Tanto tempo fa, in Francia, sulla strada che da Bain conduceva verso Châteaubriant, c’era un piccolo villaggio che si chiamava La Chapelle. E, in passato, una cappella c’era per davvero, anche se ai tempi in cui comincia questa storia l’edificio era già scomparso da parecchio. Ne restava però una traccia materiale: incastrata in una nicchia lungo la strada c’era una vecchissima statua di legno che una targhetta identificava con sicurezza come SANTA EMERENZIANA.
Santa Emerenziana, da quelle parti, aveva una specializzazione molto precisa: le madri che avevano poco latte andavano a pregarla perché le aiutasse ad allattare – e a quanto raccontano gli storici, erano disposte a sobbarcarsi pellegrinaggi anche assai lunghi pur di chiedere la grazia alla loro protettrice. Come si confà tra signore beneducate, non arrivavano mai a mani vuote: a santa Emerenziana portavano in dono delle piccole cuffiette da neonato, che sistemavano direttamente sulla testa della statua a mo’ di omaggio. Vedi mai che la santa avesse bisogno d’esser mossa a compassione prima di decidere di salvar la vita a quei pargoli affamati.
E così, santa Emerenziana se ne stava lì nella sua nicchia sul ciglio della strada con una quantità crescente di cuffiette e berrettini impilati sulla capoccia, che come immagine devozionale non è esattamente delle più sobrie ma che, lì in zona, era così nota e quotidiana da non destare più sorpresa.
Naturalmente, anche Victor conosceva perfettamente la funzione di queste cuffiette. E mentre la nostra Storia scolora rapidamente in leggenda, a me converrà spiegare che il giovanotto non era esattamente quello che si potrebbe definire un bravo ragazzo. Un giorno, Victor passò davanti alla statua dopo essersi parecchio scaldato la testa col vino, e decise che quella devozione da donne e quel buffo cumulo di berrettini erano una cosa estremamente divertente: cominciò quindi a irridere la santa, facendo battute su di lei, prendendola a bastonate e buttandole a terra tutti i berretti.
Santa Emerenziana ci teneva un sacco, ai suoi berrettini! E reagì con una certa rapidità: Victor non aveva fatto in tempo ad allontanarsi che cominciò a sentirsi il viso bagnato. Si toccò il naso e si accorse che c’era un fiotto di latte che gli colava giù dalle narici; sentì bagnate anche le spalle, e realizzò con orrore che il latte caldo zampillava anche dalle sue orecchie, a getto continuo, imbrattandogli i vestiti.
Assai rapidamente, Victor smise di ridere. Corse a casa, provò a lavarsi, asciugarsi e cambiarsi d’abito, ma dai suoi orifizi continuava a zampillare latte come se non ci fosse un domani. A salvare la situazione arrivò sua madre, che dopo essersi fatta raccontare ciò che era successo gli ordinò di tornare immediatamente dalla santa, inginocchiarsi, chiedere perdono e promettere di non offenderla mai più.
Il giovanotto obbedì senza discutere, tornò alla nicchia, rimise i berrettini al loro posto impilandoli sulla testa della santa e domandò perdono. E santa Emerenziana, che evidentemente non è quel tipo di donna da portar rancore, lo perdonò e gli diede anche un dono da consegnare alla madre di Victor, che evidentemente le sembrava una tipa a posto. Sì, perché la statua di legno si animò per indicare a Victor una grossa forma di formaggio che se ne stava posata sull’erba ai piedi della nicchia: un omaggio gentile da parte di un devoto, spiegò la santa, che lei però non sapeva bene come impiegare. Le statue di legno, del resto, gradiscono molto i berrettini, ma mica hanno modo di mangiarsi la raschera. La santa pregò dunque Victor di portare il formaggio a sua mamma, ma a una condizione! Il formaggio era solo per la madre, non per quel cafone: quindi, Victor doveva promettere che non ne avrebbe mangiato neanche un boccone.
Victor promise, e se ne tornò a casa col formaggio, che fin da subito mostrò d’avere proprietà interessanti. Oltre a essere buonissimo, era anche un formaggio autorigenerante: per quante fette ne venissero tagliate, l’indomani mattina la forma era tornata miracolosamente intera.
Ora: se una santa vi ha appena fatto uscire latte dal naso e dalle orecchie per punirvi di un sacrilegio, vi ha perdonati e vi ha affidato un formaggio miracoloso dicendovi espressamente di non mangiarlo perché non è per voi, la strategia più prudente sarebbe probabilmente quella di obbedire e non mangiarlo. Ma Victor, con ogni evidenza, non brillava per intelletto e una sera pensò bene di mangiarsene un bel fettone. Lo trovò così buono che, dopo una mezz’oretta, pensò bene di prendersene un’altra fetta – ma, nell’aprire le ante della dispensa, ebbe il dispiacere di realizzare che non solo il formaggio non s’era autorigenerato: era sparito proprio. Al suo posto, c’era un grosso gatto nero che lo guardava male.
A quel punto, una persona dotata di un minimo istinto di conservazione avrebbe collegato tra loro il latte dalle orecchie, la santa, il formaggio miracoloso e l’improvvisa comparsa del gatto, traendone la ragionevole conclusione che non fosse il caso di fare mosse avventate. Victor, invece, prese il bastone e picchiò il gatto.
E il gatto si trasformò immediatamente in santa Emerenziana, che gli urlò “mascalzone, mi picchi di nuovo!”. E poi, gli diede un’ultima chance per essere perdonato: gli ordinò di addentrarsi nella foresta di Teillay e aspettare sotto un grande faggio; a un certo punto – gli spiegò – sarebbe passata una caccia dei baroni di Châteaubriant all’inseguimento di una cerva, e l’animale sarebbe arrivato fino a lui. Victor avrebbe dovuto salirle in groppa e lasciarsi portare dalla cerva, che l’avrebbe condotto alla nicchia della santa. Severamente vietato ogni tentativo di cambiarle strada!
Quale interesse avesse santa Emerenziana nel fare questa richiesta, io lo ignoro. Probabilmente, arrivato a questo punto della storia, il narratore cominciava a essere a corto d’idee; io comunque non escluderei del tutto che santa Emerenziana stesse cominciando a irritarsi e volesse togliersi lo sfizio di costringere il giovanotto a sfuggire a una battuta di caccia. Vedi mai.
Fatto sta che Victor partì, raggiunse la foresta, trovò la strada e il grande faggio e si mise ad aspettare. Dopo un po’ sentì in lontananza il rumore della caccia e vide arrivare una cerva sfinita, che si fermò davanti a lui per riprendere fiato. Diligente, Victor le salì in groppa e la cerva ripartì immediatamente, correndo così velocemente che in poco tempo i cani rimasero indietro. E lui, che all’inizio probabilmente era stato soltanto terrorizzato, cominciò invece a divertirsi parecchio.
Anzi, si divertiva così tanto che a un certo punto pensò che sarebbe stato bello prolungare la corsa e magari fare una piccola deviazione, tanto santa Emerenziana non dava mica l’impressione di essere una che si irrita quando trasgredisci ai suoi comandamenti. Cercò quindi di far cambiare strada alla cerva, ma l’animale si rifiutò, lui insistette, la cerva si intestardì… e Victor, che evidentemente aveva una sola strategia per far fronte agli incerti della vita, prese il bastone e la colpì.
Non soprendentemente, la cerva partì in una corsa furiosa, attraversando boschi, siepi e rovi a una velocità tale che Victor riusciva a malapena a restarle aggrappato; davanti a loro comparve infine un precipizio e la cerva si lanciò nel vuoto.
Quando Victor riprese i sensi, si trovava in fondo a una cava profondissima e abbandonata, sul fondo della quale si erano accumulate così tante foglie secche da aver attutito la caduta, salvandogli la vita. Della cerva, prevedibilmente, non c’era traccia.
Victor provò ad arrampicarsi sulle pareti della cava, che erano lisce come il marmo; ma sarebbe stato impensabile riuscire a risalirle per diverse centinaia di metri. Allora gridò finché ebbe voce, ma nessuno parve sentirlo; aspettò inutilmente che qualcuno venisse a cercarlo, ma non gli parve che in paese si stessero scapicollando per indagare sulla scomparsa di quello scavezzacollo. Alla fine, dovette arrendersi all’evidenza che il ragazzo che aveva offeso santa Emerenziana, colpito la sua statua, mangiato il suo formaggio, bastonato il suo gatto e picchiato la sua cerva sarebbe rimasto laggiù per un bel pezzo, prigioniero di quell’angolino di Purgatorio in terra.
E infatti passarono i giorni, poi le settimane e poi gli anni. Victor imparò a sopravvivere come poteva, mangiando castagne e tutto ciò che riusciva a trovare; per fortuna aveva con sé un acciarino e quindi riusciva ad accendere il fuoco per scaldarsi, dettaglio che gli permise non soltanto di resistere a lungo ma anche di contribuire alla nascita dell’ultima parte della leggenda.
Gli abitanti dei dintorni, infatti, cominciarono a vedere del fumo salire da quel profondo crepaccio nella terra; e, dal momento che nessuno sapeva nulla di Victor e il luogo aveva un aspetto poco rassicurante, trovarono una spiegazione che dovette sembrare perfettamente logica ai villani: quella voragine doveva essere uno degli ingressi dell’Inferno e il fumo che ne usciva non poteva che arrivare da laggiù. Da allora, la cavità venne chiamata il Buco dell’Inferno.
Per molti anni si continuò a vedere del fumo salire dalla cava; e poi, un giorno, il fumo non comparve più. A quel punto, bisognava ragionevolmente concludere che Victor fosse morto; e Adolphe Orain, che raccolse questa storia alla fine dell’Ottocento da un oste di Bain, chiuse il racconto dicendo per l’appunto che il povero ragazzo doveva aver reso l’anima a Dio. “A meno che non l’avesse resa al diavolo”, aggiunse.
E, considerato come erano andate le cose, forse è meglio non farsi troppe domande.
Per leggere la versione originale della storia (che qui ho riscritto a parole mie, ma con ben poche licenze poetiche): Adolphe Orain, Contes de l’Ille-et-Vilaine (Maisonneuve, 1901). Questa storia nello specifico è La Vengeance de sainte Émérance.
sircliges
E la madre di Victor? Non ha mai provato a trovare quel figlio idiot… ehm… diversamente astuto?
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Lucia Graziano
Magari ci ha provato senza riuscirci, eh.
Il racconto non dice comunque che ci abbia provato 🫥
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sircliges
Non pare che i concittadini abbiano smosso mari e monti per trovarlo 😐
poraccio però se te le vai a cercare…
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Mercuriade
Mi ricorda una fiaba giapponese che ascoltavo da bambina il cui titolo era “Mai imbrogliare un Tengu”.
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