Chi ha inventato l’orologio da polso?

«La più recente idiozia nel campo della moda è la mania di indossare i propri orologi a mo’ di braccialetto, cosa che li espone a ogni tipo di movimento violento» lamentò nel 1917 un certo professor Bolk di Amburgo, intervenendo su un dibattito ospitato dalla stampa locale. Tranchant la sua conclusione: «è da sperare che questa fissazione passi presto».

La sua speranza era evidentemente vana; ma, sotto un certo punto di vista, non mi sento di dargli torto. Da irriducibile indossatrice di orologi da polso (pur in un’epoca in cui molti trovano più pratico ricorrere agli smartphone per conoscere l’ora), debbo ammettere con onestà di averne distrutto più d’uno attraverso gli anni: graffiando il vetro su chissà quale superficie ruvida; rompendolo del tutto in una brutta caduta; lavandomi le mani con un orologetto che, evidentemente, non era subacqueo tanto quanto assicurava il produttore. Il professor Bolk alzerebbe gli occhi al cielo e commenterebbe che nulla di tutto questo sarebbe accaduto se non mi fossi ostinata a tenere al polso uno strumento così delicato e se avessi piuttosto conservato il mio orologio là dove lo indossa tutta la gente di buonsenso. E cioè al taschino: protetto da morbidi strati di stoffa (e, potenzialmente, da un coperchietto di metallo).

E io non saprei come obiettare al suo rimprovero. Effettivamente è vero: un macchinario composto da ingranaggi delicati protetti solamente da un sottile strato di cristallo non è esattamente quel tipo di oggetto che sembrerebbe saggio attaccare a una parte del corpo che, per sua stessa natura, è soggetta a ogni tipo di sollecitazione. E se nessuno contesta la praticità del poter controllare l’ora col semplice gesto di sollevar la propria mano, è pur vero che molti uomini del Terzo Millennio hanno rinunciato di buon grado a quella comodità, sostituendo giustappunto l’orologio con lo smartphone (quasi sempre trasportato in tasca, se non nella borsetta. Insomma, siamo tornati agli orologi da taschino).

E dunque: atteso che mettersi al polso un orologio è un’idea singolarmente stupida (soprattutto se questa innovazione ha luogo in un’epoca in cui i quadranti erano protetti solamente da un sottilissimo strato di vetro, ben più fragile rispetto ai materiali che si usano oggi), chi è che per primo s’è fatto venire in mente quest’idea brillante? E, soprattutto, qual era la sua ratio?

Vi stupirà sapere che è una donna colei che commissionò il primo orologio da polso della Storia. Il suo nome di Battesimo sembra essersi perso nei meandri del tempo, ma la sua qualifica professionale è ben nota: stiamo parlando della contessa Koscowicz, membro dell’alta aristocrazia ungherese. Proprio lei, nel 1868, ebbe l’onore di essere la prima persona al mondo a ornare il suo polso sottile con un orologio: a produrlo su sua commissione, l’orologiaio svizzero Philippe Patek. Per la precisione, l’orologio era l’esemplare n. 27368 della vasta collezione che, nel corso degli anni, Patek aveva disegnato per una nicchia di clienti del tutto speciale: donne abbienti con un debole per la tecnologia.

***

Con la sua base rettangolare decorata di pietre preziose, l’orologio della contessa era – nei fatti – un gioiello di alta oreficeria: diamanti di ragguardevoli dimensioni se ne stavano incastonati nell’oro lavorato, a ricreare le forme d’un fiore. Un terzo brillozzo, ancor più grande dei precedenti e poggiato su una base d’oro, fungeva da coperchio al quadrante dell’orologio: con un semplice click, la chiusura di metallo si sarebbe sollevata rivelando al di sotto un tesoro forse ancor più prezioso della pietra: un delicatissimo orologio in miniatura… e ciò non di meno, perfettamente funzionante.

Occorrerà riflettere attentamente su un dettaglio, prima di andare avanti con questa Storia: siamo nel 1868. Vale a dire, siamo in un’epoca in cui non era mica così facile creare orologi di dimensioni così piccole.

Intere generazioni di orologiai ci avevano provato, consapevoli di come nessun acquirente abbia piacere di portarsi dietro orologi che hanno il peso e l’ingombro di un mattone. I consumatori chiedevano a gran voce modelli più leggeri e più portabili, e il mercato aveva sempre cercato di assecondare questo tipo di richiesta: però c’era un limite oltre il quale nessuno era mai riuscito a spingersi. Non sembrava possibile rimpicciolire più di un tot. gli ingranaggi delicatissimi e complessi che regolavano il funzionamento di un orologio da taschino: e così, gli acquirenti si erano dovuti accontentare di accessori sufficientemente piccoli da poter essere tutt’al più portati al collo, a mo’ di ciondoli vistosi. Statement necklaces, li definiremmo probabilmente oggi.

Queen Victoria’s Pendant Watch. Patek, Philippe & Cie, Geneve, No.4536 (1850-1851).

Ed era proprio questa la direzione artistica che aveva intrapreso Philippe Patek: dal suo laboratorio ginevrino, così popolare da poter essere paragonabile a tutti gli effetti a una maison d’alta gioielleria, l’orologiaio aveva cominciato a inondare il mercato di orologi per signora pensati appunto per poter essere indossati al collo (o, eventualmente, sulla chatelaine: l’elegante fermaglio che molte donne appuntavano al punto vita per poter avere sempre a portata di mano ditale, forbicine e altri piccoli oggetti d’uso quotidiano). La sua, ovviamente, era una scelta dettata dal mercato: se i clienti uomini tendevano a prediligere orologi raffinati ma senza fronzoli, le donne che avevano sufficiente disponibilità economica non disegnavano l’idea di adornarsi con orologi riccamente decorati, il cui prezzo poteva salire esponenzialmente. La regina Vittoria ne aveva un’ampia collezione (per la maggior parte proveniente proprio dal laboratorio di Patek): tempestati di diamanti oppure dipinti a mano con deliziosi smalti in miniatura, erano veri e propri oggetti di design. Che coniugavano la bellezza all’hi-tech, se vogliamo.

Queen Victoria’s Pendant Watch. Patek, Philippe & Cie, Geneve, No.4719 (1850-1851)

Non a torto, la storica Aja Raden paragona gli orologi di Patek agli odierni prodotti Apple. Chi oggi si stupisce per le potenzialità di uno smartwatch (a voler fare solo il paragone più calzante) deve immaginare che una analoga (se non più grande) meraviglia abbia colpito anche gli uomini di fine Ottocento, quando Patek riuscì nella mission impossible di creare un orologio così piccolo da poter essere portato con sé dimenticando di averlo addosso… ma non per questo meno funzionale dei colossi che ornavano i campanili. «L’orologio era il computer di quei tempi», scrive Raden: la vera frontiera della tecnologia in quel momento a disposizione per l’uso quotidiano delle classi abbienti. «E, allora come oggi, miniaturizzare la tecnologia equivaleva a fare molti soldi».

Per la stessa ragione per cui i nostri laptop tendono a farsi sempre più leggeri e più compatti, gli uomini (e soprattutto le donne) d’età vittoriana impazzirono d’entusiasmo al pensiero di poter sfoggiare gioielli in cui la ricchezza materiale si sposava alle ultime frontiere dell’hi-tech. Nell’arco di pochissimi anni, gli orologi miniaturizzati divennero uno status symbol: non tanto tra i gentiluomini (che non erano mai stati abituati a indossare gioielli al polso, e che consideravano prettamente femminile quel tipo d’accessorio) quanto più tra le signore all’avanguardia (che erano ben liete di poter aggiungere quel capolavoro hi-tech alla loro già vasta collezione di braccialetti). Nelle ultime decadi dell’Ottocento, l’orologio da polso (o quello tradizionale a catenina, per chi aveva disponibilità economiche più limitate) fu il regalo di fidanzamento più amato in assoluto: i giovanotti lo presentavano alla loro bella con lo stesso spirito con cui oggi le comprano l’anello di diamanti (moda decisamente molto più recente).

E, naturalmente, come accade sempre quando qualcosa di costoso va di moda (peggio ancora poi se va di moda tra sole donne), il mondo si scoprì pieno di soloni che cominciarono a criticare rigidamente quel costume, così insensato e assurdo da dover necessariamente essere derubricato a capriccio passeggero (!). Gli orologiai delle maison concorrenti dichiararono del tutto impossibile che un dispositivo così piccolo potesse funzionare con la stessa precisione di un normale orologio da taschino, o comunque non guastarsi nell’arco di pochi anni. C’era anche chi (non irragionevolmente, come detto sopra) sosteneva che fosse una follia portare al polso un oggetto così delicato (meglio sarebbe stato tornare alle mode d’un tempo, con buona pace delle fashion victims); e, naturalmente, c’era chi criticava l’idea a monte, cioè che qualcuno potesse considerare cool spendere una barcata di soldi per un aggeggio che faceva esattamente la stessa cosa di altri suoi omologhi più economici e che aveva l’unico valore aggiunto (?) di essere così piccolo da far perdere diottrie ogni volta che lo si consultava.

Ma non solo. Poiché gli orologi da polso erano appannaggio delle donne, ovviamente saltò fuori anche chi pensò bene di attingere al maschilismo: perché una fanciulla evidentemente ricca dovrebbe avere l’esigenza di portarsi appresso un orologio, se il suo mestiere è per definizione quello di starsene chiusa in casa? E poi, cosa diamine avevano in mente di fare quelle coppie in cui il fidanzato sentiva come prima cosa l’impellenza di dotare la sua bella di un orologio da portarsi dietro (invece di risparmiare – che ne so – per comprare un appartamento più grande con una stanza extra per la nursery)? Forse la fanciulla doveva uscir di casa segretamente e rientrare puntuale per non far scoprire la sua assenza?

Se fosse stata una moda esclusivamente maschile, probabilmente ci saremmo risparmiati una buona parte di questi peana. Ma ben si sa come va il mondo: e fu questa la ricezione che ebbe l’orologio da polso nel momento in cui fu lanciato sul mercato.

***

Mi par già di sentirvi protestare, e giustamente: “ma adesso l’orologio da polso è un accessorio anche maschile! Quand’è che è cambiata la moda?”.

La risposta è più netta di quanto potreste immaginare: la moda cambiò – radicalmente, e con uno scossone così forte da non poter passare inosservato – con l’infuriare della Grande Guerra. Quasi cinquant’anni erano passati da quel lontano 1868 in cui Patek aveva lanciato il primo orologio da polso, e il progresso tecnologico aveva ormai reso agevole creare orologi in miniatura che avevano un costo tutto sommato economico e una resistenza all’usura al di sopra della decenza. Agli occhi del grande pubblico continuavano a essere un accessorio tipicamente femminile, così come potrebbe essere oggi lo smalto alle unghie oppure la borsetta; ma, agli occhi acuti dei comandanti dei vari eserciti, parve immediatamente chiara la potenzialità di un orologio a cingere il polso di un soldato. In trincea, pochi secondi possono fare la differenza tra la vita e la morte; e certo non è pratico dover armeggiare con un orologio da taschino se si portano a tracolla baionetta, tascapane, munizioni e chissà cos’altro. Fu così ordinato, in tutte le nazioni (chi prima, chi dopo, con minime differenze temporali) che i soldati ricevessero in dotazione un modesto orologio da polso: nulla di costoso o di ricercato, evidentemente; la funzionalità prevaleva sull’estetica.

I benpensanti reagirono come se un peggiore affronto non potesse essere fatto alla virilità e alla moralità dei soldati, costretti a conciarsi come donnicciole con chissà quali dissolute ripercussioni sulla loro psiche. E credetemi, non è un’esagerazione: io stessa ho letto coi miei vivi occhi, in archivi conventuali degli anni ’10, sermoni scandalizzati che tuonavano contro questo pericoloso e deleterio malcostume.

Ma questa è un’altra Storia, grazie al cielo – che ormai ci fa sorridere, per fortuna.


Per approfondire:

Aja Raden, Stoned. Jewelry, Obsession and How Desider Shapes the World (Harpers Collins, 2015)

2 risposte a "Chi ha inventato l’orologio da polso?"

  1. Avatar di Sconosciuto

    Anonimo

    Beh io un orologio da polso l’ ho investito e schiacciato con la macchina…😪 Salendo in auto mi è caduto e ha fatto una bruttissima fine…per fortuna non era un gioiello come quelli meravigliosi delle foto, però mi è dispiaciuto molto… Elena

    "Mi piace"

    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Per quanto riguarda le traversie dei miei orologi, l’incidente per cui mi sono sentita più cretina in assoluto è stato in uno di quei carrugi liguri strettissimi con i muri delle case fatti di sassi, quindi irregolari. Stavo camminando raso al muro, probabilmente facendo ondeggiare un po’ il braccio mentre camminavo, e ho sentito il mio orologio implaccarsi malissimo contro il muretto della casa. Si era rigata vistosamente tutta la cassa. Sniff. Lì ci sono rimasta male anche e soprattutto perché sarebbe stato tutto molto evitabile se io non fossi stata così scema 😂

      Però in effetti questo rende molto condivisibili le obiezioni che venivano fatte una volta: in effetti l’orologio è un accessorio davvero piuttosto fragile per essere indossato su una parte del corpo così frequentemente soggetta a sollecitazioni, se ci pensiamo!

      "Mi piace"

Scrivi una risposta a Anonimo Cancella risposta