[Pillole di Storia] La festa romana di San Giovanni

“E infine, Santo Padre…”. Il messo si inginocchiò, e tacque per qualche istante per far aumentare la suspance e la curiosità. Vecchi trucchi da mercante. “In questo giorno così glorioso, che ricorda la nascita del Battista precursore di Nostro Signore Gesù Cristo, abbiamo pensato di fare omaggio alla vostra nobile persona, portandovi come dono…”. Tacque ancora. “Questo”.
Con gesto veloce, scostò il panno il rosso che fino al quel momento aveva nascosto alla vista dei presenti un piccolo scrigno di legno, riccamente decorato.
Ci fu un lungo istante di silenzio, e il mercante sentì con molta chiarezza tutti i presenti trattenere il fiato. Persino il Papa si agitò sul suo seggio, sporgendosi impercettibilmente in avanti per vedere meglio, incuriosito.
“Li chiamano chiodi di garofano”, scandì il mercante ad alta voce, aprendo lo scrigno con movimento leggero. Un inconfondibile aroma di spezia cominciò a diffondersi nell’ambiente; e il messo alzò la voce e parlò di queste spezie provenienti dall’Oriente lontano, rarissime e bellissime, dalle virtù infinite e dai miracolosi potenziali.
“È un dono stupendo”, ammise il Papa, posando gli occhi sul cofanetto. E ringraziò quel messo, e diede la sua benedizione a tutti i membri dell’ambasciata; e poi benedì tutto il carico di chiodi di garofano che i mercanti stavano portando in Europa, dopo il lungo viaggio dall’Oriente.

E il sole calò e sorse ancora, per trecentosessantacinque volte.

“In questo giorno così glorioso, che ricorda la nascita del Battista, abbiamo pensato di fare omaggio alla vostra nobile persona…”.
Il mercante non fece neanche in tempo a finire: il Papa, con un gesto, gli fece cenno di aver già inteso.
E anche quell’anno, a distanza di un anno, il Papa ricevette in dono uno scrigno ripieno di chiodi, preziosissimi, di garofano.

E passarono dodici lune; e la festa del Battista fu celebrata, ancora.

“Santità. Si tratta di chiodi di garofano: sono arrivati dall’Oriente. Ve li doniamo, con…”.
Il Papa non fece neanche lo sforzo di provare a trattener il sorriso. Accettò il dono con gratitudine, e di nuovo benedì il carico di quei piissimi mercanti.

E il sole compì un giro completo nel cielo, ancora.

“Santità. Anche quest’anno, giungiamo a voi umilmente prosternati, facendovi dono un prezioso scrigno contenente un…”.
“Evvabbeh: ma mo’ basta, però!” sbottò Papa Formoso, in tono leggermente esasperato. “Tanto buoni e profumati, ‘sti chiodi di garofano, per carità del cielo… ma invece di spendere un capitale in ‘sti robini, non potreste darmi direttamente dei soldi contanti, così li uso per far beneficienza?!”.
I mercanti provenienti dall’Oriente si scambiarono uno sguardo, imbarazzato.
Papa Formoso accennò un sorriso. “Niente di personale, figli miei: ma alla lunga…”.

***

Correva l’anno 891 – e, finalmente, le regioni orientali ebbero modo di affrancarsi dal tributo che ogni anno, tradizionalmente, pagavano al Vescovo di Roma nella festa del Battista. O meglio: ebbero modo di trasformare il tradizionale tributo (sacchi e sacchi di chiodi di garofano) in una normale tassa in denaro, da mettere a disposizione del pontefice per le sue pratiche di misericordia.

Eppure, la tradizione è tradizione – e ormai, aveva affondato le sue radici nel cuore e nella mente dei fedeli. Per lunghi, significativi, secoli, permase a Roma la buffa usanza di benedire chiodi di garofano in occasione della festa del Battista. Manlio Barberito, autore di un libro dedicato a La festa romana di San Giovanni, scrive:

Un’ora prima dei vespri, la Basilica [di San Giovanni in Laterano, N.d.R.] era già stipata da una gran folla: ma solo pochi fortunati erano riusciti a entrare nella sagrestia e nella sua aula maggiore, per ammirare il pavimento tutto coperto da uno splendido, fragrante tappeto di frutta, erbe e fiori, tra i quali faceva spicco la purpurea letizia dei garofani […]. Sull’altare, raccolti sotto un prezioso tronetto di cristallo di rocca sormontato da una statua d’argento del Battista, stavano i caryophylla o chiodi di garofano, chiusi in minuscoli ed eleganti sacchetti di seta bianca: accanto splendevano la croce astile, i grandi candelabri da processione, e i paramenti del celebrante.

Benedetti solennemente dal cardinale arciprete, i sacchettini coi chiodi di garofano venivano distribuiti ai cardinali, al clero, e al popolo,

per la loro salute spirituale e corporale e affinché venissero amministrati agli infermi per ottenerne la guarigione, nonché alle donne in stato interessante per un parto felice.

***

E voi?
Ce li avete, in casa, sette chiodi di garofano?
Se la risposta è “sì”, ecco come pronosticare – secondo l’antichissima tradizione popolare– quale sorte vi attende nei prossimi dodici mesi.
Questa sera, prendete sette chiodi di garofano e infilzateli delicatamente in un ago, o in uno spillo. Poi, accostate l’ago al fuoco.
Se i chiodi di garofano, bruciando, produrranno un piccolo scoppio… allora, l’anno che vi aspetta sarà pieno di felicità e di gioia.

(E se invece non avete chiodi di garofano, eppure volete comunque darvi a questa buffe attività popolari di… santa divinazione, avete ancora qualche giorno di tempo per procurarvi un uovo. Ricordate?, ne parlavamo qui).

13 pensieri riguardo “[Pillole di Storia] La festa romana di San Giovanni

  1. Ho sempre provato una cera simpatia nei confronti di Formoso, sì.
    Ed ho appuntato questa storia dei chiodi che non conoscevo, no.

    In ogni caso, la Notte di San Giovanni (ammetto però che mi son ricordato della ricorrenza solo grazie al tuo post, sic) era un vero e proprio halloween romano fuori stagione, sì. Almeno fino agli inizi del Novecento. Non so, in effetti, cosa rimanga oggigiorno (non mi è ancora mai capitato di salire a Roma in questo periodo).
    Si ornavano gli usci di casa con scope di sagina e ciotole di sali grossi (per distrarre le streghe che, curiose, si sarebbero messe a contare il tutto dimentiche così di maledire l’abitazione) e, mascherati, ci si recava nella zona di San Giovanni con fiaccole in mano per spaventar le streghe dirette al sabba. Poi si faceva musica e si mangiava lumache. Il tutto, però, tentando di far il meno rumore possibile.
    Perchè? Per non svegliare Er Nocchilia, il demone che dormirebbe ancor oggi sotto la Scala Santa che si trova proprio affianco del Laterano. Se svegliato, infatti, avrebbe causato la fine del mondo, eh!

    1. *__*
      Vabbeh, non sto a ribadire la mia adorazione nei tuoi confronti, è cosa nota… e io non conoscevo assolutamente er Nocchilia!. Ma corre il rischio di svegliarsi solo a San Giovanni, o anche per le restanti 364 notti? :-DD

      Romani in linea: sapete dirci cosa resta di queste tradizioni (se resta qualcosa) oggi?
      A Torino, in compenso, la festa di San Giovanni è abbastanza sentita perché è festa patronale. E’ ancor oggi frequentatissimo il falò di San Giovanni: si brucia un manichino, e, a seconda della direzione verso cui cade il fantoccio, si fanno pronostici per l’anno nuovo. (Quest’anno è caduto dalla parte giusta: evvaaaaiiii!! ;-D). Poi ci sono i fuochi d’artificio, frequentatissimi anch’essi…
      …per il resto, tutto il resto del folklore locale relativo alla festa di San Giovanni sta gradualmente andado perso; però diciamo che c’è un buon numero di persone che ricorda ancora le tradizioni principali.
      Eccò: forse il falò di San Giovanni, a Torino, è l’unico fenomeno di folklore che è veramente ancora molto sentito in città, ora che ci penso. Tutto il resto si sta perdendo.

      Romani, voi che ci dite della nostra città? :-)

      1. Potremmo sempre provare mettendo su un po’ di baldoia là vicino un giorno qualunque, eh! :p
        Yes. Anche qui, giù, è usanza accendere dei falò. Sulla spiaggia.
        Ma ormai è diventata più che altro un’occasione per star tra ragazzi, suonare e schiamazzare. Fino a qualche anno fa lo facevo anch’io, sì. Mo’ so vecchio, che vuoi farci. u.u

      2. ;-)

        Ecco, no: invece, a Torino, il falò di San Giovanni, nei suoi aspetti folkloristico-divinatori, è effettivamente ancora sentito. Ma proprio nel senso che, la mattina dopo, il quotidiano locale e il TgR titolano a chiare lettere “il falò è caduto dalla parte giusta”… oppure no. Qualche anno fa era caduto dalla parte sbagliata, e il TgR aveva intervistato l’allora sindaco che, con spirito di rassegnazione, aveva detto col sorriso sulle labbra “eh, vorrà dire che quest’anno bisognerà darsi da fare, per contrastare la previsione infausta…”.
        :-DD

        In effetti è una delle poche tradizioni piemontesi che sono vive ancora oggi… per il resto, la maggior parte del folklore locale, a Torino città, è andato perso – anche a causa della forte storia di immigrazione (e conseguente rimescolamento della popolazione) che interessa Torino da un paio di generazioni a questa parte :-)

    1. Ma sai che neanch’io ce li avevo, in casa?! Che poi non sono mica chissà quale prodotto fuori dal mondo…!
      Però la cosa dell’uovo nella bottiglia alla vigilia di San Pietro, la faccio per davvero eh ;-)

  2. Ngiorno. Abito a San Giovanni.
    Niente.
    Non si mangiano le lumache, niente processioni con le torce, addirittura si balla la pizzica, che con tutto il bene, bella la pizzica, bello lu salentu, ma non c’entra.
    Però fanno i fuochi d’artificio

      1. >.>
        Se svegliate er Nocchilia causando la conseguente fine del mondo a forza di ballar la pizzica, il resto dell’umanità potrebbe leggermente risentirsi, temo.

        ;-P

    1. Che incoscienti!
      Ringraziate sol il cielo che abbia il sonno pesante! U.U

      Comunque, tristezza.
      Vedo che quasi il tutto è ormai andato perso, sì.
      Ne gioiranno le lumache almeno (anche se, chissà, magari sono ancora sul menù giornaliero di privati o di qualche trattoria della zona. Povere.)

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