Il miracolo del Natale di Einar

Immaginate che là fuori ci sia una malattia contagiosa che miete ogni giorno decine di vittime e che costringe gli ammalati a dolorose separazioni dalla loro famiglia. Immaginate che vi sia un disperato bisogno di soldi per favorire la ricerca medica e magari anche per rendere più gradevole l’esilio forzato dei malati. E immaginate, in tutto ciò, che stia arrivando il Natale.

Ehm.

So di avervi chiesto un ingente sforzo di immaginazione, ma facciamo ancora un passetto extra: immaginate di essere un dipendente pubblico che lavora – che ne so – nelle poste centrali dello Stato. Per la precisione, un postino hipster con ‘sta faccia:

Avete appena immaginato di essere nei panni di Einar Holbøll, postino danese di inizio Novecento.
Postino danese di inizio Novecento con una sensibilità assai spiccata verso i temi sanitari – sensibilità che, onestamente, nessuno ha mai capito da dove derivasse esattamente.

Forse, Einar era semplicemente un brav’uomo. Uno di quelli che non riescono ad assuefarsi e far spallucce alla notizia di una malattia contagiosa che si diffonde incontrollata.
Forse, la tubercolosi aveva colpito qualcuno a lui vicino (anche se a noi non l’ha mai detto). Forse Einar aveva dovuto vivere in prima persona il panico alla vista di un amico che tossisce sangue, l’angoscia della brusca separazione, l’attesa inquieta delle lettere dal sanatorio, lo strazio nel sentirsi descrivere una quotidianità non proprio idilliaca in un convalescenziario a cui mancano persino i letti per ospitare tutti i malati.

Alcuni dicono che lo sdegno salutare che spinse Einar a fare ciò che ha fatto sia stata la vista di un bambino con una brutta tosse che chiedeva la carità nei pressi dell’ufficio postale. (Perché era lì? Dov’erano i suoi genitori? Quella brutta tosse era proprio quella brutta tosse? Che destino attendeva quel pargoletto?).
Altri osservano che Einar conosceva fin troppo bene le conseguenze di una brutta malattia che ti piove addosso tra capo e collo. Figlio di un ufficiale di marina, sembrava destinato a una sfolgorante carriera anch’egli, quando fu messo a letto da una brutta febbre reumatica. I medici lo guarirono nel migliore dei modi, eppure Einar non tornò mai più quello di un tempo: il suo fisico indebolito non era più adatto alla vita militare. E infatti, il nostro amico finì col fare il postino.

Non male, ma non era esattamente il suo sogno. Quanto sarebbe stata più appagante, invece, la carriera nella marina! con la prospettiva di star facendo del bene al prossimo, con il valore aggiunto di star proteggendo la madrepatria!

E invece. Nel concreto, qual era l’unico contributo che Einar poteva dare alla società?
Meh. Prendere pacchi, affrancare lettere, vendere francobolli, cercare di rendere fluida la coda allo sportello. E poi di nuovo prendere pacchi, affrancare lettere e vendere francobolli allo sportello.

Quantomeno, il suo lavoro all’ufficio postale aveva offerto a Einar un buon punto di osservazione per studiare la psicologia delle masse. E così, il nostro amico si era accorto di una cosa: a Natale, la gente diventa improvvisamente più buona.

Correva l’anno 1903. Il Natale si stava rapidamente trasformando in quel business che conosciamo tutti. La moda di spedire biglietti di auguri ai parenti lontani si era già affermata da qualche anno. La consuetudine di fare e ricevere regali: beh, quella era senza tempo. Sicché, per tutto il mese di dicembre, l’ufficio postale di Einar era preso d’assalto da orde di munifiche signore che chiedevano di spedire nelle più remote località del Paese graziosi biglietti e ingombranti pacchi per figli in trasferta, nipotini lontani, parenti di incerto grado e amici d’infanzia che non vedevano da anni.

E… incredibilmente, la gente tendeva a essere mediamente di buon umore.

Di fronte a code di dimensioni abnormi, tendeva a brontolare meno del solito. Se una vecchina un po’ svampita faceva pasticci allo sportello, tutti sopportavano con stoica pazienza perché non si può mica metter fretta a una nonna che spedisce regali di Natale ai nipotini. Le signore impiegavano ridicole quantità di tempo a scrivere gli indirizzi in bella grafia per essere sicure di far recapitare ai parenti una busta “effetto wow”.  E persino i clienti solitamente più taccagni erano disposti a spendere soldi sonanti per comprare il biglietto d’auguri più ricco e decorato tra tutti quelli che Einar esponeva in vendita.

Fu proprio l’insieme di tutte queste considerazioni a far accendere sulla testa del nostro amico una metaforica lampadina. E se lo Stato mettesse in vendita un qualcosa che rende ancor più belle le buste per gli auguri, e che al tempo stesso raccoglie fondi per la cura della tubercolosi?

Sembrava una idea campata per aria, ma Einar si mise a tavolino e studiò un progetto che potesse funzionare. Idea di base: il servizio postale nazionale avrebbe dovuto stampare un coso simile a un francobollo, ma più natalizio e più carino, da mettere in vendita a pochi centesimi. Il coso avrebbe dovuto avere uno scopo puramente decorativo: il consumatore doveva restare libero di comprarlo oppure no, ed eventualmente di appiccicarlo a sentimento.
Vicino al francobollo vero? Sul retro della busta a mo’ di ceralacca? Dentro al biglietto di auguri per un tocco di colore? Per quanto riguardava Einar, la gente avrebbe anche potuto appiccicarseli in fronte: la cosa importante era che la raccolta fondi fosse organizzata a livello capillare da tutti gli uffici postali della nazione e che una adeguata campagna pubblicitaria rendesse chiaro consumatore lo scopo di quel “francobollo” extra. E cioè, raccogliere fondi per la ricerca medica, da destinare nello specifico alla cura per la tubercolosi.
E ancor più nello specifico: alla cura per la tubercolosi nei bambini (ché a Natale il bambino “vende”).

Poteva sembrare una boiata.
Invece, l’idea piacque tantissimo.
Nel giro di qualche settimana, il progetto di Einar si posò sulle scrivanie di tutti i dirigenti salendo sempre più in su nella scala gerarchica. E infine, varcò le soglie del palazzo regio per essere portato all’attenzione di Cristiano IX, re di Danimarca, il quale approvò il progetto incondizionatamente.

Ci si mise al lavoro in modo da far partire la raccolta fondi entro il dicembre 1904.
Fu fissato un prezzo di vendita sufficientemente basso da far gola anche ai più spilorci: 2 centesimi di corona, un’inezia veramente.
Fu stabilito un arco temporale nel quale mettere in vendita i “francobolli”, sufficientemente breve da renderli esclusivi ma sufficientemente lungo da renderli facilmente reperibili senza far impazzire la gente: tutto il mese di dicembre.
Fu concordato un design che sottolineasse la benedizione giunta a questa iniziativa da parte della famiglia reale. In una aggraziata cornice di fiori invernali faceva bella mostra di sé il viso di Luisa d’Assia, regina consorte. Una discreta scritta “JULEN 1904”, sottolineava l’eccezionalità della tiratura, probabilmente per far gola agli appassionati di filatelia.

“Potevano studiarsi un design più natalizio”, mi direte, e in effetti avete ragione. Negli anni seguenti corressero il tiro, creando immagini sempre più invernali e sempre più graziose.

Nel 1970, una intera collezione di adesivi natalizi fu disegnata dalla principessa Margrethe, attuale regina di Danimarca

Ma l’informazione importante da condividere a questo punto è che già il “francobollo” del Natale 1904 fu un successo travolgente. Nell’arco del mese di dicembre, ne furono venduti più di quattro milioni: una cifra che andava molto al di là delle più ardite speranze nutrite da Einar!

Bastò quell’unica raccolta fondi a raggranellare la somma necessaria per comprare un terreno edile nei pressi della città di Kolding, nel meridione del Paese. Negli anni immediatamente successivi, la raccolta fondi di Natale crebbe ulteriormente in popolarità: era diventata una gara di generosità; tutti smaniavano per poter mostrare a parenti e amici di aver comprato l’adesivo benefico che aiutava la ricerca.

Entro il 1911, un sanatorio (un letterale sanatorio a più piani, equipaggiato di tutta la strumentazione medica all’avanguardia per la cura della tubercolosi) fu inaugurato nella città di Kolding. L’ambizioso progetto era stato interamente finanziato dalla vendita di adesivi decorati per Natale (!).

Nel suo momento di massimo splendore, attorno agli anni ’20 del secolo, il Sanatorio degli Adesivi di Natale (così era conosciuto all’epoca!) poteva ospitare poco meno di duecento pazienti. Interamente dedicato alla cura dei bambini, offriva loro sale mediche ricche di strumentazione tecnica all’avanguardia, ma anche e soprattutto ampi spazi e ambienti confortevoli in cui giocare e passare il tempo in un clima familiare. Cosa di vitale importanza, tenuto conto che la guarigione era molto lenta e che un bambino affetto da tubercolosi trascorreva, in media, circa un anno della sua vita tra le mura del sanatorio (senza neppure il conforto delle visite da casa, rarissime e comunque socialmente distanziate a causa del pericolo di contagio).

La clinica, che poteva vantare un tasso di guarigione pari all’85% (percentuale assai invidiabile, per l’epoca) restò attiva fino agli anni ’50, continuando a trarre fondi dalla vendita dei francobolli benefici. Nel secondo dopoguerra, venuta meno la minaccia della tubercolosi, il sanatorio fu trasformato in un ricovero per bambini affetti da patologie psichiatriche, che restò attivo fino al 1988; successivamente, diventò sede di un museo per la storia delle tecniche infermieristiche e oggi è un albergo di lusso.

Ma concentriamoci piuttosto sul suo passato. Concentriamoci sulle sue origini da fiaba e sul modo in cui il Sanatorio degli Adesivi di Natale riuscì a garantire ai fanciulli malati un ambiente a misura di bambino, in cui la lontananza da casa era stemperata almeno in parte dall’atmosfera familiare e in cui ogni compleanno, ogni Natale, ogni ricorrenza importante per i piccoli pazienti era festeggiata in pompa magna, perché la gioia potenzia ogni terapia.

E tutto questo, grazie all’intuizione di un postino dal cuore generoso e grazie alla magia del Natale, periodo in cui siamo tutti più buoni.  Mi stupisce che nessuno abbia mai fatto film su questa storia… che è una storia con la S maiuscola (quella conservata all’interno degli archivi) ma che a me pare, al tempo stesso, una meravigliosa, commovente storia di Natale!

***

E se siete appassionati di storie del Natale, sappiate che ne racconterò parecchie mercoledì 16 dicembre 2020, alle 21, ospite del canale Twitch di Cattonerd. Tra tradizioni antiche e nuove (o vittoriane? O paganeggianti?) ci sarà da divertirsi, secondo me!

5 risposte a "Il miracolo del Natale di Einar"

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