Cose cristiane · Lifestyle cristiano · Pillole di Storia

Cos’è davvero il “bacio colombino” (e perché Agostino ritiene moralmente lecito baciare in bocca amici, conoscenti e preti)

Da quando il mio blog ha cominciato a occuparsi di castità prematrimoniale, ogni tanto mi capita di ricevere e-mail sul tenore di “vorrei fare col mio ragazzo la cosa X (o XXX). Secondo te, va bene?”-
Ora (siete liberi di non credermi la ma è la sorprendente verità): una delle domande che più frequentemente mi viene posta è: “è davvero così peccaminoso scambiarsi il bacio colombino prima del matrimonio?”.

Ehm…?

La mia prima (e seconda, e terza…) reazione è stata, comprensibilmente, sulle linee di “ma che cavolo sarebbe un bacio colombino??”. Pensavo di essere vittima di un trollaggio di massa, quando ho provato a digitare “bacio colombino” su Google, e mi si è aperto tutto un mondo.
A quanto pare, in un certo linguaggio chiesastico, il “bacio colombino” sarebbe il termine utilizzato per indicare una pratica talmente abominevole da non potersi descrivere più esplicitamente, ovverosia (aehm) il bacio sulle labbra (e/o “alla francese” – con la lingua, per capirci).
E, a quanto pare, esistono alcuni siti (anche di area cattolica, anche scritti da Italiani) in cui la pratica del bacio colombino è fermamente condannata prima del matrimonio. A detta dei webmaster, un gesto così intimo e profondo scatenerebbe inevitabilmente impulsi così forti e insopprimibili che:

a) di lì a cinque minuti ti ritrovi automaticamente a rotolarti nelle lenzuola;
b) se anche riesci ad autocontrollarti, il gesto è comunque così sensuale da doversi evitare punto e basta.

Ora, io trovo anche leggermente imbarazzante essere nella situazione di dover dire a dei liceali se il bacio sulle labbra sia da evitarsi oppure o no. A naso, io direi che se ‘sto benedetto bacio colombino vi causa davvero tutti gli sconquassi di cui sopra, allora, boh, forse ci starei attenta, per una questione più che altro precauzionale. Però a quel punto cercherei anzitutto di fare un lavoro serio su di me e sul mio autocontrollo, perché secondo me l’optimum a cui mirare è raggiungere un grado di purezza di cuore per cui un bacio sulle labbra del proprio fidanzato è una dolce manifestazione d’affetto, e non un costante precipizio verso baratro della lussuria.

Just my two cents, eh.
Ma giustamente, a domanda rispondo.

Ora, accantonata la questione “si fa, non si fa?”, vorrei dedicarmi al vero punto d’interesse della questione, cioè il quesito su cui mi arrovello ormai diversi anni anni: ma che cavolo è il bacio colombino???

Acclarato che con “bacio colombino” intendiamo il bacio sulle labbra, chi diavolo è che si è inventato questo termine, e soprattutto cosa si era fumato prima di farlo?
Vuoi pudicamente alludere al fatto che parliamo di bacio sulle labbra? Parlami di “bacio degli amanti”, “bacio romantico”, “bacio dei volti”; sarei persino disposta a tollerare un “bacio del serpente”, che almeno ha la linguetta lunga. Ma “bacio delle colombe”… boh?

A suo tempo, ho provato a fare qualche ricerca su Google: sono riuscita a risalire indietro fino a manuali di morale sessuale di inizio ‘800, in cui la pratica deplorevole del “columbine kiss” era per l’appunto condannata come foriera di sventure. Prima di quella data, niente (o niente di indicizzato su Google).
E io rimanevo lì ad arrovellarmi: ma ‘sto bacio colombino, chi se lo è inventato e soprattutto perché?
E poi, qualche tempo fa, la Rivelazione.
Nella sala di lettura di un convento, mi è capitato sotto gli occhi un vecchio numero (4/2014) della Rivista Liturgica, interamente dedicato a Il bacio rituale. Tra culto, cultura e tradizioni.
Immaginate la mia emozione, quando – preso in mano il volumetto per darci un’occhiata curiosa – ho scoperto l’esistenza di un intero capitolo dedicato al bacio colombino nella teologia (principalmente agostiniana)!
E… surpise: è qualcosa di completamente diverso da quanto mi aspettavo.

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Illustrazione di Puuung (se non la conoscete, cercatela sui social: i suoi lavori sono deliziosi!)

Insomma, ripartiamo da capo: cosa diamine è il bacio colombino??
Sorpresona: ne parlava la liturgia di domenica scorsa, laddove San Paolo (in 2 Cor 13, 11-13) esortava i fedeli:

Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.

Le colombe non sono menzionate, ma fidatevi: come vedremo, stiamo parlando della stessa cosa. E il fatto che San Paolo (non esattamente un lassista in fatto di morale sessuale) esortasse i fedeli a scambiarsi il bacio colombino, perdipiù definendolo “santo”, dovrebbe lasciarci intendere che c’è decisamente qualcosa che non torna.

E dunque procediamo con ordine: che è ‘sto bacio santo, che San Paolo esorta a darsi a vicenda?

Orbene: numerose fonti testimoniano come, nelle prime comunità cristiane, fosse prassi comune salutare i correligionari con un bacio sulle labbra. Si trattava di un gesto evidentemente privo di connotazioni erotiche: il bacio era visto come segno di comunione tra tutti i fratelli in Cristo, uniti da un legame così grande e totalizzante da portare a questo estremo gesto di affetto e di uguaglianza. “Uguaglianza”, dico bene: a differenza del bacio sulla fronte, sulle mani, o sui piedi, il bacio sulle labbra pone le due parti in una posizione di assoluta parità. “Non c’è più giudeo né greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).

I primi cristiani erano forse pazzi furiosi, per inventarsi un tale segno di saluto?
No: Erodoto, ad esempio, testimonia che già i Persiani si baciavano sulla bocca con lo scopo di sottolineare suppergiù lo stesso messaggio. E, del resto, esistono ancor oggi numerose culture in cui un bacio sulle labbra è un normale segno di saluto (pensate anche solo alla Russia, per non cercare paragoni più esotici).

Un altro potente significato del bacio sulle labbra nasce in ambito monastico: in questo caso, il bacio è segno di piena accoglienza dell’altro.
Siccome, non so voi, ma io non sarei molto entusiasta all’idea di baciare in bocca un tizio che mi sta antipatico, ecco che l’accogliere il pellegrino con un leggero bacio sulle labbra indica simbolicamente accettarne (con gioia!) la presenza all’interno del proprio convento. (Da sempre, la tradizione monastica insiste affinché il forestiero sia visto come immagine di Cristo che bussa alla nostra porta). La Regula Benedicti, ad esempio, parla esplicitamente del bacio sulle labbra da impartire a chi giunge in monastero (suggerendo al religioso di pregare per qualche istante prima di abbandonarsi a questi convenevoli: “Pacis osculum non prius offeratur nisi oratione praemissa, propter inlusiones diabolicas”).

Bacio della pace
Il momento del “bacio della pace” in una Messa in forma straordinaria

A un certo punto, il bacio tra correligionari assume un valore tale da trasformarsi in gesto liturgico ed essere inserito nelle celebrazioni eucaristiche. Laddove noi ci scambiamo una pudica stretta di mano obbedendo al prete che ci dice “scambiatevi un segno di pace”, i primi cristiani si davano un letterale bacio in bocca: fedeli tra fedeli, clero tra clero (!). Coloro che frequentano la liturgia in forma straordinaria possono ancora godere un’eco di questa antica tradizione nel bizzarro “balletto” che, nelle Messe solenni, i sacerdoti iniziano al momento Pax vobiscum, accennandosi a vicenda un fraterno abbraccio e un bacio sulla guancia (…ché sulla bocca era un po’ troppo equivoco, e a un certo punto i liturgisti hanno avuto il buon senso di correre ai ripari).

Sì, il “bacio della pace” è esistito nella nostra liturgia quantomeno fino alla riforma post-conciliare. E su questo bel gesto si potrebbero scrivere pagine e pagine, sennonché a me adesso interessa tornare al bacio sulla bocca come segno di saluto… anche perché è proprio di quest’ultimo che parla Agostino, coniando il termine di “bacio delle colombe”.

***

Ahò: ‘sta cosa di baciarsi in bocca in segno di uguaglianza e accettazione, se ci pensate, è una roba potente e forte.
Così tanto forte che a me farebbe schifo, ma il messaggio di fondo è decisamente molto potente: io ti bacio sulle labbra, io accetto di avere con te un contatto così profondamente intimo – e lo faccio perché ti amo di caritas cristiana, e perché riconosco in te un mio prezioso fratello in Cristo.

Se lo fai seriamente, e credendo davvero a tutto questo, il “bacio santo” delle prime comunità cristiane è di una potenza dirompente.
Se lo fai solo per convenzione, o trattenendo a malapena il disgusto, o peggio ancora animato da desiderio di lussuria… beh

Agostino ci teneva molto che i suoi fedeli comprendessero il significato profondo del bacio santo. Già nell’omelia 277, tenuta ai neofiti che erano appena stati battezzati, osservava:

quel che esprimono le tue labbra dev’essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore.

Ma il testo in cui il vescovo riflette più lungamente sull’uso del bacio santo è senz’altro l’Omelia 6.

In questo caso, Agostino si sta indaffarando per spiegare ai fedeli come mai lo Spirito Santo venga tradizionalmente rappresentato sottoforma di colomba.
L’addentellato principale è il testo di Rm 8,26:

poiché noi non sappiamo cosa chiedere nella preghiera, né come bisogna chiederlo, lo stesso Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili.

Questa visione dello Spirito, che con “gemiti inesprimibili”, ci viene in aiuto nel momento del bisogno, è oggettivamente molto dolce.
Agostino esorta dunque i fedeli a immaginare lo Spirito come una colomba, che dolcemente geme (cioè tuba) per intercedere in nostro favore. E poiché la colomba notoriamente tuba quando è in amore, ecco allora come l’immagine dello Spirito in veste di colomba innamorata e amante sia particolarmente calzante. In fin dei conti, lo Spirito non è forse l’amore di Dio, che geme d’amore amandoci, e nei nostri cuore infonde un gemito d’amore?
Fuor di metafora: non è forse vero che l’amore che lo Spirito Santo infonde nei nostri cuori ci eleva sempre più dai nostri desideri e bisogni terreni, proiettandoci verso quelli eterni?
E dunque – scrive sant’Agostino –

non è cosa da poco che lo Spirito Santo ci insegni a gemere: è così che ci fa sentire pellegrini quaggiù e ci insegna a sospirare verso la patria; e questo desiderio ci fa gemere. […] Chi sa di essere esule dal Signore (2 Cor 5, 6), e di non possedere ancora quella perpetua beatitudine che ci è stata promessa, ma di possederla solo nella speranza […]: colui che sa tutto questo, geme. E il suo gemito è buono: è lo Spirito che gli ha insegnato a gemere, è dalla colomba che ha imparato a gemere.

Anzi: ci sarebbe da preoccuparsi, se non albergasse nei nostri cuori questo gemito di santa nostalgia:

Chi si trova bene in questo mondo (o piuttosto crede di starvi bene), chi si diletta nei piaceri della carne, nell’abbondanza dei beni temporali e in una felicità illusoria, costui ha la voce del corvo; e il corvo gracchia, non geme.
Chi sono i corvi? Quelli che cercano i propri interessi.
Chi sono le colombe? Quelli che cercano gli interessi di Cristo.

Ed è a questo punto che Agostino introduce il concetto di “bacio della colomba”, cioè il bacio casto e affettuoso che si scambiano i cristiani spinti dall’amore reciproco.

Il rapporto tra i fedeli dev’essere sempre improntato al santo amore di due colombe che si “baciano” tubando. Se manca questo sentimento di affetto puro e di unione, allora il bacio che i cristiani si scambiano per saluto non è più un vero bacio: è una grottesca parodia del bacio. È bugia, è falsità ipocrita, tanto più grave poiché coinvolge un’area e una gestualità così intime.
Non è più il bacio casto e dolce tra due colombe in amore,

Bacio colombino

ma è semmai il morso violento di un corvo, che dilania le carni a cui è riuscito ad avvicinarsi con l’inganno.

Corvo cibo

Esiste anche il bacio dei corvi, ma la loro pace è falsa, mentre quella della colomba è vera.
Non chiunque dice “la pace sia con voi” è da ascoltare come colomba.

Non dimentichiamo che siamo negli anni delle grandi eresie, divisione per eccellenza all’interno della Chiesa – divisione tanto più insidiosa quanto più l’eresia riesce a “mascherarsi bene”, ponendosi come riforma santa e illuminata.

E allora,

Come si distingue il bacio del corvo dal bacio della colomba?
Il corvo, quando bacia dilania. E dove dilania, il bacio non può essere simbolo di vera pace: la vera pace è solo quella che posseggono coloro che non dilaniano la Chiesa.

Inoltre, 

I corvi si pascono di cadaveri, cosa che non fa la colomba: essa vive dei frutti della terra, […] non si nutre uccidendo. Quelli che dilaniano la Chiesa si pascono di morti.

Dio è potente: preghiamo affinché ritornino alla vita quelli che sono divorati da costoro e non se ne rendono conto. Molti se ne rendono conto, perciò tornano alla vita; e ogni giorno abbiamo di che rallegrarci nel nome di Cristo per il loro ritorno.

***

‘nsomma, credo proprio di aver ricostruito l’etimo di questo pericolosissimo “bacio colombino”, che, alla prova dei fatti, non c’entra niente con il bacio sulla bocca (o meglio: è un bacio sulla bocca, ma decisamente privo di ogni connotazione sessuale).
Con ogni probabilità voi non vi siete mai arrovellati sulla questione, né tantomeno sull’etimologia del termine, ma, ripeto: provate a digitare “bacio colombino” in un motore di ricerca, e preparatevi a fare tanto d’occhi per tutto quello che ne verrà fuori.

A conti fatti, e conoscendo ora il significato primigenio di “oscula columbarum” nel testo agostiniano: il bacio colombino è peccaminoso?
Ma proprio per niente: è “santo” per definizione, e, metaforicamente, dovremmo sforzarci di scambiarlo con chicchessia – col fidanzato, con la mamma, col prete, col capufficio, con collega antipaticissimo, con lo sconosciuto che si siede vicino a noi a Messa…

Anzi: se interpellata ancora sulla vexata quaestio “ma il bacio colombino è peccato, fuori dal matrimonio?”, io penso che risponderò: ma certo che no! Anzi, è segno di santità!
A patto che sia un vero bacio colombino… Ché le sozzerie son capaci a farle anche le peggiori bestie.

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La castità? Una vacanza!

Per chi in questi giorni mi ha chiesto “ci vediamo in piazza?” (e per chi, molto carinamente, ricevuto il mio diniego ha pure provato a farmi sentire in colpa): no, non c’ero. In nessuna delle piazze che si sono riempite in questo week-end.
In una ennesima conferma del fatto che le mie tecniche divinatorie a mezzo uovo ci prendono sul serio, fra poche ore mi sottoporrò a un piccolo intervento chirurgico. Quindi, aehm: non era il caso.
(E quindi – a margine – se, da questo momento in poi, scompaio per un po’ di tempo, sapete anche le ragioni).

Orbene: non ero in piazza nemmeno quando Papa Francesco è venuto a visitare la mia città. E devo dire che, col senno di poi, m’è pure spiaciuto, non esserci stata: per una volta che un prete (e che prete!) ha il fegato di invitare esplicitamente i giovani a sperimentare la castità, io non ci sono. Mi pare giusto.

…effettivamente ci va un fegato mica da poco, per pronunciare, oggi, queste parole.
C’è il rischio che i ragazzi ti ridano dietro, ti prendano per cretino.
Eppure… è davvero poi così fuori moda, (così fuori dal mondo), la scelta di amare in castità?

Sorprendentemente, no.

Lasciamo perdere la castità prematrimoniale osservata dai credenti: fin lì, si potrebbe dire che il credente di turno lo fa solo per ottemperare a un dovere. La cosa più sorprendente, secondo me, è scoprire che uno stile di vita casto sta lentamente tornando di moda anche fra chi credente non è. Anche fra chi non si riconosce nel catechismo di questa o quell’altra Chiesa, ma sceglie di vivere in castità… perché ritiene che quella sia la cosa migliore per la sua vita.

Non ve lo aspettavate, vero?
Non me lo aspettavo neanch’io, ma apparentemente è proprio così: a garantirlo è quella Elizabeth Abbot autrice dell’ottimo libro Storia della castità, già citato in varie occasioni su queste pagine.

Apparentemente, questa riscoperta “aconfessionale” della castità nasce in America all’inizio degli anni ’80.
La data è cruciale: nel 1981 vengono registrati, a Los Angeles, i primi casi di AIDS, e comincia a serpeggiare il panico; inoltre, diciamo pure che, negli anni ’70, ci si era spinti un po’ troppo in là, co’ ‘sta storia della rivoluzione sessuale. In certi ambienti giovanili, sembrava quasi che fare sesso fosse un diktat assoluto: e pazienza se non hai una storia d’amore seria; e pazienza se non hai un partner da desiderare. Mal che vada, vai in discoteca e raccatti la prima persona alticcia che ti si para davanti: ma casti per troppo tempo, no, non ci si può stare. Non è ammissibile, non è sano!

Embeh: questo stile di vita, prevedibilmente, non è molto sostenibile nel lungo periodo. E così, verso l’inizio degli anni ’80, comincia a maturare una graduale riscoperta dei valori della castità. Una riscoperta che parte proprio da quelle persone che, per una decina d’anni, s’erano dati alla pazza gioia, producendosi in amplessi multipli in tutti i luoghi e in tutti i laghi… e poi, arrivate all’età adulta, avevano l’impressione di ritrovarsi in pugno un mucchio di mosche.

Elizabeth Abbott descrive alcune delle ragioni che hanno spinto a questo ripensamento.
Le donne dichiaravano di essersi anche un po’ stufate di dover fingere orgasmi ad ogni singolo rapporto, in conseguenza del “diktat rivoluzionario” per cui la donna deve assolutamente raggiungere l’apice del piacere in ogni singola occasione, altrimenti è una frigida repressa con complessi mai risolti.
Gli uomini soffrivano di una costante ansia da prestazione, instillata da partner sempre più esigenti, sempre più preparate, sempre più disinvolte nel lasciar capire di non essere appagate.
Globalmente, il sesso era diventato qualcosa di molto esigente, manco stessimo parlando di una disciplina sportiva praticata a livello agonistico. Le donne devono essere sempre curate, perfettamente depilate, senza un filo di cellulite, con biancheria intima coordinata, con seno abbondante ma pancia piatta, per sfoggiare un corpo profumato e tonico. I maschi devono potersi vantare di dimensioni ragguardevoli (sennò la nuova compagna fa paragoni con il suo ex!); devono essere sodi e muscolosi, “durare” a lungo, portare la donna all’acme del piacere, essere virili e machi ma anche comprensivi e dolci, sennò “non mi capisci!”.
E la miseria!
Doversi sottoporre a questo costante scrutinio tutte le volte che hai rapporti sessuali (soprattutto se ti è sempre stato insegnato che è bene avere rapporti sessuali frequenti, anche con gente con cui non hai mai raggiunto una vera intimità psicologica), un po’ d’ansia la mette, eh.

“Bel risultato ha prodotto, la rivoluzione sessuale!”, cominciano a mugugnare questi libertini pentiti. E quindi, un buon numero di persone giunge alla seguente conclusione: se il sesso è ‘sta roba qui, a me non piace. Tanto vale non farlo proprio.
O torniamo al significato “antico” del sesso, cioè una vera unione di anima e corpo tra due persone che sono già legate da amore, tenerezza e rispetto reciproco, o è meglio stare senza. Almeno, ti risparmi un sacco di frustrazioni (…e di rischi, oltretutto!).

La capostipite di questo stile di vita è Gabrielle Brown, autrice del saggio Elogio della castità. Come mai uomini e donne stanno riscoprendo il piacere dell’astinenza sessuale, pubblicato per la prima volta nel 1980 (e poi nel 1989, in una seconda versione ampliata e corretta, visto il sorprendente successo di pubblico).
La Brown attacca duramente l’idea per cui il sesso è l’unico vero modo fornitoci da Madre Natura per esprimere pienamente un rapporto d’amore. Se si prende per buono questo punto di partenza, si finisce col postulare che, quando una persona (o una coppia) decide di non avere rapporti sessuali, allora c’è qualcosa di grave che non va nella sua psicologia (o nel suo rapporto di coppia).

Mannò, dice la Brown! Non è mica vero che i rapporti sessuali sono l’unico modo per esprimere il proprio amore!Anche restando a un livello molto “fisico”, è ad esempio un dato di fatto – dice la Brown – che molte donne, dovendo scegliere fra una intimità fatta di coccole e un rapporto sessuale da record ma fine a se stesso, sceglierebbero la prima opzione. I loro compagni maschi sarebbero probabilmente più portati a scegliere la seconda… ma, se costretti a vivere castamente, potrebbero persino stupirsi nello scoprire i benefici di questa scelta. Comincerebbero probabilmente a “lasciarsi andare” senza il timore di dover stupire la partner con questa o quella performance; capirebbero che “virilità” e “machismo sotto le lenzuola” non sono necessariamente sinonimi, e che si può essere un vero uomo anche senza essere Rocco Siffredi.

Il libro della Brown si concludeva con un consiglio provocatorio: trattate la castità alla stregua di una vacanza.
Una vacanza non dura in eterno, a meno che non sia tu a volerlo. E, del resto, durante le vacanze, ci si sente più rilassati, più lontani dagli assilli della vita quotidiana, più aperti a fare nuove esperienze diverse rispetto al tran-tran di ogni giorno. Durante una vacanza, ci si sente più liberi di essere se stessi, meno pressati dalle aspettative che le persone (e la società in generale) hanno su di noi.

Ecco: considerate la castità alla stregua di una vacanza, dice la Brown. Provateci per un po’, da soli o addirittura in coppia: prendete una vacanza, lanciatevi in questa nuova esperienza, e provate a vedere se fa per voi.
Se non fa per voi, fate sempre in tempo a tornare indietro. Ma se, invece, doveste scoprire inaspettatamente che questa “vacanza” vi ha cambiato la vita?
La vita di coppia?

Gabrielle Brown era una strana tipa, per carità. Sperando che la signora non debba mai leggere questo mio commento, io la definirei una specie di fricchettona new-age con la singolare fissa della castità. Molti potrebbero trovare opinabili molte delle sue opinioni (di cui, volendo, potete leggere un riassunto qui).
Però, sta di fatto che, all’epoca, il suo libro fece sensazione e fornì una nuova legittimazione (assolutamente aconfessionale) a quel vecchio concetto di “castità”, che, fino a quel momento, sembrava essere riservato solo a pochi parrocchiani repressi.

E invece, con le tesi di Gabrielle Brown, la castità diventava appannaggio di tutti. Si presentava ormai come una scelta matura, densa, piena di significato, e totalmente libera. Un mezzo per arricchire la propria vita, più che una rinuncia fine a se stessa (o fine al compiacimento di una divinità bigotta e crudele).
“Prendetela come una vacanza: lanciatevi in quest’avventura apparentemente folle, e poi vedete se vi piace”, proponeva, “laicamente”, la signora Brown. E, per quanto l’idea possa stupirci, la sua tesi fece realmente scalpore: ci sono fior fiore di sondaggi che dimostrano come molti Americani abbiano effettivamente deciso di dare ascolto (in tutto o in parte) a questa proposta di vita.

Provare la castità con lo stesso entusiasmo in cui si sperimentano nuove cose, durante una vacanza.  È una tesi molto semplicistica (soprattutto per chi, come noi, è abituato a parlare di castità prematrimoniale usando ben altre affermazioni), ma.. oh: perché non provare?
In fin dei conti, l’estate si avvicina: quale momento migliore per prendere in considerazione… questa vacanza?

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Darwin comanda: “uomo, sii casto!”. La Società della Purezza di lady Ellice Hopkins

Qualche tempo fa, parlavo al mio fidanzato dell’ultima, strabiliante trovata dei chastity speaker americani: l’orsacchiotto di peluche da portarsi a letto, nell’attesa di potersi finalmente portare a letto il coniuge.
Il mio fidanzato (evidentemente, niente affatto turbato all’idea che io possa ritenere un orso di peluche un valido sostituto alla sua persona) sottolineava piuttosto un aspetto non da poco: “ok, questa è l’ennesima iniziativa di cui parli, che palesemente è destinata alle ragazze. Ma di iniziative analoghe pensate appositamente per i maschi, ce ne sono?”.

…bella domanda.
La mia percezione, evidentemente, è falsata dal fatto che sono una donna, e quindi conosco in special maniera le iniziative proposte a un pubblico femminile. Però, in effetti, non mi risulta che, oggigiorno, ci sia grande abbondanza di iniziative pro-castità per soli uomini.
Che però sarebbero decisamente opportune – anche perché, su questa tematica, è ovvio che i due sessi abbiano sensibilità realmente molto diverse!

Se voi conoscete iniziative di questo tipo, “per soli uomini”, fatemelo sapere ché son curiosa. Nel frattempo, io vi racconto qualcosa circa l’unico programma di questo genere di cui io abbia mai letto: dobbiamo tornare indietro fino al 1883, e fare conoscenza con una bizzarra femminista dell’Inghilterra vittoriana.

***

Presente, l’Inghilterra vittoriana? Quella dove la gente era così sessuofoba che si traumatizzava a vedere le gambe del tavolo e bla bla bla?
Beh: che molti individui dell’età vittoriana avessero qualche lieve problema nel rapportarsi con la sessualità, è cosa acclarata. Per contro, però, c’era anche un sacco di gente che questi problemi non se li poneva affatto.
…e, così facendo, creava problemi agli altri: nell’Inghilterra vittoriana, il racket della prostituzione (molto spesso, minorile) aveva assunto dimensioni realmente molto inquietanti. E, ovviamente, lasciava dietro di sé una scia interminabile di tragedie – fra cui, la diffusione delle malattie veneree. Ché a noi, adesso, la cosa può anche far ridere; ma, nell’800, certe malattie potevano anche far morire.

Per avere un’idea precisa della gravità della situazione, pensate che, nel 1864, un rapporto degli ufficiali medici del regno di Sua Maestà segnalava con orrore come il 30% dei soldati britannici fosse affetto da gonorrea e/o sifilide.
Punto primo: il 30% è una percentuale altissima, si stava rasentando l’epidemia.
Punto secondo: a livello d’immagine, a ‘sto punto ci si giocava il buon nome dell’esercito.
Punto terzo: al di là di tutto, una situazione simile era preoccupante per davvero. Anche perché questi galantuomini frequentatori di bordelli, dopo aver contratto la malattia, la trasmettevano a tutte le donne con cui andavano (che, presumibilmente, non eran poche), e oltretutto, poi tornavano a casa, e contagiavano pure la loro sposa.
E continuo a ricordarvi che di sifilide si muore, in assenza di un’adeguata terapia…

ellice hopkinsDi fronte a questo dato, oggettivamente molto inquietante, il governo britannico reagisce all’impazzata emanando una serie di norme volte a contrastare la prostituzione. La Chiesa anglicana si aggrega all’iniziativa, e si pone a capo di una serie di lodevoli programmi assistenziali che mirano a togliere le donne dalla strada e a dare loro una seconda chance.
Sforzi condivisibili, ci mancherebbe; ma, in mezzo a tutta questa frenesia anti-prostituzione, comincia a farsi sentire la voce di una bizzarra lady dell’aristocrazia inglese. Stiamo parlando della signorina Jane Ellice Hopkins, bizzarro personaggio che potrei descrivere così: anglicana fervente; darwiniana convinta; zitella incallita; femminista infuocata.

Soffermiamoci per ora sul concetto di “femminista infuocata”, e forse capiremo meglio le critiche che la Hopkins muoveva a queste politiche anti-prostituzione.
Politiche lodevolissime ma insufficienti, sostieneva la signorina – nel senso che tu puoi contrastare la prostituzione finché vuoi, ma non riuscirai mai a sconfiggerla del tutto.
L’unico modo per annientarla, è usare un un approccio del tutto opposto. Tipo: il modo migliore per combattere la prostituzione sarebbe convincere gli uomini a non andare a prostitute.
(Sconvolgente, vero?).

Le iniziative volte a promuovere la purezza sessuale fra le donne serviranno a ben poco – dice la Hopkins – finché non ne verranno organizzate di analoghe… rivolte però a un pubblico maschile.
E badate: la lady non si riferiva solamente alle politiche anti-prostituzione. Parlando in senso generale, lei riteneva inutile insistere tanto sul concetto di “purezza” e “buoncostume”, se questa insistenza riguarda solamente chi indossa la gonnella.
Finché ci saranno uomini disposti a pagare per il sesso, le prostitute, ovviamente, continueranno ad esercitare, indipendentemente da tutti i sermoni sulla purezza che possono aver ascoltato da ragazzine. Ma il problema è generalizzato: anche le servette continueranno a concedersi ai padroni finché i padroni le ricatteranno, “o questo, o il licenziamento”. Anche le ragazze da marito continueranno a piegarsi alle richieste del loro amato, se il giovanotto continuerà a insistere e a far pressioni.
E il dramma – osserva la Hopkins – è che i maschi sono liberi di spassarsela come meglio credono, senza dover sopportare alcun tipo di conseguenza. Alle loro spalle, si lasciano uno sfacelo: gravidanze indesiderate; ragazze da marito ormai “compromesse”; donne che perdono il lavoro, e, assieme a quello, anche la rispettabilità.
“Ciò che bramo”, scrive la lady inglese, “è instillare negli uomini una forte e appassionata coscienza di quanto sia miserabile degradare in questo modo le donne, infliggendo loro una maledizione che i maschi non condividono minimamente”.

Unica soluzione possibile a questo dramma? Predicare la purezza sessuale anche e soprattutto ai maschi: perché, senza il loro coinvolgimento, tutto il resto inevitabilmente cade.

***

“Eh, ma i maschi son pieni di testosterone”, dirà qualcuno: “non è mica facile parlare a loro di purezza sessuale. Cominciamo invece a educare le donne, che son più inclini…”.
Ma col cavolo”, risponde la Hopkins, che adesso devo qualificare con un altro degli aggettivi che avevo usato in apertura: darwiniana convinta. “Col cavolo”, insiste la Hopkins, di fronte a quelli per cui ‘eh, ma i maschi…’. “Col cavolo”, ribatte: “state forse affermando un’inferiorità biologica dell’uomo rispetto alla donna, nel definire l’uomo come una specie di bruto incapace di controllarsi?”.
Una convinzione simile – sostiene lei – va contro le più banali leggi di natura: non s’è mai visto un animale maschio mostrare cattiveria immotivata nei confronti delle femmine della sua specie. Semmai, i maschi del branco tendono a proteggere le femmine e i cuccioli.
Nemmeno un orango abuserebbe di un cucciolo di scimmia giusto per togliersi lo sfizio, sapendo che così facendo costringerà la scimmietta a una vita di stenti. O peggio ancora: sapendo che, tornando alla tana dopo questa violenza, l’orango stesso esporrà al pericolo di morte la femmina con cui s’accompagna, e tutta la sua cucciolata.
Manco un orango.

Ma soprattutto: se a qualcuno fosse sfuggito questo piccolo dettaglio – insiste la Hopkins – l’essere umano non è un orango.
Se l’uomo si è evoluto dalle scimmie diventando un essere superiore, non si capisce perché debba regredire a certi degradanti livelli di animalità non appena gli capita l’occasione di slacciarsi la patta dei pantaloni. È assurdo, insiste la lady: da un essere umano di sesso maschile ci aspettiamo il pieno controllo di tutti i suoi istinti più animaleschi (aggressività, possessività, e così via dicendo…), ma non del suo impulso sessuale.

E qui la Hopkins lancia il suo carico da novanta: peraltro, anche le femmine sarebbero dotate di impulso sessuale. Quindi, è veramente ridicolo scandalizzarsi quando una ragazza si allontana dall’ideale di ‘casa e chiesa’, e poi sghignazzare ammiccanti quando un ragazzo racconta le sue prodezze amorose. O ammettiamo con chiarezza che stiamo usando due pesi e due misure, o stiamo dicendo che pretendiamo dai maschi un minore autocontrollo, perché riteniamo per davvero che i maschi siano meno capaci di controllarsi.
Il che vorrebbe dire che i maschi sono più animaleschi e brutali del gentil sesso – qualcuno potrebbe addirittura pensare che i maschi siano rimasti fermi a un gradino inferiore della scala evolutiva.
E i gentiluomini dell’Inghilterra vittoriana non vorranno mica darci modo di credere a siffatta assurdità, nevvero…?

Secondo la Hopkins (che secondo me aveva strane idee in fatto di biologia, ma era un genio della retorica):

seguendo il loro istinto naturale, gli uomini mostrerebbero lo stesso pudore, la stessa sensibilità e lo stesso dominio di sé che mostrano le donne, se le loro migliori inclinazioni non fossero spazzate via dai diktat della società moderna e dalle basse aspettative che l’opinione pubblica sembra nutrire verso di loro.

Insomma: non è affatto vero che l’uomo fa più fatica a trattenersi rispetto a quanta ne facciano le donne, dice la Hopkins. Se solo volessero, anche gli uomini ce la farebbero, con la stessa identica fatica con cui ce la fanno anche le donne.
Il punto è che le donne sono culturalmente più inclini al pudore, perché si tratta di un valore che è sempre stato insegnato loro. Le donne sanno che la purezza è importante, perché la cosa è stata ripetuta loro millemila milioni di volte, e quindi le ragazze si comportano di conseguenza.
Ma un insegnamento analogo, ahimé, non è mai stato impartito ai maschi (con la stessa incisivtà). Anzi: i ragazzi hanno imparato fin da piccoli a sghignazzare per quella palpatina alla servetta, per quello sguardo nella scollatura, per quell’avventura di una notte che la moglie non ha mai scoperto…
Ma allora è questione di educazione ricevuta, non di impossibilità biologica a controllare i propri istinti (dice la Hopkins).
Ma allora sono le istituzioni (la Chiesa, la famiglia, la società…) che dovrebbero fare di più per responsabilizzare i maschi in tal senso, fin dalla più tenera infanzia.

Nasce così, nel 1883, la Società della Purezza.
Cos’era?
Parlando in termini altolocati, questa Società si definiva “l’organo ufficiale della Chiesa d’Inghilterra per promuovere la purezza tra i maschi, e prevenire la degradazione di donne e bambini”.
Parlando in termini molto terra a terra, il tutto si presentava come una specie di club maschile, sull’impronta di quelli che all’epoca accoglievano i ragazzotti altolocati. Insomma, un posto in cui i giovanotti potessero riunirsi per divertirsi, coltivare nuove amicizie, scherzare goliardicamente…
…e, in questo caso, aiutarsi l’un l’altro nel perseguire ideali di rettitudine e purezza.

Insomma: un posto dove fare le amicizie giuste, e grazie al quale (aiutarsi a) diventare adulti in maniera seria e responsabile. L’astinenza sessuale prima del matrimonio e la fedeltà coniugale dopo le nozze diventavano così un obiettivo coune da porsi, una battaglia da condividere, un ideale in cui credere e per cui combattere senza vergogna… e non una fissazione degli stupidotti che non sanno come godersi la vita.

Perché è abbastanza facile perdere di vista le ragioni per cui ti viene chiesto di fare (o non fare) X, se si tratta di un argomento su cui non ti soffermi mai perché “non sono discorsi da uomini”.
E invece, la sfida della Hopkins è proprio quella di proporre agli uomini i più alti ideali di purezza sessuale, partendo dall’assunto che… altroché se son discorsi da uomini!
Anzi: son discorsi da uomini onesti, da gentleman, da galantuomini responsabili e con la testa a posto.
Perché un vero uomo non va a prostitute, non abusa della sua sposa, non insidia ragazze da marito con il rischio di comprometterle.Perché un vero uomo è capace di fare quello che è giusto, di fermarsi prima di andare troppo oltre; è capace persino di accantonare certe sue voglie, se capisce che si tratta di desideri disonesti.
C’è anche una forte componente di cavalleria, nell’impostazione che la Hopkins aveva dato alla sua Società della Purezza. L’uomo deve essere puro perché è così che si comporta un uomo virtuoso e saggio, e anche perché è suo dovere “di cavaliere” tutelare in ogni modo il sesso debole.
Date un’occhiata alle cinque promesse che tutti i giovani dovevano impegnarsi a rispettare, prima di entrare a far parte della Società della Purezza:

1.    Rispettare tutte le donne, e impegnarsi a proteggerle dal male;
2.    Respingere il linguaggio osceno e le barzellette sporche;
3.    Impegnarsi a far sì che i principi della purezza sessuale siano considerati ugualmente importanti sia per gli uomini che per le donne;
4.    Diffondere questi principi fra amici e colleghi, e impegnarsi ad aiutare i propri fratelli più giovani;
5.    Utilizzare ogni mezzo possibile per soddisfare il comandamento: “mantieni puro TE STESSO”.

C’è anche una forte componente di cavalleria, come dicevo.
Messa così, sembra la dichiarazione d’intenti di un cavaliere senza macchia e paura – uno di quelli che tutte noi vorremmo avere al nostro fianco. O no?

***

Non è tutto oro quello che luccica, per carità: la Hopkins (oltre a non conoscere esistenza e effetti del testosterone…) aveva anche idee molto bizzarre su determinati aspetti della morale sessuale. Era leggermente ossessionata dall’incesto, sostenendo che tutti i fratellini che dormono assieme finiranno prima o poi col fare sesso (???), e quindi col battere le strade (???). Si era fatta portavoce di campagne assai poco condivisibili volte a strappare i figlioletti alle madri prostitute, perché i bambini sarebbero cresciuti molto meglio in un orfanotrofio. Anche all’interno della Società della Purezza, calcava molto la mano sul senso di colpa, istituendo addirittura dei comitati di sorveglianza incaricati di spiare (!) i vari membri del gruppo, e punire quelli sorpresi ad avere comportamenti non appropriati.
Insomma: andiamoci molto cauti prima di esaltare la signorina, perché di cose parecchio equivoche ne ha fatte molte pure lei.
Come si suol dire, nessuno è perfetto. Ma resta il fatto che, leggendo alcuni stralci dei suoi scritti, io ho trovato anche delle frasi e delle argomentazioni che sarebbero da incorniciare e da custodire come cosa cara.

E poi… c’è niente da dire: a me, l’idea che sta dietro alla Società della Purezza piace tantissimo, altroché.
Anzi: non so cosa ne pensiate voi, ma io trovo che, nel suo genere, sia piuttosto geniale.

Merchandising cristiano · Storie di orsi e di orsacchiotti

Non puoi andare a letto col tuo ragazzo? Vai a letto con l’orsacchiotto!

Niente da fare, gli Americani sono proprio speciali: solo loro potevano rendere cool e modaiolo un argomento “scomodo” come la castità prematrimoniale. Vi avevo già parlato, a suo tempo, di True Love Waits, quel movimento pro-castità che, negli Stati Uniti, riesce addirittura a riempire gli stadii (!) radunando maree di giovani che inneggiano alla verginità. Ma TLW è solo uno degli esempi fra i tanti, perché il variopinto mondo dei cristiani statunitensi pullula letteralmente di movimenti di questo tipo, che sono riusciti nell’impresa che a noi Italiani sembra utopia: rendere la purezza una cosa molto cool.
Così cool che poi ti trovi ragazzotti che fanno promesse di verginità giusto perché è di moda, e di lì a pochi anni le sconfessano con la stessa facilità con cui io vado a comprarmi un cappotto nuovo perché mi son stufata di quello vecchio… ma questa è un’altra storia. Diciamo che se una Miley Cyrus passa da “voglio restare vergine fino al matrimonio” a “quanto mi piace fare oscenità sul palco”, forse forse tutti questi chastity speaker americani dovrebbero puntare un po’ di meno sulla popolarità e sui grandi numeri, e un po’ di più sulle reali motivazioni degli aderenti.
Ma vabbeh, questa è un’altra storia.

Ad ogni modo, gli Americani sono strani forte co’ ‘sta storia della castità, e quindi non dovrebbe stupirci troppo nemmeno l’ultima, strabiliante iniziativa pro-chastity targata USA, e consistente in… un orsacchiotto di peluche da portarti a letto, nell’attesa del magico giorno in cui potrai finalmente portarti a letto tuo marito.

No, non lui.
No, non lui.

E se pensate che io stia estremizzando la cosa a scopi narrativi, la risposta è “purtroppo no”: in America, la mente geniale (di una tredicenne…) ha davvero prodotto un’iniziativa di questo genere.
Ovverosia “The Boyfriend Bear” – “for girls who wait”!
Sul serio.

Lui.
Lui.

La fondatrice della mirabile impresa è la giovanissima Madison Wiese, che peraltro mostra un’intraprendenza (e uno spirito d’abnegazione) mica da ridere, calcolando che adesso ha sedici anni, e quando è iniziato il tutto era in età “da scuola media”.
A quanto Madison racconta, l’ispirazione per i suoi “Boyfriend Bears” nasce nell’estate del 2011, quando lei, appena tredicenne, partecipa a un ritiro spirituale dedicato alle preadolescenti. Lì, ascolta un discorso a favore della castità tenuto da Dannah Gresh, una chastity speaker (peraltro molto in gamba), e torna a casa decisamente galvanizzata. Parla ad una sua amichetta di ciò che ha sentito durante il ritiro, e le due ragazzine decidono che, , ‘sta cosa della castità prematrimoniale è da tenere in considerazione.
Lo step successivo (comprare un orsacchiotto di peluche e ripromettersi di coccolare solo lui e nessun’altra persona al mondo, in attesa di incontrare l’uomo che ti porterà all’altare) è già un approccio al tema un po’ diverso rispetto a quello che io sarei felice di riscontrare in mia figlia tredicenne… ma, del resto, chi sono io per giudicare? Io, a tredici anni, con le mie amiche mi vestivo da strega di Harry Potter e inventavo alfabeti segreti per scrivere messaggi criptati… quindi, a ognuna la sua stranezza.
In un raptus di violenza casta, le due ragazzine decidono anche di sventrare i propri orsacchiotti allo scopo di ficcargli nella pancia una lettera d’amore indirizzata ai propri futuri sposi (un suggerimento che a me sembra ‘na cosa folle, ma invece è molto in voga fra i chastity speaker americani. In teoria, scrivere lettere d’amore al marito che ancora non conosci, ma che un giorno incontrerai, dovrebbe aiutarti a tenere a mente che stai conservando la tua purezza non per un ideale astratto, ma per una persona concreta in carne ed ossa, che è lì da qualche parte in giro per il mondo, e che presto Dio ti farà incontrare).
‘nsomma: Madison e la sua amica scrivono questa lettera ai loro futuri mariti, sventrano gli orsetti, ficcano la lettera nella pancia dell’orso, lo ricuciono alla bell’e meglio, e promettono solennemente – a se stesse ed anche a Dio – che tutte le volte che avvertiranno l’impellenza di addormentarsi abbracciate a qualcuno… ricorreranno all’orsacchiotto.
Ehm.
E fin lì, non so voi, ma io sorrido con aria materna, perché comunque mi sembra straordinariamente dolce l’immagine di queste due ragazzine che si fanno venire in mente questo stratagemma, nella speranza che questo le aiuti a resistere alla tentazione.

Il problema è che, ehm, gli Americani sono pazzerelli: i genitori di Madison trovano questa idea assolutamente geniale, e decidono di investirci soldi. Nasce così la Boyfriend Bears, una società no-profit volta a promuovere la purezza sessuale tra le giovanissime (diciamo, le preadolescenti coeatenee di Madison).
La ragazzina comincia a prendere da parte le sue amiche e ad organizzare con loro incontri dedicati al tema della purezza, concludendoli con un piccolo orsacchiotto di peluche da regalare a tutte le partecipanti. Ben presto l’orsacchiotto di peluche smette di essere comprato al supermercato e comincia ad essere prodotto in una linea dedicata, grazie a un’azienda di giocattoli che lavora su commissione. E – incredibile ma vero – il bacino di azione di Boyfriend Bears si allarga a macchia d’olio. Ora come ora, la società organizza in tutti gli States incontri di due-tre ore rivolti a ragazzine “della scuola media”, e lì predica il valore della purezza sessuale. Al termine di ogni incontro, le partecipanti ricevono gratuitamente un orsacchiotto di peluche che diventerà prezioso alleato in questa “battaglia” (…o quantomeno: io non la definirei così, ma cito le parole di Madison). Il peluche è accompagnato da un libretto di riflessioni e da un foglio di carta da compilare (e poi infilare in un’apposita tasca sul corpo dell’orsacchiotto, assieme alle lettere al futuro sposo), contenente il testo di questa promessa:

Da questo giorno in poi, io, _________, giuro solennemente di fronte a Dio, obbediente alla Sua parola, di conservarmi pura e di donarmi completamente solo all’uomo che Dio sta preparando per me.
Possa questo giuramento, sottoscritto nel giorno ____________, renderTi onore, Dio Onnipotente, e portare gloria al Tuo Figlio Gesù Cristo Nostro Signore. Amen.

Firma: ___________

Tutto questo popò di lavoro è organizzato (assai lodevolmente, invero) da Madison e da un gruppetto di sue amiche liceali (coordinate da adulti, evidentemente), che invece di passare il loro tempo libero a divertirsi come tutte le teen-ager di questo mondo, preferiscono trascorrere interi pomeriggi a parlare (gratuitamente) di castità alle giovanissime.

Purity is a Battle

L’iniziativa, a quanto pare, riscuote enorme successo… e, se devo dirla tutta, la cosa non mi stupisce – Madison e le sue amiche, in effetti, sono ragazze poco più grandi delle preadolescenti che vengono catechizzate: immagino che non abbiano difficoltà, nel trovare un canale di comunicazione capace di renderle credibili, agli occhi delle giovanissime! In fin dei conti, una cosa è sentirsi parlare di verginità da un prete, e/o da gente adulta e già sposata, e/o da chi è cresciuto eoni fa in contesti tutti diversi… altra cosa, è sentirsi portare questo messaggio da ragazzine che “ci sono dentro” tanto quanto te.
Ci vorrebbe, qualcosa del genere, anche qui in Italia.

E poi, beh. Un orsacchiotto di peluche – come dire – non è una cosa che io sarei incline ad associare al sesso e/o all’assenza del medesimo… ma non fatico a immaginare che, agli occhi di una bimba di dieci-dodici anni, poter contare su un compagno di battaglia (così coccoloso!) possa essere un’idea estremamente galvanizzante.
Sarebbe interessante vedere se l’orsacchiotto di peluche seguirà le loro padroncine anche quando partiranno per il college, ecco.

Fatto sta che gli Americani sono squinternati ma io lo sono ancor di più, e sono (prevedibilmente) in visibilio all’idea di questo orsacchiotto di peluche censore dei costumi, che ti guarda con riprovazione tutte le volte che ti comporti in maniera men che casta.
Me lo immagino come un orso moralista che brontola per la lunghezza della tua gonna, fa l’interrogatorio a tutti i ragazzi che inviti a casa, controlla che tu dica le preghiere tutte le sere prima di andare a letto, e prende a randellate in testa il tuo ragazzo se appena appena lo vede provare ad allungar le mani.
Inutile dirlo: il Boyfriend Bear è un’idea surreale (e creepy) come poche… ma io credo di amarlo alla follia.

(E se anche voi siete psicopatiche come me, sappiate che potete trovarlo qua. Ebbene sì: la Boyfriend Bears ha anche uno shop online!)

Cose cristiane

The Athletes for Abstinence

Purtroppo, non posso fornirvi bibliografia precisa sulla specifica notizia che sto per darvi: tutt’al più, posso mandarvi dal mio ex-professore di Storia della Chiesa, che mi ha raccontato il gustoso aneddoto quand’ero studentessa in quel di Pavia.
Se vi fidate di me, prendetela per buona: il Milan (sì, il Milan, la squadra rossonera) è stata fondata da un gruppo di amici inglesi, che solo successivamente ha lasciato la gestione della squadra in mani italiane. Ora: un discendente di uno di questi fondatori è diventato uno storico della Chiesa (che insegna a Oxford, se non mi ricordo male) – e, a detta del mio professore di Storia della Chiesa, a un certo punto ha cominciato a indagare sulle influenze cristiane di questo “primo” Milan. Apparentemente, i giocatori rossoneri di inizio ‘900 erano incoraggiati a vivere una vita praticamente monacale: sveglia all’alba, moderazione a tavola, tantissimo lavoro, guai a portar donne in camera, vita privata castigatissima, divertimenti ridotti all’osso, guai al sesso prematrimoniale e “andiamoci piano” anche con le mogli… eccetera eccetera eccetera.
Le ragioni di questa scelta?
Beh, mi pare ovvio: un atleta che abbraccia un simile stile di vita non arriverà mai agli allenamenti ridotto a uno straccio dal dopo-sbronza; avrà una vita sentimentale tranquilla e senza scossoni; avrà, insomma, poche occasioni per cacciarsi nei guai. Se fossimo cristiani praticanti di inizio ‘900, potremmo anche aggiungere che essere moralmente puri, e spiritualmente superiori agli avversari, probabilmente male non fa… e insomma: sarà una coincidenza o sarà qualcosa di più, ma, fintantoché i coach del Milan hanno perseverato su questa linea, la squadra rossonera è stata pressoché imbattibile, in Italia.
(“Ecco, lo sapevo”, ha commentato sconsolato il mio parroco, milanista sfegatato, quando gli ho raccontato questa storia. “Ecco cosa c’è che non va nel Milan di oggi: ecco!!”).

***

In fin dei conti, se ci pensate, è anche abbastanza ovvio.
Se, come spiegavo nel post di qualche giorno fa, numerosi allenatori propongono l’astinenza ai loro atleti adducendo motivazioni che hanno a che fare con le loro prestazioni agonistiche, è ovvio che la stessa scelta può anche essere dettata da ragioni di natura religiosa.
O, quantomeno, di natura morale… nel senso: a parità di preparazione atletica e di prestazioni avute in campo, voi, dovendo investire su una “promessa” del calcio, puntereste tutto sul ragazzino pulito casa e chiesa che sembra il sogno di ogni suocera, o sul ragazzo che “si gode la vita”, ogni tanto alza il gomito, è noto a tutti per le sue notti brave, e non sa resistere una settimana senza strappare i vestiti di dosso alla fan di turno?
Per carità. Magari, alla prova dei fatti, il secondo si dimostra un atleta migliore – però, sulla carta, è piuttosto evidente che, se tratti il tuo corpo come tempio dello Spirito, tendenzialmente sarai portato ad avere per il tuo corpo una cura tutta speciale. Cosa importante sempre… ma che diventa ancor più desiderabile in un settore in cui la forma fisica è letteralmente il tuo strumento di lavoro.

Tim Tebow, tebowing
Tim Tebow, tebowing

Sì, insomma: esiste – soprattutto nel mondo anglosassone, e soprattutto negli Stati Uniti – una corrente di pensiero per cui un cristiano convinto sarà un atleta migliore dei suoi colleghi atei, proprio in quanto cristiano convinto. O, per meglio dire, proprio in virtù del suo stile di vita cristiano, che viene considerato migliore di tutti gli altri; di default.
Di conseguenza – incredibile ma vero – nei mirabolanti U.S.A. esistono tutt’oggi (!) intere associazioni sportive di matrice cristiana, i cui membri si impegnano a praticare l’astinenza prematrimoniale e a vivere una sessualità “casta” anche dopo il matrimonio. Le potete trovare raggruppate sotto nomi evocativi tipo Muscular Christianity, Life Athletes, A.C. Green Athletes for Abstinence… e la cosa piuttosto sorprendente è che questi movimenti raccolgo anche atleti di grande successo: “di serie A”, potremmo dire.
A.C. Green, giocatore della National Basketball Association, è stato probabilmente il più grande cestista americano degli anni ’90 – ma gli Americani lo ricordano anche e soprattutto per il fatto di aver iniziato e concluso la sua carriera sportiva restando ostinatamente e convintamente vergine.
Tim Tebow, quarterback della National Football League, è addirittura alla base di un bizzarro neologismo: il verbo “tebowing”, che indica sostanzialmente l’azione di genuflettersi, nella posa che vedete qui a fianco. E in effetti, Tebow è solito raccogliersi in preghiera sul campo da gioco nei secondi che precedono il fischio d’inizio, anche per gridare alla sua (vastissima) platea la bellezza sconvolgente di essere cristiani.
E potrei ancora andare avanti a lungo: negli Stati Uniti, vi ripeto, si tratta di cosa davvero comune – un po’ perché gli Americani hanno un rapporto con la fede che è leggermente diverso dal nostro; un po’ perché, al di là di tutto, l’astinenza sessuale fa bene all’anima ma ti risparmia anche un sacco di guai. Non a caso, numerosi di questi movimenti sono nati (o comunque si sono diffusi esponenzialmente) nei primi anni Novanta – in un’epoca cioè in cui l’AIDS faceva molta paura, e l’astinenza sessuale sembrava una scelta intelligente… anche solo per ragioni di profilassi.

E poi, in fin dei conti, permettetemi questa osservazione: se c’è uno capace di affrontare di petto le sfide della castità prematrimoniale, quello è proprio uno sportivo. Uno sportivo, del resto, è abituato ad auto-imporsi una rigida disciplina: sa controllare il suo corpo per farlo andare avanti nonostante il dolore e la fatica, sa rinunciare a quella birretta o a quella fetta di torta per mantenere il peso-forma, sa che tutte le debolezze di oggi si ripercuoteranno su di te domani… insomma: se c’è qualcuno abituato a dominare la propria fisicità per usarla a fin di bene, questo è proprio uno sportivo.
E per uno sportivo professionista che crede veramente in quello che fa, mantenere il proposito di castità dovrebbe essere quasi un “gioco da ragazzi”!

In linea con gli altri gruppi pro-castità degli Stati Uniti, anche questi movimenti sportivi richiedono agli aderenti di ufficializzare il proprio proposito con una sorta di giuramento pubblico. E a me piace veramente veramente tanto quello utilizzato dagli aderenti al movimento dei Life Athletes:

1) Farò quello che è giusto, anche quando è difficile.
2) Mi darò solo a quella persona unica e speciale che sposerò e con cui starò assieme per tutta la vita.
3) Rispetterò le vite altrui, e in particolar modo quelle degli anziani e dei bambini non ancora nati;
4) Se fallirò, non lascerò perdere e non cercherò scuse: al contrario, ci riproverò.

La trovo una formula così schietta, così forte, così determinata… così “virile”!
A dimostrazione del fatto che – checché si possa pensare – la castità non è affatto una cosa da debolucci o da donnicciole!

Cose cristiane

Niente sesso, siamo sportivi!

Casomai il C.T. della nazionale avesse l’abitudine di leggere questo blog, avrei un umile suggerimento atto a migliorare le prestazioni sportive degli azzurri: cintura di castità per tutti i membri della squadra.

Pensate che stia scherzando?
Beh: invece è vero. O, quantomeno, è verissimo questo dato di fatto: è convinzione diffusa, in numerose parti del mondo, che praticare l’astinenza sessuale nei giorni precedenti ad una gara sportiva, aumenti esponenzialmente la performance degli atleti. Per contro, l’attività sessuale a ridosso della partita rischierebbe di rendere gli sportivi una specie di mezza calzetta – e ne sanno qualcosa i giocatori che, nel 1982, facevano parte della nazionale peruviana ai mondiali di calcio. L’umiliante sconfitta subita alla finalissima semifinale (5-1 per la Polonia) brucia ancora; ma, probabilmente, più ancora della sconfitta bruciano le accuse riversatesi sui giocatori di Lima al loro rientro in patria. I tifosi scandalizzati puntavano il dito sulle notti brave dei calciatori: alcuni di loro furono accusati di aver infranto il Grande Tabù del Sesso addirittura la sera prima di disputare la finalissima. E in America – ripeto – si tratta di una convinzione è diffusa: se hai rapporti sessuali a ridosso di una gara… stai pur certo che perderai con infamia!

Sarà? Non sarà?
Ad ogni buon conto, nel 1982, i giornalisti sportivi si “legarono al dito” questa gustosa notizia – nel senso che si appuntarono un post-it mentale, e, quattro anni più tardi, intervistando i CT delle varie nazionali in vista del mondiale di calcio 1988, s’informarono circa la loro posizione riguardo i rapporti sessuali nell’imminenza delle partite.
Incredibile ma vero: quasi tutti i CT avevano esplicitamente richiesto ai calciatori un periodo di astinenza.

***

Delirio collettivo?
Mah. Forse sì.
Però, quella degli “sportivi astinenti” è una tradizione antichissima, che risale agli atleti della Grecia Antica. In quel caso, questa peculiare forma di allenamento aveva anche un fondamento medico: all’epoca, si riteneva che, auhm, il fluido vitale maschile fosse per l’appunto – beh – un fluido vitale. Una roba super-energizzante, una specie di Red Bull naturale che infonde energie a chi ce l’ha nel corpo (e infatti, si riteneva che fosse questa la ragione per cui i maschi sono forti, muscolosi, e resistenti agli sforzi fisici, mentre le donne sono più deboli, più gracili, e si stancano più facilmente).
Insomma: questa sostanza straordinaria in grado di trasformare un uomo normale in un macho spacca-tutto era una roba preziosissima, in vista di una gara sportiva: una specie di doping naturale, mi vien da dire. Sprecarla in un “banale” rapporto sessuale, quando invece avrebbe potuto costituire quella riserva di energia in più capace di farti battere l’avversario, sarebbe stato semplicemente folle: da qui, la pratica di astenersi dal sesso anche per diversi giorni / settimane / mesi prima della grande gara.

Sarà per scaramanzia, sarà per conservatorismo, ma la tradizione è rimasta invariata nei secoli – e, spesso e volentieri, viene rispettata ancora ai nostri giorni.
In America, dove questa convinzione è particolarmente radicata, è piuttosto comune che gli allenatori di una squadra importante richiedano ai loro atleti la castità completa nell’imminenza di una partita. Anche da questa parte dell’oceano, il mondo del pugilato è particolarmente unito e compatto su questo rito… che, col passar del tempo, ha assunto anche delle valenze scaramantiche, un po’ come il non vestirsi di viola se sei un attore che lavora in teatro.
Ma, al di là della scaramanzia e della tradizione, potrebbe persino esserci un fondo di verità in questa bizzarra usanza. Il famoso pugile Muhammad Ali, ad esempio, aveva dichiarato in un’intervista di praticare la castità per almeno sei settimane (!) prima di ogni partita, spiegando che un’astinenza sessuale prolungata tendeva a farlo diventare più incarognito del solito – e, se scendi in campo incarognito nero, questo farà di te un grandissimo combattente.

Tutta questione di frustrazione sessuale sublimata in potenza fisica?
Mah. Non solo, a quanto pare.
Come spiega Elizabeth Abbott nel libro Storia della Castità (di cui ho già parlato qui), questa bizzarra tradizione sportiva ha suscitato, in tempi recenti, la legittima curiosità di numerosi scienziati. I quali si son messi a tavolino e hanno cominciato a fare indagini su una tradizione così antica e così diffusa – ad esempio: un’astinenza sessuale prolungata è per caso in grado di dare reali benefici medici a coloro che la praticano?
Da un punto di vista strettamente biologico, la risposta è no: la performance sportiva degli atleti non è influenzata dall’attività sessuale eventualmente avuta (o evitata) a ridosso della gara.
Il problema, semmai, è un altro. Se prendete un allenatore pro-astinenza e gli chiedete il perché della sua scelta, lui vi risponderà probabilmente che la pratica sessuale divora le energie degli atleti… sul piano emotivo, più che su quello fisico.
Del resto, delle due l’una: se hai rapporti sessuali, o li hai con il tuo partner all’interno di una relazione stabile, o li hai in maniera occasionale con uno sconosciuto raccattato in un locale. E nessuno di questi due scenari è particolarmente allettante, per un allenatore sportivo.
Le relazioni stabili – si sa – portano con sé tante gioie, ma anche tante piccole preoccupazioni. E se ti stai giocando la carriera con la partita della vita, è molto meglio che tu scenda in campo concentrato solo ed esclusivamente sul tuo lavoro: nessuno vuole un giocatore che cerca distrattamente di fare goal mentre in realtà si arrovella a forza di domandarsi “oddio, perché ieri sera mia moglie mi è sembrata così distante? Ci sono forse dei problemi? La sto trascurando? Ho sbagliato qualcosa?”.
No. Non è proprio il caso. E quindi, in quei giorni cruciali, l’altra metà della mela se ne rimanga a casa: si limiti a supportare il suo compagno di lontano, permettendogli di fare il suo lavoro con la mente completamente sgombra.
Se la vediamo da questo punto di vista, saremmo forse portati a guardare con occhio diverso la proverbiale avventura di una notte con lo sconosciuto raccattato al locale – ma neanche questo scenario, comprensibilmente, fa impazzir di gioia gli allenatori. In quel caso, non entrano in ballo le tensioni emotive ma ci sono banali problemi di ordine pratico: come spiegava Casey Stengel, un asso del baseball, “di per sé, non  è il sesso a ridurre come stracci questi ragazzi: sono le notti in bianco passate a cercare di farlo”.

La cosa comincia a sembrarmi più ragionevole.
E lo diventa ancor di più se leggo le osservazioni di quegli scienziati che si son presi la briga di investigare su questa tradizione sportiva. Dal punto di vista biologico, dicevamo, non c’è nessuna correlazione specifica fra l’astinenza sessuale e la performance sportiva… sennonché, a livello psicologico, praticare la castità può davvero fare la differenza fra la vittoria e la sconfitta.
Per un atleta che scende in campo, pensare di essere “a posto”, più preparato ancora dell’avversario; pensare insomma di aver fatto tutto, proprio tutto, quello che si poteva fare per arrivare alla gara nella migliore della forma fisica… beh: ovviamente, è un grandissimo incentivo.
E, per contro, l’avversario potrebbe provare inconsciamente una sorta di timore per quel superuomo ascetico che non solo si allena tutti i giorni per ore ed ore, ma addirittura arriva al sacrificio estremo di astenersi dai rapporti sessuali per aumentare le sue performance.
Prendi questa soggezione dell’avversario, e combinala con la carica mentale di un atleta che “sa” di essersi preparato al match con più serietà di quanto non abbia fatto il suo sfidante, e…
…beh: non dico che “i giochi sono fatti”; ma quantomeno, la situazione di partenza è oggettivamente sbilanciata a favore dell’atleta casto.

***

Wè!!
Mica male, ‘sti effetti collaterali della castità, se ci pensate!

Insomma: sei un giovane che ha scelto di vivere la castità, e i tuoi amici ti prendono in giro dicendo che è una roba da donnicciole, che un vero uomo non fa così, che è una scelta da sfigati, che lo fai solo perché non trovi nessuna che te la dia?
Prendili, fagli leggere questo post, terrorizzali, e poi sfidali in una partita a calcio.
Vedrai: li straccerai tutti.

 

Cose cristiane · Pillole di Storia

“Un fiore offerto giornalmente a Maria”: il maggio mariano dell’educanda

Sorvoliamo pietosamente sul fatto che mi sono di nuovo ammalata (dopodiché ho gettato la spugna e ho deciso di passare Settimana Santa e vacanze di Pasqua lontana da Internet).
Sorvoliamo pietosamente su tutto ciò, dicevo, e soffermiamoci sul fatto che sta per iniziare il mese di maggio e io ho cominciato a star male all’Epifania, e maggio è il mese della Madonna!!
Avete già deciso come viverlo al meglio?
Se siete in cerca di consigli siete capitati nel posto giusto, perché… beh… io, qualche idea ce l’avrei…

Maggio santificato 1

La scorsa estate eravate rimasti così entusiasti di quelle “direttive per le vacanze” che avevo pubblicato su queste pagine: vi ricordate?
Si trattava di un piccolo opuscoletto risalente al 1942, che veniva distribuito, a fine anno scolastico, a tutti gli studenti iscritti alle scuole e ai collegi cattolici. All’interno dell’opuscoletto, si trovavano alcuni “consigli” sul modo più fruttuoso di impiegare le vacanze estive: venivano ricordate ai ragazzini le feste religiose a cui prender parte, venivano suggerite alcune buone azioni per tenersi occupati durante l’estate… e, come se non bastasse, veniva fornito un vero e proprio “registro delle buone azioni” in cui appuntare, di volta in volta, tutti i fioretti effettivamente compiuti.
Ché, talvolta, veder scritti “nero su bianco” tutti i tuoi meriti e i tuoi difetti aiuta (anche proprio a colpo d’occhio!) a fare un esame di coscienza ancor più obiettivo.

Ecco. Le “direttive per le vacanze”, la scorsa estate, avevano riscosso un grande successo. E in effetti, sono deliziose: così retrò e così innocenti, ricordo di un tempo lontano che sembra esser scomparso.
E insomma: queste “direttive per le vacanze” eran piaciute così tanto che mi sembrava valesse la pena di pubblicare qui anche il loro omologo mariano… ovverosia, un “piano di vita” per quelle fanciulle intenzionate ad onorare la Vergine nel mese a Lei dedicato.

Siamo a Varese, nel 1949. La Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata pubblica questo opuscoletto, che, negli ultimi giorni del mese d’aprile, viene capillarmente distribuito in tutte le scuole femminili, in tutti i collegi di suore, in tutti i centri ricreativi cattolici. Il destinatario-tipo sono le adolescenti, e lo scopo dell’opuscoletto è presto chiarito: fornire a queste ragazze una “traccia” su come vivere santamente il mese di maggio.
In una sorta di “calendario dell’Avvento” in salsa mariana, l’opuscoletto propone trentun fioretti da offrire a Maria – uno al giorno, per trentun giorni, fino alla fine del mese mariano. Ed anche in questo caso non manca il “registro delle buone azioni” – di giorno in giorno, le ragazze avrebbero potuto appuntare quali e quante devozioni avevano effettivamente offerto a Maria: Comunione, giaculatorie, fioretti, recita del rosario…

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In tutta sincerità: adoro questo opuscoletto.
Lo adoro soprattutto perché trovo che proponga fioretti e devozioni tutto sommato “molto soft”, così soft da risultare effettivamente fattibili persino agli occhi dei più svogliati. Non si tratta di diktat tipo “rosario quotidiano, Angelus tre volte al giorno, Comunione tutte le mattine”, e così via dicendo: no, l’opuscoletto si limita a richiedere piccoli e modesti fioretti quotidiani. Niente di impossibile, robe da poco: è un piano di vita così fattibile che… “quasi quasi, ci provo davvero!”.

Anzi: in effetti, quasi quasi ci provo anch’io!
E se, a questo punto, foste curiosi di saperne di più… ecco a voi una foto (orrenda) di questo “piano di vita” per il mese mariano.

Fare click sull'immagine per visualizzarla in formato ingrandito. Quanto alla fotografa, ella desidera scusarsi per la qualità pietosa di questo scatto: credetele, se vi dice che è stato effettuato in condizioni veramente PRECARIE.
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1° Domanderò alla Madonna la pratica che desidera da me durante questo mese, e gliene offrirò generoso proposito

2° Mi esaminerò come ho incominciato l’adempimento della promessa fatta ieri, e, rinnovandola, dirò tante “Ave Maria” quante furono le mie mancanze.

3° Nessun peccato veniale: avvertito!

4° Oggi mortificherò la gola: nulla fuori di pasto, né cibo né bevanda

5° Mai una bugia: la verità oggi e sempre!

6° Sacrificherò a Maria le piccole vanità dei discorsi, degli atti, della persona

7° Adempirò ogni dovere con esattezza e rettitudine d’intenzione

8° Passando davanti all’immagine della Vergine, La inchinerò con amore dicendo: “Ti saluto, o Maria! Saluta il tuo Gesù da parte mia!”

9° Mi renderò abituale la recita intelligente e riflessiva dell’Angelus Domini: alle tre salutazioni farò corrispondere tre propositi di purezza, di obbedienza e di mortificazione e li metterò in pratica

10° Vincerò la prigrizia che è il corrosivo di ogni energia: sempre la prima al dovere

11° Mi guarderò dalla vana gioia e dal riso smoderato

12° Eserciterò in ogni occasione l’apostolato del buon esempio

13° Per amore di Maria non perderò neppure un minuto di tempo

14° Qual è la cosa che alimenta di più il mio amor proprio? La estirperò coraggiosamente per onorare Maria

15° Ubbidirò con gioia ed agilità per imitare la Madonna

16° Uscirò una gentilezza speciale a quella persona che mi ha offeso e verso la quale sento antipatia e rancore

17° Tacerò e cederò con amabile naturalezza

18° Per imitare Maria, metterò in ogni atto della vita un grande amore per Gesù!

19° Pazienza e calma, sempre!

20° Oggi mi chiederò ad ogni ora: “Che farebbe la Madonna al mio posto?”, e seguirò le sue orme luminose.

21° Al tocco delle ore reciterò l’Ave Maria e mi getterò nelle braccia della Madonna affidandole il mio giglio!

22° Non parlerò di me né in bene né in male: non mi giustificherò, anche se accusata a torto

23° Lascerò cadere con semplicità e naturalezza una parola buona nel cuore di tutti coloro che oggi avvicinerò

24° Oggi reciterò il Rosario con gran divozione e, affinché le mie labbra siano meno indegne di parlare a Maria, schiverò le parole oziose e non conformi alla carità

25° Eviterò gli sguardi inutili, specialmente durante la preghiera

26° Offrirò alla Madonna i fiori delle mie piccole pene quotidiane, senza che altri li abbia fiutati

27° Onorerò le cinque lettere del nome di Maria offrendole una mortificazione per ogni senso

28° Bacierò la mia Croce ripetendo il Fiat di Gesù e l’Ecce Ancilla di Maria.

29° Non dirò mai di “no” alle delicate ispirazioni della Madonna.

30° Buon viso anche a cattiva sorte: mai un lamento, mai uno scatto, per imitare la soavità della Madre mia.

31° Per frutto del Mese di Maggio, presenterò alla Madonna il proposito di non scoraggiarmi mai e di cominciare ogni giorno da capo, sempre tenace nel proposito di diventare buona e di farmi santa.

Casomai qualcuno fosse intenzionato a seguire queste direttive prendendo il “pacchetto completo”, l’opuscoletto era arricchito da tre preghiere speciali da rivolgere a Maria, in vari momenti della giornata:

Supplica mattutina alla Vergine

O Maria, siimi propizia in ogn’istante di questo giorno che io voglio passare sotto il tuo purissimo sguardo: siimi propizia nella mia vita di collegio, che io voglio trascorrere nella castità del cuore e dei sensi, sotto l’impulso delle sante verità che mi vengono insegnate; siimi propizia nel combattimento quotidiano per migliorar me stessa, affinché ogni sera possa rposare sul tuo Cuore lieta delle vittorie riportate. Così sia.

Il saluto della sera alla Vergine

Prima d’andarmi a riposare, a Te rivolgo il mio saluto e la mia preghiera, o Madre mia immacolata. Tu sei, è vero, la stella del mattino, ma sei pur anche il sussidio di chi t’invoca a vegliare sui propri sonni e sui propri riposi. Deh! vieni, o Madre mia Immacolata, diffondi le tue grazie sul mio letto, spargi i tuoi fiori castissimi intorno a me, fa che i miei sogni siano d’innocenza e di virtù, affinché svegliandomi di nulla debba arrossire, ma possa coi primi palpiti del cuore salutare piena di confidenza Te e l’Eucaristico mio Gesù. Così sia.

Preghiera quotidiana per mantenermi pura

Maria, giglio prodigioso di candore, fa gustare alla povera anima mia la tua celestiale attrattiva, innamorami della tua illibata purezza e serbami intemerata come gli angeli del Cielo.
Allontana dalla mia immaginazione qualunque incanto diabolico, governa il mio cuore, sostieni la mia volontà, non permettere giammai che nell’abito, nel linguaggio, nelle letture, nel tratto e nei divertimenti io ceda alle lusinghe del piacere. Poni a custodia della mia purezza la mortificazione dei sensi, rendimene facile la pratica con la S. Comunione quotidiana e con la divozione al tuo Rosario, fa che io sia sempre e dovunque la piccola apostola della bella virtù, onde possa conquidere le anime ai casti ideali cristiani nel completo dominio della volontà sulla legge bruta dei sensi.
Benedici, o Maria Immacolata, questa mia aspirazione angelica, portala in cielo e fa che sia per te e per Gesù gioconda ed eterna consolazione. Così sia.

Altri tempi, sì. Decisamente, erano altri tempi.
Ma studiare la Storia mi piace proprio per questo: per scoprire queste chicche… e per farle scoprire agli altri!