La Camicia-da-notte-da-terremoto ed altre utili proposte moda per fuggire da una catastrofe con decoro femminino e stile

Il terremoto è arrivato all’improvviso, mentre io stavo facendo la doccia.
La prima avvisaglia è stata proprio il getto d’acqua, che si è interrotto per qualche istante. Poi il box doccia ha iniziato a vibrare, con la porticina che sbatacchiava con una certa violenza. La luce al neon andava e veniva, e il getto d’acqua si bloccava e poi esplodeva in piccoli spruzzi.
Era il terremoto di Norcia, e vi dirò: è stato abbastanza terrificante. Soprattutto perché l’ho vissuto intrappolata in un cubicolo di plexigrass che sembrava davvero in procinto di volermi collassare addosso.

Mi trovavo all’interno di un convento, maschile, nello stesso corridoio dove dormivano i frati: normalmente non è un posto per donne, com’è ovvio, ma io ero eccezionalmente ospite per ragioni di lavoro. Mentre la luce andava e veniva come in certe scene horror e io sentivo il rumore delle porte aprirsi mentre i frati si riversavano nel corridoio, io me ne stavo lì come una cretina impietrita dall’incertezza, e vi giuro che la mia preoccupazione primaria in quel momento era “oddio, che faccio, esco in strada? Ma sono completamente nuda! Esco in strada completamente nuda in mezzo a dei frati?”.

I frati sono morti dal ridere quando, più tardi, ho raccontato loro questo aneddoto.
Se oggi lo racconto a voi, invece, non è tanto per suscitare il riso, ma per fare un’osservazione seria: non è bello, quando una catastrofe ti sorprende mentre ti stai facendo i fatti tuoi e il tuo abbigliamento è sotto al limite della decenza.
Per carità: ubi maior, scappi anche se non sei decente, ma penso concorderemmo tutti che questo aggiunge imbarazzo (e scomodità) al dramma della tragedia che si sta vivendo.

Ragion per cui, amici, io non le trovo mica sceme, quelle signore di metà Settecento che si son poste il problema e han deciso di correre ai ripari.

Era l’8 febbraio 1750, quando Londra fu scossa da un violento terremoto. Era solo la prima avvisaglia di una attività sismica che interessò la regione nei mesi a venire: l’8 marzo, e poi il 18, e poi il 2 aprile, e il poi ancora a maggio, altre scosse violente si susseguirono. Lo sciame sismico durò fino a settembre, ma la psicosi era già scoppiata con i primi caldi della primavera. La maggior parte di queste scosse avevano avuto luogo nelle ore notturne, acuendo il senso di panico della popolazione. Come se non bastasse, il vescovo di Londra aveva additato i terremoti come segno dell’ira divina, pronosticando un crescendo di scosse sempre più violente.

Non potendo fare niente per placare l’ira divina, le signorine di buona famiglia si industriarono per placare almeno il terribile imbarazzato di fronte a certe scene che in effetti s’erano verificate, con orde di londinesi spaventati che si riversavano in strada nel cuore della notte, più nudi che vestiti.

Nasce così la earthquake gown. Ne parla la storica Lucy Adlington nel suo godibilissimo Stitches in Time, rammaricandosi di come resti solo la memoria, ma nessun cartamodello, di queste camicie da notte per terremoto, che pure divennero il must imperdibile della primavera-estate inglese 1750. Si trattava di biancheria fatta con stoffa più spessa del normale, in grado di tenerti ragionevolmente al caldo anche nel caso di fughe notturne. Inoltre, queste earthquake gowns ci vengono descritte come più rifinite, più curate della normale biancheria intima: insomma, più simili a un vestito da giorno che a un pezzo di lingerie.

Fortunatamente, al cessare dello sciame sismico, le earthquake gowns poterono cadere in disuso. Furono metaforicamente tolte dalla naftalina qualche tempo più tardi, a fronte di un evento sconvolgente che avrebbe completamente cambiato la faccia della guerra: e cioè, i primi bombardamenti su civili. Il primo in assoluto della Storia ebbe luogo il 19 gennaio 1915, colpendo due cittadine del Norfolk: “solo” cinque le vittime, ma incalcolabili le reazioni di terror panico da parte della popolazione. Improvvisamente, ci si rendeva conto che non solo i soldati possono morire in guerra.

Furono creati rifugi antiaerei, fu messo a punto il funzionamento delle sirene a segnalare l’allarme: nel momento in cui fu dolorosamente chiaro a tutti che scappare dalle proprie case in piena notte sarebbe stata la quotidianità, la moda femminile si adattò velocemente.
A lanciare il Trend fu la rivista Tatler, che mandò in stampa i cartamodelli per completi da notte per signora, stilosissimi, appositamente for air-raid nights.

7.-Air-raid-sleeping-suit-1918

Confezionati in una stoffa più calda del consueto (ma non mancavano nemmeno i modelli che preferivano l’eleganza alla comodità, suggerendo l’uso di mussole lavorate e di stoffe colorate), questi completi-notte erano arricchiti con cinture in vita e passamanerie, per renderli simili a un completo da giorno.
Ma, soprattutto, questi completi-notte avevano le gambe. Era la prima volta in assoluto che le donne abbandonavano la camicia da notte per dormire in pigiama.
Si sa: non è agevole scappare da un bombardiere con la gonna fluente che ti si impiglia negli ostacoli – e così, la sleeping suit per dame bombardate presentava due belle gambe di pantaloni (ampie, in quello stile ottomano che andava tanto di moda all’epoca) e vezzosi fiocchetti ai polsi e alle caviglie, per impedire che la stoffa si spostasse nel corso della rocambolesca fuga.

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Una ventina d’anni più tardi, la consuetudine di andare a letto con un abbigliamento adatto a fughe notturne avrebbe tristemente preso piede in tutta Europa, e probabilmente molti dei nostri nonni ricordano i morbidi tutoni in lana sferruzzati dalle loro mamme, nei quali ci si appallottolava per dormicchiare sulle panche dei rifugi sotterranei.

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Altri tempi, altro senso del decoro, altre preoccupazioni (grazie a Dio).
Ma anche da queste piccole frivolezze si può respirare il dramma della Storia.

22 risposte a "La Camicia-da-notte-da-terremoto ed altre utili proposte moda per fuggire da una catastrofe con decoro femminino e stile"

  1. klaudjia

    Questa storia mi ricorda il terribile fatto che ne 1973 sconvolse Roma. Il rogo di Primavalle, appiccato da infami (permettimi di usare questa parola) per punire un uomo della sua appartenenza politica. Nella fuga dalla casa i fiamme, la mamma riuscì in sottoveste a portare fuori due figli a lei abbracciati (non sapeva ancora che altri due figli non ce l’avevano fatta). Con le gambe ustionata, due bambini tra le braccia i giornalisti già accorsi non trovarono di meglio da fare che scattare foto. E lei che cercava di coprirsi chiedendo di non venire mortificata così seminuda.

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    1. Lucia

      Ma poveretta…

      Io invece ho ancora impresso nella memoria un altro episodio: il salvataggio di una ragazza rimasta sepolta dalle macerie durante il terremoto dell’Aquila, recuperata dai soccorritori, viva, dopo ormai parecchie ore dal sisma, forse anche più di un giorno. Per la delicatezza dell’operazione era pieno di telecamere, e tutti hanno ripreso il momento in cui questa povera ragazza (bionda, capelli lunghi, una bellezza vistosa) riemergeva dalle macerie tra le braccia di un pompiere. La tapina era andata a dormire con qualcosa tipo un babydoll bianco o comunque altro capo abbastanza succinto… e niente, le immagini del suo salvataggio avevano fatto il giro di tutte le tv d’Italia. Roba che io davvero avevo pensato: ma dai poveretta, ma era il caso?

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      1. Elisabetta

        Mi ricordo infatti che nel film sullo tsunami “the impossible”,che vi consiglio, quando salvano Naomi Watts , la gente del posto, contadini o povera gente, la rivestono con una camicia nuova per darle decoro!

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  2. sircliges

    «Improvvisamente, ci si rendeva conto che non solo i soldati possono morire in guerra.»

    Interessante osservazione… ma come facevano le vittime civili nei secoli precedenti? (es. abitanti di città saccheggiate)

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    1. blogdibarbara

      I civili sono sempre morti, ma in passato erano minoranza, se non addirittura sparuta minoranza, rispetto ai militari. Con le due guerre mondiali, soprattutto la seconda e soprattutto a causa dei bombardamenti aerei, i morti civili diventano stragrande maggioranza.

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    2. klaudjia

      I civili sono sempre morti in guerra, come diceva giustamente Barbara. Ma dalla prima guerra mondiale in poi, purtroppo, i civili hanno saputo che potevano morire anche senza che il nemico avesse fisicamente messo gli scarponi in città. Il bombardamento era (ed e’ ancora) una micidiale arma per “spaccare il fronte interno”, ovvero far perdere il consenso al governo che eventualmente ha cominciato quella guerra. Per “chi di dovere” era molto più facile raccontare di eroiche battaglie sul fronte, ma quando la guerra divenne totale la propaganda non funziona più.

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      1. Lucia

        Sì infatti.
        Come hanno già detto benissimo Barbara e Klaudjia, i civili sono sempre morti, ma in numero assai minore, e, oserei dire, perlopiù come “vittime collaterali”. Se l’esercito razziava il tuo villaggio tu morivi, ma lo scopo dell’esercito era trovare provviste di cibo, e/o donne con cui sfogare il nervosismo delle truppe… ma non esisteva la strategia militare di colpire volutamente obiettivi civili per fiaccare il morale del nemico e spaccare il fronte interno. I civili caduti erano uno dei tristi effetti collaterali della guerra, ma nessuno stratega cercava volutamente di far cadere civili in massa all’interno di una sua strategia ben precisa.

        Quando nella prima guerra mondiale c’è stato il primo bombardamento a obiettivi civili (peraltro lontanissimi dalla linea del fronte, quindi teoricamente anche “al sicuro”), chi ha ordinato il bombardamento l’ha trovata una decisione durissima da prendere, e chi ha subito il bombardamento ha reagito con uno sdegno senza pari proprio perché uno scenario del genere non era nemmeno considerato immaginabile…

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        1. klaudjia

          Noi siamo “abituati” a questi orrori. Sappiamo che ci sono stati. Mi ricorda per analogia il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma quando, in una primissima fase, si nascosero solo gli uomini abili, perché quelli erano forza lavoro o comunque nemici da abbattere. Una testimone ha raccontato lo stupore-orrore quando vide che prendevano anche donne, vecchi e bambini. Di quando sentì le grida “prendono anche le donne!”. Un simile orrore non si era mai visto.

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          1. Lucia

            Io ho letto addirittura che, in una prima fase, quando le autorità avevano chiesto una sorta di “cauzione” in oro pagata la quale le famiglie sarebbero state libere di vivere indisturbate, la maggior parte della gente ci aveva creduto, nonostante alcuni rabbini più informati cercassero di convincere le loro comunità a nascondersi, fuggire. Pare che molti non avessero proprio creduto a quelle storie deliranti di rastrellamenti e di ebrei tedeschi mandati a morire male: “ma dai, stiamo avendo a che fare con gente d’onore, se hanno chiesto una cauzione in oro e noi gliela abbiamo data, figuriamoci se verranno a infastidirci rimangiandosi la parola data”.
            C’era proprio un’altra concezione di guerra…

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  3. Elisabetta

    La sensazione del terremoto è bruttissima noi l’ abbiamo avuto nel 2012 in Emilia. Anche alcune persone che conosco erano in bagno. Hanno comunque avuto il tempo di buttardi addosso qualcosa o di finire di farsi la doccia…..
    Ti raccomando in ogni caso di aspettare la fine della scossa per uscire e nel frattempo ripararti sotto un tavolo o una porta.
    Questo post mi ricorda mia madre che mi faceva tenere un pigiama intonso, con relativa vestaglia, nel caso fossi dovuta andare di urgenza in ospedale per malattia o operazione ……..

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  4. klaudjia

    Vero…uno dei pochissimi ritornati a Roma dal campo di sterminio raccontò che alcuni mesi prima dalla cattura passarono per il ghetto due soldati polacchi. Parlarono con suo padre (lui era un ragazzo). Cosa rara per l’epoca parlavano italiano e gli dissero di fuggire finché erano in tempo perché avevano visto cosa succedeva agli ebrei in Polonia. L’uomo non gli credette e rispose che, seppure li avessero presi, li avrebbero portati a lavorare nella campagna tedesca visto che i contadini erano al fronte.

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  5. Murasaki Shikibu

    Il punto è che per i bombardamenti, e perfino per i saccheggi, un po’ di preavviso c’è, ma lo scotesissimo terremoto non ha mai mandato avvisi preventivi. E d’altra parte, anche la più previdente e costumata delle fanciulle di solito la doccia la fa senza vestiti e invero la situazione può essere davvero disdicevole – soprattutto quando è notte e fa freddo.
    L’idea del vestito-bombardamento invece è semplicemente grniale, ma spero proprio di non doverla mai sperimentare.

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  6. Laurie

    ho sentito racconti di chi ha vissuto un terremoto devastante e mi vengono i brividi al solo pensiero. qualche anno fa, mentre studiavo in biblioteca, c’è stata una leggerissima scossa di terremoto e tutti, come cretini, ci siamo fatti prendere dal panico (!) scappando a caso (!!) e nessuno ha pensato di infilarsi sotto il tavolo (!!!) … alla faccia delle esercitazioni… e poi mi sono svegliata in piena notte pensando che il letto tremasse: per fortuna ho avuto la lucidità di controllare il lampadario che era fortunatamente immobile (prima di mettermi a correre via urlando senza un perché!)
    mia nonna mi ha raccontato che andavano a dormire vestiti durante la guerra per poter scappare rapidamente, soprattutto in inverno.
    per quanto riguarda i rastrellamenti, purtroppo risultavano talmente incredibili che tanti non sono scappati quando avrebbero avuto potuto farlo salvandosi: sempre mia nonna mi ha raccontato che aveva tre amiche ebree, erano in classe insieme, e che due famiglie hanno capito che l’aria era veramente brutta e sono riusciti ad andare via in tempo (mi pare a Londra, ma non sono sicura), mentre la terza ragazza non si è fatta convincere ad andare via ed è morta ad Auschwitz …

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