C’era una volta, tanto tempo fa, una donna chiamata Sant, che lavorava, per così dire, come schiava presso la casa di Crónán, re degli Araid, in Irlanda. Quando Sant aveva scoperto d’aspettare un figlio, aveva pianto lacrime fortissime di disperazione: in primo luogo, perché le schiave non hanno il permesso di diventare madri a meno che così non disponga il loro padrone; in secondo luogo, perché il padre del bambino non aveva esattamente l’aria di essere un granché disposto a prendersi le sue responsabilità. Anzi: quando il padre si accorse che la gravidanza stava progressivamente diventando sempre più difficile da nascondere, pensò bene di darsela a gambe nottetempo, temendo la reazione del padrone. E, considerato quello che accadde di lì a poco, non si può neanche dire che esagerasse nell’aver paura: quando il bambino venne alla luce, Crónán decise che quel figlio di schiava era solo un problema di cui sbarazzarsi. Non voleva spendere soldi per mantenere uno schiavo inabile al lavoro, non voleva correre il rischio che quel bambino crescesse in compagnia dei suoi figli e (gasp!) magari addirittura ne diventasse amico. Chiamò dunque alcuni servi e ordinò loro di portar via il neonato e assassinarlo.
I servi presero il bimbo, si allontanarono… ma, quando arrivò il momento di eseguire l’ordine, non se la sentirono. La Vita del santo scrive che fu lo Spirito Santo a muovere i loro cuori a compassione, io onestamente non sentirei nemmeno il bisogno di scomodarlo troppo per descrivere la scena in cui due schiavi si rifiutano d’assassinare il figlio neonato di una loro pari: a ogni buon conto, gli uomini decisero che avrebbero disobbedito all’ordine del loro padrone. Almeno a metà. Lo deposero sotto una roccia e se ne andarono, affidando implicitamente al freddo e alle bestie selvatiche il compito che loro non avevano il coraggio di portare a termine. E in effetti, sotto a quella roccia viveva una lupa – e qui sì, diventa narrativamente necessario scomodare il Buon Dio per giustificare la piega che stanno per prendere gli eventi.
La lupa tornò alla sua tana, trovò il bambino e si sentì inondare d’amor materno. Su questo punto, la Vita del santo è curiosamente dettagliata: non si limita a raccontare che la bestia lo risparmiò o che, per un prodigio destinato a preannunciare la miracolosità del neonato, gli permise di nutrirsi del proprio latte. No: dice espressamente che lo amò profondamente e lo allevò assieme ai suoi cuccioli quasi mater tenera. Gli esseri umani avevano stabilito che Ailbe non meritasse di crescere assieme ai figli di un re; la lupa, evidentemente più mite di molti peccatori, lo accolse fra i propri senza porsi il minimo problema.
E, per qualche tempo, il bambino crebbe così. Ma ahinoi, questo idillio alla Tarzan era destinato a finire a breve: un giorno, la lupa uscì dalla tana in cerca di cibo e, durante la sua assenza, passò di lì un uomo di nome Lochán. Vide quel bimbo nudo come un verme circondato dai cuccioli di lupo suoi “fratelli” e, comprensibilmente, inorridì: prese in custodia il pargolo e lo portò via con sé, intenzionato a trovargli una buona casa che potesse accoglierlo.
Non l’avesse mai fatto! Quella che segue è una delle pagine più strazianti e curiose dell’agiografia: quando la lupa tornò alla tana e scoprì che uno sconosciuto le aveva rapito il figlio, si mise sulle sue tracce e inseguì Lochán fin quasi dentro alla città, senza nemmeno pensare ai rischi che correva. Gli afferrò il mantello e cominciò a guaire disperatamente, in una scena pietosissima, uggiolando per riavere indietro il suo bambino: a Lochán ci volle molta diplomazia per far comprendere alla lupa che il posto di quel bambino era tra gli esseri umani, e che lei non aveva diritto di accampar pretese su un figlio che non era mai stato davvero suo. Secoli più tardi – cioè ai nostri giorni – gli studiosi d’agiologia avrebbero commentato che, in quel dialogo, Lochán si era rapportato alla lupa così come un essere umano si sarebbe rapportato a una nutrice che, arrivato il momento dello svezzamento, avesse accampato scuse per rimandare il momento inevitabile della separazione tra sé e il bambino che aveva preso a balia: pagina curiosissima davvero, e assai bizzarra. Alla fine, con la coda bassa tra le gambe, la lupa accettò di dire addio al suo bambino, e se ne andò scossa dai singhiozzi tornando dai suoi figli che avevano perso il fratellino.
Accolto prontamente in una famiglia umana che lo crebbe amorevolmente come figlio suo, il bambino fu battezzato Ailbe, fu istruito nelle migliori scuole e col passar degli anni divenne vescovo.
Nel frattempo, da qualche parte, la lupa diventava vecchia (parecchio vecchia, visto che ormai era diventato anziano pure il figlio umano, ma direi che a questo punto è chiaro che sarà meglio operare una sana sospensione dell’incredulità). Ebbene: un bel giorno, il re degli Araid organizzò una gigantesca battuta di caccia per scacciare i lupi dal suo territorio, una volta per tutte. Furono urla, violenza, guaiti grida e concitazione: e una lupa, inseguita dai cavalieri, attraversò disperatamente le vie della città fino a infilarsi oltre le porte aperte della cattedrale gettandosi davanti al vecchio vescovo, chino in preghiera, e ponendogli in grembo il muso ansimante e sporco di lacrime.
Ailbe la accolse con un sorriso pieno di nostalgia, carezzando con affetto il muso della sua vecchia madre. Le promise che nessuno avrebbe fatto del male né a lei né ai suoi cuccioli, suoi fratelli, e mantenne la sua parola. Stabilì che, da quel momento in poi, tutti i lupi del circondario sarebbero stati i benvenuti alla sua mensa, dove avrebbero ricevuto cibo a sazietà: in cambio, avrebbero dovuto promettere di non aggredire più il bestiame dei contadini e di vivere in concordia con gli uomini del luogo.
E così fu, dice la leggenda. I lupi smisero di razziare il bestiame di quell’angolo di Irlanda, e gli Irlandesi smisero a quel punto di perseguitarli. Che, per una storia cominciata con un neonato abbandonato a morire nel bosco, è un finale sorprendentemente lieto.
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La storia di Ailbe sembra una fiaba e, per certi versi, in effetti lo è: il bambino indesiderato lasciato a morire, l’abbandono nel luogo selvatico, la bestia che gli fa da madre, la separazione, il riconoscimento dopo molti anni e la restituzione del bene ricevuto sono elementi che si trovano frequentissimamente nella struttura di una miriade di fiabe. Ma perché qualcuno abbia sentito il bisogno di trasformare in una fiaba la vita di un santo: questa, ovviamente, è una domanda interessante.
Dell’Ailbe storico sappiamo pochissimo. Probabilmente visse fra V e VI secolo e fu legato alla chiesa di Emly; l’Ailbe che conosciamo attraverso l’agiografia è invece il prodotto di una tradizione molto più tarda proveniente dalle O’Donohue Lives, una serie di vite di santi irlandesi composta tra VIII e IX secolo.
Chi mi legge da un po’ sa perfettamente che le vite dei santi, nel Medioevo, non erano necessariamente composte con l’intenzione di essere biografie nel senso in cui useremmo la parola oggi. C’erano anche le agiografie storicamente attendibili, quello sì, ma poi c’erano anche le agiografie come questa, che appartenevano a tutt’altro genere letterario: il loro scopo era quello di romanzare una storia vera per rendere visibile la santità del protagonista attraverso episodi che restassero pedagogicamente impressi. E fra i segnali attraverso i quali l’agiografia del Medioevo amava tratteggiare un protagonista santo c’era anche la sua capacità di alterare il normale comportamento degli animali.
Dominic Alexander, che ha dedicato all’argomento un intero volume, ci tiene però a sottolineare un concetto che sarà bene tenere a mente: l’agiografia del Medioevo irlandese, che è strapiena di storielle come quella che vi ho raccontato, ha generato negli anni recenti un certo tipo di lettura che tende a far venire agli storici l’orticaria. Oltremanica, si registra in questi ultimi anni un crescente interesse generalistica verso il cosiddetto “cristianesimo celtico”, complice una divulgazione (…e talvolta anche proprio una pastorale) che tende a insistere moltissimo sul rapporto privilegiato che i cristiani d’Irlanda avevano avuto con la natura. Si finisce col dipingere i santi celtici come degli ecologisti ante litteram, che sicuramente è un espediente molto buono per accendere su di loro i riflettori.
Bellissimo. Seducente. Attualissimo. Peccato che in gran parte sia una nostra proiezione. Alexander lo mostra partendo da un testo che, letto oggi, si presterebbe meravigliosamente alla tesi per cui i cristiani irlandesi del Medioevo erano tutti tesserati del WWF. Si tratta del componimento A Marbán, a díthrubaig, datato al X secolo: la poesia mette in scena un colloquio fra re Guaire e suo fratello Marbán, che ha rinunciato alla vita di corte per andare a vivere come eremita in un bosco. Guaire gli domanda perché mai si ostini a dormire in una capanna anziché godersi le comodità degne del suo rango; Marbán risponde con una lunga descrizione di tutto ciò che rende meravigliosa la sua nuova vita: la sua capanna è nascosta nel bosco, stretta fra un frassino e un nocciolo e circondata da alberi e cespugli; nelle vicinanze scorrono acque limpide e crescono crescione, bacche, mele, nocciole, more, fragole ed erbe aromatiche. Ci sono salmoni e trote, miele, uova e ghiande; gli uccelli cantano sul tetto, le api ronzano, cervi e cerve si muovono nei dintorni, attorno alla casa riposano maiali domestici, cinghiali, capre, tassi e volpi. Nella sua capanna non gli manca nulla di ciò che gli serve, e tutto quello che possiede gli viene da Dio.
Onestamente: se ci aggiungessimo la fotografia sovraesposta di una tazza di tè poggiata sul davanzale, queste osservazioni potrebbero tranquillamente diventare la caption del profilo Instagram di una tradwife che ha lasciato il suo lavoro d’ufficio per trasferirsi nelle campagne del Donegal e adesso ci tiene a far sapere a tutti quant’è felice. Ed è proprio per questo che l’esempio è così eloquente: oggigiorno, la tendenza è quella a leggere questo poema come testimonianza di un atteggiamento di amore modernissimo verso la natura – e sicuramente questa componente c’è per davvero, innegabilmente. Ma Alexander fa notare, a buon diritto, che fermarsi qui significa togliere al componimento molta della sua profondità culturale: perché sì, quella che circonda la capanna di Marbán è innegabilmente natura bellissima, ma è natura bellissima perché a quel pio religioso è stato dato di vivere in un angolo di mondo che assomiglia molto da vicino al Paradiso terrestre. Il dettaglio che ce lo dice in modo inequivocabile è la convivenza pacifica tra gli animali domestici e i predatori del bosco, che riposano l’uno accanto all’altro in armonia, proprio come accadeva nel giardino dell’Eden. Per un lettore cristiano medievale, l’idea aveva un significato molto preciso: la vera santità può essere in grado di ripristinare miracolosamente quell’ordine perduto, tanto che, attorno all’uomo santo, le belve si fanno mansuete e la natura selvaggia diventa accessibile. Non è che i santi medievali fossero degli ambientalisti ante litteram nel senso moderno del termine: è che erano uomini così vicini a Dio da riuscire a far succedere una cosa che nel mondo normale non accade. Uomini e lupi che smettono di essere nemici: è un miracoloso assaggio di quello che dovette essere, per l’uomo, la vita edenica prima della sua caduta.
Poi, certo, nulla vieta di commuoversi di fronte alla storia di una vecchia lupa che viene salvata da quel bambino che lei, molti anni prima, aveva portato nella sua tana e cresciuto amorevolmente come figlio suo. Chiaramente nell’agiografia c’è anche questo aspetto: ed è un aspetto delizioso, da vera fiaba. Ma anche le fiabe hanno più di un significato, e proprio qui sta la loro bellezza vera.
Per approfondire:
Dominic Alexander, Saints and animals in the Middle Ages (Boydell Press, 2008)… e, molto più modestamente, su questo stesso blog, Il merlo di Kevin e quella strana anomalia dei santi pucciosi dell’Irlanda che amavano così tanto gli animali, che raccoglie altre considerazioni sullo stesso tema