Pavia · Vite di Santi e Beati

[Ma che sant’uomo!] Siro

Sua mamma glielo aveva detto: “portati dietro qualcosa da mangiare, perché mi sa che si va per le lunghe”.
Sua mamma glielo aveva detto, e glielo aveva ripetuto mentre riempiva di provviste un grosso sacchetto bianco. Pezzi di pesce giù cucinati e accuratamente avvolti nella stoffa; panini d’orzo, “aspetta, te ne do un altro”, “no aspetta, meglio un altro ancora: così, per sicurezza…”.
“Mamma: ma non sto mica andando alla guerra”, aveva sussurrato Siro un po’ perplesso, mentre la vecchia donna continuava a infilare pagnottine di ogni genere nella borsa delle provviste.
La madre si era chinata verso di lui e aveva preso il suo volto nelle mani. “Non si sa mai, tesoro”, gli aveva detto sorridente; e poi gli aveva dato un grosso bacio sulla fronte, augurandogli una buona giornata. Quando Siro era uscito di casa, si era anche sentito un po’ cretino, caricandosi sulle spalle un sacchetto così pieno di cibo che gli sarebbe bastato per due giorni.

La sensazione di esser cretino era rapidamente svanita verso ora di cena.
In una landa desolata spersa fra Betsaida e… il nulla, dovevano essersi radunate, ad occhio e croce, qualcosa tipo cinquemila persone. O più.
Il Rabbì Gesù si era concesso alla folla, e aveva compiuto grandi prodigi, e aveva parlato ai suoi fedeli; e tutto era stato splendido. Però, quando il sole era sparito oltre la vetta della montagna, anche la devozione più fervente aveva cominciato ad essere incrinata… beh… dai morsi della fame.

Tutto subito, Siro non ci aveva fatto caso.
Aveva sentito un vago senso di appetito, e aveva tranquillamente tirato fuori una pagnotta dal sacchetto di provviste che gli aveva dato la sua mamma.
Aveva addenati il suo panino e l’aveva mangiato tranquillamente – cominciando ad avvertire un vago senso di disagio quando aveva scoperto di essere osservato da una donna anziana seduta accanto a lui… che guardava il bambino, e poi guardava la pagnotta, e poi abbassava il suo sguardo a terra… e sembrava incredibilmente triste.

Alcuni si erano alzati ed erano tornati verso le loro case, anche se il Maestro stava ancora parlando.
Alcuni erano rimasti seduti al proprio posto, ma avevano smesso di ascoltare Gesù perché erano troppo presi a mormorare fra di loro: si era fatto tardi, come faceva a non capire che era ora di darci un taglio, non poteva far far la fame a cinquemila poveri innocenti…
Siro si domandò che fine avessero fatto le mamme di tutta quelle gente: si domandò per quale diamine di ragione al mondo a nessuna di quelle persone fosse venuto in mente di portarsi una pagnotta da casa, giusto per placare i crampi della fame. Pensò che la sua mamma era la mamma migliore del pianeta, e pensò che tutta quell’altra gente doveva avere mamme da poco, se lasciavano uscire di casa i loro figli senza preoccuparsi della merenda.
Poi, lo sguardo gli cadde sulla vecchietta triste che sedeva accanto e lui, e Siro ebbe un brivido del pensare che, forse forse, tutte quelle persone erano rimaste senza cena perché non ce l’avevano più, una mamma. E se non hai una mamma, chi è che pensa a riempirti il sacchetto con le provviste, quando vai via di casa?
Siro diede un altro morso al suo panino, cercando di farsi piccolo piccolo.

A non molta distanza da lui, camminavano in mezzo alla folla due omoni grandi e grossi, che apparentemente stavano cercando di contare il numero di persone presenti in quello spiazzo. Siro li riconobbe: erano due degli uomini che avevano accompagnato il Rabbì; dovevano essere dei pezzi grossi. Ignorando per un attimo Gesù, che parlava ancora in mezzo alla folla, il ragazzino tese le orecchie per sentire cosa stessero dicendo quei due omoni.

“…quarantotto, quarantanove, cinquanta… anche qui dovrebbero essercene attorno ai duecento, ad occhio e croce”, stava dicendo il primo.
Il secondo aveva aggrottato le sopracciglia, brontolando qualcosa sulle linee di “assurdo”. “Non capisco cosa aspetti a congedare queste folle: questo posto è un deserto, e l’ora di cena è già passata”.
Il primo uomo, il più giovane, si era mordicchiato il labbro inferiore come riflettendo. Aveva lanciato un’occhiata alle fronde degli alberi come a sperare di trovarci sopra qualche frutto; ma niente. “Forse, se provassimo a pescare…”.
Il secondo – un omaccione vecchio dall’aria burbera – lo aveva trafitto con lo sguardo. “Ma ti pare? Per tutta ‘sta gente?”.

Il Rabbì continuava a predicare, con aria molto ispirata; la vecchietta triste seduta affianco a lui sembrava sempre più triste, e sempre più affamata.
Siro esitò per un attimo, sentì il cuore che gli batteva forte nel petto: rifletté, esitò ancora, si domandò cos’avrebbe detto la sua mamma vedendolo tornare a mani vuote… e poi pensò che non era così importante. Scattò in piedi, zigzagò fra la folla, inseguì i due amici del Rabbì che già si stavano allontanando… e tirò il vestito di uno dei due, con insistenza.
Si sentì avvampare dall’imbarazzo, quando l’omaccione dall’aria burbera si girò verso di lui e lo guardò dall’alto in basso. Aveva l’aria di uno che non è in vena di scherzi.

Il ragazzino deglutì. “Io… io ho del cibo, signori”, sussurrò con una vocina molto più pigolante di quella che avrebbe voluto usare. Allungò il sacchetto verso i due uomini, e annuì cercando di darsi un tono. “Ci sono due pesci. E cinque panini d’orzo, che ha preparato la mia mamma”.
I due uomini guardarono il bambino, poi il sacchetto che teneva in mano. Infine si scambiarono uno sguardo; e il viso del più giovane si intenerì in un sorriso.
“Me li ha dati la mia mamma”, spiegò Siro, orgogliosamente, “ma io li posso dare a voi. Così li date da mangiare a questa gente”.
Sorrise con fiducia, e gli uomini ricambiano il sorriso.
“Il Signore ti benedica, ragazzino”, disse dolcemente quello più vecchio; “ma temo che cinque pani e due pesci non ci risolvano un granché. Sei stato generosissimo, aggiunse velocemente, vedendo Siro che si rabbuiava: “ma non possiamo… Cioè. Magari la tua mamma li rivuole indietro”.
Siro abbassò lo sguardo, mortificato. “Oh”. Esitò. “Avevo sperato che potesse servire, anche se è poco…”.

Ci fu un breve silenzio, in cui Siro fissò la terra e i due amici di Gesù si scambiarono una seconda occhiata.
Poi, il signore meno anziano su chinò dolcemente sul bambino. Gli carezzò i capelli.
“Tu hai ragione, piccolo”, gli disse con tenerezza. “Certo non sono molti, ma possono servire. Il Signore ti renda grazie per la tua generosità, piccino”.
Molto lentamente, Siro risollevò lo sguardo. L’amico di Gesù gli sorrise ancora, con dolcezza. “Anzi: sai, adesso, cosa facciamo? Ti accompagniamo dal Maestro, così puoi consegnargli i tuoi panini. Sono certo che Gesù vorrà ringraziarti personalmente”.
Sgranando gli occhi, incredulo per tanta grazia, il piccolo Siro si sentì avvampare.

“All Were Satisfied”, James Seward

Passarono i giorni e passarono le settimane; e, ovviamente, quello che era successo sulle rive di Tiberiade viaggiò di bocca in bocca, per tutto il paese e per tutto il mondo.
Passarono i mesi e passarono anche gli anni; e il Signore Gesù fu crocifisso, morì e risorse.
Passarono ancora gli anni, e la comunità dei Cristiani radunata attorno a Pietro continuò a crescere e a prosperare, nei dintorni di Gerusalemme.
Passò il tempo, e un giorno il nostro Siro abbracciò la sua amata mamma, le diede un bacio per l’ultima volta, e andò incontro al suo destino.
“Ti ricordi di me?”, chiese ad un Simon Pietro sempre più anziano. E fra i lineamenti ormai adulti del ragazzo che gli stava in fronte, Pietro riconobbe quel bambino di tanti anni fa, con le pagnotte di sua mamma. Gli sorrise, e lo abbracciò.
Siro ricambiò l’abbraccio, e poi disse tutto d’un fiato: “io voglio restare con voi, per sempre”.

***

E poi – racconta la leggenda – Siro seguì fedelmente San Pietro, fino a Roma.
Da lì – racconta la leggenda – Siro fu inviato e evangelizzare tutti i territori posti nel Nord della penisola.
A quel punto – dice la leggenda – durante le sue peregrinazioni, Siro si imbatté in una piccola città piena di gente molto strana, che si ergeva solennemente sulle rive del Ticino… e, a quel punto, ne diventò il suo primo Vescovo.

Quando, il 17 marzo del 1989, la Torre Civica di Pavia è franata su se stessa, ha trascinato con sé anche un pezzetto del Duomo lì adiacente. Il crollo della torre ha messo a repentaglio anche la stabilità della cattedrale, che appunto gli stava proprio attaccata. Si sono resi necessari dei lavori urgenti di consolidamento, per ridare stabilità alla chiesa e per evitare nuove tragedie.
E poi… sapete come vanno, molto spesso, queste cose.
La mancanza di denaro, i contrattempi, la scoperta di altri problemi che man mano vengono alla luce… Siete liberi di non crederci, ma purtroppo è la realtà: a un certo punto dei lavori, il Duomo di Pavia è stato chiuso al pubblico… e, da quel momento, non ha ancora riaperto le sue porte.
Giuro: ad oggi, mentre scrivo queste righe, il Duomo di Pavia è ancora chiuso al pubblico, a causa di un evento che ha avuto luogo quando io non avevo ancora compiuto un anno (!).

Ma oggi, alle tre e mezza, le porte del Duomo di Pavia si spalancheranno di nuovo, finalmente.
Questo pomeriggio, con la traslazione delle reliquie di San Siro, che vengono riportate in Duomo dopo anni ed anni di lavori, la chiesa cattedrale sarà di nuovo pronta per accogliere i suoi fedeli.

***

Ieri mattina, nella mia parrocchia, preparavo il classico foglietto con gli orari delle Messe e con gli avvisi per la settimana. E – lo ammetto – mi ha fatto una certa impressione, scrivere che una certa serie di incontri, che comincerà fra poco, avrà luogo “alle 21, nella chiesa cattedrale”.

Non so se bastano cinque anni di odi et amo ed un cambio di residenza, per potersi definire “Pavesi” a tutti gli effetti. Io non mi considero veramente una Pavese. Insomma: non so se potrei definirmi in questo modo. Forse sì, chissà.

Ma l’entusiasmo che provo mentre scrivo queste righe, e mentre mi appresto ad entrare per la prima volta nella mia cattedrale, in quella città che senza ombra di dubbio sento mia… beh: questo entusiasmo mi fa propendere per un cauto “sì”.
Forse, tutto sommato, sono davvero una pavesina, ormai.

2 thoughts on “[Ma che sant’uomo!] Siro

    1. Pazzesco, eh?

      Peraltro, la cerimonia con la traslazione delle reliquie è stata molto molto bella! C’era davvero tantissima gente, la piazza era piena: il duomo è molto grande, ha tantissimi posti, ma c’era tanta gente che è rimasta in piedi. Eravamo tantissimi :-)
      Da sabato scorso, è partita in duomo una lettura no-stop della Bibbia 24h/24, con la chiesa che di conseguenza restava aperta giorno e notte. Quando ero nei pressi del duomo, entravo sempre a dare un’occhiatina (anche in orari un po’ improbabili tipo l’ora di pranzo)… ed era davvero bello vedere che c’era sempre qualcuno: c’era tanta gente seduta ad ascoltare la Bibbia, c’era gente che pregava… tutti in silenzio, molto raccoglimento. Che bello: penso che come riapertura non potesse andar meglio di così, mi ha fatto proprio piacere :-)

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