Una torre fatta di burro

Come dicevamo ieri, la dura dieta dei giorni di Quaresima non si risolveva semplicemente in “astinenza dalle carni”, un tempo. Rientravano nel novero degli alimenti proibiti tutti quei cibi che, in vario modo, derivavano da una qualche carne. Ovverosia: niente latte (deriva dalla mucca); niente uova (deriva dalla gallina), niente grasso (deriva dal maiale)… e così via dicendo. I vegani del giorno d’oggi potrebbero trarre inaspettata ispirazione dai ricettari di cucina quaresimale del Medio Evo: sostanzialmente, il regime alimentare era di fatto identico.

Sorgeva però un piccolissimo problema.

Un conto, è essere vegani nel 2000: se hai voglia di bere il latte di soia, scendi al supermercato e ti compri il latte di soia. Tutt’altra cosa, era esser vegani nell’anno mille: se hai voglia di bere latte ma non puoi bere quello di vacca, non è così automatico riuscire a procurarsi un sostituto.
Era un problema – concreto – per tutta la popolazione; e, ovviamente, la Chiesa medievale, essendo composta da gente saggia e ragionevole, aveva scelto di non ignorare i disagi dei fedeli.
La posizione della Chiesa, in merito, si era assestata su queste linee: sappiamo tutti che questi alimenti sarebbero proibiti – e, chi può, si adegui a questo precetto. Ma se proprio non puoi, e l’alternativa è morir di fame, mangia tutto quello che vuoi e vai con Dio! Provvederai, al limite, con qualche altra forma di mortificazione.
In fondo, è lo stesso ragionamento che si fa ancor oggi relativamente al consumo di carne nei venerdì non-quaresimali: o no?

Ebbene: eccezion fatta per la carne, che era vietata punto e basta, era dunque possibile, in Quaresima, reintrodurre nel proprio menù degli alimenti teoricamente “proibiti”, se se ne sentiva l’esigenza.
L’esigenza era particolarmente sentita nei Paesi del Nord Europa, per quanto riguardava il burro. Ché qui in Italia abbiamo ottimo e abbondante olio d’oliva, e non abbiamo alcun problema a usare quello per cucinare; ma, man mano che si sale verso Nord, l’olio comincia a diventare costoso ed introvabile.
E quindi, nel Medio Evo, capitava che, nel Nord Europa, ci fossero intere città – intere regioni addirittura – che si avvalevano di questa possibilità: reintrodurre cioè il burro nella dieta, in cambio di una qualche altra penitenza.

E a ‘sto punto, tanto valeva mettersi d’accordo per una penitenza collettiva.

Gli abitanti di Rouen, quantomeno, dovettero avere questa pensata. E, a inizio Cinquecento, pensarono bene di… auto-tassarsi: l’elemosina potrà ben valere come penitenza alternativa – o no?
E così, si diede il via all’elemosina di massa: ogni cittadino della città diede in beneficenza sei denari, dopodiché tornò a casa sua a mangiare quello che aveva.
Alla fine della Quaresima, il Vescovo di Rouen aveva fra le mani un bel po’ di soldini. Come impiegarli?, si domandò un po’ ansiosamente.

Poi diede un’occhiata al cantiere della cattedrale di Rouen, che proprio in quegli anni era in via di rifacimento…
…e sorride, fra sé e sé.

Una belle più belle torri della chiesa cattedrale fu eretta – a quanto pare – solo ed esclusivamente grazie alle elemosine che i cittadini avevano fatto lungo la Quaresima.
E – siete liberi di non crederci, ma invece è proprio così – ancor oggi si chiama (ma proprio ufficialmente, eh!) la “Torre di Burro”.
Per davvero.
Perché, in fin dei conti, è stato il burro a farla nascere.

Thomas Colman Dibdin, “The Butter Tower of the Cathedral at Rouen”, 1879

11 pensieri riguardo “Una torre fatta di burro

    1. Beh, in effetti mi sembra il modo più immediato (e più utile, soprattutto!) per “rimediare” a una “mancanza” involontaria, per così dire… :-)

  1. Te capì ‘sto vescovo… ;)
    Bella la torre, ma non poteva comprare dell’olio d’oliva?
    No, vero, perché sapeva che il racconto non sarebbe stato così bello com’è adesso.
    Davvero interessante, grazie!

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