) reso celebre dal Covid19 – Andrea Crisanti – ha dedicato gran parte della sua carriera scientifica allo studio della malaria. Fino a pochi mesi prima dell’epidemia di Covid si trovava ancora all’Imperial College di Londra… Infatti sua moglie e suo figlio abitano ancora a Londra mentre lui, alcuni mesi prima che scoppiasse il Covid, si era trasferito a Padova per un nuovo incarico all’università (e faceva avanti e indietro a Londra per stare con la famiglia).

    Linko un articolo interessante sui lavori che ha avviato a Londra (e che continuano)
    https://ilbolive.unipd.it/it/news/gene-drive-biotecnologia-estinguere-malaria?amp=

    E aggiungo io “a mano” quello che in rete non ho trovato… e cioè quello che per diverse settimane ho potuto udire (dal dott Crisanti in collaborazione con altri esperti di svariate branche) sul come si proseguiva con la messa a punto dei modelli di tracciamento e contenimento del Covid: non era soltanto una “questione di tamponi” pura e semplice, bensì di quale modello si seguiva per mettere in isolamento quali soggetti…
    Insomma, non è che so spiegare tutto, ma so che
    1) non in ogni luogo/regione in Italia viene seguito lo stesso modello. Il che a questo punto suggerirebbe – spero – di seguire per l’autunno quei modelli regionali che sono risultati più efficaci
    2) più volte ho udito nelle dirette televisive il “modellino” che il dott. Crisanti spiegava essere stato quello più valido per contenere e poi estirpare progressivamente la malaria da tante zone dell’Africa. Un lavoro paziente e certosino, molto territoriale e su misura (come è avvenuto qui per il Covid), e meno “centralizzato a pioggia”. Nota Bene: questa storia non ha niente a che fare con gli studi zanza-genetici riportati nell’articolo dell’Uni Padova – che è un tema puramente bio-scientifico a sè stante.
    Fatto sta che, anche a conferma del perché a Yale-Medicina si possa essere interessati alla malaria,… laddove c’è un esperto di contenimento di malaria… ci potrebbe essere un grande contributo nel capire come funzionano le epidemie (anche se poi ogni virus/batterio avrà le sue caratteristiche)

    Però quando ho letto il tuo articolo…. Non poteva non venirmi in mente il prof Crisanti che per tipo 20 anni si era occupato di malaria, prima di essere catapultato nel Covid 😊

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    1. Francesca

      P.s.
      (ché magari a qualcuno viene il dubbio)

      I modelli di contenimento + estirpazione della malaria – in talune aree dell’Africa di cui si è occupato il dott Crisanti col suo gruppo di lavoro – NON prevedevano l’uso di DDT.
      Lo schema di intervento principale, rivelatosi efficacissimo, consisteva nel trovare i focolai, dividere i malati dai sani, curare i malati, isolare i possibili contagiati, e via così – villaggio per villaggio.
      Questa procedura, come già detto, era indipendente dagli studi ed esperimenti genetici sulla zanzara anofele – ed eventualmente va integrata in tutto il sistema (nonché tenuta sempre sotto controllo per i problemi pratici-biologici-ecologici e conseguentemente etici che venissero a crearsi. Di questo si parla nel link, per chi vuole approfondire. In pratica, il “nuovo” DDT potrebbe essere questo – nel caso della malaria)

      D’altro canto la “fissa” genetica, a quanto pare, non è passata al dott Crisanti. Infatti è stato avviato un lungo programma di studio (già finanziato da vari enti) per la mappatura genetica degli abitanti di Vò, per osservare se ci sono implicazioni genetiche in relazione al Covid19: ad esempio in chi si infetta di più, di meno, chi contagia di più, di meno, e molto altro.

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    2. Lucia

      Francesca, scrivi tuuutto quello che vuoi, i tuoi commenti sono sempre interessantissimi! Più ne scrivi più mi fai piacere, e non preoccuparti per l’effetto propaganda 🤣

      Questa, poi, di Crisanti come esperto di malaria, non la sapevo proprio 😱
      Né men che meno avrei mai immaginato che un modello in uso per contenere la malaria potesse essere riadattato al lotta contro il Covid. Sono due malattie così diverse, per il modo in cui si trasmettono, che mai e poi mai avrei immaginato che il trattamento dei focolai potesse essere anche solo simile. Wow 😮

      Grazie per la notizia, che sorpresa!

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      1. Francesca

        Grazie dell’invito… 😁
        In effetti le conclusioni sul “caso Sardegna” sono perfette: in teoria si possono avere i migliori scienziati, le migliori strutture e un sacco di soldi a disposizione, perfino i migliori programmi pubblici contro le malattie, ma se la maggior parte della popolazione non collabora rimani al palo (nel caso di un’epidemia).
        Questo è uno dei fattori risolutivi più importanti che sono stati presenti in Veneto fin dall’inizio… ma – pur tra le tante casualità fortunate – non sono stati dei fatti casuali né accaduti per particolare “bravura” dei cittadini veneti rispetto ad altri, e neanche perché Zaia si sia “inventato” sul momento una strategia di comunicazione. Ce l’aveva già da prima!, e non solo lui. (magari ci torno un’altra volta e mi spiego meglio).

        Sul modello malaria “riadattato”.
        In realtà non si tratta di un riadattamento ma di precisa esperienza in modelli matematici applicati alle epidemie. Poi metto anche un link sulla matematica… Visto che l’aveva citata anche Barbara 😊
        (al volo, dico solo che la “sala operativa” in Veneto aveva un modello statistico, fatto da “tecnici” esperti, che prevedeva sia i contagiati che i ricoverati in terapia intensiva con alcuni giorni di anticipo, e anche questo Zaia ci faceva vedere quotidianamente: potevamo constatare che lo scostamento dai numeri reali era al massimo di un paio di persone. Ma 9 volte su 10 il modello matematico ci beccava in pieno. Impressionante, se vogliamo. E abbiamo continuato così, a vedere… l’ineluttabilità della matematica, finché non è cominciato l’effetto del primo lockdown, cioè a distanza di circa 20 giorni. Dopodiché, abbiamo cominciato a scendere, coi numeri, molto lentamente… e ad adottare nuovi modelli. Il fatto che venisse spiegato tutto all’intera popolazione, nelle consuete dirette televisive, anche con la presenza di esperti, tecnici, di medici impegnati sul campo, ecc., …fa certamente parte di una dinamica che ha funzionato bene. Tanto in ogni caso la gente, per tutto quel tempo chiusa in casa avrebbe comunque cercato informazioni da qualche parte, no?… ed era meglio se riceveva info da chi stava nelle zone “operative” – ed evidentemente sono state tutte persone giudicate credibili e oneste in ciò che dicevano… Sicuramente è stato uno sforzo in più, di tipo comunicativo, da parte di chi già lavorava moltissimo…).

        Esperto di malariologia.
        Ho appena imparato ‘sta parola che assomiglia alla nostra nota branca teologica 😁.
        Mentre cercavo poco fa dei link da mettere qui… Ho visto che il fatto che Crisanti sia un esperto di malaria è proprio tra i maggiori argomenti dei medici “negazionisti”. Dicono in pratica “che ne sa lui? che fino a ieri si occupava di malaria?!”. Però, di nuovo, sbagliano il bersaglio… Anche perché vorrei sapere chi sarebbe un massimo esperto di virus sconosciuti, ma vabbé…
        Comunque, come già detto, il modello veneto (e qualsiasi altro modello di ogni regione italiana) non si basava solo su un singolo professore ma su un numero ben maggiore di esperti in più settori.

        Link.
        Ho visto che c’è ancora la pagina dell’Imperial College che spiega l’attività di Crisanti
        https://www.imperial.ac.uk/people/a.drcrisanti

        Ma la cosa più interessante è questa intervista rilasciata ad un sito che tratta di matematica .
        Penso che da qui si possa capire la relazione – appunto generalmente poco praticata dalla mentalità italiana – coi modelli matematici presenti in qualsiasi evento contagioso.

        http://maddmaths.simai.eu/comunicare/archivio-maddmaths/intervista-con-andrea-crisanti/

        Intervistatore:
        In una recente intervista ha affermato che in questa fase di ripresa vede in giro “troppo plexiglass e troppo pochi modelli matematici“. Questa frase mi ha incuriosito e le chiederei di approfondire il suo pensiero.

        Andrea Crisanti: 
        Come forse sa sono stato per 25 anni presso l’Imperial College a Londra e ho collaborato e interagito spesso con i colleghi matematici del gruppo di Public Health. E ho sempre notato in Italia questa mancanza di cultura matematica nell’ambito della salute pubblica. E mi sembra che spesso le decisioni vengano prese sulla base di paure, spinte politiche e altre esigenze senza minimamente valutare gli scenari e le loro conseguenze. Mentre i modelli matematici possono aiutare a valutare l’impatto di determinate decisioni o di determinate ipotesi. Non è che diano la verità assoluta, ma sicuramente aiutano la decisione. Nel senso che, se uno fa un certa scelta, ha uno strumento per immaginare cosa potrà succedere.
        (Continua al link. Buona lettura agli amanti della Scienza e della Matematica, oltre che del buonsenso)

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        1. Francesca

          Edoardo, 8 anni.
          Lo metto come “indicatore” di ciò che si diceva sopra…
          Garantisco che questo bimbo ai tempi del veneto lockdown non è stato una simpatica eccezione… ma la prova di come “partecipavano” all’operazione anche i bambini 😊 . Io non so se gli altri governatori di regione ricevevano di continuo disegni da parte dei bambini, ma la sede della Protezione Civile veneta ne è stata sommersa… E appena la situazione sarà propizia verrà organizzata una mostra (itinerante) con i disegni e le letterine dei bambini che ne scrivevano di ogni… e davano il loro contributo. (Il fenomeno sarà prossimamente studiato anche da psichiatri infantili che valuteranno l’impatto psicologico dell’epidemia sui bambini).
          Comunque intanto, se avete un minuto e mezzo, guardate Edoardo che si rivolge a Luca Zaia
          LOL 😂
          “Io non sono come te Luca Zaia, però mi è venuta un’idea. Tu fai come vuoi, però mi è venuta un’idea”

          (gli ha dato l’autorizzazione di governare 😅)

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          1. Murasaki Shikibu

            Tutto molto interessante, ma mi colpisce soprattutto il discorso sui modelli matematici. Il problema dell’ostilità nazionale verso i numeri (la matematica è considerata per tradizione “difficile” sin dalle elementari, dove di “difficile” onestamente mi sembra ci sia ben poco) non è solo un problema scolastico ma culturale ed economico.
            E basta, in attesa del primo collegio docenti dell’anno capita di fare Profonde Riflessioni di dubbio buon senso 😅

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        2. blogdibarbara

          Il ragionamento sarà anche logico, ma le conseguenze che ne trae, ossia il controllo capillare da parte dello stato sugli individui, l’individuazione dei “soggetti a rischio” da tenere controllati e decidere dei loro movimenti, è semplicemente agghiacciante. E spiega come mai in Cina il tasso di suicidi sia molto più alto che altrove.

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        3. blogdibarbara

          Certo però che la memoria non deve essere esattamente il suo forte, se ha il coraggio di dire che il lockdown ha funzionato, quando basta guardare una qualsiasi tabella per vedere che per tutti i due mesi di chiusura totale la curva dei morti ha continuato a impennarsi fino al picco di quasi mille morti in un giorno, poi, quando era scesa di un misero 5%, c’è stata la riapertura e proprio a partire da quel momento, nonostante gli alti lai per gli assembramenti (veri o presunti, in realtà più spesso presunti, a partire da quelli dei Navigli), la curva ha iniziato a scendere a rotta di collo fino ad arrivare praticamente a zero in piena orgia discotecara (sul bambino che parla al governatore giocando coi propri piedi e parlando come un bambino di cinque anni, preferisco non esprimermi…)

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          1. Murasaki Shikibu

            Molto banalmente, negli ultimi tre mesi mi sono fatta una tabellina dove mi limitavo a riportare un gruppo di dati numerici sul Covid in Toscana, tutti i giorni, e per farlo davo sempre una guardata generale anche alle altre regioni.
            Sorpresa! L’epidemia calava più lentamente dove era più diffusa, ed è risalita più velocemente sulle regioni costiere in tempo di estate. Anche a uno sguardo sprovveduto un po’ di osservazione di numeri nudi e crudi mostra una sua elementare logica interna.

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          2. blogdibarbara

            E’ risalita l’epidemia o il numero di tamponi risultati positivi, casualmente là dove di tamponi se ne fanno di più? E calava più lentamente in numeri assoluti o in percentuale? Perché in Lombardia, per esempio, dove i numeri assoluti erano stratosferici, quando ha cominciato a scendere, la percentuale era migliore di quella della media nazionale. Giusto per non perdere di vista i numeri.

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  5. Francesca

    Errata corrige.

    “Questa procedura, come già detto, era indipendente dagli studi ed esperimenti genetici sulla zanzara anofele – che eventualmente va integrata in tutto il sistema (nonché tenuta sempre sotto controllo per i problemi pratici-biologici-ecologici e conseguentemente etici che venissero a crearsi. Di questo si parla nel link, per chi vuole approfondire. In pratica, il “nuovo” DDT potrebbe essere questo – nel caso della malaria)”

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    1. Francesca

      Ancora… 😅Errata corrige.

      “Questa procedura, come già detto, era indipendente dagli studi ed esperimenti genetici sulla zanzara anofele – che eventualmente vanno integrati in tutto il sistema (nonché tenuti sempre sotto controllo per i problemi pratici-biologici-ecologici e conseguentemente etici che venissero a crearsi. Di questo si parla nel link, per chi vuole approfondire. In pratica, il “nuovo” DDT potrebbe essere questo – nel caso della malaria)”

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  6. Murasaki Shikibu

    Post davvero interessante interessant!. Per i tuoi lettori è una vera fortuna che tu abbia un passato di storica delle epidemie, perché una delle cose che ci ha fregato secondo me è che l’ultima, vaga epidemia arrivata nel nostro mondo assai difeso era l’AIDS, roba di 35 anni fa, e prima ancora il colera negli anni 70 – insomma, le epidemie erano diventate roba tipo la cavalleria medievale, interessante per gli appassionati ma poco più. Invece studiando la loro storia c’è davvero tanto da imparare, scopro con fascinato disgusto misto a un fondo di fastidio 😅

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  7. Nicoletta

    molto interessante! sapevo che vi era stato questo progetto perché quando da bambina avevo chiesto a mio padre cosa significava la scritta DDT ricorrente nei muri delle vecchie case lui, bambino nel dopoguerra, me ne aveva parlato per quello che si poteva ricordare. Solo una precisazione: in realtà durante il fascismo furono avviate opere di bonifica anche in Sardegna, in particolare nella piana di Terralba; in seguito nelle terre bonificate si insediò una colonia di agricoltori e allevatori veneti; ancora oggi i loro discendenti gestiscono i poderi e allevano il bestiame, producendo un latte di altissima qualità e altri ottimi prodotti; sul DDT vi furono poi molte dicerie; in particolare vi è chi gli attribuisce come conseguenza negativa l’altissimo tasso di malattie autoimmuni presenti in Sardegna, in particolare diabete e sclerosi multipla, ma credo si tratti appunto di illazioni prive di riscontro scientifico; grazie per questi articoli sempre molto precisi e approfonditi!

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  8. Pingback: Quante vittime ha fatto la Spagnola? – Una penna spuntata

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