La remora, il pesce scroccone che fermava le navi

La remora è un pesce che non si fa remore, beata lei, e ogni tanto mi vien da pensare che ci sarebbe quasi da invidiarla per la disinvolta nonchalance con cui rigetta ogni norma del vivere civile, se ne ride dei problemi che può suscitare agli altri e si arpiona ostinatamente ai malcapitati di passaggio, con la naturalezza di chi non si pone proprio il problema di star compiendo sconsiderate azioni.

La si può facilmente incontrare appiccicata a uno squalo, comoda comoda a dieci centimetri dalle fauci più temute dell’oceano, arpionata a distanza di sicurezza là dove sa che il suo ospite coatto non potrà mai toccarla. E lì sta: scroccando passaggi aggratis come in una crociera di lusso, andandosene a zonzo senza nemmeno lo sforzo di dover muovere una pinna. La sua arma è un disco ovale che parte dalle narici e arriva alla nuca, ornato da 25 lamelle mobili: quando si abbassano, le lamelle creano un vuoto che aderisce perfettamente al corpo di quello sventurato che la remora a eletto a suo tassista, trasformandosi in una ventosa. E, quando la remora s’è arpionata, praticamente non esiste modo di staccarla a meno che non sia lei a decidere di andarsene: la ventosa è così efficace che ‘sta bestia resta attaccata al suo autista persino dopo esser morta.

Non è che non sia capace di muoversi da sola, intendiamoci. Quando vuole, la remora nuota agile e veloce: ma il più delle volte preferisce viaggiare da passeggera, arpionandosi a squali, tartarughe o delfini. Se ne sta lì, accozzata all’ospite, con la bocca libera di mordicchiare pesciolini e piccoli crostacei lungo il tragitto, a far la bella vita. Chiamala scema.

A volte, poi, quando proprio vuole strafare, la remora si attacca (anzi, si attaccava, quando le chiglie delle navi erano ancora fatte di cedevole legno) anche alle imbarcazioni umane. E tanto bastò per far nascere attorno a lei il mito: il mito cioè per cui, arpionandosi alla chiglia della nave, la piccola remora avrebbe avuto forza sufficiente a rallentarne la velocità se non proprio a fermarne il viaggio (!). Gli antichi Greci la chiamavano echenéis, da écho (trattenere) e naùs (nave); Luciano fa di lei un ritratto memorabile definendola «capace di fermare in mezzo all’acqua un bastimento, sebbene il vento ne gonfi le vele». I Romani tradussero il suo nome in remora, un derivato da quel mora che stava a significare “dilazione, impedimento”… e, sì: quando noi moderni invitiamo a qualcuno ad andare sereno, senza farsi remore, è proprio alla remora del mito che ci stiamo inconsapevolmente riferendo. Come a dire: “non farti bloccare dalle minuzie, vai avanti per la tua strada”. Insomma: “non fare come quelle navi che si lasciavano fermare da un pescetto”.

Doveva essere ben diffusa e radicata, questa credenza, se a distanza di duemila anni ha ancora il potere di influenzare il nostro linguaggio! E infatti, sono numerosissime le fonti classiche che ne danno conto. La più celebre è probabilmente la Naturalis Historia di Plinio, dove si legge che «esiste un pesce oltremodo piccolo, abituato a vivere fra le pietre, chiamato remora. Si crede che, stando attaccato alle carene delle navi, le faccia procedere più lentamente: in base a ciò, gli è stato dato il suo nome. Per questo motivo ha anche cattiva fama di servire ad azioni di maleficio, essendo stato in tal senso già sperimentato e condannato: compensa questi misfatti grazie al suo uso nella medicina, poiché arresta i parti prematuri». Logica impeccabile: se la remora riesce a frenare un galeone in mare, senz’altro riuscirà a tenere fermo anche un feto che ha troppa fretta di abbandonare le calde acque uterine – e così, quando vi erano segni tali da far sospettare un parto precoce, alle donne veniva suggerito di ficcarsi addosso una remora morta, che sicuramente avrebbe fatto il suo. (Poveracce).

Pare che la remora fosse molto efficace anche nella preparazione dei filtri d’amore (senz’altro le «azioni di maleficio» a cui Plinio faceva riferimento), legando indissolubilmente il malcapitato alla donna che aveva voluto conquistarlo con la magia; e correva voce che ci fosse chi ne aveva sperimentato l’impiego con buon successo anche in campo minerario. Se c’era un fiume in cui si sospettava fossero presenti pepite d’oro, bastava assicurare la remora a una cordicella e poi calarla nelle acque, dandole l’ordine d’arpionarsi al metallo prezioso. La remora, se ben addestrata, avrebbe senz’altro eseguito il compito con diligenza, permettendo al cercatore d’oro di recuperare il suo bottino semplicemente tirando la lenza, come un qualsiasi pescatore.

Un pesce che blocca le navi in mare, impedisce i parti prematuri ed estrae pepite d’oro dai fondali: non c’è da stupirsi che la remora si sia guadagnata un posto d’onore nell’immaginario medievale. L’immaginario medievale cristiano, in particolar modo, si invaghì nella maniera più assoluta di questo pescetto dai superpoteri: e quello che in età classica era stato visto innanzi tutto come un nemico insidioso (a nessuno fa piacere trovarsi su una nave che non risponde più ai comandi e si trova bloccata in mare) si trasformò, nell’allegoria cattolica, in una… immagine del Cristo. Sì, davvero.

Nel XIII secolo, Pierre de Beauvais rielaborava in questi termini le affermazioni di matrice classica: «il Fisiologo ci dice che nel mare dell’India vi è un pesce che si chiama Essinus. È lungo meno di un piede, ma vi è in lui una così smisurata forza che, se esso incontra una nave e vi aderisce, la nave non riesce più a muoversi né in avanti né indietro, per quanto grande e mobile sia». Non esattamente quel tipo di atteggiamento che ci fa piacere attribuire a Dio, ma ecco arrivare il ribaltamento della situazione: «quando in mare c’è tempesta, se si ha la fortuna che questo pesce decida di arpionarsi a una nave, l’imbarcazione si trova in totale sicurezza, poiché essa non può affondare, né può perire alcuna delle cose che si trovano dentro di essa. Parecchie navi, con il loro equipaggio, sono state salvate unicamente grazie alla forza di questo pesce, che nel momento del pericolo si era arpionato alla loro chiglia».

Ricorda qualcosa? Magari, la scena evangelica della nave degli apostoli in balia della tempesta e di Gesù a cui basta un solo cenno per metterla al riparo dai flutti?
Beh, evidentemente sì.
E l’allegoria non si fermava qui: «questo pesce è il simbolo di Nostro Signore e il mare lo è del mondo; le onde del mare sono le tentazioni alle quali viene esposto l’uomo giusto. Ma grazie alla vera fede e alla speranza che egli ripone in Dio, il giusto è sostenuto e protetto: in tal modo, non potrà affondare, così come non affonderà la nave a cui è attaccato il pesce».

E così, una volta tanto, il cristianesimo rivalutò un animaletto che l’età classica tendeva a guardare con timore e con sospetto, al di là di qualsiasi considerazione utilitaria sui suoi usi secondari. Tra il medioevo e l’età moderna, la remora divenne addirittura il simbolo di quella fermezza controllata e stoica che permette di restar saldi anche quando tutto attorno a noi sembra incrinarsi e voler crollare. Il più bel paragone fu probabilmente quello fatto da Diego de Saavedra Fajardo, un diplomatico seicentesco che, nel tratteggiare il ritratto ideale del buon politico, ammoniva: «non sempre, in un conflitto, vince la maggior forza. Basta una piccola remora per fermare il corso di una nave».

Ed è quasi un peccato, secondo me, che nel linguaggio d’oggi la remora sia tornata a essere quella scocciatura di matrice classica che impaccia, invischia e impedisce di andare avanti. Forse che forse, io preferivo in effetti la simbologia della remora cristiana: ferma, confortante, sinonimo di resilienza.



Per approfondire: Alfredo Cattabiani, Acquario (Mondadori, 2002)
Immagine di copertina: Elias Levy, Remora, probably White suckerfish (Remora albescens) (Flickr)

2 risposte a "La remora, il pesce scroccone che fermava le navi"

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