Muori sul fondo dell’Oceano Atlantico? Sei un cretino che se l’è andata a cercare, si disse nel 1912

In un’intervista diventata inevitabilmente celebre, James Cameron si è detto molto colpito dalle «stupefacenti» somiglianze tra il naufragio del Titanic e l’implosione del Titan. Non ha tutti i torti.

Ma dirò di più: da storica, io sono rimasta molto colpita dalle somiglianze (davvero stupefacenti) fra il modo in cui l’opinione pubblica ha reagito di fronte alla tragedia del 1912 e il modo in cui il popolo dei social ha commentato quella del 2023. Per chi (quando magari erano ancora in corso le ricerche del sommergibile, e dunque si credeva di star lottando contro il tempo) ha pensato “ma dove stiamo andando a finire, signora mia? Non s’è mai vista così tanta gente godere delle disgrazie altrui”: ecco, vorrei fornire la rassicurante (?) informazione per cui, in realtà, di gente così se n’è sempre vista a pacchi. Ci dev’essere una sorta di strano impulso antropologico nell’irridere una banda di ricconi che muore male su una bagnarola che cola a picco: definizione impietosa, che naturalmente non sottoscrivo ma che utilizzo a scopo puramente retorico per rifarmi in modo a ciò che è stato detto in questi giorni circa i passeggeri del Titan… e a ciò che fu detto, nel 1912, circa i passeggeri del Titanic. Tutti accomunati, agli occhi dei rispettivi contemporanei, dal peccato capitale di essersela andata un po’ a cercare.

Naturalmente anche io faccio parte di quei contemporanei; e circa il fatto di cronaca potrei esternare opinioni molto ferme se solo volessi farlo (ma non voglio). Più interessante sarà invece far notare che erano molto ferme anche le opinioni di chi, nel 1912, commentò il naufragio del Titanic: e se state ingenuamente immaginando un coro di “povere anime, quelle dei passeggeri, perite in una tragedia di cui non avevano alcuna colpa”… ecco: per l’appunto, no. Mi spiace per la doccia fredda, ma: decisamente no.

Quelli per cui “silenzio rispettoso di fronte a una tragedia in corso? Ma anche no!”

Non appena la notizia del naufragio del Titanic arrivò alla terraferma, prese il via un’impietosa ridda di polemiche che divampò senza mostrare alcun riguardo per un dettaglio che pure definirei non del tutto trascurabile: anche all’epoca, proprio come è accaduto oggi, la tragedia si stava dipanando “in tempo reale”. Molti storici osservano che il naufragio del Titanic fu la prima catastrofe della Storia a esser vissuta in presa diretta da un pubblico attonito di spettatori inermi: non nel senso che la nave affondò in streaming, naturalmente, ma nel senso che tutte le persone che avevano a cuore qualche passeggero dovettero confrontarsi con uno stillicidio di notizie, confuse e contradditorie, che arrivavano pian piano dalla cabina telegrafo della Carpathia e da lì rimbalzavano nelle varie redazioni di giornale.

Inizialmente si ipotizzò che tute le donne e i bambini fossero stati tratti in salvo, cosa rapidamente rivelatasi non vera; per contro, alcuni quotidiani diedero per morti tutti gli uomini senza eccezione: e quando invece ci si rese conto che qualcuno s’era salvato, se non altro perché era necessario che le scialuppe fossero guidate da personale di servizio, la notizia riaccese le speranze di tutte le famiglie dei marittimi scaraventandole in un tira-e-molla psicologicamente esasperante. Marconi (che era il datore di lavoro degli operatori del telegrafo, subappaltati all’armatore del Titanic) vendette al New York Times per 500 dollari (circa 15.000 euro di oggi) l’esclusiva della storia dell’unico superstite; il quale, giustamente, dopo essere sbarcato negli USA volle prendersi qualche giorno per sé prima di concedersi ai mass media. Sicché, il mondo dovette aspettare quasi una settimana per sapere cosa esattamente fosse successo e perché i soccorsi non avessero funzionato: interrogativi non da poco, soprattutto per chi, in quegli stessi giorni, avrebbe dovuto imbarcarsi su altre navi della stessa compagnia (ma poi, era un problema di quella compagnia? O delle navi in generale? O del clima avverso? O s’era trattato di una pura fatalità?).

E così, mentre la tragedia procedeva multiforme di giorno in giorno (e ci si cominciava a render conto del fatto che, nella fretta, i giornalisti avevano trascritto male i nomi dei superstiti telegrafati dal Carpathia, generando false speranze e coccoloni inutili), il mondo non mostrava il minimo riguardo per lo strazio di chi pure stava cercando di capire cosa ne fosse stato dei suoi cari. Non era ancora chiaro chi fosse vivo e chi fosse morto, ma una cosa sola era considerata punto fermo: a quanto pare, i passeggeri dei Titanic se l’erano andata a cercare. Sì, un po’ tutti, senza esclusione.

Quelli per cui “l’industria corrotta ha sulle mani il sangue di innocenti”

Naturalmente, il dito fu puntato innanzi tutto contro quegli individui che avevano avuto capacità decisionali. Furono apertamente tacciati di omicidio il capitano, senza dubbio imprudente (anche se oggi lo ricordiamo come un eroe) e l’armatore, oltretutto reo d’essersi salvato (sul cui conto piovve qualunque tipo d’infamia: con molte accuse anche infondate, a quanto emerse poi dalle indagini). Più in generale, fu dipinta come assassina l’intera industria delle navi passeggero: James Cameron sostiene che l’implosione del Titan sia stata accolta dagli esperti del settore con uno sconsolato “noi vi avevamo messo in guardia”; e, naturalmente, lo stesso si potrebbe dire circa il naufragio del Titanic.

Molto è stato scritto sulle presunte “profezie” che avrebbero preannunciato la fine della nave, e in effetti lo storico rimane stupefatto di fronte all’anomala quantità di romanzi, racconti brevi e messaggi ultramondani (siamo pur sempre nell’età dello spiritismo) che, negli anni immediatamente precedenti al 1912, avevano parlato di naufragi in cui i passeggeri morivano a causa della mancanza di scialuppe (talvolta, proprio a seguito dell’impatto con un iceberg). Ma la cosa si spiega se teniamo conto del fatto che, in quegli anni, erano all’ordine del giorno le discussioni sulla pericolosità dei viaggi transatlantici: che il numero di scialuppe di salvataggio fosse sottodimensionato era sotto gli occhi di chiunque avesse fatto due conti; e la crescente rapidità con cui viaggiavano le imbarcazioni rendeva sempre più pericolose le conseguenze di un impatto accidentale Quando il Titanic naufragò, molti commentatori attinsero al frasario classico per parlare esplicitamente di hybris, il grande “peccato capitale” che conduceva a morte gli eroi della tragedia greca e che nel 1912, con la medesima tracotanza, era tornato in scena per stroncare altre centinaia di vite umane.

Ma fin qui – mi potreste dire – è tutto nella norma: puntare il dito sui responsabili è cosa ovvia e forse anche doverosa. Certo: se non fosse che, a bordo di quella nave, di responsabili ce n’erano a centinaia, stando a quanto si disse e scrisse nelle settimane immediatamente successive alla tragedia.

Quelli per cui “non sentiremo la mancanza di quella manica di idioti”

Nel 1913 (erano già passati alcuni mesi; ma teniamo conto dei tempi tecnici di stampa), la signora Alma White (vescovo statunitense di una chiesa metodista nonché affiliata al Ku Klux Klan, per dare un’idea del personaggio) diede alle stampe un gradevole libretto titolato The Titanic Tragedy: God Speaking to the Nations. A quanto pare, il messaggio che Dio aveva voluto rivolgere alle nazioni era sostanzialmente qualcosa sulle linee di “i passeggeri del transatlantico erano gente così schifosa che ho approfittato dell’occasione per togliervi di torno un po’ di gentaglia”.

Innanzi tutto, quella nave era piena di cattolici, vista la forte componente di passeggeri irlandesi in terza classe: e notoriamente, quello è uno status che già di per sé rende meritevoli di morir male. Secondariamente, le cabine di prima classe erano occupate da gente colpevole di essere collusa col Vaticano (uno di loro, Archibald Butt, aveva addirittura incontrato il papa pochi giorni prima d’imbarcarsi!) e, globalmente, rea d’esser ricca (John Jacob Astor sarà stato consapevole del fatto che la morte è una livella? O forse si illudeva che i suoi soldi potessero renderlo immortale?).
Perdipiù, sul Titanic s’era ballato (di domenica!); e, in quel giorno sacro dedicato alla preghiera, i passeggeri di prima classe s’erano sicuramente abbandonati a svaghi licenziosi «tali da scatenare l’ira divina» (che infatti s’era abbattuta sulla nave proprio al termine di quelle ventiquattr’ore di profanazione!).

Morale della favola? Un uomo dabbene non si sarebbe mai imbarcato su una nave come il Titanic, piena di costosi lussi anticristiani (e di passeggeri cattolici, horribile visu!). Gente così, meglio perderla che trovarla: qualche cretino in meno in giro per il mondo, rendiamo grazie a Dio.

Quelli per cui “bastava non salire su quel colabrodo”

Nel 1937, il gruppo country dei Dixon Brothers accettò di incidere un’imbarazzante canzone che era stata raccolta e rimaneggiata da Alan Lomax, antropologo ed etnomusicologo. Il titolo della ballata è già tutto un programma: in Down with the Old Canoe, il cantante irride apertamente la sorte di quei cretini, «così lieti» di imbarcarsi su un ridicolo trabiccolo natante. Lo si diceva indistruttibile e invece naufragò al suo primo viaggio: sotto il colpo «della mano di Dio», senza dubbio, concretizzatasi per l’occasione sottoforma di iceberg.
Nessuna altra colpa particolare viene addotta a carico di quegli sventurat deficienti, all’infuori di quella di aver fatto affidamento su «una nave costruita dall’uomo» e per ciò stesso ovviamente inaffidabile: per navigare «lungo il mare della vita» sarà di gran lunga più prudente mettersi nelle mani di Dio, l’unico mezzo di trasporto che garantisce davvero la salvezza.
Non è perfettamente chiaro cosa si presumeva dovesse fare un uomo timorato di Dio che aveva l’esigenza di compiere un viaggio intercontinentale, ma chi lo sa: forse, un buon cristiano non si allontana troppo da casa sua.

Quelli per cui “son bravi tutti, a fare i ricchi progressisti che usano due pesi e due misure!”

Negli anni in cui affondò il Titanic, il dibattito sulla questione femminile occupava le prime pagine dei giornali, con le suffragette premevano affinché le donne avessero pari diritti e pari doveri rispetto agli uomini. In questo contesto, a molti sembrò straniante (o offensivo; o imbarazzante) il trattamento preferenziale che era stato riservato al gentil sesso nel corso dell’evacuazione della nave. Non si capiva perché le donne (magari già anziane e con un piede nella fossa!) avrebbero dovuto per forza di cose aver la precedenza su giovanotti nel fiore degli anni (magari padri di famiglia, la cui morte avrebbe gettato nella disperazione un’intera famiglia di migranti!). Se molti giornali lodarono l’eroismo con cui gli uomini avevano ceduto il loro posto ai più indifesi, altri furono parecchio vocali nel far notare che la galanteria è una bella cosa se viene abbracciata volontariamente, ma in questo caso s’era trattato di una imposizione bella e buona. Qualcuno avrebbe addirittura potuto definirla “discriminazione”.

Tra chi sosteneva il movimento delle suffragette, alcuni colsero l’occasione per far notare che l’ordine “prima le donne e i bambini” non sarebbe mai stato pronunciato, in un mondo in cui maschi e femmine erano considerati uguali di fronte alla legge. Come a dire: converrebbe anche agli uomini premere per una riforma e ripartire da zero!
Di fronte a queste affermazioni, alcune rappresentanti del movimento delle suffragette dovettero convocare conferenze stampa per rassicurare le loro associate circa il fatto che, ci mancherebbe altro, nessuno aveva la benché minima intenzione di contestare la consuetudine secondo cui le donne hanno la precedenza quando si tratta di salvarsi la vita: quella regola non scritta andava benissimo così e poteva rimanere, arrivederci e molte grazie.

Quelli per cui se non muori è colpa tua

In questo contesto, naturalmente, ci fu anche chi incolpò le superstiti per il fatto di non esser morte. Il fronte conservatore prese a male parole le donne sposate che avevano accettato di salire su una scialuppa lasciando i mariti alle spalle: “l’istituto del matrimonio è ormai in crisi irreparabile”, si disse da più parti scuotendo sconsolatamente il capo; una volta, le donne dabbene sarebbero rimaste al fianco del loro uomo!

Il fronte femminista criticò le sopravvissute per il fatto d’aver aver incarnato la figura deleteria di damigella in pericolo: una donna come si deve tira fuori il coraggio, al momento giusto, e non sgomita piagnucolando per salire su una scialuppa, manco fosse una fanciulletta che aspetta d’esser soccorsa dal principe azzurro. Insomma: salvarsi poteva; ma occorreva farlo più virilmente.

Per contro, alcuni esponenti maschili del fronte progressista (fra cui il famosissimo Ben Lindsey, che guadagnava le prime pagine dei giornali ogni volta che apriva bocca) difesero la scelta del capitano, ritenendo che l’ordine “prima le donne e i bambini” fosse ovvio e ragionevole in base alle leggi di natura: gli uomini hanno una costituzione più forte e resistente, spesso allenata da anni di duro lavoro; sicché, rispetto alle donne, hanno maggiori chance di sopravvivere più a lungo in mezzo ai flutti (anche se, in quel caso specifico, le condizioni ambientali erano state così sfidanti da fiaccare persino la tempra virile). Di fronte a queste affermazioni, alcune femministe si rivoltarono inviperite facendo notare che discorsi di questo tipo non contribuivano affatto alla loro causa: sì, ci sono senz’altro differenze biologiche tra maschi e femmine, grazie tante, ma era proprio il caso di sottolinearlo? Sulle prime pagine? Proprio in quel momento? Mentre ci si batteva per l’uguaglianza? Cui prodest?

Quelli per cui se muori è colpa tua

Nel dubbio, i maschi morti furono incolpati per il fatto d’esser morti.
O, più specificatamente, per il fatto d’esser morti lasciando di sé un buon ricordo: mentre i superstiti parlavano commossi del sacrificio degli uomini rimasti a bordo, molti commentatori fecero notare che non c’è alcun merito nel fatto di morire su una nave che affonda (quando peraltro ti viene impedito d’avvicinarti a una scialuppa): quindi, i giornali avrebbero anche potuto risparmiarsi di confezionare il santino stucchevole degli eroi de’ noantri. Lo dissero tante voci, facendo notare che parecchi di quegli uomini che adesso venivano dipinti come paladini immacolati, periti a tutela degli inermi, erano in realtà imprenditori senza scrupoli, ben noti alle cronache per le condizioni di lavoro francamente disumane cui costringevano i loro dipendenti. Retha Childe Dorr, giornalista d’inchiesta apertamente schierata a favore del fronte operaio, scelse polemicamente il titolo di Prima le donne e i bambini per un articolo uscito a ridosso della tragedia in cui denunciava le misere condizioni di lavoro delle salariate in una fabbrica di Brooklyn: un po’ ipocrita, elogiare il sacrificio galante di pochi cavalieri in mare, quando la tendenza maschile era quella di guardare al gentil sesso come a una massa di schiave a basso costo da spremere fino all’esaurimento, scrisse senza mezzi termini.

***

E si potrebbe andare avanti così per pagine e pagine, 320 per la precisione: tante sono quelle che Steven Biel, nel suo Down with the Old Canoe, ha dedicato alla storia culturale del Titanic e alla sua ricezione da parte del grande pubblico.
E, intendiamoci: io non sono affatto convinta del fatto che la Storia debba avere per forza una morale; quindi non ammattite per cercarne una in particolare nel pezzo che avete letto, perché francamente non c’è. Credo che talvolta, più che essere magistra vitae, la Storia abbia l’unico potere di mostrarci da dove siamo venuti; e in questo caso, mi sembra che l’unica possibile conclusione per questa rassegna di accuse possa essere, forse, qualcosa sulle linee di: con ogni evidenza, la società del 1912 era molto più simile alla nostra di quanto potremmo immaginare.


Per approfondire:

  • Steven Biel, Down with the Old Canoe: A Cultural History of the Titanic Disaster (Norton & Company, 2003)
  • Tim Bergfelder e Sarah Street, The Titanic in Myth and Memory. Representations in Visual and Literary Culture (Bloomsbury Publishing, 2004)

13 risposte a "Muori sul fondo dell’Oceano Atlantico? Sei un cretino che se l’è andata a cercare, si disse nel 1912"

  1. Avatar di Whitewolf

    Whitewolf

    Io personalmente trovo questi discorsi estremamente sgradevoli. Anche qualora riguardino dei ricconi sciamannati, si parla comunque di vite umane…e questa è una cosa che per me vale persino per chi fa violenza sui bambini, che sarei ben lieto di punire secondo la massima evangelica e con qualche optional da me scelto…ma non mi sognerei mai di privare di una degna sepoltura nè del rispetto del silenzio. Tanto pagherà il conto nell’aldilà o nella reincarnazione. Non ho bisogno di aggiungere una penalità extra.

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Fra l’altro, nel caso del Titanic, non si trattava mica solo di ricconi sciamannati. Ovviamente c’erano un sacco di passeggeri di terza classe, a cui non furono minimamente risparmiati gli insulti (e mo’ chi le mantiene le vedove povere in canna; e poi chi è che mette i suoi figli su ‘sti trabiccoli malfermi… etc. etc.)

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Poco ma sicuro 😅

      Ma ogni tanto cerco di immaginarmeli, degli ipotetici social network a inizio ‘900. E soprattutto negli anni ’20, che io detesto con tutto il cuore ritenendola la decade più idiota di tutto il ‘900 (almeno dal punto di vista sociologico/ecclesiale. Per la politica, aehm, c’è stato di peggio).

      Posso dire onestamente che questo Facebook di cent’anni fa secondo me avrebbe buone chance di essere ancor peggiore rispetto ai social di oggi? Secondo me sarebbero riusciti a stupirci superandoci in idiozia, guarda 😂

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  2. Avatar di Daniele

    Daniele

    Cameron ha detto anche che la tragedia del sottomarino Titan era solo questione di tempo E’ quanto sostiene James Cameron spiegando che la OceanGate, la società che gestiva il sottomarino, imploso durante una spedizione verso il relitto del Titanic con cinque persone a bordo, era stata avvertita che “ci poteva essere un evento letteralmente catastrofico” e che lui “non sarebbe mai salito a bordo” Nel caso del Titan, “chi stava progettando e gestendo il sommergibile era stato avvertito sia internamente – a quanto pare c’era un ingegnere che ha abbandonato il progetto perché non ci credeva – sia da alcuni dei più importanti esponenti della comunità ingegneristica che si occupa di immersione, che c’era il rischio di un guasto catastrofico. Ed è esattamente quello che è successo”.

    Cameron ha riconosciuto di essere uno di loro, dicendo alla BBC che OceanGate “ha fatto il minimo indispensabile” nella costruire il sommergibile perché la società privata “andava al risparmio” e “non si è procurata la certificazione perché sapevano che non sarebbero passati”. “Ero molto sospettoso rispetto alla tecnologia che stavano usando”, ha detto Cameron, che ha effettuato 33 immersioni al relitto del Titanic. “Non sarei mai entrato in quel sottomarino”. E in un’altra intervista: “OceanGate non avrebbe dovuto fare quello che stava facendo. Penso che sia abbastanza chiaro”.
    Dolore per la perdita di vite umane in ogni caso ma esistono imprese oggettivamente più rischiose di altre.

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Ma ci mancherebbe altro.
      Fra l’altro, nel caso del Titan, il vero enigma per me sono i passeggeri. Nel senso che gli sviluppatori di questo progetto evidentemente ci credevano al punto tale che uno di loro era a bordo nel momento della catastrofe, quindi immagino che davvero loro avessero la presunzione di potersi dire al sicuro. Loro evidentemente si fidavano (come dato oggettivo al di là di ogni altra considerazione).

      Quello che mi chiedo è fino a che punto i passeggeri fossero DAVVERO stati informati della pericolosità dell’impresa. Sì ok, firmavano un foglio in cui dicevano di essere consapevoli di poter morire, ma in genere firmi fogli simili anche prima d’entrare in sala operatoria, ci sono varie gradazioni di consapevolezza circa la reale percezione del rischio che si corre.

      Ecco, sarei curiosa di sapere QUANTO il pubblico pagante fosse consapevole del reale rischio della cosa (fermo restando che auspicabilmente prima di lanciarti in attività simili ti informi un po’ anche in autonomia e non ti fidi solo di quello che ti dice l’organizzatore. E ci metto nel mezzo anche gli sport estremi, le scalate sull’Everest o cose simili, eh).
      Perché col senno di poi siamo bravi tutti a dire “ah io non ci sarei andato”, ma onestamente anche col senno di prima, se fossi stata interessata e mi avessero spiegato bene le dinamiche con cui funzionava la cosa… un sommergibile senza comandi che si apre solo dall’esterno e che deve restare in costante contatto con la nave “madre” per funzionare bene (e notare che non sto nemmeno facendo valutazioni sulla solidità della struttura, ma mi fermo proprio a un discorso più terra a terra)… 😶

      Io son pantofolaia eh, le avventure più adrenaliniche che faccio sono quelle di andare in macchina su stradine con molte curve per raggiungere chiesette sperdute in montagna, non faccio testo eh. Però ecco: 😶

      (Del resto, non sto insinuando che questi abbiano firmato alla cieca senza leggere tutto il “foglietto illustrativo” eh, saran mica stati dei pazzi eh. Ma restano appunto un enigma)

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      1. Avatar di Sconosciuto

        Elisabetta

        A me questo passaggio ha ricordato quando il miliardario di Look up costrusice la tecnologia per bombardare l’asteroide da ” privato”.

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        1. Avatar di Lucia Graziano

          Lucia Graziano

          Eh 😅
          A voler essere cattivi uno potrebbe far notare che, nel film, la tecnologia era sicuramente molto perfettibile ma almeno c’era una reale situazione di urgenza e di emergenza, per cui era anche ragionevole che, viste le circostanze disperate, ognuno cercasse di studiare e proporre soluzioni alternative (colpa del governo, se vogliamo, aver deciso alla fine di selezionare la tecnologia più cool e più economica a discapito di quella più sicura).

          In questo caso di cronaca reale, invece, diciamo che la disperata situazione di estremo bisogno non c’era nemmeno, ecco…

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Tieni conto che, per me, raggiungerle è già fin troppo avventuroso 😂

      (Ma probabilmente abbiamo in comune anche un bel po’ di opinioni su questo caso specifico eh, che fra l’altro continua a diventare sempre più inquietante man mano che la stampa ci grazia con nuove informazioni. E’ solo che io cercavo di fare un discorso più astratto XD)

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  3. Avatar di Mercuriade

    Mercuriade

    Se non sbaglio, in viaggio in terza classe c’erano anche due suore cattoliche irlandesi, sister Mary Patricia Mockler e sister Patrick Joseph Kelly, più un sacerdote cattolico in seconda classe, Thomas Byles. Pensa tu che gentaglia per un americano WASP…

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