La corsa alla colonizzazione dell’isola che non c’è (più): la curiosa estate siciliana del 1831

Sul finire del giugno 1831, cose strane e inquietanti cominciarono ad appesantire l’estate della ridente Sciacca. La terra tremò per settimane con scosse di intensità crescente, che terrorizzarono la popolazione, danneggiarono alcune abitazioni e inondarono l’aria di un tanfo di uova marce che la rese nauseante, a tratti irrespirabile. Il tipico segnale della presenza di solfuro di idrogeno nell’aria, e cioè un classico sintomo di attività vulcanica in corso, direbbe oggi un geologo, anche se probabilmente la popolazione di Sciacca non si fece troppe domande e si limitò a prendersi un colpo, interpretando il fenomeno nei termini di una piaga biblica.

E, in effetti, quella brava gente aveva le sue ragioni per pensare di essersi ritrovata in mezzo a un flagello divino rivisitato in chiave hardcore: entro la fine del mese, le spiagge della cittadina erano costellate da carcasse di pesci morti che venivano portati a riva dalle onde. Il perché di quella strage fu presto evidente ai pescatori: a circa quaranta chilometri dalla costa, in prossimità della Secca del Corallo, un tratto di mare aveva letteralmente iniziato a bollire lessando gli sfortunati pesci che si trovavano a nuotarci in mezzo (o, più probabilmente, asfissiandoli con l’esalazione di gas vulcanici sottomarini, e successivamente lessandoli. Non comunque una bella fine).

Nell’arco di pochi giorni, da quello stesso tratto di mare cominciarono a levarsi colonne di vapore, sempre frequentemente accompagnate da ceneri e lapilli. I marinai a bordo delle navi di passaggio avevano addirittura l’impressione che dei boati e degli scricchiolii avessero cominciato a levarsi dai fondali – affermazioni che probabilmente furono accolte con un certo scherno da chi si sentiva raccontare questa storia da parti terze: chiaramente si trattava di esagerazioni folkloristiche da gente ignorante, superstiziosa e terrorizzata dalla vita!

Sennonché, entro la prima decade di luglio, era diventato incontestabile il fatto che qualcosa di strano stesse accadendo per davvero al largo di Sciacca. Il 7 luglio 1831, il capitano del peschereccio Gustavo riferì di aver avvistato in quel problematico tratto di mare una specie di scoglio alto 8 metri che sputava cenere e lapilli e che (era pronto a giurarlo) non c’era fino al giorno prima, e adesso invece sì. Insomma, un mini-vulcano stava emergendo dai flutti, e quel che è peggio siamo di fronte alla metaforica punta dell’iceberg: il 16 luglio dello stesso anno, dopo una violenta scossa di terremoto, il vulcano cominciò a eruttare lava e detriti in quantità tale da inondarne il mare. Nell’arco di sei settimane, il materiale vulcanico s’era accumulato fino a formare, attorno alla bocca del vulcano, un piccolo isolotto di circa quattro chilometri quadrati, alto sessanta metri sul livello del mare e puntellato da due graziosi laghetti sulfurei.

Ohibò.

Danilo Cavallaro, ricercatore dell’Osservatorio Etneo dell’INGV, spiega sul sito del suo Istituto che quella che stiamo immaginando è «un’eruzione esplosiva sottomarina, caratterizzata da elevata esplosività a causa dell’interazione tra magma e acqua, che noi vulcanologi definiamo di tipo surtseyano in onore dell’isola vulcanica di Surtsey, a largo dell’Islanda, che si formò tra il 1963 e il 1967 proprio in un contesto geologico molto simile». Un fenomeno geologico relativamente comune, a quanto pare, che in quel tratto del Canale di Sicilia verrebbe addirittura da definire normale, quasi atteso: in quella zona sono stati censiti anche «altri conetti sottomarini più o meno delle stesse dimensioni che si innalzano da circa 100 a 150 metri di altezza dal fondo del mare e che, nell’insieme, formano un campo vulcanico denominato ‘Campo Vulcanico Graham’».
Potenzialmente, in futuro potrebbero anche spuntarne altre, di isolette vulcaniche con queste caratteristiche.

Ma torniamo intanto a quella che fece capolino in quell’estate 1831, in mezzo alla perplessità e alla curiosità generali. Al di là dell’inevitabile interesse scientifico ingenerato da questo bizzarro scherzo di natura, lo strano caso di quello scoglio sputato dai flutti scatenò una bella maretta nelle varie ambasciate estere di stanza nel Regno delle due Sicilie. Perché, tecnicamente, quell’arnese che se ne stava a quaranta chilometri dalla costa era quello che il diritto navale dell’epoca classificava come insula in mari nata, res nullius che poteva legalmente essere reclamata da qualsiasi nazione ci avesse piantato per prima la sua bandiera.

Non ce ne si fa poi molto di un isolotto di quattro chilometri quadrati a 40 metri dalla costa di Sciacca: però sempre meglio averlo che non averlo, si dissero i britannici, le cui note manie per il colonialismo li facevano evidentemente smaniare di desiderio anche solo al pensiero di annettersi uno scoglio di lava. In fin dei conti, quell’isolotto poteva pur sempre essere una postazione strategica nel caso in cui, in un domani, magari in un contesto di guerra, fosse stato necessario operare un blocco sul Canale di Sicilia: sicché, il Regno Unito si affrettò a mandare una nave a reclamare per la corona britannica quel lembo di terra, e il 24 agosto 1831 il capitano Jenhouse fu il primo a impossessarsi dell’isola piantandoci sopra l’Union Jack. Con tutti gli onori del caso, la ribattezzò Graham Island, in onore di sir Graham, Primo Lord Ammiraglio di Sua Maestà.

Gli abitanti di Sciacca (nonché il capitano del peschereccio siciliano che per primo aveva avvistato l’isola il 7 luglio) reagirono con sdegno, domandando a gran voce che qualcuno intervenisse per strappare l’isola ai britannici. E in effetti le loro preghiere furono esaudite, solo che non lo furono esattamente nel modo che i locali avrebbero immaginato: il 26 settembre, approdò su Graham Island un brigantino francese a bordo del quale viaggiava un geologo, spedito sul posto dal governo di Parigi per fare i suoi studi e le sue rilevazioni. E mentre lo scienziato faceva il suo lavoro, il capitano pensò bene di fare il suo andando a piantare una bandiera francese sul punto più alto dell’isola (cosa che, secondo lui, avrebbe dovuto conferire al gesto una qual certa primazia, permettendogli di soppiantare l’iniziativa britannica). Reclamato per Parigi, l’isolotto fu ribattezzato Île Julia, in omaggio al mese in cui s’era affacciata al mondo.

Solo a quel punto, messo di fronte all’evidenza per cui due superpotenze estere si stavano bisticciando quel lembo di terra a un tiro di schioppo da casa sua, Ferdinando II di Borbone decise di unirsi alla competizione inviando sull’isola una terza nave, che provvide a piantarci sopra la bandiera siciliana. Il vulcano cambiò il nome per la terza volta in tre mesi, trasformandosi in Isola Ferdinandea: e se i Francesi fecero spallucce, ritenendo di non voler insistere troppo con quella storia, i Britannici si irritarono abbestia e spedirono sul posto una fregata militare, pretendendo che le altre due parti concorrenti riconoscessero il fatto che… beh: loro erano arrivati prima.

Potenzialmente, avrebbe potuto scoppiare non dico una guerra, ma sicuramente uno di quegli screzi diplomatici che creano tanti grattacapi alle ambasciate.

Chi ebbe l’ultima parola, mi chiederete probabilmente?

Beh, tecnicamente l’isola. Che, cocciuta come lo è proverbialmente la Sicilia, si scocciò di questa solfa e pensò bene di inabissarsi mandando a quel al rispettivo paese tutti e quanti i contendenti.

Come spiega Danilo Cavallaro, l’isola era composta da «materiale vulcanico poco coerente, sostanzialmente ciò che noi chiamiamo rocce piroclastiche»: la fragile roccia non resistette ai colpi del moto ondoso, e piano piano cominciò a erodersi. Il 7 novembre di quell’anno, mentre l’isola si rimpiccioliva a vista d’occhio, la nave britannica Alban la circumnavigò per provvedere a una nuova misurazione: il lembo di terra si era abbassato di almeno quaranta metri e non era più largo d’un quarto di miglio. Alla metà del mese, se ne potevano scorgere solo piccolissime porzioni, e l’8 dicembre 1831 la marina borbonica ne constatò la totale scomparsa.

Se vi affidaste a Google per approfondire la storia dell’Isola Ferdinandea, potreste leggere di numerose occasioni in cui l’isolotto si sarebbe nuovamente affacciato sopra le onde, per poi inabissarsi di nuovo. A quanto pare non è vero: precisa anzi l’INGV che «le varie notizie che, storicamente, hanno riportato ulteriori riemersioni dell’Isola sono da considerarsi delle bufale». Per contro, «nell’arco temporale degli ultimi 20.000 anni, nella stessa area dove nel 1831 emerse l’Isola Ferdinandea vi sono state anche altre isole – perfino più grandi della vecchia Ferdinandea – che subirono una sorte simile alla sua: eruzioni di qualche mese che originarono degli isolotti che poi, nell’arco di poco tempo, vennero erosi dal moto ondoso e che adesso formano dei vulcani sottomarini (noi nel nostro studio ne abbiamo mappati almeno una decina)».

Insomma: l’Isola Che Non C’È (Più) a quanto pare esiste davvero; anzi fa parte d’un vero e proprio arcipelago, al largo delle coste di Sciacca. Talvolta, la Storia vera (o la Natura, per chi preferisce) sa essere ancor più fantasiosa della fantasia.  


Per approfondire:

Sabrina Mugnos, Draghi sepolti. Viaggio scientifico e sentimentale tra i vulcani d’Italia (Il Saggiatore, 2020)

4 risposte a "La corsa alla colonizzazione dell’isola che non c’è (più): la curiosa estate siciliana del 1831"

  1. Avatar di sc-comandante

    sc-comandante

    Episodi di prima delle convenzioni sul diritto del mare… (la parte speciale del corso di DIritto Internazionale quando l’ho seguito io era proprio sul diritto del mare)

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      1. Avatar di ac-comandante

        ac-comandante

        Sì, certo, oggi sarebbe riconosciuta come borbonica, proprio come hanno riconosciuto islandese Surtsey.

        (domani e dopodomani non posso collegarmi, hanno incastrato me e “la mia ragazza” con un viaggio in Grecia: la moglie di uno dei miei due soci è mezza greca. Spendiamo solo per la nave ma sinceramente non mi mancava una cosa simile… 😕 spero che chi ci ospita ci porti almeno a visitare qualche resto del passato bizantino e non di quello più antico)

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