Lo juju e il calcio africano (ovverosia: ma che è ‘sta storia strana di Pogba e dello stregone?)

Un libro in uscita e un nuovo lavoro con cui prendere i ritmi mi hanno impedito di commentare in tempo reale l’appassionante storia di stregoneria calcistica che, nelle scorse settimane, ha destato la comprensibile perplessità (e ilarità) di molti. Mi riferisco, ovviamente, alle vicende di Paul Pogba, centrocampista della Juventus, che è stato accusato da suo fratello Mathias di aver utilizzato la magia nera per danneggiare Kylian Mbappe, attaccante del Paris Saint-Germain. E non solo lui: a detta di Mathias, Pogba sarebbe un cliente abituale di un certo Ibrahim il Grande, stregone di professione; lo pagherebbe 100.000 euro a prestazione, commissionandogli una infinità di magie volte ad aumentare la sua performance sul campo di gioco e abbattere quella dei suoi avversari.
E addirittura dei suoi stessi compagni di squadra! Quel che è peggio, Mathias dichiara infatti che l’infido Pogba avrebbe affatturato anche i suoi stessi colleghi, per tarpare le ali ai colleghi più abili ed emergere come la grande star della squadra.

In un primo momento, Pogba ha negato tutto, dichiarando anzi di essere vittima di estorsione: il fratello l’avrebbe ricattato, chiedendogli denaro pur di non far scoppiare questo polverone. Ma successivamente ha ritrattato, ammettendo di aver effettivamente fatto ricorso alla stregoneria anche se non al fine di danneggiare i suoi avversari: bizzarra affermazione che ha destato nei tifosi una perplessità ancor più palpabile, con interrogativi sulle linee di “e allora che ci fai con la magia nera, la usi a fin di bene?”.

In effetti, potenzialmente sì. O meglio: non avendo ovviamente la più pallida di idea di cosa abbiano combinato Pogba e il suo stregone prezzolato, le affermazioni del calciatore e di suo fratello Mathias sono molto meno assurde di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Casomai qualcuno se lo stesse chiedendo, i due Pogba non sono completamente fuori di testa: molto più banalmente, sono due giovani nati in Francia ma, con ogni evidenza, ancora molto legati alle tradizioni della Guinea, il paese da cui proviene la loro famiglia. E, con le loro bizzarre dichiarazioni riguardo fatture e malefici, i due calciatori ci hanno permesso di avere un piccolo assaggio di una realtà di cui in Occidente si parla (troppo) poco: ovverosia, lo juju africano.

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Incredibile ma vero: la caccia alle streghe, in Africa, è ancor oggi un problema piuttosto serio: la stragrande maggioranza della popolazione locale è fermamente convinta del fatto che esistano individui capaci di influenzare a proprio piacimento le leggi della natura. Con sfumature diverse da zona a zona (ché l’Africa, va da sé, è piuttosto grandicella), la credenza nella stregoneria è fortemente radicata e non accenna minimamente a decrescere: anzi, negli ultimi decenni è aumentata a dismisura, probabilmente in reazione al periodo di grave crisi che la zona sta vivendo a suon di AIDS, terrorismo, guerre e carestie.

Una volta tanto, i colonizzatori non hanno colpe. Vale a dire: queste credenze non sono d’importazione: non furono i missionari a portarle con sé negli anni della caccia alle streghe; anzi, arrivando sull’altra sponda del Mediterraneo, si stupirono molto nello scoprire che le popolazioni locali avevano un’idea di magia che si era evidentemente sviluppata secondo caratteristiche sue proprie, decisamente diverse rispetto a quelle che all’epoca andavano per la maggiore tra gli Europei.

I secoli sono passati e tante cose sono cambiate, ma un punto fermo resta immutato: ancor oggi, la stregoneria africana presenta caratteristiche particolarissime che la contraddistinguono. E una di queste è la ferma convinzione secondo cui tutti gli individui siano sostanzialmente alla pari.
Certo: esiste il talento naturale, ed è normale che vi siano persone particolarmente versate in certi campi. E non v’è dubbio che lo studio, l’impegno e l’allenamento quotidiano possano permettere a un individuo di eccellere sugli altri: questo rientra nel normale ordine delle cose. Ciò che però desta sospetti è trovarsi di fronte a individui innaturalmente jellati o, peggio ancora, così fortunati da inanellare un’impressionante serie di successi. Se, a parità di impegno e di talento, c’è qualcuno che sistematicamente primeggia sui suoi consimili (o regolarmente incassa uno smacco dopo l’altro), non v’è dubbio che “l’equilibrio cosmico” sia stato in qualche modo alterato. Alterato dalla magia, evidentemente: praticata a proprio vantaggio, o subita a proprio detrimento.  

Sono queste le basi concettuali da cui prende le mosse lo juju, ovverosia l’insieme di credenze magico-religiose diffuse sul continente africano (e in particolar modo nelle sue regioni occidentali) che, secondo una convinzione radicatissima, permettono di potenziare al massimo grado (o, alternativamente, di abbattere in maniera significativa) i talenti e le abilità di un individuo. Per capirci: lo juju non è così potente da trasformare Ronaldo in una mezza calzetta o da farmi diventare un goleador senza pari; ma, secondo la mentalità locale, è certamente in grado di spostare l’ago della bilancia in quelle situazioni in cui due avversari si fronteggiano in condizioni di sostanziale parità e basta un piccolo colpo di fortuna (…o di magia!) a determinare l’esito dell’incontro.

Rebecca Alpert, storica delle religioni, spiega che «nelle società africane, sono molti i contesti in cui lo juju è tenuto in grande considerazione: fra questi, le gare di danza e gli investimenti in borsa. Ma, nel mondo del calcio africano, la sua presenza è così rilevante da far sì che i due elementi siano spesso considerati inseparabili. Poiché non è possibile prevedere i risultati di una partita, gli sport sono inevitabilmente uno dei luoghi in cui entra un gioco il desiderio umano di controllare gli esiti dell’incontro e di spiegare l’inspiegabile. E lo juju si presta molto bene a fornire questo tipo di spiegazioni».

È difficile illustrare in poche parole quanto sia profonda e radicata l’influenza dello juju nel mondo del calcio africano. Ma forse, per rendere l’idea, basteranno due esempi eloquenti: nel 1998, un professionista francese trasferitosi in Nigeria per allenare la squadra nazionale si licenziò esterrefatto dopo aver scoperto che la sua équipe aveva a libro paga uno stregone, incaricato di compiere con regolarità rituali volti a indebolire gli avversari. E se questa storia v’ha fatto inarcare le sopracciglia, probabilmente non conoscete l’appassionante drama a sfondo magico che ebbe luogo in Costa d’Avorio tra il 1992 e il 2002: a poche settimane dalla sfolgorante vittoria che aveva visto la squadra nazionale conquistare la Coppa d’Africa, fece scalpore la protesta di un gruppo di stregoni che asserivano di essere stati assoldati dal Ministero dello Sport al fine di praticare rituali magici finalizzati alla vittoria, come infatti avevano ben fatto, ma lamentavano di non essere mai stati pagati ciò nonostante. Il Ministero negò con decisione di aver mai avuto a che fare con quegli individui; udito quell’affronto, gli stregoni esterrefatti reagirono svolgendo pubblicamente un rituale volto a maledire la squadra nazionale.
Chiamala “coincidenza”, chiamalo “effetto nocebo”, ma da quel momento poi i giocatori cominciarono a inanellare una sconfitta dopo l’altra. Flash forward a dieci anni più tardi: contemplando desolato gli insuccessi di una nazionale che non sembrava proprio riuscire a ingranare, il Ministero dello Sport confessò le sue colpe: diramò un comunicato in cui ammetteva effettivamente di essersi avvalso dei servizi degli stregoni e di non aver mai saldato il suo debito con loro. Dopodiché, staccò un assegno di 2000 dollari che consegnò a quei professionisti della magia, supplicandoli di rimuovere la maledizione e di tornare «al servizio della Repubblica».

Insomma: quando sentiamo i fratelli Pogba parlare di maghi, maledizioni e strane fatture a sfondo calcistico, non dobbiamo pensare a due individui eccentrici che hanno letto un po’ troppi romanzi fantasy quand’erano ragazzini. I due calciatori di discendenza guineana si muovono evidentemente in questo contesto socio-culturale: in Africa (e anche in molte famiglie di africani trasferitisi in Europa), quello del calcio e quello della magia sono realmente due mondi a strettissimo contatto.

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Detto ciò, qualcuno potrebbe anche essere legittimamente curioso: concretamente, come si svolgono i rituali magico-calcistici dello juju?

Si tratta di cerimonie piuttosto cruente, che quasi sempre includono il sacrificio rituale di vittime animali. Il sangue di gallo o di porcospino viene spalmato sui polpacci dei giocatori per infondere nelle loro gambe un surplus di energia; ossa di leone e di zebra sono strofinate sulle loro cosce, per aiutarli a correre più velocemente e per aumentare la loro prontezza di riflessi. Le divise vengono intinte nel grasso di maiale, come a creare sul corpo dell’atleta uno scudo magico di protezione, e piccoli amuleti sono infilati nella punta delle scarpe o seppelliti sul campo di gioco.

Per indebolire la squadra avversaria, i nomi dei giocatori più temibili vengono incisi su pezzi di corteccia che si provvede poi ad avvolgere in una benda, al fine di ottundere i riflessi degli atleti; ma è anche possibile scriverli su gusci d’uovo che poi vengono spezzati e sparpagliati sul campo di gioco, per fiaccare la resistenza fisica dello sfidante. E le maledizioni ai danni degli avversari sono così frequenti che i coach delle varie squadre tendono a darle per scontate, adottando espedienti di vario tipo per tentare di proteggere al meglio i loro giocatori. Per esempio, capita molto di frequente che i giocatori della squadra in trasferta arrivino nello stadio indossando già la divisa, per evitare di dover sostare negli spogliatoi (su quali potrebbe gravare appunto una maledizione). Vedere giocatori avversari che si stringono la mano prima della partita è un evento piuttosto raro nel calcio africano, perché si teme che anche il più leggero contatto fisico possa essere tramite d’una maledizione; e non è infrequente che gli atleti della squadra in trasferta rifiutino di entrare dalla porta principale, preferendo ingressi secondari (se non addirittura letterali arrampicate sulle mura dello stadio!) per evitare di pestare amuleti occultati sottoterra in punti strategici.  

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Praticato in Africa da tempi immemorabili, e associato al mondo del calcio da almeno un centinaio d’anni, in questi ultimi decenni lo juju ha occasionalmente avuto modo di far parlare di sé anche in contesti di sport internazionale. E inevitabilmente, giacché le grandi squadre europee hanno ormai preso l’abitudine di guardare a Sud alla ricerca di talenti, contrattualizzando giocatori che si sono formati in Africa e che quindi sono cresciuti professionalmente in un contesto socio-culturale in cui le pratiche magiche pre-partita sono veramente all’ordine del giorno. Inevitabilmente, molti di questi giocatori hanno portato con sé queste convinzioni trasferendosi nelle grandi città occidentali. E se la cosa non sembra aver creato particolare disagio nei loro avversari europei (cresciuti in una cultura in cui è ben difficile che un individuo adulto si senta realmente minacciato dalle fatture di uno stregone non meglio precisato che spezza gusci d’uovo in un villaggio dell’Africa Nera), l’improvvisa internazionalità acquisita dallo juju ha creato forte imbarazzo nei vertici della Confederation of African Football, ben consapevoli di come questo sistema di credenze magico-religiose sia assai poco comprensibile agli a occhi occidentali, e anzi rischi di proiettare all’esterno una pessima immagine dell’Africa. Diciamolo pure: nessuno, alla CAF, vuole che il calcio africano sia rappresentato da un giocatore che viene accusato di aver scagliato il malocchio sui suoi compagni di squadra e prima nega, poi nicchia, infine ammette di aver realmente dato soldi a uno stregone.

E infatti, a partire dal 2002, il ricorso allo juju è stato tassativamente proibito dalla Confederation of African Football, quasi si trattasse di una strana forma di doping magico: non tanto perché i vertici della CAF fossero realmente preoccupati dall’efficacia delle fatture, ma perché in tutti i modi stanno cercando di sopprimere un insieme di credenze e superstizioni che non sono esattamente quel tipo di biglietto da visita che si è lieti di sfoggiare in un panorama internazionale.

Anche perché, purtroppo, lo juju non si limita a creare imbarazzi nel campo delle PR. Una manciata di anni fa, nel 2008, quando la pratica della stregoneria era già stata bandita dai campi da calcio, la città congolese di Butembo fu teatro di una tragedia che ebbe luogo nel corso di una partita tra le due squadre locali del Nyuki e del Socozaki. Tutto cominciò con una violenta lite tra hooligans, scoppiata nel momento in cui uno dei due portieri praticò vistosamente un rito magico davanti alla porta di gioco, con un’ostentazione che lascia pensare a un gesto compiuto con un intento volutamente provocatorio. Alla rissa violenta scoppiata sugli spalti fece seguito un fuggi-fuggi generale, nel quale molti dei presenti furono calpestati dalla calca: in pochi minuti, cinquantaquattro individui furono feriti in maniera grave e tredici (quasi tutti bambini) persero la vita.

Una strage dell’Heysel (neanche tanto) in miniatura – unicamente causata dalla stregoneria, se vogliamo metterla in questi termini. Anche se, naturalmente, la stregoneria in sé e per sé c’entrava ben poco (“come sempre”, verrebbe da aggiungere con una punta d’amarezza).


Per approfondire:

Rebecca Alpert, Religion and Sports (Columbia University Press, 2015)
Alice Bellagamba, L’Africa e la stregoneria. Saggio di antropologia storica (Laterza, 2014)

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