Pillole di Storia

[Pillole di Storia] La missione del colportore

Qualche tempo fa, ha tristemente chiuso i battenti l’ultima libreria che ancora sopravviveva nel mio quartiere.
Aveva resistito per anni, stoicamente, sfidando siti come Amazon e grandi librerie come Feltrinelli… ma un giorno, ha dovuto dichiararsi sconfitta. E così ha chiuso, gettando nella disperazione i vecchietti del quartiere… perché okay, è facile dire “compri su Amazon” o “ne approfitti per fare una passeggiata in centro”… ma se Amazon non sei capace a usarlo? O il centro-città è troppo lontano, per un vecchietto malfermo che non ama viaggiare sui mezzi pubblici?
È facile dire che “i libri ci sono, basta comprarli”: no, in alcuni casi bisogna anche essere messi nelle condizioni di poterli comprare (senza sforzi irragionevoli).

E se questo è vero ai nostri giorni, pensate quanto più doveva esser vero ai tempi in cui in Amazon non esisteva e la libreria più vicina poteva esser lontana molti chilometri, composti perlopiù da mulattiere e tornanti.
Era esattamente la situazione in cui si trovavano i Valdesi della Val Pellice, ai tempi dell’Unità d’Italia.

Val Pellice: la conoscete. È quella vallata alpina posta a sud di Torino, ai confini con la Francia; storicamente, ospita numerosissime comunità valdesi, presenti in quelle terre fin dal pieno Medio Evo. E lo so che questo è un blog cattolico, che solitamente parla di cose cattoliche… però, non riesco a non provare un’istintiva simpatia per questi miei “vicini di casa”: i barbèt, così come li definisce il dialetto Piemontese. Tutto sommato, trovo che i Valdesi abbiano una storia affascinante, degna del massimo interesse. Soprattutto quando aguzzavano l’ingegno e si inventavano soluzioni geniali ai loro problemi… tipo – per dirne una – la pratica del colportage.

***

Il colportage (o “colportaggio”, all’italiana) nasce come risposta educativa al problema accennato sopra: di libri su cui istruirsi, ce ne sonoperò, è scomodissimo andare a prenderli. Immaginate di essere un Valdese di metà Ottocento: già hai l’aggravante di professare un credo che non è proprio ben visto (non è che tutte le librerie di Torino abbiano un settore di catechistica valdese, giusto per capirci); perdipiù, non vivi in città ma bensì in una sperduta vallata alpina, in cui sarebbe un suicidio anche solo pensare di poter aprire una libreria.
‘Nsomma: mica facile, procurarsi i libri che ti servono per un’adeguata formazione spirituale!

E dunque?
Rinunciare in partenza alla sola idea di formarsi sui libri, permanendo in uno stato di aurea ignoranza mista ad analfabetismo?
Affrontare chilometri e chilometri, ogni volta, fino alla città più vicina, pregando che la libreria di fiducia non debba mai soccombere agli affitti sempre più alti e al boicottaggio dei cattolici (che, giustamente, vanno a comprarsi i loro libri dai loro preti)?
Mannò: manco a pensarci! E così, i Valdesi si inventano una nuova, geniale forma di trasmissione del sapere… ovverosia, la libreria-scuola-ambulante.
Non serve molto, dopotutto: basta una raccolta di libri di spiritualità, un carretto su cui trasportarli, e un libraio sufficientemente colto. Ovverosia: un libraio che quantomeno conosca i libri che mette in vendita, e che abbia quel minimo di doti comunicative necessarie a presentare il contenuto di quei testi anche a chi sta valutando se comprarli. O a chi non li comprerà mai neanche volendo, perché ha studiato poco e non è in grado di leggere.

Come scrive Giorgio Chiosso – professore di Storia della Pedagogia all’Università di Torino –

Con la loro biblioteca ambulante raccolta in una borsa, in un carretto, o, nel migliore dei casi, in una vera e propria carrozza trainata da un cavallo (“la carrozza biblica”), i colportori furono attivi soprattutto nelle realtà rurali. Si fermavano nei paesi durante le fiere e i mercati settimanali, frequentavano le locande e bussavano ai casolari isolati, accompagnavano la vendita del libro (e della Bibbia in particolare) con la lettura ad alta voce e poi con la spiegazione e il commento dei testi, dando così luogo ad una predicazione itinerante.

Capite? L’iniziativa era geniale sotto diversi punti di vista: non solo il colportore costituiva una “libreria a domicilio”, che ti metteva nelle condizioni di poter comprare tutti i libri che volevi senza dover correre ogni volta fino alla Città Lontana. No, non solo: il colportore si trasformava anche in un operatore della cultura itinerante, in un divulgatore porta-a-porta; in un educatore cristiano che si formava sui suoi libri e poi li usava come spunto per catechizzare i popolani. Non solo un commerciante di libri, quindi, ma molto più: un formatore a tutto campo, che concepiva il suo lavoro come una vera e propria missione; anzi, dirò di più: come una vera e propria pastorale.

E capite anche voi che la figura di questo coraggioso libraio-predicatore itinerante, che, senza mai fermarsi, affronta le impervie delle vallate alpine per raggiungere, con la sua libreria, anche quel paesello lontano, lassù in cima a quel monte, dove ci sono famiglie che forse desiderano acquistare un libro nuovo, o forse beneficeranno della tua catechesi…
beh: capite anche voi che una figura del genere non può non conquistarmi. Cattolica o no, la amo a prescindere.

Una "carrozza biblica" della casa editrice Claudiana
Un “carro biblico” della casa editrice Claudiana

Chiosso, analizzando la pratica del colportage, sottolinea anche come i colportori fossero consapevoli di fare un mestiere delicato, costretti com’erano a rapportarsi con individui che, perlopiù, erano scarsamente alfabetizzati. Non è che puoi pigliare, andare da un montanaro valdese di metà Ottocento, e attaccare a parlargli di teologia come se niente fosse, voglio dire. Quello non ci capisce niente, poveraccio: è già tanto se sa leggere e scrivere.
No: in casi come questi, occorreva studiare una strategia comunicativa ad hoc, fatta di racconti edificanti, scenette a tema biblico, storielle con morale, racconti educativi. Bisognava insomma trovare un modo per catechizzare anche quei contadini ignoranti che, di un libro di esegesi biblica, di per sé, se ne sarebbero fatti ben poco… e quindi, ecco apparire sui carretti dei colportori anche

un’ampia letteratura che spaziava su vari generi, non dissimili da quelli presenti nell’editoria popolare cattolica: fogli volanti, almanacchi, semplici opuscoli, apologetica evangelica, biografie esemplari, ma anche racconti e romanzi.

Un colportore - Archivio Fotografico Valdese
Un colportore – Archivio Fotografico Valdese

E dunque, il colportore viaggiava per le vallate alpine trascinandosi appresso il suo carretto, vendendo libri religiosi a domandava di comprarli. O leggendo alcuni brani nella piazza del paese, per chi avrebbe voluto istruirsi su un certo tema ma non era abbastanza colto per farlo da solo.
Rispondeva alle domande che gli venivano poste, se ce n’erano e se si sentiva in grado; tentava di stimolare egli stesso la discussione, se aveva l’impressione di trovarsi di fronte a un’assemblea un po’ troppo “spenta”. Sapeva guardare negli occhi i montanari e decifrare i loro sguardi: capiva perfettamente quand’era il caso di smetterla con l’esegesi biblica, e di passare a qualche accattivante nota storica o ad una biografia del tal uomo illustre.
Ché se ci pensate, è anche una scenetta un po’ pietosa (un libraio itinerante morto di fame che, da autodidatta, si improvvisa rètore per un auditorio semi-analfabeta)… però, è proprio in questo modo che la fede valdese è riuscita a mantenersi viva e vitale, in un contesto in cui tutto quanto (ivi compresa la geografia!) sembrava opporsi alla sua diffusione.
Mica stupidi, i Valdesi.

***

Non so perché, ma, la primissima volta in assoluto che ho sentito parlare del colportage, il mio pensiero è immediatamente corso a noi. Sì, insomma: a noi blogger cattolici.
Con i dovuti distinguo, direi che abbiamo molte cose in comune con i colportori di metà Ottocento: innanzi tutto, siamo autodidatti (è raro trovare dei “professionisti della cultura”, sia fra le nostre che fra le loro fila); in secondo luogo, ci mettiamo volenterosamente a disposizione della causa… “e poi vediamo cosa ne viene”.
In un certo senso, anche noi studiamo soluzioni innovative per portare la Parola di Dio in contesti – auhm – che non definirei propriamente “facili”. Anche noi operiamo senza particolare tornaconto, (ma quantomeno non ci viene chiesto di attraversare a piedi un valico alpino perché magari dall’altra parte c’è qualcuno che potrebbe volerci ascoltare gratis). E anche noi, se guardati nell’insieme, proviamo a offrire soluzioni “per tutti i gusti” pensate per tutti i tipi di Internauti: dai blog seri e impegnati che parlano di alta teologia, fino ai blog delle ragazzine che scrivono storielle sui santi per far sorridere.

Prendetemi per scema, ma è stata questa la prima immagine che mi è venuta in mente, quando mi sono imbattuta nel colportage. Noi blogger cattolici come tanti piccoli, sprovveduti, ma volenterosi colportori – che, col loro carretto pieno di scritti, sfidano le insidie e le asperità della montagna sperando di poter raggiungere persone lontane, forse disposte ad ascoltare. E sperando, nel proprio piccolo, di poter fare almeno un po’ di bene.

E a tal proposito – by the way – quest’oggi sono nove anni esatti che il mio blog ammorba Internet con le sue storielle. (Gulp!)

6 thoughts on “[Pillole di Storia] La missione del colportore

  1. E’ impossibile competere con la grande distribuzione, e ancora di più con Amazon. Che ha sede legale in Lussemburgo… ma che caso!!!

    1. Mannaggia, proprio vero! Capisco ovviamente la comodità di Amazon, e capisco ancor di più il fascino della grande distribuzione con le sue tessere fedeltà, i punti-premio e quant’altro… però, bisognerebbe davvero fare qualcosa per tutelare in qualche modo le piccole librerie. Non si tratta nemmeno di “tutelare il piccolo commerciante”: in questo caso ci sono proprio in gioco l’abitudine alla lettura e tutto quello che ne consegue.
      Poco da dire: un quartiere in cui non c’è una libreria è in quartiere in cui non si legge più, se non in poche fortunate eccezioni. E’ facile dire “evvabbeh, trovi un altro modo per procurarti i libri”: questo è senz’altro vero per un lettore forte che è già abituato alla lettura e quindi, poverello, troverà un modo per arrangiarsi… ma il mondo non è fatto solamente di lettori forti. E una signora che non è abituata a leggere, ma che casualmente si trova sotto il naso quel libro famoso di cui aveva sentito parlare in TV, e se lo trova sotto il naso perché lo vede nella vetrina di quella libreria davanti alla quale passa tutti i giorni quando va a portare il bambino a scuola… allora, forse, potrebbe decidere di entrare e provare a vedere com’è ‘sto libro. Ma difficilmente deciderà di farlo, se non se lo trova proprio spiattellato sotto al naso.

      Veh che è un problema, eh!
      O si fa qualcosa per tutelare le piccole librerie e/o per incentivare l’apertura di librerie nuove (della grande distribuzione) in maniera più capillare, oppure bisogna potenziare le biblioteche di quartiere.
      Sennò, davvero, si rischia di creare mille ostacoli alla lettura… altro che “incentivarla”… :-\

    1. Beh, sì: arrivano :-)
      A dire il vero, però, penso di poter dire che scriverei abbastanza serenamente anche senza soddisfazioni dall’esterno, nel senso che mi rendo conto che tenere un blog mi aiuta a restare sempre “sul pezzo” leggendo libri, visitando mostre, approfondendo cose, “sennò cosa scrivo, la settimana prossima?”. Insomma: al di là del gradimento altrui, trovo che tenere un blog (di questo tipo) sia proprio utile a me, per prima cosa.

      Me ne sono accorta nei mesi in cui avevo messo il blog in stand-by: a un certo punto ho realizzato che erano passate settimane dall’ultima volta che avevo aperto un testo di saggistica, e sono inorridita… :-P :-P

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