La strana storia della monaca buddhista che si mangiò una sirena ed ebbe a pentirsene

È ormai stato ampiamente acclarato su questi schermi che molti santi si siano trovati a vivere (stando a ciò che dice l’agiografia) trame che davvero sarebbero degne d’un romanzo fantasy.
Ebbene: a quanto pare, i monaci buddhisti potrebbero essere loro degni concorrenti. Scorrendo le storie di alcuni dei “monaci illustri” cari alla tradizione orientale, sto scoprendo aneddoti irresistibilmente accattivanti: per esempio, voi conoscevate la storia di Nanggan, la monaca buddhista che si mangiò una sirena ed ebbe molto da patire a motivo del suo gesto?

No? Ecco, appunto. Ma mettetevi comodi, ché adesso ve la racconto io (a patto che voi facciate i bravi e mi promettiate di non lasciarvi ingannare dai toni da fiaba che aprono questa storia. Più esplicitamente: non mettetevi in testa manco per scherzo di leggerla a dei bambini).

***

C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano che oggi ha il nome di “Corea”, un abile pescatore che si guadagnava da vivere gettando ogni notte in mare aperto le sue reti. Ma in un triste giorno, ecco l’imprevisto: un temporale, una tromba d’aria o forse un tragico incidente finirono col far inabissare la sua nave.

Sarebbe stata senza dubbio una tragedia in piena regola, se non fosse che il popolo del mare aveva preso in simpatia quel brav’uomo, che da tempo solcava le onde con perizia e con rispetto. E fu così che il nostro amico, sprofondando tra i flutti, provò indicibile sorpresa nel realizzare che qualcosa di incredibile gli stava succedendo: invece di riempirgli i polmoni soffocandolo, l’acqua scorreva liberamente attraverso le sue narici, come se un qualche prodigio gli avesse concesso di poter respirare allo stesso modo dei pesci. Una forza misteriosa sembrava trascinarlo verso il basso, e il pescatore (che del resto non aveva molte alternative…) decise di non opporsi a quella spinta. E fu così che, nell’arco di pochi minuti, il nostro amico si trovò dinnanzi alla porta di ingresso di un sontuoso palazzo subacqueo, veramente degno d’un gran re. E, in effetti, il potente re del mare abitava per davvero tra quelle mura di iridescente madreperla, circondate da meravigliosi giardini di corallo: si trattava niente meno che d’un gigantesco drago, ricoperto di mille squame luccicanti.

Il pescatore fu condotto al suo cospetto, e il re mare si disse grato per il rispetto con cui l’umano aveva sempre svolto la sua professione, avendo cura di non sottrarre al suo regno più di quanto gli fosse strettamente necessario per vivere. Tra uomini d’onore, è consuetudine prestare aiuto a chi si trova in un momento di difficoltà, e il re del mare non voleva essere da meno: proprio per questo motivo il pescatore era stato salvato dal naufragio che lo avrebbe condotto a morte certa. Ma la benevolenza del possente drago non si esauriva qui: l’umano fu suo ospite per una settimana, godendo d’ogni lusso di quello splendido palazzo, danzando e dormendo con una infinità di sirene e sperimentando un assaggio di quella beatitudine che scandisce i giorni di chi vive al di sotto delle onde. Ma, allo scadere del settimo giorno, il drago ritenne che il pescatore avesse già avuto modo di sperimentare più che ampiamente le comodità della vita sottomarina. E così lo accomiatò, ricordandogli i doveri che lo aspettavano in superficie: a riva, infatti, lo attendevano ansiosamente una figlia ancora piccola e una moglie disperata, che ormai s’era già convinta d’essere divenuta vedova.

Prima di salutare il suo amico umano, il drago decise però di graziarlo con un ultimo dono: un pezzetto di carne di sirena. Cosa francamente anche un po’ inquietante, a ben vedere, visto che in compagnia delle sirene il pescatore aveva passato dei bei momenti fino a cinque minuti prima… ma, dopo tutto, che si vuol pretendere da un drago?
E, così, al pescatore fu messo in mano un pezzetto di quella carne: dono preziosissimo, perché (come ebbe cura di spiegargli il drago) quella sostanza è un vero e proprio toccasana per gli umani che hanno la fortuna di consumarla. Potentissimo elisir di giovinezza, la carne di sirena infonde vigore ed energia ritemprando anche organismi più stanchi; allo stesso tempo ridona la salute, curando tutte le malattie, anche le più insidiose. Grato per quel dono, il pescatore si ripropose di utilizzare quella panacea solo al momento del bisogno: e così, tornato a casa, fece seccare il pezzetto di carne nascondendolo nel suo comodino, senza dire a nessuno di che si trattasse. Temeva infatti che, se la voce avesse iniziato a circolare, i ladri avrebbero depredato casa sua per impossessarsi di quell’oggetto – facendone poi chissà che uso sconsiderato!

Ma, come capita nei migliori libri di fiabe, anche i piani più accorti hanno una falla. Un giorno, giocherellando nella camera dei genitori, la figlioletta del pescatore notò quel pezzo di carne secca e se lo mangiò senza troppi complimenti, attirata dal suo buon profumo.
Quando si rese conto di ciò che era accaduto, il padre si mise le mani nei capelli piangendo la perdita d’un dono così prezioso, che era andato sprecato tra le mani d’una bimba perfettamente sana e vigorosa già di suo. Ma, col passar degli anni, divenne tragicamente chiaro che quello era ancora il minore dei problemi: interagendo col corpo vitale e pieno d’energie di una fanciulla che cominciava ormai ad affacciarsi alla pubertà, le proprietà magiche della carne di sirena finirono col trasformare la ragazza nella personificazione stessa della giovinezza più gagliarda e più briosa.
Instancabile, infaticabile e d’acutissimo intelletto, la bellissima Nanggan (questo, il nome della figlia) incantava tutti con il magnetismo del suo sguardo, la raffinatezza dei suoi tratti e la perfezione del suo corpo. Difficilmente si sarebbe potuta immaginare una creatura più affascinante, più vivace e più astuta: e questa grazia fu paradossalmente la sua maledizione, perché in breve tempo fu chiaro a tutti che c’era qualcosa di profondamente innaturale in quella donna, troppo perfetta per essere umana.

E questo, credeteci o no, finì inesorabilmente con l’allontanare tutti quei bravi ragazzi con cui Nanggan avrebbe potuto desiderare di metter su famiglia.

Oh, intendiamoci: davanti alla sua porta, c’era letteralmente la fila di giovanotti che smaniavano per poter trascorrere un po’ di tempo in sua compagnia. Ma quando si trattava poi di concretizzare, cioè di guardarsi in faccia e di dirsi onestamente “sì ok, stiamo bene assieme: e adesso? Vogliamo far sul serio? Ci sposiamo?”, tutti i ragazzi di Nanggan venivano presi da un brivido di terrore. Perché un conto è passare del gran bel tempo in compagnia di una donna di fascino irresistibile e di bellezza sovrumana… e un conto è mettersela in casa, presentarla a parenti e amici e magari fare figli con lei. Qualsiasi fosse il problema di Nanggan, era evidente che ne aveva uno: nulla di lei poteva dirsi naturale. E così, facendo prova di insolito buonsenso, i ragazzi decidevano di allontanarsi a uno a uno da quella donna troppo seducente per poter realisticamente esser pensata come moglie.

E così, dopo l’ennesimo rifiuto, qualcosa si spezzò nel cuore di Nanggan. Sentendosi sempre più disperatamente bisognosa d’un affetto che non riusciva a ottenere (ed essendo del resto in balia di irresistibili energie che le davano pulsioni difficili da controllare), la ragazza si trasformò in una specie di ninfomane monomaniaca con superpoteri, che seduceva le sue vittime con uno sguardo e poi le consumava a forza d’amarle e farsi amare.

Più di milleduecento uomini caddero sue vittime: e quando dico “vittime”, intendo proprio che finirono col morire deperiti, drenati da ogni residuo di energia che ancora albergava nel loro corpo. E s’è perso il conto di quanti furono gli uomini più fortunati che, in qualche modo, riuscirono a fuggire dopo qualche incontro ravvicinato con la donna, sempre più affamata della sua insaziabile bramosia d’amore.

Questa storia andò avanti per più d’un secolo: perché naturalmente, essendo sostentata dai magici poteri della carne di sirena, Nanggan si trovava ancora nel pieno vigore della giovinezza anche nel giorno in cui spense la centesima candelina sulla torta. Solo attorno ai centovent’anni la donna imparò a guardare agli uomini con maggior distacco: forse decadi di esperienza le avevano insegnato a controllare i suoi impulsi; forse, più banalmente, la carne di sirena ha effetti duraturi ma non eterni, e l’ultracentenaria stava lentamente cominciando a uscire dalla quella turbolenta adolescenza.

In ogni caso, pentita per le sue passate colpe (e ormai rassegnata a non trovar marito – anche perché gli uomini del posto erano comprensibilmente riottosi all’idea di crearsi una famiglia con la pazza che aveva violentato e terrorizzato tre generazioni dei loro antenati), Nanggan decise di concludere i suoi giorni dedicandosi a una vita di preghiera e penitenza. Abbracciò la dottrina dei monaci buddhisti e si monacò a sua volta, costringendosi a una scelta di vita ancor più estrema e rigorosa rispetto a quella che veniva normalmente imposta alle donne nella sua condizione. Temendo di poter indurre in tentazione gli altri monaci, o peggio ancora di ricadere lei stessa nelle deplorabili abitudini del passato, Nanggan decise di vivere come eremita in un luogo sperduto in mezzo ai monti, senza neppure comunicare ai confratelli l’ubicazione esatta del riparo che si era costruita.

Sparì nel nulla un mattino come questi, avendo ben cura di far perdere le sue tracce: ed è così che finisce la sua storia. Forse. O forse no.

Nel senso che, dopo quell’addio, nessuno ebbe più notizie di Nanggan. E quindi, chi lo sa: per quanto ne sappiamo, la monaca buddhista che mangiò carne di sirena potrebbe essere ancora lì da qualche parte; millenaria e ragazzina al tempo stesso, e forse ancor oggi dilaniata tra il suo incontenibile desiderio di goder la vita e la disciplina ascetica impostale dalla religione. Chissà come reagirebbe, se un evento imprevisto dovesse un giorno costringerla a ritornare nella civiltà.

E, onestamente: non sarebbe l’incipit perfetto per un k-drama?


Per approfondire: la storia di Nanggan è raccontata in Scaled for Success. The Internationalisation of the Mermaid, un saggio curato da Philip Hayward per i tipi dell’Indiana University Press (2018)

8 risposte a "La strana storia della monaca buddhista che si mangiò una sirena ed ebbe a pentirsene"

  1. Avatar di Whitewolf

    Whitewolf

    È una storia dolorosamente affascinante, Lucia…e mi fa anche riflettere sulle differenze tra la cultura occidentale e quella orientale. Il tema dell’immortalità tra questa e poniamo il Venusberg è differente soprattutto nella conclusione. Trovo interessante come nella cultura occidentale è sempre attesa una violenta catarsi che sistemi gli eventi (o comunque una forza divina che postuli una punizione eterna) mentre qui, se notiamo, sembra che tutto si svolga naturalmente: la ragazza sceglie di usare la sua vita eterna per divertirsi e solo dopo si pente e si ritira in monastero.
    Nella letteratura occidentale mi sembra che questo sarebbe un inizio…invece qui è una fine.
    Dove hai trovato questa leggenda? Raccolgo tutto per il dottorato!

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Entro nella discussione molto, molto, molto in punta di piedi, perché in realtà sono assolutamente ignorante sul folklore orientale: ho letto questa storia e mi è piaciuta, ma non mi sentirei proprio in grado di fare discorsi più seri di un “LOL, che trama divertente”. Però è vero: inevitabilmente portata a fare il paragone con le vite dei santi occidentali, è sicuramente molto evidente che qui la trama segue una traiettoria tutta sua, che non troveremmo mai in un’agiografia latina.

      La leggenda l’ho trovata nel libro che hai già visto citato in bibliografia, però ti avviso che è esclusivamente incentrato sulle sirene e sulla loro rappresentazione nelle varie culture non-europee. Assolutamente interessante se ti interessano le sirene, ma è esclusivamente concentrato su questo, ecco.

      Però ti posso dire che l’autore del libro dice di aver a sua volta ripreso questa leggenda dagli studi di Sang-Guk Lee. Ti copio tutti quelli che sono citati in bibliografia:

      Lee, Sang-Guk (2015) ‘Juk-Hyang, Joseonshidae Ineo Gongju’, Asian Economy July 24th: http://www.asiae.co.kr/news/view.htm?idxno=2015072411162434419 – accessed October 8th 2017Lee, Sung-Ae (2011) ‘Lures and Horrors of Alterity: Adapting Korean Tales of Fox Spirits’, International Research in Children’s Literature v4 n2: 135–150
      ——— (2014) ‘Fairy-Tale Scripts and Intercultural Conceptual Blending in Modern Korean Film and Television Drama’, in Joosen, Vanessa and Lathey, Gillian (eds) Grimms’ Tales Around the Globe: The Dynamics of Their International Reception, Detroit: Wayne State University Press: 275–293
      ——— (2016) ‘The Fairy-Tale Film in Korea’, in Zipes, Jack, Greenhill, Pauline and Magnus-Johnston, Kendra (eds) Fairy-Tale Films Beyond Disney: International Perspectives, New York: Routledge: 207–221

      Spero tu possa trovare qualcosa di utile! 🙂

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Eh sì. Fra l’altro, leggevo in quel libro che questo tema è davvero prominente nelle leggende coreane circa le sirene. Apparentemente, in Corea, le sirene sono esseri acquatici che vivono nel mare ma che hanno forma umana, un po’ come le nostre ondine (ovverosia: è perfettamente possibile per un uomo riprodursi con loro alla solita maniera), quindi c’è un buon numero di leggende che esplora proprio il tema “cosa succede se nasce un bambino che è figlio di una sirena e di un umano”. Era un topos piuttosto sentito 🙂

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