Amiche single, su i cappelli! Oggi è santa Caterina!

Ahimè: ci sono usanze di cui è difficile parlare senza fare alcune premesse, sennò va a finire che non ci si capisce niente.
Fortunatamente, oggi è santa Caterina, il che induce in me una certa tolleranza all’idea di aprire un post con un cappello introduttivo. Sicché: portate pazienza per l’incipit non particolarmente eccitante, ma chiariamo due cose prima di andare avanti.

Uno: anticamente, esisteva la consuetudine di vestire (con letterali abiti di stoffa!) le statue della Madonna e di altre sante. Di questa pia pratica, si può ancora trovare qualche esempio in certi santuari del Sud Italia; in realtà, la consuetudine era diffusa un po’ ovunque, al di qua e al di là delle Alpi. Con operosa devozione, le donne della parrocchia si industriavano per cucire abiti ricchissimamente decorati con cui rivestire le statue della chiesa.

Un esempio tra i molti: il ricco abito della Madonna Addolorata di Sansevero

Due: se siete appassionati di film ad ambientazione storica, noterete che spesso le giovani protagoniste cominciano a raccogliere i capelli a un certo punto della loro crescita. Le lunghe chiome sciolte delle bambine piccole cominciano a essere intrecciate in età scolare per poi venir raccolte in chignon graziosi man mano che le fanciulle crescono.
Ecco: non si tratta di un vezzo degli sceneggiatori; la consuetudine era diffusa realmente, nei secoli passati. Più una ragazza si avvicinava all’età adulta, più le sue acconciature si facevano simili alle composte crocchie delle signore: per una fanciulla, raccogliere i capelli era una sorta di “rito di passaggio” che segnalava il suo ingresso del mondo “dei grandi”.

E voi dite: ambeh, e che me ne faccio di queste informazioni?
Appuntatele mentalmente e metteteci vicino anche il post-it mentale che vi ricorda come santa Caterina d’Alessandria sia tradizionalmente considerata la patrona delle fanciulle. Con questi presupposti, sarà molto più facile capire come mai, in lingua francese, si diceva che una ragazza iniziava a coiffer Sainte Catherine quando raggiungeva l’età adulta.

***

Lo faceva, innanzi tutto, in senso molto letterale. In parrocchia, quando una ragazza raggiungeva una certa età, abbandonava il gruppetto dei bambini piccoli del catechismo e aderiva al gruppo delle giovani ragazze nubili (l’equivalente antico del nostro post-cresima, per capirci).
Tradizionalmente, a questi gruppi parrocchiali veniva affidato – tra le altre cose – il compito di confezionare nuovi abiti con cui adornare le statue della chiesa. Solitamente, il primo affidato alle new entries, giovanette ancora inesperte con ago e filo, era quello di confezionare loro un nuovo velo per la statua della Vergine. O (meglio ancora, se presente in chiesa) per la statua di santa Caterina, speciale patrona delle giovanette.
Insomma: le ragazzine che diventavano grandi cominciavano a coiffer Sainte Catherine… in senso molto letterale!

Ma cominciavano a farlo anche in senso metaforico. Per estensione, l’azione di coiffer Sainte Catherine cominciò ad indicare anche l’atto di raccogliere le proprie chiome e di coprirle con un cappellino, come giustappunto faceva ogni giovane donna non appena raggiunta una certa età. Fino a un secolo fa, sarebbe stato impensabile vedere una rispettabile signora andarsene in giro per la città a capo scoperto: un cappellino, un berretto o un foulard erano l’accessorio indispensabile che non poteva mai mancare.

Ecco dunque che l’azione di coiffer Sainte Catherine assumeva una duplice valenza: da un lato, indicava il cambio look che denotava l’ingresso di una ragazza nell’età adulta; dall’altro lato, indicava appunto la pia pratica di confezionare veli e indumenti per la santa, da parte delle giovani fanciulle di parrocchia.

…le quali andavano avanti a pettinar le bambole le statue per un numero indefinito di anni, finché non uscivano dal gruppo fanciulle per entrare nel gruppo giovani spose.
Va da sé: per fare il passaggio, serviva quantomeno avere un anello al dito. In assenza di materia prima, la giovane donna che non era ancora riuscita a maritarsi se ne restava nel gruppo adolescenti a fare la sartina, sentendo presumibilmente crescere la frustrazione man mano che i mesi e gli anni passavano.

Talvolta, capitava addirittura il caso pietosissimo di una ragazza che (gasp!!) arrivava a compiere addirittura venticinque anni senza ancora avere una fede al dito. Si trattava chiaramente di una tragedia senza pari che poneva degli evidenti problemi di ordine sociale (cosa, cosa mai ne sarebbe stato di una donna sola in tali ambasce??). In quel caso, la comunità intera prendeva a cuore le sorti di questo caso umano e cercava di aiutarla finché si era ancora in tempo.

“E come?”, mi dite.
Istituendo per lei e per tutte le sue compagne di sventura la festa delle Catherinettes.

Non è perfettamente chiaro quando e come esattamente nasca questa curiosa usanza.
Sicuramente è di origini francesi, anche se qualcosa di simile si trova anche in certe usanze britanniche. Probabilmente, in Francia si sviluppa in un momento impreciso attorno alla metà dell’Ottocento. Ad ogni buon conto, risalgono all’incirca alla metà del secolo le prime attestazioni di questa festa: un giorno affettuosamente dedicato alle zitelle… col fine piuttosto esplicito di segnalare al mondo che quella ragazza lì era ancora sul mercato, perché farsela scappare?

Alle Catherinettes (cioè, alle donne che erano ancora sotto il patronato di santa Caterina, protettrice delle nubili) poteva capitare innanzi tutto di ricevere, quel giorno, una cartolina benaugurale. Tipo questa:

Se la cartolina arrivava dalla prozia: evvabbeh. La si accettava con un sorriso mesto, lo stesso con cui accetteresti oggi un ennesimo pat pat e una promessa di preghiere.
In realtà, ciò che sperava ogni Catherinette era semmai di ricevere un biglietto di auguri da parte del vicino di casa scapolo, del cugino di terzo grado, dell’amico del fratello, del dipendente di papà…
Un po’ come accadeva altrove con i biglietti di San Valentino, la cartolina benaugurale di santa Caterina poteva essere un modo (un po’ goffo) di rompere il ghiaccio, in un contesto in cui poteva anche non esser facile trovare occasioni migliori per avvicinare una donna. E siccome le Catherinettes erano zitelle, ma non cretine, diciamo che erano abbastanza chiare le implicazioni di una cartolina con cui un conoscente scapolo si diceva incredulo al pensiero di una ragazza così bella ancora single.

Ma ahimé: non tutte le ragazze single hanno la fortuna di ricevere letterine dolci da parte di conoscenti scapoli. In un mondo di galantuomini impomatati, talvolta dev’essere la donna a fare il primo passo: sicché, col passar del tempo, la festa di santa Caterina divenne per le donne nubili l’occasione perfetta per (provare a) fare nuove conoscenze.

Parrocchie, municipalità e associazioni benefiche di vario tipo organizzavano il 25 novembre feste danzanti che erano aperte innanzi tutto ai single. Il messaggio implicito era suppergiù qualcosa sulle linee di “guardate che qui dentro c’è gente disperata che si sposerebbe col primo che passa basta che respiri”: era insomma una serata in cui veniva incoraggiato il corteggiamento spinto, senza imbarazzi eccessivi o timidezze varie.

Col passar degli anni, la diffusione di queste feste conobbe un boom clamoroso. Il periodo di maggior gloria delle Catherinettes fu negli anni Venti, epoca in cui la rivoluzione dei costumi aveva del resto svecchiato le tecniche di corteggiamento, rendendole assai più dinamiche e informali. L’esperienza della Grande Guerra, del resto, aveva reso le donne più indipendenti e più spigliate: nessuna aveva più il desiderio di richiudersi in gramaglie nella struggente attesa di un marito. Meglio cercarlo attivamente, magari anche usando un pizzico di ironia.

Nei locali della Parigi più in (tipo il Moulin Rouge, per capirci) si tenevano ogni anno, attorno al 25 novembre, feste danzanti estremamente informali che, al ritmo “scandaloso” del Jazz e del Fox-Trot, permettevano alle flapper in cerca di marito di dar sfogo a tutte le loro tecniche di seduzione. Si trattava di un contesto tutto sommato controllato (sempre meglio la festa al Moulin Rouge che l’andare a raccattare uomini in mezzo alla strada…) ma estremamente libero al tempo stesso: proprio quello che desiderava una donna “moderna” di inizio secolo.

Mi direte “ok, ma in una festa così caotica e affollata non si correva il rischio di sparire comunque tra la folla?”.
In realtà, gli organizzatori di questi party stavano molto attenti a scongiurare il pericolo: le feste si aprivano solitamente con una sfilata di bellezza che permetteva a tutte le partecipanti di mettersi in mostra.

In alcuni locali, a essere valutata era l’avvenenza fisica delle ragazze in sé e per sé: la vincitrice del contest veniva nominata Miss Santa Caterina (che detto così fa ridere, eppure è vero!) e diveniva la reginetta della serata.
In altri locali, con maggior raffinatezza, era il gusto estetico delle fanciulle a essere esaminato. Alle contendenti, veniva chiesto di sfoggiare look elaborati, arricchiti da cappellini tra i più eccentrici (…vedete, come ritorna il tema del copricapo?). Una giuria composta da personaggi dello spettacolo avrebbe premiato il più stupefacente tra tutti i look: verrebbe da dire che, in questo caso, l’abbigliamento era il biglietto da visita con cui le ragazze decidevano di presentarsi ai potenziali corteggiatori. Un biglietto da visita che, nella sua eccentricità, sfidava le fanciulle a rompere gli schemi e permetteva probabilmente allo spettatore di farsi una prima idea di che tipo fosse la signorina che aveva dinnanzi.

E solo a quel punto gli organizzatori (mica scemi) decretavano il via alle danze.

Per tutti gli anni Venti, feste di questo tipo furono così popolari da rendere il 25 novembre una data da segnare in rosso sul calendario appeso nella cameretta di ogni giovane donna.
A partire dalla crisi del 1929, le feste danzanti nei locali persero gradualmente di intensità e sembrarono morire del tutto nell’autunno 1936, quando la Francia era alle prese con una crisi che sembrava addirittura peggiore della precedente.

In realtà, la tradizione non scomparve mai del tutto, tenuta viva da Santa Romana Chiesa. Se le flapper degli anni Venti avevano deciso, disinibite, che il modo migliore per trovar marito era cercarselo da sé, le loro contemporanee che aderivano al modello di “pia donna” avevano invece preso l’abitudine di affidare la mission impossibile a santa Caterina. Ogni anno, il 25 novembre, numerose parrocchie organizzavano devote processioni nelle quali le donne nubili camminavano dietro alla statua della santa invocando la grazia di trovare un buon marito (…ottenendo comunque il risultato di mettersi in mostra di fronte ai bravi ragazzi della parrocchia, fra l’altro).

Cappellini, veli da Messa e accessori vari? Neanche in questo caso mancavano all’appello, e potevano anche essere assai vezzosi per l’occasione – con l’unica differenza che, in questo caso, il prete si offriva anche di benedirli, invocando ogni bene sulla giovane proprietaria.

…e, a tal proposito, “col senno di poi” andate a rivedervi la commedia Il mio amore con Samantha, girata nel 1963 col titolo originale di La Fille à la casquette. Il povero Paul Newman ha il destino segnato, non può che cadere inerme tra le braccia della bella: pochi mesi prima, la ragazza col cappello si era votata a santa Caterina nella speranza di trovar marito.
E santa Caterina, evidentemente, non delude mai le sue devote!

Su col morale, amica!

Quante cose si potrebbero raccontare sulle nostre tradizioni popolari!
Che questo tema mi appassioni, non è un mistero; che qualcuno voglia discorrerne con me, è una gran soddisfazione. Venerdì 27 novembre, alle ore 19:30, sarò ospite del laboratorio d’arte Reforma in una diretta Facebook in cui parleremo di feste patronali, tradizioni locali e significati profondi di queste feste popolari. Sarà interessante! Come si suol dire: save the Date!

11 risposte a "Amiche single, su i cappelli! Oggi è santa Caterina!"

  1. Elisabetta

    Interessantissimo! Ho sempre pensato che la tradizione derivasse dal fatto che le sartine di Parigi erano poverissime e senza dote…. non sapevo la storia del velo delle sante! Nel film Joanne Woodward, poco convinta, sale su una scala per parlare con la statua della santa posta all’angolo di una via!
    Ma perchè i cappelli erano verdi o gialli (colore he dona a tutte donne, fra l’altro …😒)?
    Mi pare che in Romagna si usi regalare un biscotto a forma di bambolina alle femmine e di gallo ai maschi, giusto per restare in tema ricette!

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    1. Lucia

      Perché i cappelli siano verdi e gialli, non lo so e non sono riuscita a scoprirlo! Wikipedia mi dice che erano stati scelti quei due colori per simboleggiare il giallo della fede e il verde della sapienza (?) ma onestamente non trovo altre fonti e, boh? Messa così, non mi convince molto.
      A meno che non salti fuori qualche legame con l’iconografia, mi verrebbe persino da pensare che si tratti semplicemente di una consuetudine, tipo il nostro vestirci di rosso a Capodanno per dire.

      In realtà, da quanto leggevo, parrebbe che le sartine e le modiste di Parigi entrino in gioco in un secondo momento.
      Vale a dire: quello di sartina (malpagata) era il tipico lavoro femminile tra fine Ottocento e inizio Novecento, e tipicamente a quell’epoca le ragazze facevano lavoretti malpagati fintanto che erano nubili (dopodiché, si licenziavano e si occupavano della casa, auspicabilmente).
      Quindi, le sartine di Parigi iniziano a protette dalla santa non tanto perché sarte, quanto più perché ragazze da marito. A quanto pare, prima è venuta l’associazione con le ragazze nubili, e solo in un secondo momento quella con le ragazze nubili al lavoro.

      🙂

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  2. vogliadichiacchiere

    Bellissima storia, ricordo la zia del Piemonte che festeggiava l’onomastico in questo giorno! 😉
    E sono contenta che tu abbia parlato del film con Paul Newman e la moglie, uno tra i miei preferiti (nel genere commedia), ricordo che la Santa parla con Sam, anche se non ricordo cosa le dica . . . mi sa che è ora che lo riveda! 😉
    Credo che “Catherinettes” era anche l’appellativo delle apprendiste sarte, quelle che da noi potremmo chiamare “sartina”! 🙂
    Spero di riuscire a seguirti venerdì . . . ultimamente ho la testa a viole! 😀

    Ciao, Fior

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  3. vitaincasa il lato rosa della vita

    Leggendo il tuo post mi sono venute in mente due cose, la prima è che ho visto come ancora oggi in alcuni luoghi esteri le statue vengano vestite con abiti di stoffa. In Andalusia, ad esempio, in cui le processioni sono qualcosa di sontuoso, con le statue della Madonna riccamente vestite, con tanto di strascico, poste su baldacchini pieni di fiori e candele accese; la seconda a Praga, dove c’è una statuina di Gesù Bambino molto venerata (non ricordo il nome) a cui fedeli da ogni parte del mondo spediscono vestitini, esposti in una sorta di museo.

    La seconda cosa, è che davvero in passato una ragazza se non si sposava giovane veniva considerata senza speranza! Mia nonna stessa si è sposata a ben 27 anni e i fratelli negli anni precedenti si davano già una gran pena per lei… Ma lei ci scherza su, dice che “alla fine ha fatto tutto quello che hanno fatto le altre”! Lei però si era raccomandata a S. Antonio, non a S. Caterina, forse dalle sue parti non c’era una spiccata devozione per questa santa.

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    1. Anonimo

      A Praga esiste una statua di Gesù Bambino celeberrima, chiamata “il Gesù bambino di Praga”.
      Una copia fedele viene custodita nel Santuario del Gesù bambino di Arenzano (Ge) dai MMRRPP Carmelitani scalzi.

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  4. mariluf

    Splendido post! e bellissime le cartoline…. veri gioielli da collezione!!!! Sei sempre una miniera… Il termine caterinette è migrato anche in Piemonte, per indicare le sartine…Ah,e l’abiitudine di vestire le statue, probabilmente
    a seguito degli Spagnoli, è arrivato in America; la parrocchia di Lucento a Torino è gemellata con una città sudamericana da cui ha importato un grande crocifisso con Maria Santissima e Maria Maddalena , e la figura del Cristo viene periodicamente rivestita con colori adatti al periodo liturgico dai fedeli della comunità Latino-americana.

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  5. Emilia

    E che dire della caterinetta, ossia di quell’attrezzo usato per lavori tubolari a maglia?
    Potrebbe esserci un nesso tra i denti in ferro di quell’arnese e lo strumento del momentaneamente mancato martirio di santa Caterina, ossia la ruota dentata?

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  6. Pingback: “The Eve of St. Agnes”: quando la tradizione popolare diventa arte – Una penna spuntata

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