Cosa faceva un fascista in vacanza?

Titolo con quale non intendo riferirmi ai gerarchi o alla stretta cerchia di amici di Mussolini. Molto più banalmente, mi riferisco all’Italiano-medio che s’è trovato a vivere in Italia durante il Ventennio, poveretto.

La domanda che titola il mio articolo potrebbe sembrarvi abbastanza scema. “E cosa vuoi che facesse, in vacanza? Le stesse cose che facevano tutti gli altri, no?”.
Ehm: ecco, no.
Come per molti altri aspetti della vita quotidiana durante il Fascismo, nulla, nelle vacanze di un cittadino, poteva essere lasciato al caso. La vera vacanza italiana doveva necessariamente esser fascista, in quel binomio inscindibile che è indispensabile ai dittatori per aumentare il consenso.

Diciamo poi che Mussolini, nello specifico, oltre ad usare il turismo come strumento di propaganda aveva anche un problema molto più terra-a-terra da risolvere, e pure con una certa urgenza. Un problema che ad altri dittatori europei non è toccato: e cioè, quello di evitare di far collassare l’Italia sotto la Crisi del ’29.

Come spiega Annunziata Berrino nel suo Storia del turismo in Italia, dal quale traggo i contenuti di questo articolo, il crollo di Wall Street ha avuto effetti dirompenti sul piccolo settore turistico italiano. Un settore piccino, ancora in crescita, che iniziava proprio in quegli anni, timidamente, a “prometter bene”… ma che ha rischiato grosso, dopo il ’29.

La crisi, innanzi tutto, aveva ridotto le possibilità economiche degli stranieri, e cioè della stragrande maggioranza dei turisti che decidevano di villeggiare in Italia.
Come se non bastasse, Francia, Stati Uniti e Inghilterra – cioè, le tre nazioni da cui arrivava in Italia la maggior parte dei viaggiatori – a suon di agevolazioni e campagne marketing avevano promosso il turismo interno, con l’ovvia intenzione di far girare l’economia entro i confini della nazione.

Beh: a Mussolini non restava che prendere atto della situazione e attuare una identica strategia. Se gli stranieri avevano perso l’abitudine di villeggiare in Italia, che siano dunque gli Italiani a partire per le vacanze!
Uno “step” – badate bene – non scontato, perché fino agli anni ’30 non era affatto comune che un Italiano della medio-bassa borghesia abbandonasse la sua casa per andare a villeggiare altrove.

Sotto la guida di Fulvio Suvich, sottosegretario di Stato alle Finanze e, dal 1931, commissario governativo presso l’Ente Nazionale per il Turismo, vengono dettate delle linee-guida molto precise su come si posa incoraggiare tra la popolazione italiana la pratica della villeggiatura. La prima linea-guida è grossomodo sulle linee di: a rendere di moda il turismo, dovrà pensare direttamente il PNF. E il turismo da proporre agli Italiani dovrà puntare innanzi tutto all’ampliamento del consenso.

Come, nel concreto?
‘nsomma: che faceva, in vacanza, un Italiano del Ventennio?
Beh, ad esempio…

– Faceva un sacco di gite fuoriporta

L’organizzazione delle quali era assegnata all’Opera Nazionale Dopolavoro, una associazione con scopi ricreativi introdotta inizialmente da Costanzo Ciano per i dipendenti del suo ministero, ma rapidamente estesa a tutti i lavoratori in virtù dei benefici  che aveva mostrato.
Grazie alle agevolazioni fornite dal Dopolavoro, tra il sabato pomeriggio e la domenica migliaia di lavoratori in tutta Italia avevano modo di spostarsi agevolmente, aderendo a viaggi organizzati verso località turistiche di interesse, organizzati e curati fin nel minimo dettaglio. Nel 1937, periodo di suo massimo splendore, l’Opera Nazionale Dopolavoro arriva a patrocinare 50.000 tra gite fuoriporta e passeggiate a piedi, indirizzando verso località turistiche circa 3 milioni di aderenti.
È uno step non da poco. Non finirò mai di ripetere quanto potesse essere scomodo e pieno di incognite il viaggiare, fino a qualche tempo fa. Il poter fare affidamento su un viaggio organizzato da professionisti del settore è stato il passo necessario per spingere molti a dire “ma sì dai, proviamo, perché no?”.

– Viaggiava in gruppo

Presente, quegli orrendi viaggi organizzati a bordo di pullmini chiassosi pieni di sconosciuti?
Ecco, quelli.
Io li odio con tutte le mie forze, Mussolini invece li adorava, e non solo per ovvie questioni di praticità (col cavolo che la gente ti viene dietro, se gli dici “prendi la macchina e ci vediamo a destinazione”). No: il Fascismo promuoveva i viaggi di gruppo perché una delle principali missioni delle gite del Dopolavoro era quella di far convivere in armonia individui che, diversamente, non avrebbero forse mai avuto modo di condividere il loro tempo libero. Il funzionario benestante e il povero operaio, il cattolicone tutto rosari e l’ex-rivoluzionario da barricate: tutti loro imparavano a coesistere pacificamente, sfruttando queste occasioni di svago ricche di gioia.

– Si spostava in treno

Un po’, perché lo scompartimento d’un treno è un ottimo modo per socializzare; un po’ perché tra gli effetti della crisi c’era stato un enorme (ma enorme proprio) disavanzo nel bilancio delle Ferrovie dello Stato. Ergo: il governo pompa a tutti i costi il viaggio ferroviario, soprattutto attraverso la creazione di “treni popolari” che effettuavano corse turistiche a “prezzi specialissimi”, con sconti fino al 50% rispetto al costo di listino.
La trovata ha un successo propagandistico enorme e si imprime a fuoco nella mente degli Italiani, grazie ai cinegiornali che ogni settimana, puntuali come le tasse, trasmettevano immagini gloriose di trenini carichi di turisti in festa.
All’atto pratico, recenti studi hanno messo in evidenza come i principali beneficiari di questi treni siano state le famiglie dei funzionari statali che vivevano nelle grandi città del Nord, non esattamente esponenti di quel basso-proletariato cui la promozione avrebbe dovuto rivolgersi sulla carta. Però, il successo di popolo era comunque garantito.

–  Andava alla scoperta dell’italianità d’Italia

Le mete delle gite del Dopolavoro erano scelte con grande attenzione. Per l’appunto: non si trattava solo di proporre ai cittadini un momento di svago, ma si trattava di portare a termine una colossale opera culturale (o, per meglio dire, di propaganda), secondo lo slogan di “far conoscere l’Italia agli Italiani”.
Idealmente, tutti gli Italiani erano molto vivamente incoraggiati a visitare Roma, meta imperdibile per ogni buon cittadino del Fascio. Ma, siccome il viaggio a Roma non è possibile a tutti, e comunque non di certo nell’arco di un weekend, ecco ogni regione stilare una lista di destinazioni facilmente raggiungibili dal capoluogo, con le quali instillare nel popolo un crescente orgoglio italico.
Da un lato, si punta alle glorie del passato (e dunque, tutti a Torino, culla del Risorgimento; oppure a Firenze, splendore rinascimentale). Dall’altro lato, si pubblicizza il progresso, con gite dalla dubbia godibilità come quelle ai grandi impianti idroelettrici del Piemonte, alle ex-paludi bonificate del Lazio, ai cantieri navali di La Spezia.

–  Visitava un sacco di luoghi di culto

Ché, dopo il Concordato, la Chiesa bisognava pure tenersela buona. E comunque la popolazione italiana, fortemente cattolica, apprezzava molto la possibilità di visitare luoghi di culto a lungo vagheggiati, ma che non aveva mai avuto modo di toccar con mano.
E così, accanto alle destinazioni ‘patriottiche’ che ho elencato sopra, anche moltissimi santuari (e, soprattutto, quelli mariani) diventano meta di viaggi del Dopolavoro. In alcuni casi, beneficiano addirittura di fondi governativi per essere ampliati, o comunque adattati per poter offrire ai viaggiatori servizi ricettivi all’avanguardia. È, ad esempio, il caso del Santuario di Montevergine, che nel 1927 viene raggiunto da una funicolare e, nel corso degli anni ’30, è ampliato secondo un progetto stilato da un architetto di fiducia del regime. Ma anche il celebre Santuario di Pompei beneficia di questo ininterrotto flusso di visitatori, lanciandosi in una colossale opera di ampliamento che ha luogo tra il 1934 e il 1939.

– Scopriva le gioie del viaggio di nozze

Una pratica che, se mi leggete da un po’ di tempo, probabilmente ricorderete esser stata fortemente osteggiata.
Tradizionalmente, la consuetudine del viaggio di nozze non aveva nemmeno quelle connotazioni di romanticismo che le diamo noi oggi: più che altro, si trattava di andare a far visita ai parenti lontani che non avevano potuto presenziare al matrimonio. Più che ‘resort a cinque stelle nelle Maldive’, era ‘pranzo della domenica a casa di zia Abelarda’ – non tutta ‘sta meraviglia.
Quando la pratica assume, effettivamente, le connotazioni romantiche moderne, la gente, sorprendentemente, reagisce con scetticismo. Sarebbe imbarazzante, dicono molte coppiette, andare in giro per il mondo a rendersi immediatamente identificabili come i “novelli sposi alla scoperta dei piaceri coniugali”. Sarebbe persino pericoloso!, dicono i più paranoici, esporre una novella sposa, potenzialmente già incinta, alle fatiche e allo stress di un viaggio!

Insomma: per rendere popolare la pratica del viaggio di nozze, ci voleva un intervento dall’alto. E, nel nostro caso, l’intervento prende le forme dell’ennesimo atto di propaganda.
Attraverso contributi economici assegnati tramite sorteggio, il Dopolavoro promuove fra i suoi aderenti l’idea del viaggio di nozze come qualcosa di bello, desiderabile (e, naturalmente, a rischio zero per le signore!). E, comunque, anche chi non era così fortunato da riuscire a vincere i contributi del Dopolavoro poteva contare su una ampia serie di agevolazioni riservate a tutti i novelli sposi. I quali erano apertamente incoraggiati a investire un po’ di denaro in quello che, in fin dei conti – si diceva – per molti sarebbe stato l’unico vero viaggio della vita. E quindi, via, andare, godere: è bello far sapere al mondo che una nuova famiglia (italiana e fascista) è nata!

52 risposte a "Cosa faceva un fascista in vacanza?"

  1. Celia

    Occhèi, poi leggo con calma (prima doccia gelata… che muoro con ‘sto caldo), ma lascia che te lo chieda: sono i tempi moderni che ti offrono tanto materiale sui neri, o cosa?! 😉

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    1. Lucia

      XDDD

      Ma non è vero, non ne parlo mica di frequente, dai XD

      Però in effetti sì, è un periodo storico che mi affascina abbastanza. In realtà mi affascinano le dittature in genere, soprattutto a livello di propaganda e di consenso popolare. E, più in generale, mi affascinano anche i vari “periodi bui” della Storia, tipo epidemie, catastrofi, carestie, etc.
      O c’è qualcosa di molto bacato nel mio cervello XD oppure mi incuriosisce vedere in che modo reagisce la società quando le piove tra capo e collo un evento negativo dagli effetti dirompenti e non ignorabili.

      Non ho mai studiato seriamente nessuna delle dittature del Novecento ma la vita quotidiana sotto il Fascismo la conosco relativamente bene, un po’ grazie alle storie di mia nonna e un po’ grazie agli archivi su cui lavoro. E come periodo storico mi “piace” tantissimo (da studiare eh): tragico e riprovevole, senz’altro!, ma davvero molto interessante.

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      1. mikahel369

        Riprovevole? Più riprovevole di quello d’oggi che manca di cultura, socializzazione, rispetto, onore, etc… etc… etc… (scusi, un pò di raffreddore).
        Anche io non l’ho vissuto, ma mi pare che i “nonni” usciti da quel ventennio erino tosti, soprattutto attenti alle persone.
        Lei ha fatto un bel articolo, perchè a mio avviso rivitalizza l’idea di una società tenuta da gente sana e soprattutto che si sente appartenente ad una comunità [quella italiana].

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    1. Lucia

      I miei nonni (tutti e quattro) ad Arona, a vedere il San Carlone.
      E tutti quattro basivano, dicendo che Arona era popolata al 90% da coppie in viaggio di nozze.

      Arona, meta nazionale del viaggio di nozze della primavera/estate 1946 XD

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  2. Eleonora

    Wow! Bellissimo articolo pieno di curiosità interessanti!!! 🙂 A proposito di fascismo, allora, se avrai voglia e tempo ti commissionerei un articolo! Adesso, visti i tempi, é pieno di gente che dice di tutto e di più sul fascismo e non riesco mai a distinguere le fake news dalle notizie reali. Chi dice che Mussolini non ha bonificato le paludi ( eppure io ricordo di averlo studiato a scuola), chi dice che Mussolini ha “inventato” il sindacato e chi dice che c’era già, e tutta una serie di notizie del genere affermate e smentite. Dov’è la verità? Inoltre gente degli anni 80 che dipinge il fascismo come un periodo tremendo di sola disperazione e angoscia e atrocità, e poi sento mia nonna e mio nonno, che erano dei popolani semplicissimi e mio nonno ha fatto pure la guerra ( era aviatore) ed é quasi morto in un centro di detenzione russo, e loro dicono che in realtà non si stava così male, di certo per il popolo si stava meglio che col Re, finché Mussolini non ha avuto la malaugurata idea di allearsi con la Germania. E allora dico…bho! Io tenderei a credere di più a qualcuno che l’ha vissuto quel periodo piuttosto che a gente senza laurea in storia che va propagandando il fascismo come il male assoluto da nato negli anni 80, però certo il dubbio rimane. Probabilmente, come si dice, la verità sta nel mezzo, e dipende da chi la racconta come ha vissuto il periodo, però ecco una visione storica del periodo da una persona esperta e spero non di parte sarei proprio curioso di sentirla! 😉 Grazie mille! La storia raccontata così é molto più interessante, e raccontata così a scuola sono sicura che appassionerebbe molti più studenti!

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    1. Celia

      Che le bonifiche di numerose paludi (che ci sono state) e la creazione di previdenza sociale, sindacato, sanità pagata dalla Stato, cioè la mutua (tutto reale…) siano opera di Mussolini e naturalmente dei collaboratori non si discute, lo sanno anche i sassi.
      Ciò che di solito aizza la gente è che questi risultati sono portati ad esempio per dire “il fascismo ha portato anche cose buone”, che è vero ma dà fastidio perché a volte è un modo per sdoganare la qualunque. Ed io lo capisco, ma attaccare un dato di fatto non aiuta chi il fascismo lo combatte 😉

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      1. mikahel369

        Il fascismo, mi perdoni l’intromissione, andrebbe soprattutto presentato per gli intenti iniziali, perchè è ovvio che poi le cose in corso d’opera prendono una piega differente, non è facile ne ammansire caporali che si danno aree, ne goliardi giovani ribelli che credono a qualsiasi balla propinata dai nemici. Ma parlare degli intenti oggi, è impossibile, non perchè il regime falsocratico lo impedisca, ma perchè abbiamomin testa una storia ridicola e inventata di sana pianta [forse ora interverrà un urlatore di quelli?]. A buona intenditrice…

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    2. Lucia

      Eleonora, grazie soprattutto per i complimenti finali, che bello! *_*
      Prima che veda la luce l’articolo che hai chiesto ci vorrà, ehm, moolto tempo, perché prima di addentrarmi un terreno minato del genere pensò che vorrò ampliare un po’ le mie letture sul tema per essere il più documentata possibile… però è sicuramente un argomento interessantissimo, me lo segno (e auspicabilmente provvedo!).

      Da storica, intanto, io penso questo.
      Il dibattito che va tanto di moda in questi ultimi anni, “Mussolini ha fatto cose buone sì/no”, è completamente privo di senso per come viene portato avanti, perché viene usato per dare un giudizio di valore sul Fascismo in sè. Cosa anche comprensibile se la discussione viene portata avanti sui social da gente che non ha una formazione storica e dunque non è abituata a guardare al passato con il distacco deve necessariamente avere lo storico (sennò non fai più storia, ma fai apologetica o qualcosa del genere). Però sta di fatto che ci si approccia al tema proprio con i presupposti sbagliati 😀

      Sulla annosa questione “il Fascismo ha fatto cose buone?”, la mia posizione di storica è: se non altro per una questione di statistica, a me sembra ovvio che un partito che sta al potere per vent’anni (non cinque: venti) qualche provvedimento dalle ricadute positive riesca a tirarlo fuori. Ma, ripeto: anche solo per una questione di statistica – se in vent’anni non riesci a imbroccarne giusta manco una, a quel punto non è più incapacità di governo, è proprio jella XD
      Negare questi dati di fatto in nome di un (lodevole) antifascismo a me sembra quantomeno miope come linea d’azione. Per quanto capisca che recrudescenze di fascismo in certe sacche della popolazione possano far ritenere opportuno l’intervenire così sulla memoria popolare, resta il fatto che, secondo me, è un tipo di intervento molto miope (e potenzialmente pure deleterio, a effetto boomerang).

      Con maggiore efficacia, ad esempio, secondo me si potrebbe far notare che, nel lasso di tempo 1920-40, l’Italia ha sì beneficiato di grandi progressi sul piano assistenzialistico e infrastrutturale, ma che gli stessi progressi sono arrivati, in quegli anni, anche in tutti gli altri Stati occidentali. Per molte cose, semplicemente, “i tempi erano maturi”, e l’Italia avrebbe verosimilmente ottenuto le stesse conquiste anche con un governo regolarmente eletto. La fortuna di Mussolini, in questo senso, è stata quella di essere al potere per vent’anni (che sono tanti) in un periodo di grande fermento e rinnovamento.

      Proprio i due casi che avete portato ad esempio (la bonifica delle paludi e la previdenza sociale) sono i due casi perfetti per spiegare quello che voglio dire. La bonifica delle paludi non se l’è inventata Mussolini perché era un genio illuminato: il problema era noto già da fine ‘800, e nei primi anni ’10 erano anche stati fondati degli enti appositi che avrebbero dovuto provvedere alla bonifica. La prima guerra mondiale ha bloccato i lavori… che sono stati portati a termine da chi è arrivato dopo.

      La previdenza sociale è stata sì un grande successo dell’epoca fascista ma i suoi primi, timidissimi passi li aveva mossi già a inizio ‘900 con la creazione della Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai, prima facoltativa, poi resa obbligatoria (1919) e poi potenziata notevolmente ed estesa a più tipologie di lavoratori sotto il governo di Mussolini. Ma, per dire: anche in altre nazioni europee la previdenza sociale è nata e/o si è sviluppata nello stesso periodo, e probabilmente in Italia sarebbe accaduto lo stesso anche se non ci fosse stata una dittatura.

      (Poi ci sono anche state delle iniziative, come ad esempio il sostegno alle famiglie numerose, che invece erano proprio frutto della dittatura. Ma anche lì: negare l’oggettiva utilità di un contributo statale a sostegno della natalità mi sembra davvero molto miope come strategia di azione. Personalmente, io non ho problemi a dire che è stata una trovata intelligente – dolendomi per il fatto che a ‘ste cose ci pensino sempre le dittature. Per dire).

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    3. Lucia

      Poi, ovviamente, se chiedi a qualcuno che c’era “come si stava davvero durante il Fascismo”, probabilmente riceverai cinquantamila risposte tutte diverse e (quasi) tutte sincere, basate sulle singole esperienze di vita.

      E a me non fa strano sentirmi dire che “sotto il fascismo si stava bene”, perché la percezione effettivamente poteva essere quella, soprattutto se la tua priorità era pensare al tuo orticello, alla tua casuccia, alla tua famiglia e alle tue cose. C’è anche tanta gente disposta a chiudere un occhio sui casi di omicidio politico o di repressione violenta della protesta, o – che ne so – sul fatto che lo Stato stesse diventando sempre più ingombrante nell’educazione dei bambini. A seconda della sensibilità e della storia personale del singolo, le opinioni potevano essere tra le più diverse.

      E, talvolta, anche sfumate. Mia nonna materna ad esempio aveva una cara amica, ebrea, che è morta in un campo di lavoro, quindi ‘sta cosa delle leggi razziali non l’ha mai presa bene, per usare un eufemismo. Però ad esempio aveva in odio profondo i partigiani, che coi loro interventi armati esponevano i paesini (e dunque i civili che non c’entravano niente) al rischio di rappresaglie. Quando nella casa di campagna della famiglia di mia nonna s’è presentato un giorno un partigiano che chiedeva di essere rifocillato e di potersi riposare lì per qualche tempo, i miei bisnonni l’hanno accolto con la morte nel cuore perché quello c’aveva una pistola e l’aveva sfoderata per essere più convincente, ma ricordano quel (breve) periodo come il più angosciante della loro vita. E credo che se avessero rivisto dopo la guerra ‘sto povero partigiano lo avrebbero volentieri preso a pugni in faccia XD

      Insomma, la realtà è sempre molto sfumata.
      E anche molto suscettibile di essere intrepretata a seconda di come gira il vento. Oggi, ci metterei molto poco a scrivere che “i miei bisnonni nascondevano i partigiani a casa loro, brava gente!”. Tecnicamente è vero e susciterebbe l’ammirazione popolare (…o quantomeno mi allineerebbe con tutto il resto di Internet, ché adesso pare che ogni singolo italiano abbia avuto almeno un nonno che faceva la staffetta XD). Ma invece…

      (NB Per contestualizzare, ho scoperto qualche anno fa e con una certa sorpresa, sfogliando i libretti di lavoro del mio bisnonno, che lui non si iscrisse mai al PNF, nemmeno quando la mancata iscrizione ti veniva fatta pesare sul libretto di lavoro. Quindi, se non un aperto antifascista, il mio bisnonno non era certamente un fascista, nemmeno a livello formale. Ciò non di meno, resta il fatto che ‘sto partigiano lo avrebbe volentieri preso a botte, altro che aiutarlo :P)

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      1. mikahel369

        “dolendomi del fatto… sempre le dittature” o le monarchie… c’è un’altro modo per fare le cose a favore di un popolo?
        Il suo commento è molto equilibrato, me ne compiaccio e giustamente ha ricordato il problema dei partigiani, anche se oggi la storia lo nasconde, ed invece ricorda le ardeatine ad un unico senso.

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  3. Claudia

    Comunque uno la pensi….la fase del consenso c’è stata! Tutti a spalla non li potevano portare a Piazza Venezia. C’è anche da dire che le cose cambiano ….inizialmente c’erano anche ebrei (tra i quali un podestà) iscritti al partito fascista.

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    1. Lucia

      Sì, la fase del consenso c’è sicuramente stata.
      All’università, per preparare il mio esame di Storia Contemporanea, avevo studiato un libro molto interessante che s’intitolata L’opinione degli italiani sotto il regime di Simona Colarizi (edizioni Laterza): vedo che adesso non è più in commercio, ma se interessa l’argomento cercate il libro in biblioteca, perché è molto interessante.
      E’ una analisi sull’opinione degli Italiani a partire dalle relazioni degli informatori di polizia, e restituisce un quadro molto vivo e cangiante. A parte le opinioni private dei singoli cittadini, il libro sottolinea anche come grandi “gruppi” di Italiani (ad esempio: i cattolici; i bassoproletari. E così via dicendo) abbiano cambiato più volte la loro opinione, trovandosi prima ad approvare e poi a contrastare le politiche del PNF. (O, magari: ad approvarne alcune, criticandone altre al tempo stesso).

      Per dire: tra i cattolici Mussolini ha vissuto un momento di popolarità quando col Concordato è riuscito a risolvere la questione romana con sollievo di tutti. Un momento di grande crisi e di critica profondissima si è consumato quando l’Opera Nazionale Balilla ha monopolizzato l’educazione dei giovani mettendosi in lotta con l’associazionismo cattolico.

      Quindi, nemmeno i gruppi di persone che si riconoscevano attorno a una forte cultura identitaria hanno avuto un’opinione unica e costante sul Fascismo che è rimasta immutata per vent’anni.

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      1. Claudia

        Winston Churchill disse al termine della seconda guerra mondiale: “in Italia prima della guerra c’erano 40 milioni di fascisti ora ci sono 40 milioni di anti fascisti. Deduco che in Italia vivano 80 milioni di persone?”. In Italia c’è stata una rimozione storica, tutti erano improvvisamente anti fascisti, per far riaffiorare nel corso degli anni nostalgici sentimenti di “il fascismo ha fatto delle cose buone” . Anche il nazismo ha fatto delle cose buone”. Le dittature devono realizzare dei buoni risultati in qualche settore….perché finché la pancia è piena la gente non si ribella. Vivendo a Roma ho conosciuto la nipote (ovviamente di sinistra) di un collaboratore di Mussolini che vive in un appartamento al centro di gran lunga superiore alle possibilità economiche della famiglia. Questo grande appartamento fu venduto a prezzo simbolico al nonno in virtù delle sue “conoscenze”. Ora è ovvio che la nipote non ha colpa alcuna delle azioni del nonno, ma esprimere pensieri antifascisti in un appartamento di extralusso ereditato grazie al regime …beh è un po’ bizzarro.

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        1. Lucia

          In Italia c’è stata una rimozione storica, tutti erano improvvisamente anti fascisti

          Vero, e oltretutto studiavo per quel mio esame di Storia Contemporanea che in Italia è stato possibile per il popolo crearsi retrospettivamente una immagine di “Italia buona” che si ergeva compatta contro i “pochi esaltati” che sostenevano il Fascismo. Anche la resistenza è stata riletta come uno sforzo collettivo che ha visto procedere coesa tutta la popolazione nonostante le differenze sociali (e quindi si tende popolarmente ad avere una visione di una resistenza “unica” e unica. Normalmente non facciamo la divisione mentale tra resistenza comunista, resistenza cattolica, resistenza di area democristiana, etc).

          Studiavo per questo esame che, in Germania, ad esempio, ciò non è successo, perché la divisione delle due Germania subito dopo la guerra ha influito molto sulla ricerca storiografica attorno alla resistenza. Nella Germania Est le università producevano ricerche (anche serie e di buon livello) che mettevano in luce le debolezze e la disorganizzazione della resistenza di matrice confessionale (come a dire implicitamente: è stata quella comunista la vera resistenza!), e nella Germania Ovest succedeva l’esatto opposto.

          Non so quanto effetto questo abbia avuto sul sentire della popolazione, ma a livello accademico questo ha permesso l’instaurarsi di un dibattito vivo e interessante, come in Italia non esiste. Per dire: in Germania so che esistono studi che mettono in luce la debolezza di un movimento come la Rosa Bianca; in Italia una ricerca simile sarebbe accolta con sentimento di lesa maestà perché “non sta bene”. O, più probabilmente, direttamente con sospetti di revisionismo.

          Quindi sì, da noi c’è proprio stato questo passaggio da “tutti fascisti” a “tutti ex partigiani” 🙂
          Probabilmente, molto meglio così che andare avanti a suon di tensioni interne e litigi tra fazioni! però sì, in Italia è storicamente successo e anche in modo molto forte.

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          1. Celia

            La Germania però è anche la stessa nazione che rifiutò sempre una vera assunzione di responsabilità popolare. Della serie E’ successo, ma noi non c’eravamo, e se c’eravamo dormivano: non eravamo al corrente di nulla.
            Gli uomini che permisero ascesa e dominio del nazismo Goldhagen li ribattezzò i volenterosi carnefici di Hitler

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          2. Lucia

            La Germania però è anche la stessa nazione che rifiutò sempre una vera assunzione di responsabilità popolare.

            Celia: sì, assolutamente sì.
            Io facevo un discorso a livello storiografico, ma in ambito accademico. A livello di sentire popolare, è proprio come dici tu: un rigetto totale, quasi una specie di rimozione psicologica, direi, e un senso di colpa latente e mai affrontato. Mi diceva una mia amica, tedesca (decisamente più grande noi, della generazione dei nostri genitori) che, ai suoi tempi, nelle scuole nemmeno se ne parlava, nell’ora di Storia non si accennava proprio all’argomento.

            (Spero bene che adesso lo si faccia, all’epoca sua erano fatti ancora relativamente recenti quindi vabbeh, ammettiamo per amor di discussione che il programma scolastico si interrompesse prima. Certo che, ad ogni modo…).

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          3. blogdibarbara

            Per quanto riguarda la rimozione, io sono del ’51, e la parola “Auschwitz” l’ho sentita per la prima volta a 16 anni, in quinta ginnasio, nella canzone di Guccini, all’epoca cantata dall’Equipe 84 come retro di Bang bang. Mai fino a quel momento avevo sentito parlare di olocausto, campi di concentramento, camere a gas, mai il minimo accenno al fatto che agli ebrei, durante la guerra fosse successo qualcosa di particolare, zero, zero assoluto.
            Quanto alla Germania est, ho letto in un saggio che siccome tutte quelle porcate le avevano fatte i nazisti e loro erano comunisti, se ne sono sempre chiamati fuori, come se fossero comunisti dall’età della pietra e quindi non avessero niente da spartire con quelli dell’altra parte.

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          4. Lucia

            Per quanto riguarda la rimozione, io sono del ’51, e la parola “Auschwitz” l’ho sentita per la prima volta a 16 anni, in quinta ginnasio

            Non ho resistito alla tentazione di interpellare i miei genitori, classe ’47, e loro si sono molto stupiti per questa cosa che dici. Hanno anche fatto la battuta che, probabilmente, da piccola ti distraevi invece di ascoltare le chiacchiere dei grandi XD perché loro hanno un ricordo molto diverso.

            Nel caso di mia mamma, vabbeh: mia nonna materna aveva lavorato in una ditta gestita da ebrei e che dava da lavorare a un sacco di giovanotti ebrei, quindi “ci sta” che la sua famiglia avesse un grado di consapevolezza superiore alla media. Per dire: mia mamma, da piccola, era più volte stata a far visite di cortesia alle ex-colleghe di mia nonna (che aveva smesso di lavorare dopo il matrimonio), e ogni volta si parlava di chi era morto, di chi dopo la guerra si era trasferito fuori Torino, di chi addirittura aveva mollato tutto per andare in un kibbutz… insomma, lei decisamente sapeva tutto fin da bambina.

            Mio papà, la cui famiglia non aveva legami particolari con ebrei, conosceva comunque i fatti, magari un po’ meno in dettaglio. Lui non ricorda se gliene è mai stato parlato a scuola, però comunque i fatti li conosceva: ne parlavano ogni tanto i grandi, era un ricordo che ogni tanto veniva tirato fuori. A un certo punto della sua tarda infanzia / preadolescenza (io direi nel ’58, anno della ristampa Einaudi che ebbe molto più successo della prima) una copia di Se questo è un uomo aveva pure fatto capolino da qualche parte nella libreria dei genitori, come in tanti salotti torinesi.

            Stante che la scuola, effettivamente, all’epoca non ne parlava ancora, penso che molta della consapevolezza dei giovani della vostra generazione dipendesse dalla famiglia di origine: se se ne parlava in casa (e se se ne parlava in casa davanti ai bambini, anche).
            Nel caso dei miei genitori è stato così – senza che ci sia stato un momento tipo “bambino, siediti qui, devo raccontarti una storia brutta ma importante”. Ogni tanto veniva nel discorso, come evento di storia vissuta, un po’ come si parlava dei bombardamenti o dei tempi in cui il pane veniva razionato.

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        2. blogdibarbara

          Le dittature devono realizzare dei buoni risultati in qualche settore….perché finché la pancia è piena la gente non si ribella.
          Mi permetto di dissentire. In Unione Sovietica fra carestie intenzionalmente provocate, carestie causate da insipienza, purghe che a volte potevano coinvolgere anche un migliaio di persone in una botta sola, i gulag che non avevano niente da invidiare ai lager nazisti e varie altre cosette, totalizziamo qualche decina di milioni di morti. E poi fame e terrore ovunque, miseria nera come mai si era vista sotto gli zar. C’è stata l’industrializzazione, sì, ma le condizioni di lavoro non erano tantissimo diverse da quelle delle fabbriche associate ai lager nazisti. E la ribellione non c’è mai stata perché era materialmente impossibile. Poi potremmo parlare della Cambogia di Pol Pot, dove il disastro è stato se possibile ancora peggiore. No, non è affatto necessario che una dittatura produca qualcosa di buono per restare al potere: basta solo che il terrore in cui vive la popolazione sia assoluto, e il gioco è fatto.

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          1. Lucia

            Per carità. Anche vero; però, all’atto pratico, se compiaci il popolo in qualche modo diciamo che viene meglio 😛 e direi che è la strada scelta da molte dittature (soprattutto occidentali – nella mia mente era scontato, ma giustamente non così chiaro per gli atri :-P).

            Ché poi, anche nel caso dell’Unione Sovietica… Ok, la DDR stava messa probabilmente “un po’ meno peggio” rispetto ad altre zone assoggettate all’URSS, ma, se uno sta a guardare, sentimenti di nostalgia all’insegna del “non era poi così male” sono sorti anche lì. Anzi: han fatto pure prima che da noi.
            Leggevo tempo fa che per molti cittadini dell’ex-Germania est, ad esempio, la DDR sarebbe da rimpiangere per il minor tasso di criminalità e per il modo in cui preservava la vera cultura tedesca, contrapponendosi alla americanizzazione dei costumi. E mi pare che molti degli “ostalgici” dicano che anche dal lato economico non si stava poi così male (e/o che, comunque, le promesse di un miglior benessere economico da ottenersi dopo la riunificazione non si sono avverate).

            Per carità, nella lista dei popoli soggetti a dittatura comunista, probabilmente i Tedeschi stavano globalmente “meglio” di altri. Ma sempre di dittatura stiamo parlando, e manco troppo “soft”. Ciò non di meno…

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          2. blogdibarbara

            Beh, sappiamo che poche cose sono inaffidabili quanto la memoria umana, soprattutto se riferita ai tempi della propria gioventù, per cui i vari “in fondo non si stava poi così male” li prenderei molto con le pinze. Figurati che mio padre ricordava come bellissimo il tempo della guerra (chiaro: lui era giovane e in tempo di guerra – qualunque guerra – le ragazze sono notoriamente molto più disponibili, soprattutto coi soldati). Quanto al fatto che viene meglio, dipende da quale prospettiva. Dopotutto il nazismo è durato 12 anni, il fascismo 23, il comunismo in Unione Sovietica più di 70. Quindi, dal punto di vista della “resa” è venuto molto meglio degli altri due. E considera che mentre in Germania e in Italia movimenti di opposizione ci sono stati (in Germania pochissimi, però un po’ di più di quelli che si conoscono normalmente. Oltre alla Rosa bianca, che tutti conoscono, c’era per esempio la Chiesa confessante, cui apparteneva Kurt Gerstein, che ebbe l’occasione di vedere in funzione la prima camera a gas e tentò, purtroppo senza risultati, di farlo sapere ai Paesi neutrali, come la Svezia, agli Alleati, al Vaticano. E poi piccoli e piccolissimi gruppi organizzati per nascondere gli ebrei), mentre in Unione Sovietica esistevano singoli dissidenti, che finivano in Siberia o con un colpo alla nuca nei sotterranei della Lubianka, ma di gruppi nessuno è mai riuscito a formarne. Quindi attraverso il terrore assoluto, la miseria, la fame, la coabitazione coatta di più famiglie in un solo appartamento – una stanza per ogni famiglia e bagno e cucina in comune -, e consenso unicamente, o quasi, ai piani alti della gerarchia, è riuscito a durare molto di più del fascismo col consenso pressoché assoluto di cui ha goduto per la maggior parte del tempo.

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          3. Claudia

            Dello sterminio degli ebrei, l’ho pensato spesso, ne sa più mia figlia di 11 anni che i ragazzi degli anni ’60. C’erano ovviamente motivi politici che spingevano al silenzio (vedi alla voce foibe e marocchinate in Ciociaria) e c’era anche un altro motivo. come disse Settimia Spizzichino (unica donna sopravvissuta del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma) non aveva avuto il coraggio di parlare per molto tempo perché non voleva dire ai parenti dei defunti, che le chiedevano notizie dei propri cari, l’atroce morte che avevano sofferto. Ma il silenzio non è una prerogativa europea. A metà degli anni 80, mi raccontava mia madre, vennero in Italia dei lontani parenti dall’Argentina. Venne il discorso dei “desaparesidos” e loro semplicemente non ne sapevano niente. Tutto il mondo si indignava e gli argentini di quel periodo (tranne quelli che ovviamente si erano visti sparire un familiare) non ne sapevano niente.

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          4. Silvia

            Se ci fermiamo a parlare con le tante signore che dall’est Europa sono a lavorare qui da noi, potremmo stupirci assai invece di quanto raccontano e di quanto rimpiangono il regime comunista, perché pure per alcuni di loro si stava meglio in quel periodo, tutti avevano lavoro, casa e una vita dignitosa. Ovviamente come dice Lucia ognuno racconta la propria esperienza, quindi c’è chi dice male ma pure chi dice bene. Ecco, diciamo che mi ha stupito sentire certi discorsi dalla bocca di chi certe cose le ha vissute, perché forse pure noi veniamo tirati su in modo che il pensiero sia uguale per tutti? Diciamo che mi interrogo molto e questo mi porta ad approfondire nei miei studi e nelle mie letture molto più di quello che insegnano a scuola o raccontano i giornali e TV.

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          5. Celia

            E’ un aspetto che emerge molto bene, ed intensamente, nel libro di Svetlana Aleksievic Tempo di seconda mano, un’indagine-reportage comporto di interviste rielaborate e raccontate sul come fossero vivere sotto il comunismo, e come sia diventato vivere oggi in una Russia patinata in superficie e purulenta sotto.
            Eppure, per quanto facesse schifo prima, moltissimi cittadini ne conservano un ricordo prezioso.

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          6. blogdibarbara

            Io in Russia, quando ancora c’era il comunismo, ho visto un discreto numero di mendicanti. E sia lì che in Cecoslovacchia che in Ungheria negli alberghi per stranieri era pieno di giovanissime prostitute che davano l’assalto ai turisti, ma proprio vero assalto da cui i miei compagni di viaggio avevano grosse difficoltà a liberarsi, per poter risollevare almeno un po’ le condizioni della famiglia.

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          7. Silvia

            Vero vero, però per molto che vivono/vivevano lì le cose sono viste ed interpretate in modo differente e cmq sempre certamente soggettivo. Non essendo estimatrice dei vari regimi di alcun tipo era questo che mi faceva pensare, come chi col suo orticello rimpiange il fascio magari. Insomma, c’è da meditare credo su come vediamo le cose e perché 🙂

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          8. Lucia

            Eh, infatti.
            Non ho letto (ma sono curiosa di leggere: grazie per il suggerimento!) il libro citato da Celia, ma anche io ho avuto la stessa esperienza che dice Silvia, chiacchierando di tanto in tanto con signore che sotto il comunismo ci hanno vissuto. Senz’altro, i ricordi del passato sono spesso distorti e rappresentano la realtà in modo più dolce di quanto non lo sia stata davvero.

            Però.

            Ho l’impressione che la percentuale di Italiani che ha nostalgia del fascio non molto diversa rispetto a quella di ex-cittadini URRS che hanno nostalgia del comunismo.

            Pur non essendo, ovviamente, una estimatrice delle dittature (LOL!), io penso che, mediamente, nelle dittature occidentali moderne ci sia sempre qualcuno che riesce a guadagnarci. Detto brutalmente: se ti fai i fatti tuoi, ti comporti “bene”, fai finta di non vedere e di non sentire, ti accontenti del poco che hai senza perseguire ideali di maggior libertà o democrazia, e non hai la jella di nascere nella minoranza etnica eventualmente perseguitata, hai davvero qualche probabilità di trarre benefici da una situazione in cui, comunque, il lavoro, l’ordine pubblico e anche certi piccoli “benefit” per i fedeli sono, mediamente, garantiti.

            Ovvio che poi si può discutere sulla eticità di una simile scelta di vita 😉 però a me non stupisce più di tanto sapere che ci sono in giro per il mondo nostalgici di questo o di quel regime, nonostante lo schifo e la barbarie che c’era. Nello schifo e nella barbarie, c’era della brava gente (non necessariamente esaltati politicizzati: anche solo brava gente che di politica non voleva proprio sentir parlare, e probabilmente era quella la sua forza in quel frangente) che riusciva a tirare avanti mediamente bene.

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  4. Mariella

    I miei nonni materni, nel ’21, viaggio di nozze sul Lago Maggiore; quelli paterni, nel ’27, addirittura da Torino fino a Fiume, ovviamente in treno (il nonno era un semplice commesso, ma ci teneva a fare qualcosa di epico per l’occasione…).
    Quanto al fascismo, come dicevo sempre ai miei allievi, non basta che un regime faccia qualcosa di buono per essere buono: se contravviene ai principi fondamentali di umanità e libertà, va condannato, punto. Purtroppo il tasso di disalfabetizzazione storica nella scuola è paurosamente aumentato, un po’ per l’ignavia di alcuni insegnanti, molto per la tendenza attuale della società alla relativizzazione dei valori (per fare un esempio stupido, persino nei cartoni o film per bambini i cattivi sono simpatici o perlomeno giustificati per mille motivi… e trovare film morali per i nipotini diventa una ricerca estenuante).
    Per quanto concerne le reminiscenze familiari, ho ben presente l’avvertimento di mia nonna a mia madre tutte le mattine prima della scuola:”Sta ciuto (=sta’ zitta) o finiamo al confino!” (E non era una famiglia politicizzata…)

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    1. Lucia

      Quanto al fascismo, come dicevo sempre ai miei allievi, non basta che un regime faccia qualcosa di buono per essere buono: se contravviene ai principi fondamentali di umanità e libertà, va condannato, punto.

      Ah beh, quello mi sembra ovvio e penso (credo/spero) che sia il punto di partenza condiviso da un po’ tutti, se non magari da una minoranza piccolissima di esaltati.
      E’ proprio perché questa mi sembra una cosa ovvia, che trovo un po’ miope tutto ‘sto dibattito moderno attorno a “il fascismo ha fatto anche cose buone”. Ammettere che qualche buon risultato l’abbia portato a casa, ovviamente non inficia il giudizio morale totalmente negativo sulla dittatura in sè. E ci mancherebbe solo.

      (Ché poi, come diceva Claudia, tutte le dittature fanno qualcosa di “buono” per aumentare il consenso, perché se incaselli solo disastri su disastri alla fine rischi che la gente si ribelli. Ciò non vuol dire ovviamente che le dittature siano buone in sè, ma solo che i dittatori sanno fare il loro mestiere di despota).

      Sul fatto che i cartoni per bambini adesso tendano sempre a “giustificare” il cattivo: è verissimo!
      E succede su scala così tanto globale, che davvero mi lascia perplessa. Cioè: posso capire, e magari anche apprezzare, qualche singolo caso di villain la cui cattiveria è stata causata da traumi di infanzia o chissà cosa. Se sono casi isolati vanno bene e sono utili, fanno pure riflettere. Ma in effetti ormai sembra diventata la norma, e oltretutto è una norma che non sempre rispecchia la realtà…

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  5. Pingback: La Seconda Guerra Mondiale e la polinesificazione delle nostre estati – Una penna spuntata

  6. mikahel369

    volevo dirle che combattere il fascismo oggi è sbagliato. Perchè l’intento iniziale era di risollevazione del tessuto sociale per toglierlo da mani luride e corrotte, lebcosd poi sono andate a volte con modi errati perchè c’è di mezzo l’umanita dei personaggi, gli stupidi caporali arroganti del regime ma anche stupidi riottosi senza senso trascinati dalla chiacchiera del nemico o dei luridi di cui sopra.
    Antifascismo oggi proprio non ha senso, e prima all’epoca incriminata era da traditori della patria, visto i giustificatissimi intenti.
    Traditori, come molti partigiani che non avevano intenti di salvaguardia nazionale, ma interessi politici e stranieri.
    Non si combatte la propria nazione dall’interno quando questa è impegnata con l’esterno e dopo il fascismo che senso ha?
    spero ora di aver chiarito.

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    1. Celia

      Più o meno. Credo d’aver capito quanto basta, o lo spero.
      Ad ogni modo, forse posso integrare il mio commento in questo modo:
      1) combattere il fascismo non perde mai significato. Se non è fascismo “storico”, quello di cui stiamo parlando qui, è “neofascismo”, se non è neofascismo sarà qualcos’altro; ma inattuale certo non è;
      2) non sono antifascista e non ho scritto alcuno dei miei commenti qui con questo intento 😉

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      1. mikahel369

        Si, immaginavo non lo fosse, ma non è per questo che le scrivevo, ma per portare il mio punto di vista. Ovvero che fare il processo ad un movimento così importante partendo da singoli eventi spesso è errato. Non perché sia quel che ha fatto lei, ma perché spesso avviene così.
        Il neofascismo di oggi come il neonazismo in germania, parte da Washington, secondo me è inutile alimentare questa propensione al vigilamento di entità in mano a chi le vuoe sfruttare per proprio comodo.
        Il fascismo oggi è inapplicabile, perché non esiste più morale, attenzione per la dignità umana e del popolo, attaccamento alle proprie origini.
        Oggi tutto questo è ridicolizzato dai tiranni che controllano i mass media e deridono il popolo.
        Oggi l’unica forma di anti che ha senso nel esistere è l’Antimaterialismo, ma è alquanto difficile da applucare.

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        1. Celia

          Capisco.
          Non mi trova d’accordo sull’idea che i neofascismi siano eterodiretti dall’America, ma per il resto lo sono più che abbastanza.
          Mi pare che una “resistenza” al materialismo sia possibile forse più per i singoli, o per i piccoli gruppi, che per grandi numeri di persone che seguano una stessa linea. Anche se qualcosa esiste.

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          1. Celia

            Sì, ma mi riferivo ad altro, per esempio al movimento della decrescita felice (comunque la si pensi al riguardo, beninteso, ha un chiaro approccio “antimaterialista” alla vita).

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          2. mikahel369

            Gli ho dato un occhiata velocemente, credo di aver capito ma non posso giudicare in poco tempo, comunque è ben lontano da ciò che intendo io, che sconfina sul piano religioso. Non sto qui a tediarti la cosa è lunga e profonda.
            Comunque ritornando al soggetto, il fatto che oggi il popolo sia distratto dal lusso, dalle comodità e dalle inutilità fa sì che non possa esserci un movimento di valore umano, quello era il presupposto del fascismo, poi forse degenerato, dico forse perché spesso chi ne parla è nel libro paga dei denigratori, dei nemici che lo hanno sabotato.
            Ho trovato proprio oggi per caso un documento, non so se lo conosci, lo trovi cercando “badoglio italicus leggero”, io avevo già letto altro e sono a diretta co iscenza di altro ancora di cui preferisco sorvolare. Comunque li trovi le ragioni per il fascismo ed il nazismo, sempre se non si voglia dar retta alle scimmie ammaestrate ad urlare.

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          3. Celia

            Fascismo sì, nazismo no; e stay easy, il tuo blog l’ho visto ed è esattamente come intuivo fosse.
            Conosco bene ciò a cui alludi, e anche se il nostro approccio è decisamente diverso credo concorderai, se penso che sia inutile star qui a sfondarsi di massimi sistemi sulla tastiera.
            Dann, es ist alles.

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  7. mikahel369

    Stay easy significa stai calmo, forse volevi dire, don’t worry?
    Il mio blog non parla di nulla di questo, ma dell’uomo nei suoi aspetti generali. Sicuro che lo hai visto?
    Non volevo parlarne, volevo capire se conoscevi la tesi. Ho capito che si, ma non la accetti. No matter!

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