Diffidare dalle imitazioni: le ardesie antifulmine di Nuestra Señora de la Soterraña

Nel 1802, un certo Bernabé Blanco, originario di Pamplona, si mise in viaggio per la città di Santa María la Real de Nieva trascinandosi dietro un cassone pieno di Madonne fatte a pezzi. Per la precisione, quell’insolito trasporto comprendeva tre teste di Madonna e le corrispettive paia di mani, provenienti da tre statue mariane possedute dalle chiese di Uterga, Legarda e Muruzábal. Allo scopo d’ammortizzar le spese, i tre parroci s’erano messi d’accordo per affidare a Bernabé un carico unico, per trasportare il quale il nostro amico s’era anche fatto pagar bene: quattordici duros, una somma che la cronaca da cui ricaviamo la notizia giudicava abbastanza esorbitante da accompagnarla addirittura con un punto esclamativo.

E tuttavia, furono soldi ben spesi. Bernabé arrivò al santuario segoviano, aprì la sua cassa, passò gli arti della Madonna a un solerte domenicano e controllò che il frate li mettesse a contatto con la testa e le mani della statua mariana che si conservava nel santuario di Santa María la Real de Nieva. Poi si riprese la sua mercanzia, la richiuse nello scatolone, tornò in Navarra e consegnò i pezzi ai rispettivi parroci, assieme a un certificato firmato dal superiore del convento domenicano nel quale si attestava che il toccamento tra statue era avvenuto a regola d’arte. A quel punto, le mani e le teste poterono essere riattaccate alle tre statue d’appartenenza, con gran soddisfazione collettiva: da quel momento, le tre effigi mariane avevano imparato a proteggere dai fulmini.

Il che, mi rendo conto, richiede qualche spiegazione.

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Bisogna tornare al 1392 e a un terreno piuttosto insignificante nei pressi di Segovia. Era un pizarral, vale a dire una zona caratterizzata da grossi affioramenti di ardesia; secondo la tradizione, un certo Pedro Amador aveva portato le sue pecore a pascolare lì nei pressi, per quel po’ di erba che trovavano. Come da copione tutte le volte che un pastore entra in scena in un’agiografia: PAM, lampo di luce e apparve la Madonna, che chiese a Pedro di andare, cortesemente, dal vescovo di Segovia per chiedergli di scavare proprio in quel punto lì, per recuperare un’antica immagine mariana che (chissà come, chissà quando e chissà perché) era stata sotterrata sotto quella lastra d’ardesia.

A seguire, come da copione, il solito tira-e-molla tra il veggente inascoltato e il prelato troppo scettico per prestargli ascolto; ma (come da copione) alla fine il vescovo si lasciò convincere, volle visitare personalmente quella zona e, incredibile ma vero, trovò davvero un’immagine mariana sotto alla lastra d’ardesia, proprio come indicato. La battezzò, per così dire, Nuestra Señora de la Soterraña, proprio perché l’aveva trovata sotterrata, sottoterra, e con ammirevole diligenza s’industriò per creare un santuario degno d’ospitare cotanta effigie.

Naturalmente, questa è la leggenda, nella forma in cui venne elaborata dalla tradizione successiva. Le fonti contemporanee, però, concordano sui punti chiave: fanno riferimento alla comparsa di un’immagine mariana nel 1392 e poi seguono la crescita rapidissima della devozione alla Soterraña. Un grosso impulso arrivò senz’altro da Caterina di Lancaster, moglie di Enrico III di Castiglia, che scelse di prendere il santuario sotto la sua protezione: lo sovvenzionò generosamente e dispose che attorno alla chiesa venisse fondato anche un centro abitato, quello che appunto diventò il comune di Santa María la Real de Nieva. Entro il 1399, il santuario era già pronto e fu affidato ai Domenicani; nei decenni immediatamente successivi, fu necessario riaprire il cantiere per ampliare i locali e le strutture ricettive, dato l’altissimo numero di pellegrini che vi giungevano nella speranza di una grazia.

Che, naturalmente, la Soterraña dispensava con amabile regolarità. Nell’arco di pochi anni, l’effigie ritrovata aveva già accumulato un buon numero di miracoli: guarigioni, parti difficili conclusisi felicemente, devoti che venivano salvati da incendi, aggressioni, crolli, incidenti, disgrazie assortite e cataclismi di ogni natura. Nella letteratura devozionale dei secoli successivi, la Soterraña aveva l’aria di essere una benefattrice eclettica che era ben lieta di occuparsi di tutti i catastrofati indistintamente.

Poi, a un certo punto, arrivarono i fulmini.

Quando? Perché? Non ne abbiamo idea. A differenza di quanto accade spesso in casi simili, le cronache del tempo non hanno tenuto traccia di un miracolo eclatante a seguito del quale la gente del luogo possa aver pensato “oh wow, questa Madonna ci sa davvero fare in questo campo”. Persino la tradizione devozionale, che spesso non si fa problemi ad abbondare con la fantasia, se ne esce con la spiegazione un po’ moscia per cui, nell’arco di qualche decade, la gente si rese conto che la città di Santa María la Real de Nieva sembrava godere di una particolare immunità dai fulmini: se a pochi chilometri di distanza venivano giù fortunali con saette, grandinate e allagamenti, le case sorte attorno al santuario della Soterraña riuscivano a evitare queste perturbazioni con una regolarità che parve avere del miracoloso.
Sarà. L’unica cosa che uno storico può dire con certezza è che, all’inizio del Settecento, questa specializzazione era già perfettamente formata: un opuscolo datato 1716 porta un titolo che non lascia molto spazio all’interpretazione – Historia prodigiosa de la admirable aparición y milagros de Nuestra Señora de la Soterraña de Nieva, especialísima defensora de Rayos y Centellas. Nel 1726, il gesuita Juan de Villafañe inseriva la Madonna di Nieva nel Compendio histórico delle più celebri immagini miracolose della Spagna, attribuendole appunto le doti di cui sopra; ma è soprattutto il 1732 l’anno a partire dal quale la devozione alla Soterraña esplode davvero – in senso letterale. In quell’anno, a Pamplona, prese fuoco lo stabilimento che produceva polvere da sparo: l’incidente fece danni gravissimi all’edificio, sicché fu sorprendente rinvenire tra le macerie un’immagine della Soterraña che era riuscita, chissà come, a sopravvivere alla distruzione. Casomai il concetto non fosse stato abbastanza chiaro, la stessa identica fabbrica fu coinvolta da un secondo incendio a meno di dodici mesi di distanza dal precedente: anche in quel caso, l’immagine restò incombusta per la seconda volta. A quel punto, la notizia cominciò a circolare per davvero, e la devozione alla Soterraña fece, aehm, boom.

Ovviamente, una Madonna specializzata in quel tipo di faccende aveva un know-how che la rendeva preziosa anche a chi non maneggiava tutti i giorni la polvere da sparo. La Madonna proteggeva dai fulmini, e i fulmini hanno la tendenza ad accompagnarsi a piogge intense e grandinate: sicché, Nuestra Señora de la Soterraña divenne molto popolare tra i marinai e tra gli agricoltori, due categorie di persone con esigenze diverse ma spesso complementari. Persone che però avevano un problema logistico: la Madonna miracolosa era una sola, e stava a Nieva; i fulmini avevano la brutta abitudine di cadere su tutta la Spagna indistintamente.

Naturalmente, le preghiere non conoscono confini; ma, naturalmente, se la fiducia dei devoti può aggrapparsi a qualcosa di più concreto della pia speranza, l’umore tendenzialmente ne risente in positivo. Cominciarono quindi a circolare delle medagliette della Soterraña, realizzate nel materiale che più di tutti ricordava le origini della devozione: l’ardesia. Nascevano così le pizarras de Nieva.

Foto: Amparo García Paredes; click qui per la descrizione museale

Sono oggettini meravigliosi, tra l’altro molto caratteristici per il materiale con cui venivano realizzati. Il Museo del Traje di Madrid ne conserva una bella collezione: si tratta di piccole placche alte pochi centimetri, spesso a forma di cuore, recanti l’effigie della Madonna con Bambino. Ne venivano prodotti di vari tipi, per far contente tutte le tasche, e in effetti le collezioni museali confermano questo dato: in molti casi, l’ardesia era montata su latta, ma c’erano anche pizarras gioiello montate su argento e provviste di vetro. Alcune hanno sul retro la croce domenicana, a firma dell’Ordine che custodiva la statua; altre, per lo stesso motivo, riportano lo stemma dell’Inquisizione, con croce, spada e ramo d’ulivo. Molte erano, dichiaratamente, delle medagliette create per essere portate indosso; altre, più grosse, erano presumibilmente destinate a essere appese in casa o sul luogo di lavoro.

Foto: David Serrano Pascual; click qui per la descrizione museale

Erano oggettini molto amati, in Spagna: così amati che attorno alle pizarras nacque un business non da poco. A un certo punto, arrivarono persino le pizarras taroccate.

In teoria, nel 1733, a fronte della crescente richiesta di materiale devozionale, il re di Spagna aveva concesso al convento domenicano di Santa María la Real de Nieva il privilegio d’essere l’unico ente a poter fondere e vendere le immagini della Soterraña (eventualmente avvalendosi della collaborazione di mercanti di fiducia per quanto riguarda la manifattura). All’atto pratico, questa Madonna era così popolare che gli ambulanti ti vendevano pizarras false agli angoli della strada, con ovvio scorno dei domenicani: un po’ per ragioni economiche (non nascondiamoci dietro un dito) e un po’ per ragioni più propriamente pastorali. Alla fine, queste pizarras tarocche erano state prodotte in un clima di illegalità manifesta, che probabilmente non è proprio ciò che ricerca un devoto disposto a spender soldi per un’immaginetta mariana.

Ma c’è di più: i domenicani, dal canto loro, insistevano su un dettaglio vitale che rendeva le pizarras “di origine controllata e protetta” intrinsecamente diverse da qualsiasi altro tarocco: prima di essere messe in vendita, venivano portate davanti alla vera effigie della Soterraña e messe a contatto con la sua mano destra. Solo quel contatto avrebbe trasmesso loro quella particolare virtud che le rendeva miracolose.

Naturalmente, il meccanismo non era nato dal nulla: il cattolicesimo conosce da tempi antichissimi le cosiddette reliquie ex contactu (o “di terza classe”): oggetti che non appartenevano necessariamente al santo, cioè che il santo non aveva mai toccato in vita… ma che aveva toccato in morte, nel momento in cui erano stati messi a contatto col suo corpo o la sua tomba. Grazie a quel contatto, anche quegli oggetti potevano essere considerati reliquie a loro volta – in senso lato.

Nel caso della Soterraña, il principio era sostanzialmente identico: c’era un’effigie miracolosa, e poi c’erano delle mini-effigi che diventavano miracolose anch’esse se messe a contatto con la statua di partenza. E questo requisito veniva preso molto sul serio, tanto che per le immagini di particolare pregio i domenicani rilasciavano perfino delle autentiche che certificavano l’avvenuto tocamiento con la vera effigie: solo attraverso quel tocco, si diceva, la copia avrebbe acquisito per “contagio” le proprietà miracolose.

Ed eccoci tornati finalmente a Bernabé Blanco, che nel 1802 attraversava mezza Spagna portandosi appresso pezzi di statue mariane da porre a contatto con la Soterraña. Oggigiorno probabilmente molti storcerebbero il naso di fronte all’idea di questa miracolosità da contatto, che agli occhi della sensibilità media del cattolico del Duemila sembra probabilmente una minuzia fin troppo materiale, nel contesto di una religiosità popolare che sempre più spesso si focalizza su ciò che è trascendente e spirituale. E va beh. A ognuno il suo: mi sembra chiaro che qui non stiamo a far le pulci ai domenicani spagnoli del Settecento… che, peraltro, dopo qualche tempo se ne andarono pure, dalla chiesa di Santa María la Real de Nieva. O meglio, furono costretti ad andarsene: nel 1835, il convento fu soppresso nell’ambito dei decreti di esclaustrazione e la cura del santuario passò al clero diocesano.

La devozione resistette senza problemi all’avvicendamento: i registri parrocchiali ottocenteschi continuano a dar conto di uno smercio di pizarras dalla mole considerevole, cui peraltro a un certo punto cominciò ad affiancarsi la vendita di fotografie (o addirittura di costose stampe su seta, evidentemente destinate a clienti con un debole per il lusso).

E poi, l’8 giugno 1900, il santuario andò a fuoco. E stavolta la Madonna miracolosa sembrò non troppo incline a proteggere se stessa dalla furia delle fiamme: l’altar maggiore fu devastato e l’immagine sacra fu gravemente danneggiata – praticamente ridotta a brandelli. Non andò completamente perduta: nel realizzare una copia della statua trecentesca, lo scultore Aniceto Marinas ebbe cura di conservare al suo interno ciò che restava dell’immagine primitiva… il che, ovviamente, pone un problema metafisico che lascio volentieri ai miei quattro lettori. Per una devozione che si basava tutta sul contatto tra pizarras e vera effigie, questo escamotage sarà stato sufficiente?

Le medaglie della Soterraña, comunque, esistono ancora, anche se oggi sono fatte in comune metallo e sembrano aver perso tutta quella materialità a base di ardesia e tocchi che le aveva caratterizzate in passato. Del resto, i tempi sono cambiati, e così pure la sensibilità religiosa. O tempora, o mores, è proprio il caso di dire in questi casi.


Per approfondire:

  • Diana Lucía Gómez-Chacón, El Monasterio de Santa María la Real de Nieva. Reinas y Predicadores en tiempos de reforma (1392-1445), Segovia, 2016
  • Ricardo Fernández Gracia, Los trabajos y los días en el arte navarro. Protectora contra rayos y centellas: la Virgen de Soterraña, in: Diario de Navarra (18 maggio 2018)
  • Jesusa Vega González, Irracionalidad popular en el arte figurativo español del siglo XVIII, in Anales de Literatura Española, (10/1994)
  • Josemi Lorenzo Arribas, La iglesia de Santa María la Real de Nieva (Segovia). Epigrafía en la portada norte; Lucas el estucador; exvotos pintados; un Niño montañesino, y un lienzo devocional de la Virgen de la Soterraña, in: Biblioteca: estudio e investigación (31/2016)

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