Le virtù di una dieta moderata: cantate da Leone XIII. In esametri oraziani.

Se c’è un merito indiscusso che fin d’ora può essere attribuito a papa Leone XIV è quello d’aver riportato in auge certi vezzi cattolici che sembravano ormai passati di moda. Tra questi, annovererei senz’altro una rinnovata fascinazione per la figura di papa Pecci – l’ultimo tra i suoi predecessori ad aver portato il nome di “Leone” – che sta improvvisamente godendo d’un boom di popolarità come non se ne vedeva da cent’anni a questa parte.

E potevo forse essere io a sottrarmi al trend? Certo che no; né certamente potrei smentirmi raccontando su Leone XIII qualcosa di serio e di sensato. Sicché, resterò nella mia piccola nicchia dell’assurdo raccontandovi ciò che probabilmente non v’è già capitato di leggere altrove: ovverosia, vi parlerò della produzione di poetica di papa Pecci.

Perché, : a Leone XIII va il non comune vanto d’essere uno dei pochissimi vescovi di Roma (se non forse l’unico in assoluto, a seconda di come la si vuol guardare) che vollero dare alle stampe dei testi letterari che s’erano divertiti a stendere, a tempo perso, mentre erano già saliti al soglio pontificio.

Naturalmente, non appena eletto papa, anche Giovanni Paolo II diede il permesso di mandare in stampa quella famosa operetta che è La bottega dell’orefice; ma si trattava in questo caso della “semplice” traduzione di un testo che era già stato pubblicato in Polonia nel 1960. E, molto prima di lui, anche papa Urbano VIII (+1644) e Alessandro VII (+1667) erano saliti al soglio pontificio avendo all’attivo alcune raccolte poetiche che li vedeva cimentarsi con carmi neo-latini; per non parlare poi di Enea Silvio-Piccolomini (+1464), che da buon umanista s’era divertito in gioventù a comporre una vasta gamma di tesi letterari.

Ma se vogliamo parlare di papi che, nel corso del loro pontificato, si ritagliano un po’ di tempo per dedicarsi alla scrittura intesa come hobby, divertendosi poi a pubblicare le loro opere: beh, Leone XIII è un unicum. A meno che non gli si vogliano accostare i carmi che, nel IV secolo, papa Damaso volle comporre in onore dei martiri sepolti nelle catacombe: ma, come vedremo, la produzione letteraria di Leone XIII stava, oggettivamente, su tutt’altro piano.

Ovverosia, stava sul piano del divertissement: pur essendo sempre stato un amante della scrittura (nel 1832, ventiduenne, si era unito ai poeti dell’Accademia dell’Arcadia), Vicenzo Pecci non aveva mai avuto chissà quali velleità di autore. Nessuno dei suoi testi era stato dato alle stampe in un libro vero e proprio, prima della sua elezione a sommo pontefice; e probabilmente le sue poesie non sarebbero mai passate attraverso il torchio di un tipografo, se il loro autore non fosse diventato papa nel frattempo. E invece, così fu: e le evidenze storiche ci permettono di dedurre che papa Leone XIII guardasse ai suoi divertissement letterari come a un’operazione di PR mica male, volta a presentare al mondo un’immagine del papa meno impomatata e austera di quanto la gente fosse istintivamente portata a pensare.

Date alle stampe nel 1902, le poesie di Leone XIII, tutte scritte in impeccabile Latino, furono rapidamente tradotte in Italiano, Tedesco e Inglese e stampate ad alta tiratura nel Vecchio e nel Nuovo Mondo. La raccolta, amplissima, spaziava dal 1822 al 1901, includendo operette adolescenziali così come testi che Leone XIII s’era divertito a scrivere nel corso del suo pontificato (per trovare, a quanto pare, un’occupazione leggera con cui distrarsi durante le sue lunghe ore di insonnia). Certo non stupirà venire a sapere che una significativa porzione delle sue poesie era dedicata a temi religiosi: alla Madonna, alla Sacra Famiglia e a san Costanzo di Perugia (patrono della città di cui Pecci era stato vescovo) l’autore aveva dedicato un buon numero di inni, senza disdegnare le figure di altri santi. Ma la raccolta includeva anche delle elegie funebri composte in memoria di alcuni suoi parenti e amici, e (cosa notevole) alcune poesiole a tema totalmente laico che, nel corso negli anni, Pecci s’era divertito a comporre giocando in punta di penna coi suoi compagni dell’Accademia d’Arcadia.

Quella che vi propongo oggi, in una anomala puntata della mia partnership gastronomica con Mani di Pasta Frolla è una poesia in esametri che Leone XIII compose in giovinezza, in un voluto calco delle Satire oraziane. La sua chiara fonte di ispirazione era costituita da Satire 2,2, là dove Orazio si sofferma nel descrivere le virtù di una dieta parca e di un’alimentazione moderata… che, evidentemente, erano temi cari anche al futuro papa.

Curiosi di sapere dunque quali erano i consigli dietetici che Leone XIII volle consegnare ai posteri? Eccoli a voi, in calce a questo articolo, nella versione originale data alle stampe nel 1902; ma, prima ancora, eccoli a voi in una riduzione in lingua italiana, ottima per essere riciclata a uso scolastico. Anche perché il traduttore stesso è uno di quelli che oggigiorno viene studiato a scuola: correva l’anno 1913, e a trasporre in Italiano i versi di Leone XIII era niente meno che Giovanni Pascoli.

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Cosa primissima, la pulizia! senza sfoggi apparecchia;
netti, che lustrino, i piatti, su bianca tovaglia, di neve.
Fatti servire de’ vini, nè poco intrugliati, nè punto;
e distraendoti al fine, carezza il tuo cuore col dolce
bere e ricrea, desinando con lieta corona d’amici;
ma da l’ebbrezza ti guarda, non troppo ti fida del vino,
nè ti rincresca sovente ne’ calici mescere l’acqua:
— l’acqua! non ebbero gli uomini un dono maggiore di questo,
nulla che sia per più cose diverse più utile in uno; —
scegliti i pani di fior di farina, non morti nel forno:
prenditi i cibi che dà la gallina, l’agnello ed il bove,
senza timore: le forze ti assodano questi nel corpo:
ma che sien frolle le carni, ma che le vivande non guasti
la pastinaca e la salsa di feccia di vino, e di pesci!

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Poi, prediligi le uova del giorno, o ti piaccia a leggiero
fuoco scaldarle, o mangiarle assodate ne’ brevi tegami,
o più gradito ti sia in un sorso succhiartele crude:
come che tu le mangi, son l’uova vivanda salubre.
Poi, qualche erbaggio e legumi novelli, sfioriti d’allora.
Poi, de la fertile vigna le dolci primizie, le dolci
pigne spiccate a la vite, di mezzo alle pampane; prugne,
pere, ma prima di tutte le mele mature, che bellamente
allogate in canestri coronino rosse la mensa.
Ultima venga la bruna bevanda di bacche tostate,
quella che Moka ti manda ferace da l’Arabo lido:
tu centellina pian piano ed a fiore di labbro la nera
bibita: il tiepido sorso allo stomaco è molle carezza.
Questo pel vivere parco: tu questi consigli senz’altro
segui se giungere vuoi sino a tarda vecchiezza robusto
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Per i veri estimatori, ecco invece il testo originale: molto più esteso, evidentemente, come ben vedrete.

Quo uictu immunem morbis et robore uitam
Ducere florentem possis, sermone diserto
Sedulus Hippocratis cultor rigidusque satelles
Haec nuper praecepta bonus tradebat Ofellus;
Multa et de tristi ingluuie grauis ore locutus. 
‘Munditiae imprimis studeas: sine diuite cultu
Mensa tibi, nitidae lances et candida mappa.
Apponi in mensa iubeas purissima uina;
Et uacuus curis grato praecordia potu
Demulce et recrea conuiuas inter amicos. 
Sobrius at caueas, nimium ne crede Lyaeo,
Neu crebra pigeat calices perfundere lympha. Candida lympha! datum uix quidquam hoc munere maius, Vix quidquam uarios uitae magis utile in usus.
E munda Cerere atque excoctos delige panes, 
Quas gallina dapes aut bos agnusue pararint
Sume libens; toto nam firmant corpore uires;
At mollire prius carnes, et fercula cures
Ne siser inficiat, ne faecula Coa vel allec.
Nunc age, prouideas tereti defusa catino 
Ne desit mensae spumantis copia lactis.
Nil uitale magis, nil lacte salubrius: infans
Qui lac suxisti, senior bene lacte ualebis.
Degustanda simul profer dulcissima mella;
Attamen Hyblaeo parcus de nectare liba. 
Tum laudata tibi sint oua recentia, sucum
Leni igne aut libeat modicis siccare patellis
Sugere seu mollem pleno sit gratius ore;
Utcumque absumas erit utilis esca saluti.
Culta suburbano riguoque uirentia in horto 
Adde olera et pubens decusso flore legumen.
Adde nouos quos laeta refert tibi uinea fructus,
Dulces pampinea decerptos uite racemos,
Pruna admixta piris, imprimis mitia poma,
Quae pulchre in cistis mensam rubicunda coronent. 
Postremo e tostis succedat potio bacis,
Quas tibi Moka ferax e litore mittit Eoo:
Nigrantem laticem sensim summisque labellis
Sorbilla: dulcis stomachum bene molliet haustus.
De tenui uictu haec teneas, his utere tutus, 
Ad seram ut ualeas sanus uegetusque senectam.
At contra’ (haec sapiens argute addebat Ofellus)
‘Nectere nata dolos, homines et perdere nata
Vitanda ingluuies, crudelis et improba Siren.
Principio haec illi sollers et sedula cura, 
Instruere ornatu mensas cultuque decoras.
Explicat ipsa, uiden?, tonsis mantelia uillis;
Grandia disponit longo ordine pocula, lances,
Caelatas auro pateras, argentea uasa;
Mensa thymo atque apio redolet florumque corollis.
His laute instructis simulata uoce locuta
Conuiuas trahit incautos succedere tecto,
Et lectis blanda inuitat discumbere eburnis,
Continuoque reposta cadis lectissima uina
Caecuba depromit Coumque uetusque Falernum; 
Quin exquisita stillatos arte liquores
E musto et pomis ultro potantibus offert.
Conuiuae umectant certatim guttura et una
Sucosas auido degustant ore placentas.
Ecce autem Lucanus aper, perfusus abunde
Mordaci pipere atque oleo, profertur edendus,
Et leporum pingues armi et iecur anseris albi
Assique in uerubus turdi niueique columbi.
Carnibus admixti pisces: cum murice rhombi,
Ostrea et educti Miseno e gurgite echini. 
Hos super, immanis patina porrecta nitenti,
Apparet squillas inter murena natantes.
Attonitis inhiant oculis; saturantur opime:
Cuncta uorant usque ad fastidia iamque 
Lyaeo Inflati uenas nimio dapibusque grauati 
Surgunt conuiuae, temere bacchantur in aula,
Insana et pugiles inter se iurgia miscent,
Defessi donec lymphata mente quiescunt.
Laeta dolum ingluuies ridet, iam facta suorum
Compos uotorum, et gaudet memor artis iniquae, 
Ceu nautas tumida pereuntes aequoris unda,
Mergere conuiuas miseros sub gurgite tanto.
Nam subito exsudant praecordia et excita bilis
E iecore in stomachum larga affluit, ilia torquet,
Immanemque ciet commoto uentre tumultum; 
Membra labant incerta, stupent pallentia et ora.
Corpore sic misere exhausto fractoque, quid ultra
Audeat ingluuies? Ipsum, pro dedecus!, ipsum
Figere humo ac (tantum si fas) exstinguere malit
Immortalem animum, diuinae particulam aurae.’ 


Per approfondire:

La prima traduzione italiana delle poesie di Leone XIII fu curata da Papiliunculus (pseudonimo di Cesario Testa, peraltro correttore di bozze di Carducci) per i tipi di Sonzogno: Le poesie latine di papa Leone XIII (Milano, 1902). Giovanni Pascoli incluse invece il suo adattamento in: Tradizioni e riduzioni (Zanichelli, 1913).

Una interessante e recentissima analisi della produzione letteraria di Leone XIII (e non solo) si trova invece (corredata da traduzioni in lingua inglese) in The Neo-Latin Verse of Urban VIII, Alexander VII and Leo XIII, pubblicato da Stephen Harrison per Bloomsbury Academic nel 2024.

2 risposte a "Le virtù di una dieta moderata: cantate da Leone XIII. In esametri oraziani."

    1. Avatar di Lucia Graziano

      Lucia Graziano

      Maddai?! Non avrei mai pensato a un libro di testo che include poesie latine a firma di un papa: cioè, particolare come scelta antologica 😁 Però in effetti è un bel latino (e il papa è anche un papa famoso oltretutto)… 😀

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