Malco, Reginaldo e il loro “Angele Dei”

C’era una volta un povero disperato di nome Malco, costantemente perseguitato da donne che volevano sposarlo.
Credo che molti, a questo punto, cominceranno a mugugnare che essere corteggiati non è ‘sta gran persecuzione, ma tant’è: ognuno ha le sofferenze che gli spettano, e san Malco non si divertiva proprio per niente, nella sua miseranda situazione.

Tutto era iniziato quando il giovanetto aveva cominciato a farsi adulto e i suoi genitori si erano messi a cercare una brava ragazza da fargli sposare.
“Io non voglio sposarmi: io voglio entrare in convento e diventare monaco”, aveva detto Malco; i genitori non se lo erano filati manco di striscio e avevano cominciato a organizzargli appuntamenti al buio – fino al punto che, esasperato per la situazione, il ragazzo era stato costretto a rompere del tutto i suoi rapporti con la famiglia e scappare in convento per farsi finalmente monaco.

Seguono alcuni anni di operosa tranquillità.

Un triste dì, Malco fu raggiunto da una notizia luttuosa: il vecchio padre era passato a miglior vita. Profondamente turbato dalla, il monaco chiese di potersi allontanare dal convento per riallacciare i rapporti con la famiglia e stare vicino a sua madre in questo periodo di lutto.
“Meglio di no, fratello”, gli rispose l’abate.
“Ma io ci terrei veramente tanto”, insisté il giovane monaco.
“Non mi sembra affatto un’idea prudente”, ribadì il suo superiore.
“Me ne tange assai poco di quello che sembra a te”, decretò il ribelle Malco, e il giorno stesso lasciò il convento contro il volere dell’abate.

L’abate avrà pure avuto un atteggiamento un po’ da… ehm. Però, col senno di poi, Malco avrebbe fatto molto meglio a dargli retta: il monaco fuggitivo si unì infatti a un gruppo pellegrini diretti verso la sua città natale, e tutto sarebbe andato bene se non fosse andato tutto malissimo nel momento in cui una cosca di briganti assalì la comitiva, riducendo in schiavitù gli inermi viaggiatori.

Malco si ritrovò venduto a un mercante di schiavi, ma non era quello il suo problema principale: il problema è che il mercante di schiavi voleva giustamente disporre dei suoi schiavi come meglio credeva, e decise di destinare Malco a quale compito?
Alla riproduzione.
Eh sì. Del resto, era un giovane in forze e assai piacente: se gli diamo come moglie quest’altra schiava qui, che è decisamente una bella pupa, la natura farà il suo corso e la genetica ci metterà il suo – si disse compiaciuto il suo padrone. Nell’arco di pochi anni, avremo tanti bellissimi figliuoli da vendere a caro prezzo a chi ha il pallino degli schiavi bambini.

Fra tutte le mansioni a cui poteva essere destinato, il ruolo di stallone da riproduzione era probabilmente l’incubo peggiore del povero e casto Malco.
Costretto a forza dal suo schiavista a sposare la bella pupa, Malco mise subito le cose in chiaro con la sua sposa e rifiutò categoricamente di consumare il matrimonio. Frattanto, la istruì nella fede per il vero Dio e contestualmente progettò la fuga: un bel dì, al sorgere del sole, i due sposini riuscirono a scappare e si diressero verso il monastero da cui Malco, anni prima, si era allontanato imprudentemente.
Casti baci e castissimi abbracci fra i due sposi forzati ormai pronti alla separazione, dopodiché ognuno andò per la sua strada: Malco ottenne che sua moglie venisse accolta in un monastero femminile e poi bussò timorosamente alla porta del monastero di cui lui aveva fatto parte.

L’abate che Malco aveva sfidato così apertamente era già morto di vecchiaia nel frattempo; il nuovo abate non ebbe problemi a perdonare l’avventatezza e la disubbidienza del confratello… e “tutto è bene quel che finisce bene”: il monaco ritornò finalmente a fare il monaco, godendosi una vita di claustrale tranquillità. E ammonendo i novizi a non lasciare mai, per nessuna ragione, le mura sicure del convento: nemmeno per un giorno e nemmeno per giusta causa.
E comunque: se l’abate dice “no”, è “no”.
Per quanto ti possa sembrare irragionevole, in ogni caso, è comunque “no”.

***

Un bel dì, la storia di Malco arrivò alle orecchie di san Gerolamo, che – molto incuriosito da questa vita avventurosa – chiese e ottenne di poter incontrare il monaco e mise per iscritto le sue peripezie.
Alcuni secoli più tardi, lo scritto di Girolamo capitò sotto gli occhi di Reginaldo di Canterbury, un monaco benedettino vissuto a cavallo fra XI e XII secolo. Esaltato da questa storia edificante eppur avventurosa, Reginaldo pensò bene di espandere la materia per trarne un vero e proprio poema agiografico in sei libri, passato alla storia col titolo di Malcus o Vita Sancti Malchi.
E in effetti questo poema è un piccolo gioiellino, anche perché non capita tutti i giorni di trovare un’agiografia così ricca di tematiche inusuali: la rottura col padre, la ribellione all’abate, i sensi di colpa, il rapimento saraceno, la depressione nella schiavitù, lo shock del matrimonio forzato, la casta amicizia con la “moglie”… ‘nsomma: ce n’è per tutti i gusti!

In effetti, nel poema di Reginaldo, si può trovare letteralmente di tutto un po’.
Si possono trovare anche un sacco di preghiere, radunate perlopiù nell’ultima parte del poema; quella in cui vediamo un Malco anziano, finalmente tornato al suo monastero, nell’atto di dedicarsi anima e corpo alla preghiera e all’adorazione. Il sesto libro del Malcus abbandona i registri della narrativa per trasformarsi in una vera e propria raccolta di inni, che Reginaldo immagina essere stati composti dall’anziano monaco. Ci sono preghiere alla Vergine, agli apostoli, alla Trinità, a Cristo in croce… e poi (a partire dal verso 288 del libro VI) c’è uno scritto particolarissimo.
Particolarissimo non tanto per i contenuti in sé, ma per il semplice fatto che – se avete vagamente nelle orecchie l’Angelo di Dio nella sua versione latina – noterete una certa somiglianza

Recita l’inno al proprio angelo custode, che Reginaldo di Canterbury immagina esser stato composto da san Malco:

Angele, qui meus es custos pietate superna,
me tibi commissum serva, tueare, guberna;
terge meam mentem vitiis et labe veterna
assiduusque comes mihi sis vitaque lucerna.

Angele, fide comes, sapiens, venerande, benigne,
me movet et turbat mortis formido malignae
intentatque mihi poenas et tartara digne,
tu succurre, precor, barathri ne mergar in igne.

Angele, confiteor, quia saepe fidem violavi
spiritibusque malis numeroso crimine favi
et praecepta Dei non, sicut oportet, amavi,
proh dolor, et Christum prave vivendo negavi.

Angele, quando meos actus per singula tango
meque reum mortis video, per singula plango,
ora rigo lacrimis, mentem cruciatibus ango;
his me solve malis, et laudes votaque pango.

Angele, me iugi tua salvet cura rogatu,
ne pro multimodo peream damnerque reatu,
me de terribili tua liberet ars cruciatu,
dignus ut angelico possim fieri comiatu.

Angele, qui nosti, quae sunt in fine futura,
qui medicus meus es, mea spes, mea vulnera cura,
vulnera, mens quibus est, nisi cures me, peritura;
ergo mei cordis fac sint penetralia pura.

È, a tutti gli effetti, la preghiera Angelo di Dio.
Un “Angelo di Dio” extended version, mettiamola così: ma le rime di Reginaldo di Canterbury sono a tutti gli effetti, fino a prova contraria, la prima stesura della preghiera all’angelo custode.
Per gli strani scherzi del destino (e degli amanuensi medievali) l’inno di Reginaldo, estrapolato dal contesto, fu ricopiato in un volume contente le opere di sant’Anselmo. Da lì, la preghiera di Reginaldo cominciò a girare per il mondo, sempre appaiata alle opere di Anselmo, al punto tale che per un po’ di tempo i filologi ritennero che fosse proprio lui l’autore dell’inno all’angelo custode.

E intanto passava il tempo, il culto all’angelo custode cominciava a diffondersi a macchia d’olio, cresceva il bisogno di avere una preghiera da rivolgere a quel potente protettore… et voilà. Qualcuno si ricordò di quella preghiera che compariva spesso nei codici di Anselmo… e il resto fu questione di pochi anni: i primi due versi, solo leggermente modificati, si trasformarono nella preghiera che, ancor oggi, tutti quanti conosciamo.

6 risposte a "Malco, Reginaldo e il loro “Angele Dei”"

    1. Lucia

      🙂
      Sulla preghiera all’angelo custode, o sulla vita di San Malco?

      Sulla storia dell’Angele Dei, avevo proprio due appunti in croce (l’origine della preghiera e il fatto che fosse stata tramandata attraverso le opere di Sant’Anselmo) copiati non so nemmeno più da dove.
      Peraltro, non sono ancora riuscita a trovare un bel libro sulla storia delle preghiere cristiane: possibile che non esista un titolo del genere? Qualcuno ha consigli?
      Come mi dicevo, non mi ricordo nemmeno più da dove avevo tratto queste poche informazioni sulla storia dell’Angele Dei, ma potrei averle lette su Le preghiere che salvano di Saverio Gaeta. E’ un bel libro (piuttosto divulgativo, ma fatto bene) che racconta brevemente la Storia di tante preghiere e di tante pratiche devozionali cristiane.
      E’ molto probabile che le prime informazioni sull’Angele Dei le abbia trovate lì… oppure da qualche altra parte durante l’università, non mi ricordo. Più che altro, mi ero appuntata in fretta e furia la notizia e poi la preoccupazione principale era stata quella di andare a controllare che l’inno all’angelo custode fosse effettivamente lì dove mi dicevano 😛

      Invece, sulla vita di San Malco, puoi cominciare a toglierti la curiosità leggendo online la versione che ne da San Girolamo. E’ cortina, ma per iniziare… 😉
      Quanto al testo di Reginaldo, è stato trascritto in edizione critica da Levi Robert Lindt, in The vita sancti Malchi of Reginald of Canterbury – a critical edition with introduction, apparatus criticus, notes, and indices (University of Illinois Press). Guardando su SBN sembrerebbe essere abbastanza introvabile (ce ne sono solo tre copie in tutta Italia, a quanto pare O__O ), ma comunque…

      🙂

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    1. Lucia

      Eh, infatti… a tradurla “in prosa”, in maniera letterale, non è che ci vada un granché ma si perde tutta la musicalità, io la trovo particolarmente bella proprio perché è di fatto una poesia.
      :-\
      Ci vorrebbe quantomeno un Latinista con tutte le carte in regola per “tradurre” (io il Latino lo so ma per ragioni molto più prosaiche – leggere cosa c’è scritto sul documento e capire dove piazzarlo – non mi sono mai nemmeno esercitata a tradurre…)

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