Quando Halloween era anche Allantide, la notte delle mele

C’è stato un tempo in cui, nella notte del 31 ottobre, non erano le zucche a dominare i mercati, bensì le mele. Per lungo tempo furono proprio loro il simbolo vegetale della notte di Halloween – con buona pace della zucca intagliata, che divenne di moda solo molto più tardi (alla metà dell’Ottocento, suppergiù; nata come prodotto autoctono della cultura statunitense).

Prima della zucca, dicevamo appunto, erano le mele a esser sinonimo di Halloween. Diffuse un po’ ovunque nelle isole britanniche, erano particolarmente amate in Cornovaglia: si diceva che ognuno dovesse averne una, in quella notte di prodigio – ché il frutto rosso avrebbe portato fortuna e tenuto lontano gli spiritelli dispettosi. Se messo sotto il cuscino prima di andare a letto, poteva addirittura rivelare in sogno il volto del proprio futuro sposo. La gente del posto le chiamava Allan apples, in omaggio a san Allan, un vescovo del VI secolo che gode(va, un tempo) di particolare venerazione in Cornovaglia e Bretagna e la cui festa liturgica cade proprio il 31 ottobre. Per questo motivo, in Cornovaglia, la notte di All Hallows’ Eve era anche nota come Allantide – “il tempo di Allan”. E, naturalmente, era un tempo di prodigi.

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Di come sia stato festeggiato Halloween attraverso i secoli, ho scritto un’infinità di pagine nel mio libretto dedicato alla storia della festa: non vi tedierò oltre, rimandandovi lì nel caso in cui voleste approfondire il tema. Qui, mi limiterò a spiegare che, nel Medioevo cristiano, la notte di All Hallows’ Eve aveva un sapore fortemente purgatoriale: i vivi ricordavano i propri morti compiendo tutta una serie di riti a loro vantaggio (dalle messe in suffragio alle opere di carità fatte nel loro nome, giù giù fino alle scampanate e ai lumini lasciati ardere per dare il benvenuto a “fantasmi” di passaggio).

Ecco: in Cornovaglia, il mood festivo era un po’ diverso. Gli elementi purgatoriali erano sì presenti, ma si mescolavano al profumo dei dolci alla frutta e alle serate di risa tra adolescenti. Attraverso i secoli, in quell’angolo di mondo, Allantide si era trasformato in una via di mezzo tra la veglia cristiana per i morti e la festa del raccolto in stile Thanksgiving Day, in cui il sidro e i giochi campagnoli facevano concorrenza alla devozione. Ammesso e non concesso poi che ci fosse una gara vera: all’atto pratico, devozione e festa vincevano entrambi; e se qualcuno passava la serata a pregare per i suoi morti, altri preferivano recitare un veloce requiem e poi andare a divertirsi coi propri amici.

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Mele, dunque, abbiamo detto: erano le mele a essere il vero simbolo di questa festa di metà autunno. Il che è cosa quantomai appropriata. Del resto, le mele maturano tardi, resistono al freddo, si conservano per tutto l’inverno: averne in casa una dispensa piena è promessa di abbondanza per i mesi più duri dell’anno. Oltretutto sono pure buone, belle zuccherine. E vado avanti: storicamente, nel mito (biblico e non solo), i pomi rossi hanno sempre avuto un ruolo simbolico di primo piano, e la mela (specie se stregata) è una presenza ricorrente persino nell’universo fantastico delle fiabe. Se dovessi scegliere un frutto su cui imbastire a tavolino qualche tradizione folkloristica, probabilmente anch’io sceglierei la mela: non mi stupisce insomma che in Cornovaglia la gente avesse creduto di poterle attribuire poteri magici e apotropaici di ogni fatta.

E così, nella notte di Allantide, con le mele si giocava un sacco: e l’esito di ogni gioco equivaleva a un pronostico per l’anno entrante.

Immagine del Museum of Witchcraft and Magic (Boscastle, Cornovaglia)

Il più caratteristico – e il più pericoloso – di questi passatempi era il cosiddetto candelabro di Allan: due assi di legno incrociate a formare una croce e ricoperte di candele accese, con una mela appesa a ognuna delle quattro estremità. La croce veniva fissata a una delle travi del soffitto e da lì veniva fatta ondeggiare, avanti e indietro, come un pendolo. I partecipanti, dabbasso, cercavano di afferrare la mela con i denti (fermissimo il divieto di aiutarsi con le mani!): vinceva, ovviamente, l’intrepido che per primo riusciva a impadronirsi del frutto, possibilmente senza essersi fatto colar negli occhi cera bollente. Del resto, il successo portava con sé un premio stuzzicante: si diceva che il vincitore avrebbe presto trovato l’amore e, tra tutti i partecipanti, sarebbe stato il primo a convolare a giuste nozze (da lì a dodici mesi!, si diceva in un’epoca in cui i fidanzamenti erano molto più rapidi di oggi).

Una variante del gioco, decisamente meno pericolosa e probabilmente per questo destinata ad aver maggior fortuna, era l’apple bobbing. Le mele, private del picciolo, venivano fatte galleggiare in una tinozza d’acqua: i partecipanti dovevano afferrarle con i denti, senza usar le mani. In questo caso, l’unico a vincere era Cupido: su ogni mela era stata incisa una lettera, e l’abbinamento tra labbra e frutto era un oracolo casalingo sul destino amoroso del giocatore – la lettera che il destino gli avrebbe dato in sorte altro non era che l’iniziale del nome della propria anima gemella.

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Quando nascono queste usanze? Ahimè, per tradizioni così antiche è difficile fornire una data esatta, in assenza di documenti che possano fungere da atto di nascita: certo è che, nel 1572, in una seduta del concilio di Exeter si fornisce una dettagliata descrizione dei festeggiamenti di Allantide che erano stati celebrati in quell’anno nella chiesa parrocchiale di Lalant – e se ne parla come di una tradizione ben nota e antica, che il popolino portava avanti ormai da tempo.

Non era un caso che in quel periodo storico i festeggiamenti del 31 ottobre finissero al vaglio delle autorità. Proprio in quel periodo, la Riforma anglicana stava (faticosamente) cercando di espungere dalla festa di Halloween tutti quegli elementi purgatoriali relativi alla preghiera per le anime defunte che poco si conciliavano con la teologia protestante. E qui viene il bello: se contro le tradizioni di All Hallows’ Eve le autorità combatterono una guerra senza sosta, i festeggiamenti di Allantide riuscirono a sopravvivere attraverso i secoli senza aver troppi problemi. Cercare di divinare il proprio futuro attraverso una mela è senz’altro una stramberia, ma non di certo una stramberia papista. Così, mentre le sonate per le anime purganti venivano fatte tacere a suon di multe e la gente doveva ormai chiudere gli scuri se voleva accendere un lumino in memoria dei propri morti, in Cornovaglia i contadini continuavano allegramente a tener vive le loro antiche tradizioni, convinti – con ottima ragione – che nessun dibattito teologico potesse impedire ai giovani di flirtare un po’, come si è sempre fatto.

E così, Allantide continuò a vivere, con la tenacia di quei riti così innocenti da non far male a nessuno. Nel 1833, l’artista Daniel Maclise l’immortalò in un quadro giustamente divenuto celebre: giovani e ragazze intorno al fuoco, intenti a saltare per mordere le mele penzolanti mentre le fiamme proiettano ombre danzanti sulle pareti e future coppiette si formano attorno al catino dell’apple bobbing. Doveva essere una tradizione ben viva, visto e considerato che, lungo tutto il secolo, folkloristi e viaggiatori appuntarono, colpiti, sui loro diari le pittoresche modalità con cui avevano visto festeggiare il 31 ottobre in Cornovaglia: mercati inondati di mele, bambini che dormivano con la mela sotto il cuscino, ragazzotti che sgomitavano al gioco del candelabro in un sottile flirt con la ragazza su cui stavano cercando di fare colpo, coppiette che approfittavano della magia di quella notte per sognare un po’ sul loro roseo futuro.

E se questi passatempi vi ricordano qualcosa, è perché sono gli stessi che, con qualche modifica, hanno attraversato l’oceano iniziando a contraddistinguere l’Halloween americano.
I giochi divinatori a sfondo amoroso furono per lungo tempo un elemento preponderante delle feste di Halloween in età vittoriana, particolarmente gettonati dalle ragazzine; l’apple bobbing, oggi quasi caduto nel dimenticatoio (… eppure così semplice da ripetere in casa con zero fatica!), ha dominato le cartoline di auguri di Halloween fino agli anni del dopoguerra, prima d’essere scalzato dalle zucche.


Le mele candite di Halloween: beh, quelle ci sono ancora, specie negli Stati Uniti. E se a noi Italiani possono sembrare un dolce autunnale come tanti altri, forse neanche troppo adatto al periodo (che c’azzecca una mela con Halloween?, potremmo chiederci ingenuamente), beh, è perché non ne conosciamo la vera storia. Anche loro, a loro modo, discendono da un lunghissimo lignaggio di riti benaugurali di origine (plausibilmente) medievale: piccoli gesti che, sotto il velo del gioco, continuano a dire la stessa cosa di allora — che l’inverno passerà, e che comunque non priverà del tutto del calore. Finché c’è una dispensa piena (e, se si ha fortuna, anche due braccia amate da cui farsi stringere), il freddo non può fare paura per davvero.


Per approfondire:

  • Simon Reed, The Cornish Traditional Year (Llewellyn Worldwide Ltd, 2020)
  • Ben Gazur, A Feast of Folklore: The Bizarre Stories Behind British Food (Unbound, 2024)

4 risposte a "Quando Halloween era anche Allantide, la notte delle mele"

  1. Avatar di ac-comandante

    ac-comandante

    Visto il periodo, fra Morti e Halloween, ci sta bene una leggenda un tempo diffusa nella Venezia Giulia, fra Trieste e l’Istria. In alcune varianti istriane si parla proprio del giorno dei Morti, quella triestina è più generica e non fa date se non che è ambientata a fine Seicento, dopo l’arrivo dei Gesuiti a Trieste (dopo la soppressione e ricostituzione non tornarono subito nè nella loro chiesa originale ma tornarono appena nel 1903).

    Fa riferimento alla Via dei Colombi, tuttora esistente, che si trova dietro la chiesa di S. Maria Maggiore, chiesa fatta costruire dai Gesuiti a fine Seicento, è una viuzza di pochi metri.

    Nel XVII secolo, in Via dei Colombi a Trieste viveva una famiglia di commercianti(1), padre, madre e figlio, l’unico di cui talora si cita il nome, spesso Antonio(2) ma spesso anche altri. La madre era nota per la sua fede e pratica religiosa, mentre marito e figlio erano più freddi. La signora soleva assistere all’Ufficio di Prima, che si celebrava all’alba nella Cattedrale di San Giusto.

    Una notte si svegliò prima del solito, credette che già fosse l’ora dell’Ufficio di Prima e prese la salita per la Cattedrale. Giunta nell’attuale Via del Castello, all’altezza dell’allora manicomio(3), vide una processione di uomini, in apparenza penitenti, che portavano ciascuno una candela accesa. La donna si inginocchiò al loro passaggio e poi si accodò all’ultimo della fila che, accortosi della sua presenza, si girò e le donò la sua candela. Giunti in cima al colle davanti alla Cattedrale, la processione si sciolse immediatamente, alcuni ridiscesero per Via del Castello, altri per le numerose viuzze che allora portavano «in Rena»(4).

    La donna non notò che la Cattedrale era ancora chiusa finché un orologio suonò appena le quattro, indicando che mancavano ancora due ore per l’Ufficio di Prima e relativa Messa. Perplessa, rincasò e, trovato marito e figlio già svegli per iniziare il loro lavoro, chiese loro che santo o che ricorrenza si celebrasse quel giorno. Udito il racconto, figlio e marito dissero che lei doveva aver sognato, ma la donna rispose che non era possibile, perché uno dei processionanti le aveva donato la sua candela e poteva mostrarla, in quanto l’aveva spenta e riposta nel cassetto. Ma quando lo aprì, tutti e tre impallidirono dalla paura: al posto della candela c’era un osso di una gamba umana!

    La leggenda vuole che, pur non frequentandoli, la donna abbia chiesto consiglio al Rettore dei Gesuiti, conoscendo la fama di esperti degli appartenenti alla Compagnia. Il Rettore le suggerì di vedere se la processione si fosse rinnovata nella notte seguente o nelle successive, dimostrando come la Chiesa non celebrasse alcuna speciale ricorrenza in quei giorni, e di riconsegnare il resto mortale a chi le aveva dato la candela.

    Seguì il consiglio e la notte seguente le si rinnovò davanti la processione, rivide, senza la candela, il fantasma che gliel’aveva donata, gli porse con mano tremante l’osso che aveva portato con sé. Questi battè la spalla del compagno che aveva dinnanzi e l’osso, levitando a mezz’aria, passò nella mano dell’uomo che camminava con la candela(5). La donna rincasò, si rimise a letto e morì nel sonno.

    Anni dopo, il vedovo dovette andare insieme ad altri amici a fare la veglia a un amico comune morto quel giorno prima. Di solito, prima della rimozione della salma, si trascorreva la notte parlando, talora bevendo, ma allora qualcuno del gruppetto ebbe l’idea di fare il «gioco dell’anello», dove ognuno riceveva un pegno da eseguire al momento. Uno dovette andare a prendere una fiasca d’acqua, un altro fare il giro di alcune strade, al vedovo fu chiesto di andare a prendere la lampada che ardeva nella cappella mortuaria, che allora si trovava presso la Cattedrale(6). Pur con qualche rimostranza, accettò quel compito, trovò la forza di entrare e prendere la lampada, non senza aver notato che nella cappella vi erano sette defunti.

    Cominciò a scendere per Via della Cattedrale e al primo degli alberi che allora la bordavano si vide ai piedi un sacco, apparentemente pieno d’aria. Toccatolo e accertato che, pur relativamente gonfio non conteneva nulla, lo scostò con un calcio e continuò la discesa. Fatti due passi, però, sentì che il sacco lo seguiva! Lo calciò nuovamente e affrettò il passo, accorgendosi con terrore che non solo quello ma altri sacchi erano sbucati da dietro gli alberi e lo inseguivano. Riuscì a tornare fino al posto da cui era partito ma non a rientrare, cadendo svenuto fuori dalla porta.

    Gli altri che vegliavano se ne accorsero(7), lo fecero rinvenire e appresero la paurosa storia, comprendendo di aver esagerato troppo. L’uomo morì a sua volta dopo poche poche ore, fu uno degli altri ad avvisare il figlio.

    Forse consigliati da qualcuno, forse di loro idea, non solo riconsegnarono la lampada ma per sette anni (quanti erano i morti privati della luce) si dedicarono ad opere di pietà. Il figlio è dato scomparso dopo quei sette anni e la leggenda sfuma così(8).

    Questa leggenda era diffusa anche nel resto dell’area Giuliana, Istria particolarmente, il che spiega come dopo l’esodo istriano si siano sovrapposte alcune varianti: qualcuna che vuole la presenza di una figlia femmina che si sia monacata invece di un maschio, qualcun’altra è più prodiga di particolari in un aspetto e meno in un altro, come riportato nelle note qui sotto, e ovviamente non è neppure univoca nei luoghi. Sicuramente la leggenda è posteriore all’arrivo dei Gesuiti a Trieste.

    Note per chi non è mai stato a Trieste:

    (1) Alcune varianti più prodighe di particolari dicono che fossero commercianti di prodotti agricoli.

    (2) Vedere in fondo al testo per le varianti, dato che la leggenda non è totalmente triestina.

    (3) Poi divenne la sede vescovile, nel 1920 il distretto militare, oggi è del Comune.

    (4) Il nome ha due significati: al tempo la spiaggia arrivava ben più indietro dell’attuale Piazza dell’Unità (sì, hanno aggiunto «d’Italia» nel 1954 perché non suonasse come un riferimento all’organo del PCI!), tanto che un fortilizio veneziano del XIV secolo e durato pochissimo sarebbe stato individuato sotto un edificio che si trova fra la predetta piazza e l’attuale Piazza della Borsa ed era noto come «castello Amarina»; il secondo significato sarebbe una reminiscenza dell’Arena del teatro romano, riscoperto nel 1930.

    (5) Qui vi sono già delle varianti, come che l’osso abbia risalito fluttuando lungo tutta la processione fino all’uomo che la apriva. Si veda in seguito.

    (6) Dove c’è oggi il Civico Museo di Storia ed Arte e l’Orto Lapidario.

    (7) Un’altra variante prevede che sia stato il figlio a ritrovarlo.

    (8) Una delle varianti più diffuse a Trieste vuole che abbia recitato ogni giovedì, il giorno dell’azione sacrilega (oppure durante Avvento e Settimana Santa), il rosario in una piccola cappella, un’altra che sia andato in pellegrinaggio in qualche luogo senza aver mai fatto ritorno.

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    1. Avatar di ac-comandante

      ac-comandante

      Aggiungo un commento ben poco halloweeninano: quando mio padre aveva trovato questa leggenda e le sue varianti, c’era ancora la “prima repubblica” e al leggere di un sacco pieno d’aria che camminava è ovvio che era venuto da pensare a certi personaggi che quella repubblica avevano caratterizzato! 😛

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  2. Avatar di Francesca

    Francesca

    @Lucia. Off Topic. Segnalo recente episodio di J A Mysterious World

    nota: dal titolo / topic, dai primi minuti, da altri 2 minuti (random) nel mezzo e poi dagli ultimi 5 minuti (durante i quali si chiede anche l’opinione o contributo degli ascoltatori, via vari canali social) …ho pensato che linkartelo non fosse una cattiva idea anche se… la durata dell’episodio è notevole. Sembra una lezione abbastanza approfondita sul tema.

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  3. Avatar di Sconosciuto

    Anonimo

    I giochi con le mele ricorrono ancora nel film di produzione statunitense ambientati ad Halloween. Quello con le mele appese ha “perso” le croci, sono rimaste solo le mele appese ai fili.

    ricordo anche un libro di Agatha Christie in cui si descriveva una festa di Halloween con questi giochi…mi pare che la vittima finisse affogata nella bacinella delle mele 😱.

    elena

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