Pavia

Una colomba per L’Aquila

La città era distrutta. Sfiancata. Allo stremo delle forze.
I cittadini, per le strade, camminavano strascicando i passi senza sapere dove andare. I bambini, macilenti, piangevano per la fame; le madri, troppo magre, non riuscivano più a dar loro il latte. La città, un tempo opulenta, non aveva più le forze per andare avanti. Le piazze erano deserte, il cibo scarseggiava, e persino i pozzi cominciavano a seccare. Avevano lottato, avevano pregato, avevano messo da parte tutto quanto per prepararsi a un lungo assedio.
E avevano resistito. Dio solo sa, quanto avevano resistito. Avevano resistito per tre lunghissimi anni, prigionieri di quelle stesse mura che dovevano proteggerli. Avevano resistito, mentre Aquileia, Vicenza, Verona, Milano cadevano come birilli. Avevano resistito, avevano lottato, avevano combattuto con le unghie e con i denti. Ma ormai la città non riusciva più a combattere, e la via di scampo era una sola, a meno di non voler morire di fame nei propri letti. Il 17 aprile dell’anno 572, la città di Pavia scelse di arrendersi all’invasore longobardo.

Era stata una scelta sofferta, causa di discussioni accese all’interno di Pavia stessa.
Resistere non era più pensabile – la città era allo stremo, i morti per la fame aumentavano di giorno in giorno – ma la resa ai Longobardi non sembrava essere la soluzione migliore da intraprendere. Durante i tre, lunghissimi, infiniti anni d’assedio, re Alboino aveva più volte manifestato il suo odio, verso quella città che rifiutava di arrendersi. “Sapete che entrerò a Pavia”, lo si era udito gridare oltre le mura: “e allora sarete puniti, per il vostro affronto! Vi passerò a ferro e a fuoco, ad uno ad uno: nessuno di voi sopravviverà per raccontarlo!”.
Alboino non mentiva: tutta Italia lo conosceva per la sua crudele spietatezza. Pavia era consapevole di star andando incontro a morte certa, mentre spalancava le mura per arrendersi al nemico. Le campane suonavano a festa, per le strade della città deserta, ma nessuno degli abitanti sembrava minimamente rincuorato dal rintocco solenne. Mentre Alboino avanzava per le strade deserte, oltrepassando le macerie delle case che non avevano retto ai colpi dell’assedio, l’impressione era quella di avanzare in una città fantasma; gli abitanti tenevano chino il capo, in silenzio, con la disperazione di chi sa di aver perso tutto tranne forse la sua vita.

Il destriero del re nitrì più volte, mentre avanzava verso il centro cittadino, infastidito dal suono delle campane. Intorno ad Aboino, tutto era perfettamente immobile: nessuno fiatava, nessuno si muoveva. I cittadini avevano paura anche solo a sollevare il loro sguardo.
Proprio per questo motivo fu ancor più sorprendente, per il re dei Longobardi, vedere che qualcuno gli andava incontro, uscito da una bottega al fondo della via. Il re portò la mano all’impugnatura della sua spada, ma aggrottò le sopracciglia, interdetto, quando guardò meglio la figuretta che gli si stava avvicinando. Non era un emissario di Longino, né un soldato; men che meno aveva l’aria di una autorità pubblica. A dire il vero era un vecchietto, con un vestito povero e stracciato, e macchiato di farina: fra le mani non stringeva uno spadone, ma una sorta di pane lievitato. Alboino fu attraversato da un moto d’inquietudine – aveva tutta l’aria di essere una trappola – e sollevò una mano per ordinare ai suoi soldati di uccidere quell’uomo. Ma prima che i soldati potessero anche solo cogliere il suo gesto, il vecchio fornaio si era profondamente inginocchiato. Piegato a terra, quasi genuflesso, invocò la protezione divina per il grande re Alboino, vittorioso conquistatore della umile Pavia: e poi si rimise in piedi, tenendo il capo chino, sollevando le sue braccia per mostrare ai Longobardi ciò teneva fra le sue mani. “Maestà”, disse piano, con la voce che tremava: “l’assedio ci ha fiaccato, non abbiamo ricchezze da offrirvi. Questo è tutto ciò che vi possiamo donare, cucinato con le ultime farine che ci restano”: e mostrò ad Alboino la pagnotta che teneva fra le mani. Era una specie di pane lievitato, quasi una torta. E aveva la forma di colomba.
“Voi entrate a Pavia in questa domenica di festa, maestà: nella Pasqua del Signore”, scandì il fornaio. “Vi imploriamo, vi supplichiamo di avere pietà della nostra città, che si dona a voi in questo giorno santo. Nel nome di Dio, nel nome del Signore, oggi risorto, vi preghiamo: risparmiate noi cittadini. Lo Spirito Santo”, e accennò alla colomba lievitata, che stringeva fra le mani, “ve ne darà merito”.

Alboino esitò, tacendo per un attimo. Fra sé e sé, osservò che era proprio una grande vigliaccata, invocare la Trinità intera a protezione della propria pelle. Deglutì, si domandò ansiosamente se lo Spirito Santo se la sarebbe presa per davvero, nell’eventualità di una strage cittadina. E poi, stizzito, scosse il capo: “tornate ai vostri lavori”, ordinò bruscamente: “avrete salva la vita, ma voglio che questa città torni a fiorire come un tempo!”.

Le campane suonavano a festa, annunciando la resurrezione di Cristo, e il rintocco gioioso si mescolò alle grida di giubilo dei cittadini. Da quell’anno, ogni anno, la città di Pavia celebrò la Pasqua sfornando pani a forma di colomba, in ricordo del giorno felice in cui la città rinacque dalle sue ceneri.

In quello stesso anno, la città di Pavia diventava capitale del Regno Longobardo.
Fu il centro del potere nel regno carolingio, i Re d’Italia furono incoronati nelle sue chiese; fu la città di Boezio e di Petrarca; vi studiò Cristoforo Colombo. Dalla distruzione senza speranze di quei giorni, la città rinacque con una crescita costante, che l’ha portata, gloriosa, fino ai nostri giorni.
Una città in rovina, rinata grazie a una colomba.

È così che partecipo all’iniziativa a favore delle Sorelle Nurzia: con questo post. Sperando che la Storia si ripeta, e che la leggenda possa essere di buon auspicio.

Pasqua 2009: i volontari distribuiscono fette di colomba per colazione,
nelle tendopoli dell’Aquila
(foto ANSA)

13 thoughts on “Una colomba per L’Aquila

  1. un altro pane a forma di colomba… non che il vecchietto era ancora il buon San Colombano, vero?e se i due, legati da simbologia e magari parentela, fossero antenati delle sorelle Nurzia?e poi… la crescita costante della città raggiunge l'apice con te?(come ti contamino io le cose, è incredibile…)Diego

  2. Marinz: per Pavia, è stata di buon auspicio, insomma! Diego, muahahahaha… questa sì che è fantastoria: tecnicamente, San Colombano era già vivo all'epoca, in effetti :-DQuanto a me… oh, no: io non c'entro niente con Pavia, sono solo una umile immigrata! Io vengo dalle terre sabaude! u__uCredo che l'esempio più concreto della crescita culturale di Pavia possa essere identificato, piuttosto, con il protagonista di un recente fatto di cronaca (estate 2007). Sto parlando, ovviamente, del genio sregolato di quel signore, che… si è auto-sequestrato, per auto-chiedersi il riscatto. Il che, effettivamente, è piuttosto geniale come cosa…

  3. Bello, bello! Perfetto per le sorelle Nurzia! Altro che cestini kitsch in pasta di sale! Ma che significa che "si è auto-sequestrato, per auto-chiedersi il riscatto"? A quale scopo???

  4. Ma che diamine ne so!!Questo qui aveva dei debiti piuttosto consistenti, e allora ha pensato bene di inscenare il suo proprio rapimento. Poi ha mandato un messaggio a casa sua, per chiedersi il riscatto O_oImmagino che fosse una questione di dignità personale, (per non dover ammettere di avere debiti), perché mi sembra l'unica spiegazione ragionevole…(Occielo: "ragionevole"…).(Mi pare che confidasse anche nell'aiuto economico di sua madre per raggiungere la cifra richiesta, se non ricordo male, ma ripeto: che differenza c'è fra estorcere i soldi a tua madre o chiederglieli perché ti serve aiuto, se non è per una questione di dignità personale)?Tutti matti, 'sti Pavesi…

  5. Ahahah! Dovresti scriverci un post: è una storia di follia fantastica!  Chissà se sarebbe arrivato al punto di auto-tagliarsi un pezzo d'orecchio da auto-mandarsi a casa???Scusa, questo è il mio lato macabro che balza fuori…

  6. Non so cosa volesse farne delle sue orecchie, ma ricordo che aveva deciso di stare senza cibo e acqua (se non in minimissime quantità) per tutto il tempo del falso sequestro, in modo da rendere più credibile la vicenda una volta liberato :-S

  7. Eh, speriamo che il miracolo si ripeta :PDi quei giorni di un anno fa ricordo tanta tristezza, molta preoccupazione, grande tensione, catalessi davanti alle immagini in tv, stupore e anche giorni e giorni senza aprire libro… in un anno sono cambiate tante cose, speriamo però che ora molte altre cose comincino seriamente, la ricostruzione per esempio, il ripristino delle vecchie consuetudini, una vita più serena in una città dove non c'è più niente per l'intrattenimento, che pure serve, un sistema d'affitti più controllato, un'economia più solida. E' l'anno decisivo, non si torna indietro, ora o mai più.Daniele

  8. Daniele, mamma mia, sì… mi chiedo davvero quand'è che L'Aquila riuscirà a tornare alla normalità, io immagino ci vorranno anni…Artemisia, grazie a voi! Davvero!Redazione di Cucina Italiana: ossignur… :-PIo sono una fan sfegatata della focaccia, ma per l'appunto è molto meglio che mi tenga lontana dai fornelli per non rovinare il mio piatto preferito :-D(No, in realtà non cucino male, a ben vedere! Ma comunque… ;-)

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