Quando il Sant’Uffizio ti vietava il trasloco

Il problema è sempre lo stesso: la Brava Ragazza Cattolica s’innamora di uno che cattolico non è.
Portare avanti il fidanzamento e cominciare a fare progetti seri, cullandosi nella convinzione che prima o poi lo converto? Lasciar perdere in partenza perché i rischi sono troppi, ed è difficile pensare a un serio progetto con uno che non condivide una parte così importante della tua vita?
Ai giorni nostri, se ne discute sempre più spesso, ma non siamo noi la prima generazione a dover gestire un simile problema. All’epoca del concilio di Trento, ad esempio, i vescovi cattolici furono costretti a porsi lo stesso identico problema.

Con l’aggravante che, per loro, il problema costituiva una novità quasi inedita. Mica facile, per i padri conciliari, prendere una posizione di fronte all’ipotesi dei matrimoni inter-religiosi. Li sconsigliamo a prescindere, perché sono troppo rischiosi? Li caldeggiamo apertamente, come prezioso strumento d’evangelizzazione?

In linea di massima, si optò per lo sconsigliare.
Troppi rischi per la cattolica che andava in sposa a un protestante, soprattutto se questa parte cattolica era rappresentata dal gentil sesso, per l’appunto. Per una donna del ‘500 che andava in sposa a un luterano fervente, non era realisticamente possibile aspettarsi chissà quali garanzie di libertà religiosa per la fanciulla. Magari, il marito la rassicurava prima del matrimonio e poi, a nozze fatte, diceva ‘oh scusa, ho cambiato idea’. Magari, il marito rispettava la libertà religiosa della sua sposa, ma prendeva di crescere i figli secondo il Credo protestante.

Insomma: troppi rischi, troppe incertezze; troppa sofferenza per l’indifesa fidanzatina cattolica che magari non aveva nemmeno capito bene a cosa stesse andando incontro.
E quindi, per regolamentare l’annosa questione, Santa Romana Chiesa aveva istituito una procedura molto complessa che culminava con questo diktat: se vuoi sposare uno che non è cattolico, hai bisogno di una dispensa; se vuoi questa dispensa, devi rivolgerti al Sant’Uffizio. Che esaminerà la tua situazione, chiederà per iscritto alcune garanzie (tra cui la libertà religiosa per il coniuge cattolico e la garanzia di una educazione cattolica per la prole), e infine esprimerà un parere.

A questo punto entra in scena Cecilia Cristellon, una storica che s’è presa la briga di andare negli archivi del Sant’Uffizio a spulciare tutte le richieste di dispensa conservate nel fondo Matrimonia Mixta. La studiosa ha esaminato le varie richieste e, soprattutto, le discussioni che ne erano seguite: quali motivazioni erano state addotte per concedere (o negare) la dispensa matrimoniale?
Lo studio, ovviamente, evidenzia tante cose interessanti – una delle quali, però, mi sembra così curiosa da meritare a buon diritto una menzione su questo blog. L’avreste mai detto che… la concessione di una dispensa matrimoniale era anche legata al luogo in cui la coppia voleva andare a vivere dopo le nozze?

Incredibile ma vero.
La Cristellon porta l’esempio di una cattolica di Lisbona che nel 1755 chiese il permesso di poter andare in sposa a un protestante nativo di Amburgo. Come richiesto da Santa Romana Chiesa, il fidanzato protestante aveva assicurato per iscritto che tutti i figli nati dal matrimonio sarebbero stati cresciuti nella fede cattolica e che la sposa non avrebbe mai subito pressione volte a farla abiurare.
“E allora dov’è il problema?”, mi dite voi. Il problema è la suocera, per così dire: nel senso che il fidanzato protestante era per l’appunto nativo di Amburgo; e ad Amburgo, presumibilmente, aveva ancora mammà. E con mammà, anche una casa, degli affari da seguire, degli amici da riabbracciare… insomma: ‘sto tizio aveva tutta l’intenzione di tornarci a vivere, ad Amburgo, in un futuro prossimo.

Ma ad Amburgo i preti cattolici si contano sulle dita di una mano, cercare una chiesa cattolica vicino a casa è come cercare un ago in un pagliaio, non c’è terra consacrata in cui farsi seppellire, e poi chissà in quale scuola verranno mandati i figli…
…no: troppo rischio. Permesso negato dal Sant’Uffizio. O mi garantisci che non porterai mai e poi mai la tua moglie e i tuoi figli in un Paese protestante, oppure non se ne fa niente.
E, per quanto ne sappiamo, la povera coppietta rimase a bocca asciutta per davvero.

Come scrive la Cristellon, “l’intransigenza verso la mobilità verso terre riformate poteva farsi forte di una bolla emessa da Clemente VIII nel 1596 che proibiva agli italiani di abitare o avere domicilio in luoghi dove «l’eresia prospera impunemente» e dove non vi fosse chiesa con parroco cattolico”. Clemente VIII, nello specifico, si rivolgeva agli Italiani: ma il Sant’Uffizio tenne conto questi suggerimenti tutte le volte che esaminava il caso di una donna cattolica, originaria di un Paese cattolico, che chiedeva di poter sposare protestante nato all’estero. Operando “peraltro in sintonia con la sensibilità delle autorità protestanti”, aggiunge la storica, “che proibivano ai mariti eterodossi di condurre le mogli in luoghi dove non fosse praticato il luteranesimo”.

Insomma: chi vive troppo a lungo circondato dagli zoppi, dagli oggi e dagli domani, alla fine impara a zoppicare?

Apparentemente la risposta era “sì”, secondo le autorità ecclesiastiche (di svariate confessioni religiose) lungo tutta l’età moderna. Con conseguenze piuttosto paradossali, come l’assoluta necessità di consultarsi col Sant’Uffizio prima di… comprare quella casetta tanto carina, che ci piace così tanto, ad un prezzo così abbordabile, ma in un quartiere pieno di stranieri.

È ad esempio ciò che accadde a una coppietta toscana composta da una cattolica pisana e da un anglicano di origini inglesi. Lo straniero viveva in Italia da molti anni: non aveva particolare interesse a crescere i suoi figli nella fede anglicana, né tantomeno gli pesava l’idea di non tornare più nella sua patria. Messe per iscritto queste assicurazioni, non gli era stato difficile conquistare la fiducia del Sant’Uffizio, che infatti aveva acconsentito a che si celebrasse il matrimonio misto.
Però teniamoli d’occhio, ‘sti due”, aveva mormorato un sacerdote prima di apporre il sigillo sulla dispensa di matrimonio.
E infatti, la famiglia era stata tenuta d’occhio – e quando, poco tempo dopo le nozze, la coppietta aveva contattato l’arcivescovo di Pisa chiedendogli il permesso di poter sposare la residenza da Pisa a Livorno, il permesso era stato negato (!).
Livorno è un porto di mare: ci sono stranieri in ogni locanda, c’è un melting pot di popoli che te lo raccomando, ci sono navi che salpano per l’Inghilterra ogni pochi giorni… non è che questo ci raggira con la scusa della vacanzina a Livorno, e poi imbarca la moglie sulla prima nave per Londra e ci lascia con un palmo di naso?

Ne seguì un lungo dibattito, al termine del quale gli sposini riuscirono effettivamente a conquistarsi il permesso di trasferirsi a Livorno, grazie ad un breve straordinario firmato dalla Penitenzieria. Ma Livorno, si sa, è città di perdizione per le brave ragazze… e infatti, il Sant’Ufficio non si diede per vinto: anzi, ordinò alla Penitenzieria di prendere da parte lo sposo e di farlo ragionare, ché ‘sta cosa di Livorno, così piena di navi pronte a salpare e così piena di anglicani appena sbarcati, proprio non andava bene. E anzi: il Sant’Uffizio ordinava allo sposo di fare «qualche investimento in stabilirsi in Pisa, anziché a Livorno», proprio per dimostrare la sua buona fede nel voler far vivere la moglie in un ambiente il più cattolico possibile.

Strano? Ma vero!

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