La papessa Giovanna: una leggenda medievale nata nella curia pontificia (ebbene sì)

Siamo tutti quanti adulti e vaccinati, quindi credo non ci sarà bisogno di sprecar parole per spiegare che, ovviamente, la papessa Giovanna non è mai esistita. Il personaggio della donna coltissima che si finge uomo, scala le gerarchie ecclesiastiche e infine viene eletta papa è da considerarsi una figura leggendaria, alla stregua (che ne so) di Lancillotto. E su questo non c’è alcun dubbio; ma direi che fin lì ci siamo.

Più interessante sarà, semmai, approfondire la genesi del mito – che, per inciso, non nasce in ambiente protestante con l’intenzione di gettar discredito sulla Chiesa di Roma, come purtroppo capita ancora di sentir dire. La leggenda della papessa Giovanna (citata anche da Boccaccio e da Jacopo da Varazze, giusto per fare due nomi celebri) nasce nel cattolicissimo Medioevo, e nel cattolicissimo Medioevo trova impulso e diffusione.

Come? Perché? A partire da quando?
Beh, se restate qui ve lo spiego!

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Al mito della papessa e alla sua diffusione nel Medioevo, Agostino Paravicini Bagliani ha dedicato uno studio imponente di cui sono totalmente debitrice per questo articolo. Approcciando la questione col piglio del filologo, l’autore ci spiega per prima cosa che tutte le versioni della leggenda derivano da tre diversi scritti, composti in ambiente conventuale alla metà del XIII secolo. Tra di loro, questi tre testi sono da considerarsi autonomi fino a prova contraria, «nel senso che», ci spiega lo studioso, «pur condividendo molti elementi comuni, nulla prova che i loro autori – Giovanni di Mailly, l’anonimo francescano di Erfurt e Martino Polono – conoscessero le rispettive versioni».

Il primato d’aver messo per iscritto la leggenda spetta al frate domenicano Giovanni di Mailly, che attorno al 1250 la include nella Cronaca universale della città di Metz, narrando in questi termini:

Da verificare: ci fu una volta un papa (o per meglio dire una papessa, visto che era donna) che, fingendosi uomo, grazie all’acume del suo spirito, divenne prima notaio di curia, poi cardinale e infine papa. Un giorno, mentre cavalcava, diede alla luce un bambino; e subito, per giustizia romana, le furono legati i piedi alla coda del cavallo e in tal guisa fu trascinata per mezzo miglio mentre il popolo la lapidava. Infine, fu sepolta nel luogo in cui morì. In quel punto, fu apposta una lapida che recitava: Pietro, Padre dei Padri, rende manifesto il parto della papessa.
Durante il suo pontificato fu istituito il digiuno delle Quattro Tempora, detto anche il digiuno della papessa.

Domenicano era Giovanni di Mailly, autore della prima redazione nota della leggenda, e francescano era invece l’anonimo frate di Erfurt che, entro il 1261, ce ne consegnava una seconda versione nella sua Chronica minor:

Vi fu poi un altro pseudo-papa di cui non si conoscono il nome né gli anni [di pontificato]. Stando a quanto affermano i Romani, costui era in realtà una donna, di aspetto elegante, di notevole intelligenza e di condotta esemplare. Si nascondeva sotto abiti maschili, e a un certo punto fu eletta papa. Nel corso del suo pontificato rimase incinta, e, mentre era incinta, il diavolo rivelò il fatto davanti a tutti i cardinali riuniti un concistoro, gridando: il Papa, Padre dei Padri, rende pubblico il parto della papessa.

Questa versione piacque moltissimo ai protestanti, che secoli dopo si dilettarono nel lasciar intendere come il diavolo-delatore fosse plausibilmente anche il padre del bambino (che, a questo punto, poteva ragionevolmente essere identificato con l’Anticristo).
Ma, nel Medioevo, la versione che ebbe maggior diffusione fu quella che Martino Polono, frate domenicano di stanza a Roma, incluse nel 1277 nel suo Chronicon pontificum et imperatorum.

Decisamente più complessa, con un paio di dettagli pruriginosi che aggiungevano intrigo alla vicenda e arricchita da coordinate spazio-temporali così precise da darle, a prima vista, immediata autorevolezza, la storiella era questa:

Dopo Leone [IV], un certo Giovanni Margantin, di nazionalità inglese, occupò il papato per due anni, cinque mesi e quattro giorni. Morì a Roma, dopodiché la sede rimase vacante per un mese. Costui era, a quanto si dice, una donna, che travestita da uomo era stata condotta ad Atene in giovane età dall’individuo di cui era amante, e che lì aveva fatto tali progressi nelle diverse scienze che non si trovava nessuno che la uguagliasse.
Tanto era colta, che, quando iniziò a insegnare a Roma le arti del Trivio, ebbe grandi maestri sia tra i suoi discepoli che tra gli uditori. E poiché nella città godeva di grande reputazione, sia per la sua cultura che per il suo stile di vita, fu eletta papa all’unanimità.
Ma durante il suo pontificato rimase incinta di uno dei suoi uomini di fiducia. Un giorno, non sapendo d’essere prossima al parto, fu colta dalle doglie mentre si recava in processione da San Pietro al Laterano; e partorì tra il Colosseo e la chiesa di San Clemente. A quanto si dice, morì e fu sepolta sul posto. E, poiché v’è la consuetudine che il papa non percorra mai quel tratto di strada, molti dicono che lo faccia a causa di questo evento.
La papessa non risulta nel catalogo dei santi pontefici a causa della non conformità che il sesso femminile comporta in materia di ordini sacri.

Per inciso: è proprio questa versione della leggenda a smentirne inequivocabilmente la sua storicità. Conosciamo perfettamente le circostanze in cui, nell’855, papa Benedetto III fu eletto al soglio pontificio come successore di Leone IV: la sede vacante fu ragionevolmente breve, la successione si svolse senza scossoni, non sono riportate bizzarrie di sorta, e di certo non vi fu un interregno sufficientemente lungo a permettere a una donna di venire eletta papa, rimanere incinta, partorire e quant’altro. Anche a voler ammettere per amore di discussione l’eventualità di una donna sotto mentite spoglie che viene eletta papa ingannando tutti: non ce ne sarebbe stato il tempo materiale, in quell’855.

***

E insomma: sono queste le tre e più antiche versioni della leggenda, da cui gemmano con sorprendente rapidità tutte le altre (entro l’anno 1500, termine cronologico della sua indagine, Antonio Paravicini Bagliani ne ha censite 109 differenti, molte delle quali attestate da ben più di un manoscritto. Insomma: la storia della papessa Giovanna era diventata un best seller, anzi di più – un trend).

Ma – ci si potrebbe chiedere – da dove nasce questa leggenda strana? E, soprattutto: perché?
Com’è possibile che un francescano e due domenicani (non esattamente tre irreligiosi mossi da odio per il clero) abbiano sentito l’esigenza di mettere in giro la storia di una papessa incinta, col rischio inevitabile di gettar ridicolo sulla Chiesa?

La risposta a questa domanda deve necessariamente passare attraverso un’indagine sulla vita e le personalità dei tre autori– e che, giusto per capirci, non erano tre fraticelli strambi che ogni tanto alzavano un po’ il gomito, e scrivevano robe a caso per amore dello spettacolarismo. No, anzi: sappiamo per certo che almeno uno di loro aveva ricoperto ruoli di prestigio alla corte pontificia – e concorderete con me nel dire che questo dettaglio rende l’intera storia molto più intrigante.

Piuttosto anonima, sotto questo punto di vista, la vita di Giacomo di Mailly, il domenicano che per primo mise per iscritto la leggenda. Sappiamo per certo che, in più di un’occasione, il frate aveva avuto contatti con confratelli provenienti dall’Italia, ma nulla ci autorizza a pensare che il religioso si sia mai allontanato dalla Francia centro-settentrionale.

L’Italia, invece, era ben nota all’anonimo autore della Chronica minor, che senz’altro aveva vissuto in Lazio per (anche più di) qualche tempo. Non solamente la sua Chronica cita il capitolo generale dei francescani celebratosi a Roma nel 1256, e lo fa con un grado di dettaglio tale da far pensare che l’autore vi avesse preso parte: è un po’ tutta la sua opera a essere piena di dettagli che denotano una conoscenza molto approfondita dell’Urbe, dei suoi monumenti più celebri, della vita papalina. Sembra ragionevole pensare che l’anonimo francescano abbia vissuto a Roma per almeno qualche anno, e in ambienti non lontani da San Pietro: molti storici ritengono plausibile ipotizzare che il religioso abbia prestato servizio all’interno della cancelleria o della penitenzieria apostolica, due enti che in quel periodo sceglievano i loro funzionari tra francescani e domenicani in via quasi esclusiva.

E infatti, faceva parte della penitenzieria apostolica anche il terzo autore che abbiamo citato: Martino Polono, frate domenicano, che fece rapidamente carriera in Vaticano vedendosi affidare, fra le altre cose, delicate mansioni di diplomazia internazionale.

Insomma: i tre autori che per primi misero per iscritto la leggenda non erano degli scemotti che non avevano di meglio da fare per passare il tempo; anzi, ognuno di loro mostra una conoscenza approfondita delle dinamiche proprie della vita di curia di quei tempi. Una conoscenza approfondita che, tra l’altro, è preziosissima per gli storici, fornendo loro alcuni elementi che permettono di meglio datare la genesi della storia.

Per esempio, Giovanni di Mailly è molto preciso nel descrivere le tre tappe della carriera che la papessa Giovanna avrebbe fatto in Vaticano: dapprima notaio di curia, poi cardinale, infine papa. Era effettivamente questa la gerarchia che vigeva all’inizio del Duecento nella curia pontificia; e risale ai primi decenni di quel secolo anche la consuetudine che il papa si spostasse a cavallo, una attività che a quanto pare era stata sdoganata da Innocenzo III (+1216). E, non a caso, nella versione di Mailly, la papessa viene colta dalle doglie mentre viaggia a cavallo.

Ma non solo. Per chi sa coglierne il senso e la portata, è deliziosa l’ironia con cui l’autore della Chronica minor immagina che la vera natura della papessa venga alla luce nel corso d’un concistoro. Nel XIII secolo, le sedute concistoriali erano lo strumento che il papa usava per rendere pubbliche le notizie d’un certo peso, che enunciava di fronte a cardinali, alti prelati e ambasciatori esteri: sicché, è fortemente comico il ribaltamento dei ruoli in cui è il diavolo a sfruttare l’atmosfera solenne di quella riunione VIP per svelare al mondo intero il sordido segreto del papa donna.  

Quanto a Martino Polono, è da notare la precisione con cui indica le varie tappe del percorso processionale che i papi compivano quando si dovevano spostare da San Pietro al Laterano, secondo il cerimoniale pontificio ch’era in vigore nel Duecento. Insomma: tutti questi elementi portano a pensare che la leggenda della papessa Giovanna sia nata, negli ambienti colti della curia romana, nella prime decadi del XIII secolo – epoca a cui sembrano fortemente rimandare i vari elementi interni che abbiamo citato sopra.

Quasi sicuramente, la leggenda aveva circolato in forma orale per qualche tempo, prima d’esser stata messa per iscritto dai tre frati. Le versioni di Giovanni di Mailly e dell’anonimo francescano sono significativamente diverse tra di loro: ma, se ci fate caso, sono accomunate dalla filastrocca allitterativa con cui lo scandalo del papa donna viene reso manifesto: Petre Patre Patrum Papisse Pandito Partum, viene fatto scrivere su una lapide, nella versione del domenicano; Papa Patre Patrum Papisse Pandito Partum grida il diavolo irrompendo in concistoro, nella versione del frate minore.

Vien dunque da pensare che una storiella incentrata su una papessa partoriente avesse cominciato a circolare già da qualche tempo, nella rete dei conventi francescani e domenicani, inevitabilmente trasformandosi un po’ tutte le volte che qualche frate, riferendola ai confratelli, decideva di metterci del suo. Verso la metà del XIII secolo, a distanza di pochi anni l’un dall’altro, due autori decisero di mettere per iscritto la leggenda (seguiti, quindici anni più tardi, da un terzo autore – Martino Polono – che plausibilmente s’era sentito raccontare una versione diversa ancora)… e, come si suol dire, tutto il resto è Storia.

Amatissima nel Medioevo, la leggenda conobbe un ulteriore boom di popolarità nel periodo della Riforma, utilizzata in chiave polemica per sottolineare la fallacia e l’ipocrisia della Chiesa di Roma… il che è senz’altro un uso comprensibile di questa strana storia.
Resta però la domanda di base: ma in tutto ciò, che avevano in testa quei frati duecenteschi che passavano le loro sere in convento a fantasticare su una papessa incinta?!

Molto plausibilmente, avevano in testa un dibattito di scottante attualità in quell’epoca: ovverosia, la vexata quaestio sulla possibilità di concedere alle donne l’ordinazione sacerdotale. Negli ultimi scorci del XII secolo, la questione era stata sollevata da alcuni decretisti che avevano fatto notare come il canone 15 del concilio di Calcedonia (451) sembrasse implicitamente aprire alla possibilità, prescrivendo che «le donne al di sotto dei quarant’anni non siano ammesse all’ordinazione diaconale» (…quindi, quelle che avevano superato gli -anta, invece, sì?). Il quesito aveva aperto un certo dibattito in seno alla Chiesa, spingendo giuristi di rilievo a far sentire la propria voce per chiarire che, no, non c’era né l’intenzione né la possibilità procedere in tal senso. Semmai, ‘sta cafonata la facevano semmai gli eretici, argomentavano i prelati del tempo; e infatti, risalgono all’inizio del XIII numerose fonte francescani tutte concordi nel dire che c’era un pullulare di eresie in cui le donne celebravano messa.

Insomma, scrive Paravicini Bagliani, «una leggenda come quella della papessa non può essere ricondotta a una spiegazione univoca; ma non può passare inosservata la notevole attenzione che gli ordini mendicanti riservarono alla questione dell’inaccessibilità delle donne agli ordini sacri» – e proprio nell’arco temporale in cui tre frati mendicanti mettevano per iscritto questa strana storia. Che tutto d’un tratto ci sembra meno strana, se cominciamo a inquadrarla nei termini di una cautionary tale: “regà, non fatevi nemmeno sfiorare dall’idea – ma vi immaginate, oltretutto, che rischi e che scene assurde?”.

Anche la collocazione temporale del pontificato della papessa, tra la morte di Leone IV e l’avvento di Benedetto III, comincia d’un tratto ad acquisire senso se la analizziamo con gli occhi del filologo. Va a Johann Bähr il merito d’aver notato per primo come, nel Liber pontificalis (il testo medievale che raccoglie tutte le biografie dei papi), la Vita di Benedetto III sembri esser stata scritta da un autore diverso rispetto a quello che aveva composto le precedenti (si nota una forte cesura in termini di stile, etc).
Ma allora – si chiese Bähr – quanto tempo era passato dal momento in cui l’autore n. 1 aveva posato la penna al momento in cui l’autore n. 2 aveva deciso di rimetter mano al lavoro? Vale a dire: c’era forse stato un momento in cui, nel Medioevo, i lettori che sfogliavano il Liber pontificalis lo vedevano concludersi con la morte di Leone IV, cui seguiva un grosso “boh”?

Ebbene sì: e a confermare questa ipotesi fu il filologo Duchesne, che censì quattro manoscritti del Liber in cui, effettivamente, il testo si interrompe con la morte di Leone IV. E naturalmente, questi quattro sono solamente quelli giunti fino a noi: chissà quanti ce n’erano in giro, nel pieno del Medioevo. E allora, dovendo scegliere un punto della Storia (sufficientemente remoto nel tempo da giustificare l’oblio collettivo) in cui piazzare il pontificato scandaloso del papa donna, sembrò probabilmente ovvio farlo coincidere con la morte di quell’ultimo papa di cui il Liber pontificalis sembrava disposto a dare conto. Talvolta, dietro ai grandi misteri, si cela una spiegazione più banale di quanto ameremmo credere.

E poi, naturalmente, venne la Chiesa protestante, che fu ben lieta di strumentalizzare questa leggenda in chiave retorica, dandone una lettura che ben si prestava ai suoi scopi. E, naturalmente, da quel momento in poi la figura della papessa Giovanna conobbe un boom di popolarità tra chi si divertiva a immaginare un papa partoriente per cullare in questa immagine i suoi sentimenti anticlericali. E ci sta, naturalmente.

Ma no, non furono gli anticlericali a inventare la storiella, che anzi nacque plausibilmente allo scopo di difendere le tradizioni e la dottrina della Chiesa, di fronte alle polemiche di chi premeva per innovare.

Sorpresi, eh?
Beh, io lo dico sempre che la Storia sa stupire.


Per approfondire:

Agostino Paravicini Bagliani, Histoire de La Papesse Jeanne (Presses universitaires de Lyon, 2024), che è l’unico testo che sono riuscita a reperire in formato ebook. Ma esiste anche l’edizione italiana, pubblicata da Sismel nel 2021: La papessa Giovanna. I testi della leggenda (1250-1500)

7 risposte a "La papessa Giovanna: una leggenda medievale nata nella curia pontificia (ebbene sì)"

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Devo approfondire meglio, ed è comunque sicuramente vero che in molti mazzi di carte composti in età moderna la figura della papessa si ispira dichiaratamente a quella della papessa Giovanna, proprio a livello iconografico. Però, sembrerebbe che nei primissimi mazzi di carte in cui è presente la figura della papessa, l’iconografia sembri richiamare piuttosto a Maifreda da Pirovano, una donna realmente esistita che nel ‘200 era stata a capo di uno di quei tanti movimenti ereticali che in quel periodo davano un ruolo di rilievo alle donne. Tanto che, in seno alla sua chiesa, Maifreda svolgeva un po’ le funzioni di papessa per l’appunto, donde l’appellativo.

      Ecco, sembrerebbe che la primissima fonte d’ispirazione per la papessa dei tarocchi sia stata lei, più che la leggendaria papessa Giovanna. Però uso il condizionale perché onestamente dovrei approfondire meglio, dovrei fare qualche lettura un po’ più approfondita per vedere se è uno scenario considerato attendibile dai più 🙂

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  2. Avatar di Claudia Semproni

    Claudia Semproni

    Avevo anche sentito dire che la leggenda della papessa sarebbe nata per prendere in giro Giovanni XI che si faceva comandare dalla madre Marozia. Mi fa molto ridere questa interpretazione, non importa quanto sei potente, se tua madre ti dice una cosa, la fai 😂

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    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      No!

      Ci ho fatto caso anche io: ma come ti viene in mente di scrivere una leggenda in cui un papa partorisce un figlio senza poi dirmi che fine ha fatto ‘sto bambino?!

      Ma, no, in età medievale (quasi) nessuno aveva sentito l’esigenza di dare conto della questione. Solo un paio di versioni della leggenda dicono espressamente che la papessa morì di parto e con lei anche il bambino, le altre non affrontano proprio la questione.

      In età moderna (ma sugli sviluppi della leggenda in età moderna, non ho letto moltissimo a onor del vero), mi pare invece che le riscritture protestanti abbiano lasciato intendere, in molti casi, che il bambino era l’Anticristo (e la papessa era stata ingravidata dal diavolo stesso), e purtroppo per l’umanità era sopravvissuto eccome andandosene in giro a fare danni, diffondendo il peccato e corrompendo le anime. Ma anche in quel caso restava tutto molto indeterminato, a quello che so: non credo sia mai stata scritta la biografia del figlio della papessa.

      E, concordo, è un grave danno: anche io voglio sapere cosa ha combinato ‘sto bambino!😂

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