New Norcia

Siamo arrivati, oggi, alla quinta ed ultima decina del nostro rosario missionario online. Si tratterebbe, dunque, di pregare per l’Oceania, meditando sulla vita di un Santo che può essere preso a simbolo della nazione.
Disgraziatamente, l’unica Santa proveniente dall’Oceania, che io sappia, è la povera Santa Mary McKillop – che, più che ergersi a simbolo di un continente, può essere semmai patrona delle vittime della cattiva informazione.
E poi, insomma: ve l’avevo già raccontata, la sua vita.

E dunque?
Cosa fare?

Per un giorno, faccio uno strappo alla regola – e invece di raccontarvi la vita di un Santo, vi racconto la vita di… un missionario. Non è mai stato canonizzato, non ho nessuna ragione particolare per ritenere che lo sarà in futuro… ma insomma: cosa conta? Mi sembra che abbia fatto un buon lavoro da sacerdote, e che abbia incarnato nel migliore di tutti i modi il non facile concetto di “zelo missionario”… e allora, perché no?
Oggi vi racconto la storia di fra’ Rosendo Salvado, gente.

Come lascia intuire il suo cognome, il nostro fra’ Rosendo era nato in Spagna, nel 1814. Trasferitosi in Italia, diventa benedettino nel 1838.
Nel 1845 lascia Roma per l’Australia, in compagnia del suo confratello Joseph Serra. La loro missione è quella di evangelizzare la zona ovest dell’Australia – un territorio ancora inesplorato dai missionari cattolici, in quell’epoca.
E nell’estate del 1846, Salvado e Serra si avviano volenterosamente verso il centro dell’Australia. La città di Perth, che li aveva accolti nelle primissime settimane della loro permanenza in loco, li saluta con una cerimonia ufficiale che ha un nonsocchè di luttuoso. I due fraticelli, intimamente, cominciano a porsi delle domande.

Una persona normale, a questo punto, avrebbe già fatto dietrofront.
I due missionari, invece, no.

Il primo problema è la sabbia fina: il carro non riesce a procedere, e il bue sprofonda nelle dune. Il conducente del carro si rifiuta di andare avanti; i missionari si impuntano, e rifiutano di tornare indietro.
Va a finire che il carrettiere scarica tutti i beni dei missionari sotto a un albero di eucalipto, e lì molla lì: i benedettini si accovacciano sotto l’eucalipto, e il carrettiere torna a Perth.

Una persona normale, a questo punto, avrebbe già fatto dietrofront.
I due missionari, invece, no.

Fratel Salvado e Fratel Serra si preparano un rifugio con i rami di eucalipto. Non appena finiscono di costruire la capanna, sollevano lo sguardo e scoprono di essere accerchiati da un gruppo di aborigeni, con lance in mano.

Una persona normale, a questo punto, avrebbe già fatto dietrofront.
I due missionari, invece, no.

Ignorando stoicamente gli sguardi feroci dei nativi, i monaci si inginocchiano tranquillamente e recitano devoti l’ufficio divino.
Gli aborigeni scambiano versi di perplessità, domandandosi interiormente ‘ma ci sono o ci fanno?’.
Dopo una certa contemplazione, decidono che ci fanno: si allontanano quatti quatti, e tornano un’ora dopo coi rinforzi.

Una persona normale, a questo punto, avrebbe già fatto dietrofront.
I due missionari, invece, no.

I missionari, educatamente, sorridono alla truppa di aborigeni con macete, e offrono loro un dolcetto di riso.
Gli aborigeni, vieppiù perplessi, si consultano per un momento e poi mandano una cavia in avanspedizione: wè, ci stan dando del cibo aggratis. Sembra interessante, la faccenda.
La cavia assaggia il dolcetto, e… non essendo abituata a quei sapori, lo sputa via, con gran disgusto.
Gli aborigeni impugnano il macete, incattiviti.

Una persona normale, a questo punto, avrebbe già fatto dietrofront.
I due missionari, invece, no.

Stringendosi nelle spalle con dispiaciuta rassegnazione, i due fraticelli finiscono pacatamente di mangiare il dolcetto che gli indigeni hanno schifato.
Gli indigeni si insospettiscono: boh? Se loro se lo mangiano, forse forse non fa poi così tanto schifo.

E siccome gli aborigeni hanno fame, povere stelle, pian piano cominciano a tornare nei paraggi della capanna, per vedere se ‘sti due fessi hanno ancora del cibo da regalare.
E siccome i due fessi ce ne hanno ancora, effettivamente, pian piano fra le due comunità si instaura un clima di amicizia…

…fino a che: sapete cosa?
Un giorno, gli aborigeni decidono di ricambiare! Diamine.
Quei due tizi li hanno aiutati a sfamare i figli ammalati e le mogli stanche: bisogna ricambiare, in qualche modo…
E quindi, un giorno, approfittando di un… raccolto particolarmente favorevole, gli aborigeni si presentano ai missionari con un dono succulento. Un vero piatto da gourmand!
Canguri, lucertole vive, larve spiaccicate e piene di terra, insetti lucidi e un po’ fetidi.

Una persona normale, a questo punto, avrebbe già fatto dietrofront.
I due missionari, invece, no.

E forse a quel punto avrebbero fatto meglio a scappare per davvero: il loro stomaco, che non era abituato a certi cibi, dapprincipio non resse lo shock
…e i due poveretti rischiarono di morire di gastroenterite, spersi nei boschi dell’Australia!

Sì: è una storia semplice, se volete.
Vi ho raccontato agiografie ben più bislacche; e questa qua, peraltro, non è manco un’agiografia.
Ma è una storia vera, semplice, fatta di determinazione e di un certo spirito di masochismo: una di quelle storie che ti porta a chiederti “ma chi gliel’ha fatto fare?!”.
Appunto.

Quest’ultima decina la dedicherei all’Oceania, ma anche a tutti i missionari. Insomma: a tutti quelli che non hanno paura di mettersi in gioco al cento per cento per raccontare la loro gioia al prossimo (e non solo nel Terzo Mondo…). Facciamo un rosario missionario mica per niente, oh.

E… i nostri due fraticelli benedettini non saranno ufficialmente Santi, ma di miracoli ne han fatti.
Convinti che gli aborigeni australiani non avrebbero potuto continuare a lungo a vivere nei boschi mangiando larve vive, hanno pensato saggiamente di aiutarli ad integrarsi. E a rendersi indipendenti. Svincolati da ogni vincolo.
L’idea era quella di creare un piccolo villaggio democratico e autosufficiente, in cui gli abitanti potessero vivere in concordia e in compagnia dedicandosi ad attività che avrebbero permesso al villaggio di prosperare “in autarchia”. Una piccola città nella città (pardon, nei boschi), in cui lavorare alacremente senza trascurare, naturalmente, la vita di preghiera.

Vi ricorda qualcosa di già visto?
Beh: a me sì.

Il centro di New Norcia, a 132 chilometri da Perth, è oggi una delle poche città monastiche esistenti al mondo. Monastero benedettino, scuole cattoliche, musei, centri per famiglie… una piccola cittadella cattolica, in cui si lavora e si prega Dio.
C’è pure la possibilità di soggiornare lì per qualche tempo, per far volontariato: e mica male, come idea…

5 pensieri su “New Norcia

  1. Lucyette ha detto:

    Ehm, sì: in effetti, non mi sono espressa troppo bene io. Io volevo proprio intendere un Santo dell'Oceania nel senso di un Santo nato e cresciuto in Oceania; non un missionario che c'è arrivato da fuori a un certo punto della sua vita. E in questo senso, che io sappia, Mary McKillop è l'unica oceanica (si dice oceanica? >.>) ad essere già salita alla gloria degli altari: era nata nei pressi di Victoria, in Australia.

    Questa decina mi ha fatto proprio dannare: avevo anche cercato altri Santi vissuti in Oceania come missionari, ma non ne trovavo nessuno che mi sembrasse particolarmente rappresentativo del continente. Poi ho pensato a San Pietro Chanel, ma mi sembrava brutto pregare per l'Oceania a partire dalla vita di un Santo che è stato orrendamente martirizzato dalla gente dell'Oceania… insomma, non sapevo come uscirne!
    Alla fine ho optato per un generico post su questi due missionari masochisti mai canonizzati, che mi sembrava pure in linea con la settimana delle missioni e la festa di Ognissanti (comprensiva dei Santi mai canonizzati ufficialmente)…

    Insomma: mi sono arrampicata sugli specchi, sì

  2. Lucyette ha detto:

    E infatti!

    Alla fine mi sono arresa, ho lasciato perdere i santi, e ho raccontato la storia di un missionario-tipo: tutti i santi dell'Oceania, tipicamente, sono stati orrendamente martirizzati da gruppi di aborigeni assatanati… e insomma: mi sembrava brutto, pregare per una popolazione raccontando una storia in cui la popolazione ha assassinato l'eroe…

  3. utente anonimo ha detto:

    Che bella storia comunque :P

    E poi l'idea di finire con la storia di un missionario questo rosario… è proprio bella.

    Daniele

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