Tre segni che dimostrano che – sì – siamo davvero negli Anni Venti

È possibile che avere amici strani sia una mia prerogativa, ma, nella mia cerchia di conoscenze, è stata presa molto sul serio, questa cosa di essere entrati negli Anni ’20.

Una mia amica ha organizzato un veglione a tema Grande Gatsby; un’altra ha scelto di intrattenere i suoi bimbi con un video-corso che ha insegnato loro a ballare il charleston.
Non si contano le battute sui “ruggenti” anni in cui finalmente siamo entrati… e allora, posso forse esimermi dal cavalcare l’onda?

Da parte di una che non ha affatto in simpatia il decennio che, invece, pare mandare in sollucchero il mondo intero, ecco a voi un utile elenco di luoghi comuni per dimostrare che… : siamo davvero negli Anni Venti.

1) “Signora mia, non c’è più religione. Ma le ha viste le ragazze d’oggi? Si conciano tutte come prostitute”

Quella che oggi sarebbe un’estremizzazione (è ancora abbastanza facile distinguere una prostituta vera da una ragazza vestita per andare a rimorchiare) era invece una osservazione molto reale sulla bocca di una comare del 1920.

Nonostante la garbata etimologia tardiva che fa risalire la parola “flapper” al paragone con un uccellino che sbatte forte le ali per prendere il volo (flap! flap!), spiace dire che, originariamente, il termine flapper stava a indicare, nello slang inglese, la giovane prostituta. Gradualmente, nel corso degli anni ’10, il termine perde i suoi connotati più offensivi per andare ad indicare, più genericamente, una donna seducente e maliziosa ma che non necessariamente vende il suo corpo…
…ma, mettiamola così: scrivere che, negli Anni Venti, saremmo certamente state delle flapper non è esattamente farsi un complimento, a casa mia.

Sbaglia, chi associa la flapper alla “donna moderna” che finalmente smette di stare dietro le quinte e comincia a guadagnarsi il suo meritato posto sul palcoscenico del mondo. Per capirci: lady Mary di Donwton Abbey è certamente una donna di tal fatta, ma certamente non è una flapper, che anzi potremmo definire come

quel tipo di donna che portava i capelli a caschetto, beveva gin, indossava gonne corte e passava le sue serate in fumosi jazz club noti per i loro spettacoli osè, ballando con abiti scandalosamente immodesti in mezzo a un cast di corteggiatori in costante rotazione.

Per capirci: nel gustosissimo musical Chicago, Velma Kelly è la rappresentazione perfetta della vera flapper:

(NB La clip contiene anche una – blandissima – scena di sesso, ve lo dico casomai aveste bambini che giocano a mezzo metro da voi mentre mi leggete)

Il graziosissimo Flapper. A Madcap Story of Sex, Style, Celebrity and the Women Who Made America Modern di Joshua Zeitz, dal quale traggo tutte le citazioni per questo paragrafo, sottolinea molto bene quanto fosse negativa e triste l’immagine che la flapper dava di sé ai suoi contemporanei. In America,

il segretario del lavoro criticò apertamente la “frivolezza superficiale della flapper, tutta presa dalle sue sigarette e dai suoi cocktail”. Uno psicologo di Harvard osservò  che le flapper erano donne “dai più bassi livelli di intelligenza” che comportavano “per gli educatori un problema senza speranza di risoluzione”. Nel 1929, lo Stato della Florida prese addirittura in considerazione l’idea di vietare per legge l’uso della parola flapper, tanto infame era il personaggio associato a questo termine.

Interessante e triste l’osservazione per cui, secondo Zeit, il mito della flapper fu qualcosa di costruito a tavolino dall’industria dello spettacolo.

Pubblicitari, scrittori, stilisti, starlet e opinionisti crearono a tavolino il suo stile, i suoi gusti in materia di musica e di moda, la sua marca di sigarette preferita, il tipo di liquore da bere – persino la forma del suo corpo e il posizionamento delle sue curve. […] I pionieri dell’industria dell’entertainment inventarono la flapper per divertimento, per profitto e per desiderio di successo. Nel brandizzarla e nel venderla sul mercato, inaugurarono quel curioso circolo vizioso tipico dell’età moderna in cui la cultura dei media influenza la vita quotidiana e la vita quotidiana influenza la cultura dei media.

Una operazione dalla quale le donne-flapper non uscirono un granché bene:

Perseguivano una bella vita in termini di ricchezze e beni materiali, ma al tempo stesso rinunciarono in certa misura ad assumere una rappresentanza sociale e politica. Godettero di maggiori libertà in campo sessuale, ma al tempo stesso perdettero quell’intimità fatta di confidenze che un tempo le donne erano solite scambiarsi.

Grazie al cielo, non tutte le donne Anni Venti si identificarono nella figura della flapper, e per ogni promiscua ballerina con sigaretta in mano ci furono almeno due donne assennate che si tirarono su le maniche per guadagnarsi un posto nel mondo.

Ma la flapper fu questo, e fu altresì il simbolo della prima, grande rivoluzione sessuale del Novecento. Certo non era ancora normale che una donna conducesse uno stile di vita promiscuo, avesse rapporti al di fuori del matrimonio e/o scegliesse di controllare le nascite rifiutando di avere un numero eccessivo di figli. Eppure, era esattamente questo il (provocatorio, non comune) stile di vita delle flapper più ardite. Un fenomeno  di costume che destò serie preoccupazioni alla “buona società dell’epoca”, anche perché…

2) “Ommioddio! I nostri figli cresceranno senza più capire la differenza tra maschio e femmina!”

Non nel senso che la gente degli Anni Venti si preoccupasse della cultura gender… ma basta assai meno, per togliere il sonno alle buone madri di famiglia.

Da archivista, ho avuto modo di leggere diverse omelie e riviste ecclesiastiche dell’epoca. Col senno di poi, risultano francamente ridicole certe invettive contro la moda di tagliarsi i capelli a caschetto (?!) o di portare vestiti all’ultimo grido.
Eppure, non è difficile capire le preoccupazioni della gente di allora, se pensiamo che, per la prima volta dopo secoli, la moda femminile degli anni ’20 mette su un piedistallo un tipo fisico di donna che, ehm, è decisamente poco femminile. Quantomeno, per gli standard dell’epoca.

Liberatesi delle costrizioni del corsetto, le donne sentono il bisogno di mostrare anche visivamente questo loro nuovo status. L’industria della moda risponde a questa esigenza facendo sfilare sulle passerelle un nuovo modello di corpo femminile: alla “vecchia” dama vittoriana con vitino segnato e seno in evidenza, si contrappone la “moderna” donna androgina, con morbidi abiti scivolati, senza punto vita, fatti apposta per nascondere le curve femminili. Credeteci o no, ma negli Anni Venti nascono modelli di reggiseni creati per appiattire, non sostenere, le forme.

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I capelli – inizialmente tagliati in un corto, ma vezzosamente riccioluto, caschetto – si accorciano in maniera allarmante nel corso del decennio. Mentre gli uomini di mondo iniziano a mostrare una crescente attenzione, spesso giudicata ridicola, verso le loro acconciature, sempre tenute perfettamente in piega a suon di brillantina, le donne più cool iniziano a chiedere ai parrucchieri di riprodurre anche sulle loro teste l’Eton Crop, il tipico taglio maschile dell’epoca.

Eton Crop 2

L’androginia era il nuovo trend nei circoli alla moda

scrive senza misure NJ Stevenson nel suo The Cronology of Fashion – e, onestamente, se teniamo conto che questa

Eton Crop

era una donna, è anche facile immaginare l’allarmato shock di chi per la prima volta si confrontava con il nuovo modello di femminilità e si domandava ansiosamente “signora mia, dove andremo a finire?”.

La clip che vedete qui sotto, tratta da Downton Abbey, mi piace perché ben descrive il miscuglio di reazioni (…non tutte elogiative) successive al taglio di capelli di lady Mary (un taglio, peraltro, niente affatto estremo per l’epoca):

3) “C’è troppa ossessione per la forma fisica! Le influencer manderanno in malora le nostre figlie! Serve una campagna di body positivity!

Il problema è che questo look androgino creava preoccupazioni sotto molteplici punti di vista.
Al di là delle ripercussioni morali che si temeva potessero derivare da questa donna mascolinizzata, le ragazze che volevano seguire i trend del momento si trovavano di fronte a un problema molto più terra-a-terra e immediato: la moda Anni Venti è assai poco indulgente. Per essere sfoggiata, richiede un viso magro, un collo stretto e un fisico piatto che più piatto non si può.

All’epoca non andava ancora di moda parlare di anoressia, ma cominciavano a serpeggiare le preoccupazioni su come fosse realisticamente possibile, per una donna, mantenere negli anni una silhouette di tal fatta.

Nel suo Usi e Costumi, Irene Brin descrive senza mezzi termini le sue coetanee degli Anni Venti come adolescenti scheletriche che si nutrivano a

insalata ed aranci, senza olio, senza zucchero […], si pesavano, si confrontavano le cinture, parlavano di diete difficili da seguirsi alla mensa familiare, sognavano partenze per rinomati luoghi di cultura, dove il digiuno fosse consentito e vigilato.

Estremizzazioni un po’ esagerate, voglio ben sperare – eppure, la preoccupazione era reale. In Italia, in particolar modo, dove il fascismo era già divenuto regime, la preoccupazione si univa a un marcato fastidio per quelle mode (americane!) che pretendevano di imporre alle giovani italiane un modello di femminilità efebica così lontano dall’immagine di florida madre che il duce aveva invece a cuore.

La preferenza per la formosità da parte del regime venne motivata dal fatto che la donna magra non piaceva all’uomo, che la bellezza latina doveva essere formosa e che la donna “crisi” non riusciva a procreare una prole sana e forte alla patria.

scrive Sofia Gnoli nel suo Un secolo di moda italiana, analizzando nei dettagli la vera e propria campagna anti-magrezza promossa da Mussolini.

Tra le riviste femminili, Lidel fu una delle prime a pubblicare la campagna antidimagrante voluta dal regime. Sfogliando un numero del 1932, si notano infatti figurini rappresentanti donne insolitamente fiorenti: “Questi figurini sono il nostro contributo alla […] campagna antidimagrante promossa in seguito al Congresso Medico e stanno a dimostrare, speriamo in modo convincente, che non vi è incompatibilità tra la moda più recente e un sano ed equilibrato sviluppo di quelle curve che danno al corpo della donna la molle grazia della quale per tanti secoli è andata fiera, e che solo da qualche decina d’anni si era messa in testa di rinnegare”

Insomma: una vera e propria campagna all’insegna della body positivity, diremmo oggi con linguaggio da influencer. Una campagna che fu talvolta caratterizzata da bizzarri eccessi, come ad esempio questo curioso clip dell’Istituto Luce a dimostrare che “la donna crisi” (cioè, la donna morta di fame come le americane dopo il crollo di Wall Street) “non va più nemmeno in Cina”.

***

Se dovessi dare un mio giudizio sugli Anni Venti (e certamente non dovrei, da brava storica), il mio giudizio sarebbe estremamente scettico. Sia ben chiaro: la situazione femminile di quel periodo è l’ultimo dei miei problemi: stiamo parlando di anni in cui si specula consapevolmente ai danni dei risparmiatori, le dittature spuntano come funghi e i governi democraticamente eletti si lasciano trascinare dalle proteste di piazza per approvare leggi che sono disastri annunciati.
Immagino che l’entusiasmo generalizzato che leggo circa i Roaring Twenties sia dato dal glamour con cui certe produzioni cinematografiche hanno recentemente dipinto quel periodo storico. E ci sta.
Altrimenti, non me lo spiego.

Ad ogni buon conto… ci piaccia o no, è ufficiale: gli Anni Venti sono tornati!

E speriamo che quelli del Duemila ruggiscano meno dei precedenti.
O quantomeno, ruggiscano… diversamente, per quanto mi riguarda.

10 risposte a "Tre segni che dimostrano che – sì – siamo davvero negli Anni Venti"

    1. Lucia

      A livello di moda, a me, degli anni ’20, piacciono solo i cappelli a cloche.
      Quelli li amo, e ne ho parecchi, sono probabilmente quelli che su di me stanno meglio.

      Per il resto… no, proprio no.
      Forse mi piacciono certi caschetti tutti ricciolini che si vedono talvolta sulle riviste di moda, ma comunque – anche fossi vissuta all’epoca – credo non avrei mai avuto abbastanza pazienza da pettinarmeli così ogni volta 😅

      In termini di moda e pettinature io ho indubbiamente un gusto anni ’50, se parliamo del Novecento 🙂

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      1. klaudjia

        Tutte noi abbiamo un debito di riconoscenza verso le ragazze degli anni 20. Fino ad allora i capelli erano intoccabili (tutte con lo chignon) e le gambe non venivano mostrate mai (neppure le caviglie). I rossetti erano di competenza delle donne di malaffare….insomma la moda androgina anni 20 non fa per me, ma ci ha liberato di tutta una serie di costrizioni. È stato un balzo verso la modernità che fa impallidire (se non sparire) la “rivoluzione” della minigonna.

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        1. Lucia

          Avoja!
          La rivoluzione sessuale del ’68 ovviamente è stata dirompente, ma secondo me è stata la rivoluzione femminile degli anni ’20 a esserne la premessa necessaria, una premessa la cui importanza secondo me viene spesso sottovalutata.

          Secondo me, il “difetto” che ha avuto questa rivoluzione anni ’20 è che è stata troppo audace e troppo repentina. Non è durata un granché.
          La moda androgina se n’è andata con la stessa velocità con cui è arrivata, lasciando posto (negli anni ’30) a uno stile vezzoso e femminile tutto fatto di pizzi e applicazioni e gonne tornate vistosamente lunghe. Dopo l’austerità imposta dalla guerra, poco c’è mancato che il New Look di Dior riportasse in auge il corsetto (!).

          I capelli sono effettivamente rimasti corti, quello sì, anche se agghindati meno “alla maschile”.

          Insomma: debitrici degli anni ’20 sì, ma mi sa che per qualche decennio ancora abbiamo pagato lo scotto della loro eccessiva irruenza.

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          1. klaudjia

            E’ vero! E’ stato un periodo breve. È interessante notare “gli alti e bassi” dell’orlo delle gonne. Anni 20: euforia per la fine della guerra e dell’epidemia di spagnola. Gli orli salgono, i capelli per la prima volta si tagliano, spariscono i busti e si usano i cosmetici. Anni 30: grande depressione, dittature in ogni dove e le gonne si allungano, i capelli rimangono corti ma con onde e la moda evidenzia i fianchi. Anni 40: catastrofe bellica e le gonne vuoi per razionamento che per praticità si accorciano. Anni 50: tutto da ricostruire ma c’è ottimismo e le gonne si allargano e allungano. Anni 60: boom economico e le gonne si accorciano come non mai. Anni 70: crisi petrolifera e gonnelloni alle caviglie.

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  1. Mariella

    Interessantissimo e divertente articolo! Ecco, però, fraternamente… scusa, forse ti è sfuggita, nel titoletto del punto 2, un’ esclamazione che a mio parere contravviene al 2° Comandamento…

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    1. Lucia

      Uh, grazie Mariella 🙂
      A mio personalissimo parere… spero di no, perché in effetti qui abbiamo un po’ tutti l’abitudine di dire “oddio”, o “Dio buono”, allo scopo di esprimere sorpresa (e fortunatamente solo quello: non lo si usa mai, ad esempio, per esprimere rabbia o paura). Credo che sia proprio un intercalare piemontese, soprattutto il secondo. Lo usiamo nella stessa accezione dell’OMG americano.

      Mi ero anche posta il dubbio se fosse, effettivamente, una infrazione diretta del secondo comandamento e ne avevo parlato con un sacerdote, il quale mi aveva detto che a suo personale giudizio, se l’intercalare è usato in modo così “innocente” e senza accompagnare esternazioni negative (come nel caso del “maronna mia” napoletano che spesso precede minacce di botte XD il che è già più spiacevole), peccaminoso non è.
      Va detto che il sacerdote era piemontese pure lui e quindi probabilmente parziale nel giudicare questa abitudine 😀

      Però mi rendo conto che è sicuramente molto borderline e che comunque potrebbe giustamente urtare la sensibilità di chi mi legge, quindi sì, dovrei sicuramente starci più attenta. Grazie per avermelo fatto notare 🙂

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