Enrico e Cunegonda: campane a festa per gli sposi

Loro due si amavano: di un amore profondo, affettuoso, sincero.
Mi obietterete che non è mica una cosa strana, e in linea di massima avrete anche ragione; ma nel loro caso specifico, credetemi: era strana forte. Si erano conosciuti nel 998 e quando s’erano conosciuti erano già promessi sposi, destinati a un matrimonio che era stato organizzato per ragioni di interesse.
Lui era Enrico IV, duca di Baviera: di lì a pochi anni, sarebbe diventato Imperatore.
Lei era Cunegonda del Lussemburgo, diretta discendente di Carlo Magno.

Nel giorno delle loro nozze, Enrico e Cunegonda s’erano guardati negli occhi.
E, contro ogni ragionevole aspettativa, avevano scoperto di piacersi un sacco.

Erano entrambi molto giovani: lei aveva appena vent’anni; lui non raggiungeva la trentina. Erano belli, energici, affiatati: si amavano teneramente e scoprirono di lì a poco di non poter più fare a meno l’uno dell’altra. Cunegonda, purtroppo, era gravata da un enorme peso: dopo alcuni anni di matrimonio, apparve evidente a tutti che non sarebbe mai stata in grado di dare un erede a suo marito. A Enrico, a quel punto, non restava che ripudiarla: una pratica perfettamente lecita, per diritto dell’epoca… e, a quel punto, anche un passo indispensabile per garantire una discendenza (e quindi una stabilità politica) al regno più importante del mondo.
Enrico non ci pensò neanche lontanamente e restò vicino a Cunegonda amandola così com’era: con i suoi pregi che l’avevano conquistato.. e con la sua malattia, che non l’avrebbe di certo allontanato. I due sposi vissero assieme per più di venticinque anni, fino al giorno della morte di lui, nel luglio 1024. Dodici mesi più tardi, con una solenne cerimonia, Cunegonda si spogliava degli abiti imperiali e indossava quelli di monaca: morì del 1039.

Enrico e Cunegonda – ve l’ho già detto – si amavano sinceramente. E io ho sempre trovato dolcissimo un aneddoto circa la vita di questa santa coppia: a dar retta alla leggenda, correva l’anno 1007 e i due sposi si trovavano a Bamberga.
Bamberga, città di recenti origini, era appena diventata sede di una diocesi: l’imperatore Enrico, per incoraggiare la conversione delle genti che abitavano in quelle terre, vi aveva fatto costruire una grande cattedrale. L’opera era finalmente terminata e la cattedrale era pronta per accogliere i due benefattori: ogni singola pietra, ogni singola vetrata della chiesa, avrebbe dovuto portare onore alla regale e santa coppia.
Nello specifico, ai due sovrani in visita fu spiegato che due delle campane del campanile erano state fuse in loro onore. La prima, dal suono più acuto e squillante, simboleggiava la bella Cunegonda. La seconda, dal suono più profondo e più solenne, stava a rappresentare il potente Imperatore. E la cattedrale di Bamberga si riempì improvvisamente delle note delle due campane, che venivano sonate a distesa l’una assieme all’altra – per festeggiare i due sovrani, per rappresentarne la loro unione; per dire loro, solennemente, “grazie”.

Di fronte al campanile, Cunegonda sorrideva. Le sembrava che questa idea fosse geniale, trovava meraviglioso quel momento; lanciò un’occhiata a suo marito… e fu sorpresa nel vederlo un po’ imbronciato.
“Che c’è?”, gli chiese incuriosita.
Lui fece spallucce. “Ma no… niente…”.
Cunegonda inarcò appena le sopracciglia, e gli sorrise. “Dai, ti conosco. Cosa c’è?”.
Enrico si guardò attorno, per essere certo che il vescovo di Bamberga non potesse sentirlo. “È solo… non mi piace per niente, il suono della mia campana!”, sussurrò.
Cunegonda gli lanciò un’occhiata, un po’ perplessa. “E perché no? È una campana molto potente!”.
Appunto”, mormorò Enrico. “Fin troppo. Sembra una campana da morto, mi ricorda quelle dei funerali…”.
Cunegonda scoppiò a ridere, lanciandogli uno scappellotto. Ma subito dopo tese l’orecchio per ascoltare meglio il suono della campana e dovette convenire: il suono era effettivamente molto cupo, terribilmente stonato rispetto alle altre note cristalline.
“Sai…”, gli disse piano, riflettendo. “Non credo che dipenda dalla tua campana. Normalmente avrebbe un bel suono: credo che sia il contrasto con la mia, che è molto più squillante, a farla sembrare così… lugubre”.
Enrico sospirò: “sì, potrebbe essere. E va beh”, aggiunse con molta filosofia: “sopporterò stoicamente. E la tua campana, comunque, ha un suono bellissimo”.
Cunegonda gli sorrise; e poi si sfilò la fede, stringendola nella sua mano destra. Socchiuse gli occhi, prese la mira, e scagliò l’anello davanti a sè, facendolo sbattere proprio contro la sua campana. “Poi lo vado a recuperare”, aggiunse molto velocemente, allo sguardo sconcertato di suo marito.

Enrico la fissò come se fosse una pazza; Cunegonda, invece, attese con un sorriso.
Di lì a pochi secondi, il batacchio della sua campana urtò di nuovo la parete interna, facendola suonare. Ma il sottile bronzo della campana, ammaccato dall’anello che Cunegonda ci aveva lanciato sopra, restituì stavolta una nota assai più grave, molto meno squillante e leggera. Nel silenzio che ne seguì, la campana di Enrico risuonò potente, più armonica ed intonata rispetto a quella di sua moglie.
Cunegonda sorrise a suo marito, prendendogli la mano. “Adesso che sono diventate una bella coppia di campane”, sussurrò con un sorriso soddisfatto.

****

Ancor oggi, la diocesi di Bamberga ricorda questo episodio consumando tradizionalmente il 3 di marzo – nella festa di santa Cunegonda – degli speciali dolcetti chiamati Kunigundenringe (anelli di Cunegonda). Io non li ho mai preparati, ma ho tratto dalla ricetta dal libro Cooking with the Saints. Se qualcuno ci si cimenta, ditemi cosa ne esce!

Ingredienti:
45 gr. di zucchero;
200 ml. di latte tiepido;
30 gr. di lievito di birra;
500 gr. di farina;
20 gr. di sale;
1 uovo a temperatura ambiente;
250 gr. di burro

Procedimento:
Fate sciogliere 20 grammi di zucchero nel latte tiepido; poi aggiungete anche il lievito, e mescolate. Lasciate riposare per dieci minuti, o comunque fino a quando il composto non risulterà abbastanza vaporoso.
A questo punto, aggiungete al composto un uovo sbattuto; in una ciotola a parte, nel frattempo, avrete già mescolato la farina, il sale, e lo zucchero rimanente.
Unite i due composti e mescolate a lungo, finché non saranno ben amalgamati: l’impasto dovrebbe risultare soffice, e non appiccicoso. Per raggiungere la giusta consistenza, potrebbe essere necessario aggiungere un po’ di latte o un po’ di farina.
Impastate per cinque minuti, per ottenere un composto elastico ed omogeneo. Copritelo con un telo e lasciatelo lievitare per mezz’ora, fino a quando non raddoppierà di dimensioni; dopodiché, lasciatelo a raffreddare in frigorifero per un’ora.

Per la seconda parte della ricetta, è fondamentale che il burro e l’impasto siano entrambe freddi, e alla medesima temperatura. Il burro non dev’essere troppo duro.
Stendete la pasta appena tolta dal frigorifero: dovrà risultarne una forma rettangolare, spessa all’incirca quattro millimetri. Ora immaginate che il vostro rettangolo di pasta sia diviso in tre sezioni verticali: nella prima zona, mettete del burro tagliato a pezzetti; successivamente, piegate la pasta su se stessa, in modo che la seconda sezione ricopra quella già imburrata. La terza area andrà arrotolata attorno alla parte già ricoperta.
Schiacciate leggermente, facendo attenzione che il burro non fuoriesca dai lati; poi stendete la pasta fino ad ottenere un altro rettangolo, e ripetete il procedimento di cui sopra. La pasta deve essere stesa e imburrata per un totale di quattro volte: poi, mettere il tutto a riposare in frigorifero, per mezz’ora.

Per preparare le ciambelle, stendete la pasta fino a un spessore di 5-6 millimetri: potete ritagliare gli anelli direttamente dalla pasta e farli cuocere in forno, come per un normale biscotto.
In alternativa, stendete la pasta in lunghe strisce di 45 centimetri l’una, spesse circa 8 centimetri, e richiudetele fino a formare delle ciambelle. Se volete, potete spennellare la ciambelle con un composto di latte e tuorli d’uovo (in uguali quantità). Lasciate riposare la ciambella in un luogo caldo per circa venti minuti, fino a farla raddoppiare di volume; nel frattempo, avete riscaldato il forno a 220° gradi. Infornate le ciambelle e fatele cuocere per 10-15 minuti, fino a quando la superficie diventerà dorata.

Anelli di Cunegonda

12 risposte a "Enrico e Cunegonda: campane a festa per gli sposi"

  1. utente anonimo

    Grazie ^_^E' un bellissimo regalo e arriva in un momento di isteria, perciò è più gradito ;-)Mi ha fatto tanto piacere leggere la tua storia bellissima, la farò sicuramente leggere anche al mio futuro marito. Davvero grazie per il tuo augurio dolcissimo.E sicuramente farò anche gli anelli di Cunegonda ^_^Aerie

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  2. Lucyette

    Antaress, in effetti anche io l'ho trovata una storia molto bella… e con un bel significato, soprattutto :-)Chissà se esistono, dei libri sulle coppie di Santi sposi? (Beh, esisteranno di sicuro…). In effetti sarebbe un regalo di nozze carino, io trovo, come alternativa al Cantico dei Cantici che in genere regalano a tutti gli sposi… :-)Aerie: tanti, tanti, tantissimi auguroni di cuore! Un abbraccio forte!E quanto agli anelli di Cunegonda… sììì, poi, fammi sapere: son curiosa! 😀 Io non li ho mai fatti, a dire il vero; nego qualsiasi responsabilità per eventuali intossicazioni alimentari, avvelenamenti, e simili… ;-PAncora auguri! Ti e vi penserò, nel giorno delle nozze :-)Stella: beh, certe storie sono così carine che meritano d'esser raccontate… :-)Pythia, ciao e grazie per la visita! :-)Per una amica "telematica", bisogna pur adattarsi con telematici regali… 😉

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  3. utente anonimo

    Molto meglio del cantico dei cantici di cui ricordo questo passo illuminante che molto fa capire su come intendevano la bellezza gli antichi :PLe tue chiome sono un gregge di capre,che scendono dalle pendici del GàlaadI tuoi denti come un gregge di pecore tosate,che risalgono dal bagno;tutte procedono appaiate,e nessuna è senza compagna.Praticamente è bella perchè c'ha tutti i denti che sembrano pecore tosate XD wowAuguroni!!Daniele

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  4. Pingback: Santa Cunegonda aiutami tu ;-) « Ali d'argento

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    1. Lucia

      Ma certo! 🙂
      Non l’ho nominato oggi, mentre ri-linkavo questo post su Facebook, solo perché la sua memoria cade a luglio, oggi si festeggia solo Cunegonda sola soletta.
      Ma… certamente, sì! Sant’Enrico, eccome 🙂

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