Pavia · Personale

“Vedrai, ti troverai benissimo a Pavia!”.

“Scusi…? Signorina? Mi scusi?”.
Mi giro e me la trovo lì davanti, questa ragazzotta con gli occhi azzurri che mi fissano sgranati. Ha un’aria incredibilmente piccola e smarrita. “Scusi…”, pigola. “Stavo cercando… ehm… l’aula L1?”.
Le lancio un’occhiata, socchiudo gli occhi, faccio due più due, e poi sorrido. “Info-Day?”.
Gli occhioni spauriti sembrano illuminarsi un poco. “Sì!, santo cielo, temo di essermi persa e non…”.
“Tranquilla, è qui vicino”, e le sorrido ancora. “Vieni, ti accompagno io…”.

Dicesi “Info-Day”, altrimenti noto come “Vivi un giorno da matricola!”, un’iniziativa per cui l’Università di Pavia apre le sue porte agli studenti del liceo. I futuri maturandi hanno la possibilità di “vivere” per un giorno una “vita universitaria” – lezioni, mensa, biblioteche, e così via dicendo – per vedere meglio com’è questo Ateneo, e per capire se è veramente il caso di immatricolarsi.
Quando c’ero io, fra i futuri maturandi che dovevano frequentare una lezione universitaria, ci era stata offerta la possibilità di scegliere fra due seminari: uno era una conferenza sulla biochimica del bacio; l’altro era un corso di paleografia incentrato sullo studio del testamento di una vecchia suora altomedievale.
Chissà perché, ma la biochimica del bacio ha “tirato” più della suora moribonda, col risultato che mi son trovata sola in un’aula vuota a parlare di suore agonizzanti con un professore sconosciuto. C’era questo professore con questo testamento in mano, poi c’ero io che non ci capivo un accidentaccio di niente, e ricordo quelle due ore di “Info-Day” come le due ore più imbarazzanti e ansiogene della mia intera permanenza in Terra.

Vabbeh.

“Ecco, vedi? L’aula L1 è proprio qui – in effetti non è facilissimo orientarsi qui dentro, all’inizio anch’io mi perdevo sistematicamente”.
“Oh… grazie”, fa la ragazzina spaurita.
“Se poi devi andare in sede centrale, allora sappi che, lì, perdersi è ancor più facile, ma entrando dall’ingresso principale c’è un punto informazioni a cui puoi rivolgerti, per qualunque cosa”.
Grazie!”, ripete lei, lanciando occhiate nervose alla porta dell’aula. “È che io vengo da fuori, non sono mai stata a Pavia, mi sarò già persa almeno una decina di volte, e…”.
“Oh! Anch’io sono una fuorisede! Da dove vieni, tu?”.

La ragazza frequenta l’ultimo anno di un liceo classico di Torino. È venuta a visitare Pavia perché sta valutando di immatricolarsi qui; le piacerebbe forse studiare Storia. E probabilmente, questa sera, quando tutto questo caos sarà finito, ripenserà a quella sconosciuta di stamattina e si domanderà che problemi avesse, ché fino a un secondo prima sembrava ‘na tizia normale e poi improvvisamente è quasi scoppiata a piangerle in faccia. Domani tornerà a Torino e commenterà coi suoi amici: “certo però che son tutti pazzi, questi Pavesi…”.

“Maledette allergie”, borbottavo (con scarsa efficacia) asciugandomi gli occhi lucidi. “E comunque, vedrai: ti troverai benissimo a Pavia”.

Lei non poteva saperlo; ma ieri, per me, è ufficialmente cominciata la penultima settimana di lezioni della mia vita.

16 thoughts on ““Vedrai, ti troverai benissimo a Pavia!”.

    1. Auhm. No.
      A parte il fatto che no, letteralmente qui non c’è proprio, anzi il mio corso di laurea va a esaurimento per carenza di iscritti e noi del mio anno (quattro gatti) saremo gli ultimi a laurearci… a parte quello, sai?, non so nemmeno se mi converrebbe tanto. Rispetto ad altri corsi di laurea umanistici, col mio hai effettivamente qualche speranza di trovar lavoro anche in ambito non accademico (crisi permettendo), quindi non so nemmeno fino a che punto mi converrebbe “sprecare” tre anni a fare il dottorato (sapendo che comunque le possibilità di restare un università come professore a tutti gli effetti sono, come dire, molto scarse :-P).
      Per carità: sarebbe una bellissima esperienza e tutto quanto, ma allo stato delle cose penso che sia molto più conveniente cominciare fin da subito a cercare un lavoro “pratico”, al di fuori delle aule universitarie.

      Comunque il problema non si pone, ché (qui a Pavia) sta letteralmente chiudendo il corso di laurea, altro che dottorati in Archivistica… :-D

    1. Grazie, per la grafica! Un omaggio alla mia passione per gli orsacchiotti… :-P

      Per il racconto… uhm, sì: in effetti lo capisce bene solo chi legge il mio blog continuativamente dal 2007. Il senso è che, nel 2007, “ero io” quella matricola spaesata :-)

      1. anche io (se non si fosse notato) adoro gli ossarcchiotti (specialmente i bianchi) baci… ho capito adesso il nesso tra le cose, grazie ;)

    1. Qualche giorno fa leggevo il tuo post sulle “ultime volte” che magari passano anche inosservate, durante “quell’ultima volta” non ti rendi conto che è stata davvero “l’ultima volta” che l’hai fatto…
      …mamma mia, quant’è vero!
      Mi sa che in questo periodo ci sentiamo un po’ allo stesso modo :-)

      (E sappi che, proprio per questa ragione, penso tanto a tua figlia, e con tanta simpatia e solidarietà, e le auguro un enorme in bocca al lupo!)

      1. :-)
        Poi la figliola rimane comunque a casa con voi, o deve andare anche lei a studiare fuori città? (Non so se ne avevi parlato, ma nel caso me lo son perso!)

    1. Come dicevo sopra a Dabo… no :-(

      Ma sai, per me non è tanto il fatto di prendere la laurea e poi smettere di studiare; quello forse mi spaventerebbe un po’, ma non così tanto. Il mio problema è che sono arrivata a Pavia per studiare quando avevo diciannove anni: è passato tanto tempo da quel giorno, mi sono affezionata alla città e alla mia casa, mi sento legatissima a Pavia anche perché è la città in cui “sono diventata grande” – sono arrivata qui che ero una liceale e me ne vado che sono praticamente adulta, sono stati anni estramente significativi.
      Quasi sicuramente dopo la laurea tornerò a Torino, e sono contentissima di riavvicinarmi a casa e sotto un certo punto di vista non vedo l’ora; ma sotto un altro punto di vista mi piange il cuore al pensare di dover lasciare per sempre questa città che vuol dire così tanto, per me. Lo sto proprio vivendo come un piccolo lutto (e forse in un certo senso lo è davvero).

      Ricordo che quando avevo appena finito il liceo e stavo preparando gli scatoloni da portare a Pavia ero una creaturina terrorizzata a cui venivano gli occhi lucidi per qualunque cosa, quindi direi che è tutto nella norma ;-)

      1. Per quanto riguarda il dottorato sono d’accordo con te ed è davvero meglio trovare un lavoro subito.
        Dopo decenni ho ancora nostalgia di tutti i luoghi dove ho studiato, Gengenbach, Freiburg e Heidelberg. Gli amici, le cene insieme, insomma tanti bei ricordi che rimangono. :-)
        Ti faccio un enorme “in bocca al lupo” per tutto! :D E una preghiera! *_*

      2. …grazie mille, di cuore, però tu adesso devi anche darmi una mano a capire coma mai conosco Gegenbach.
        Perché il nome di Gegenbach mi dice qualcosa? Cosa c’è, di famoso, a Gegenbach?
        Ho dato un’occhiata su Wikipedia e la cosa non mi ha aiutata per niente, quindi com’è che conosco il nome di ‘sta cittadina? Ha qualcosa di particolarmente famoso? Aiuto! E’ da mezz’oretta che mi ci danno sopra! :-S

  1. Però prima di andartene devi spiegarmi questa cosa di Pavia. Un milanese (dico: un milanese!) mi ha detto: “Io non ci vivrei mai, per via della nebbia tremenda!” (Mio stupore perchè pensavo che comunque Milano…)
    Ecco, allora sommando quello che dicevi sulla follia unica dei Pavesi, non è che è frutto di una sovraesposizione alla nebbia?

    1. :-S
      Guarda, anch’io pensavo che la nebbia (e le zanzare) di Pavia fossero un cliché, o almeno un’esagerazione… invece, ti dico solo che i primi tempi mi alzavo al mattino e mi mettevo a SCATTARE FOTO ALLA NEBBIA da far vedere ai miei parenti a Torino, perché altrimenti non ci credevano. Vabbeh che io non faccio testo perché ho la casa proprio su un corso d’acqua, ma ti giuro che alcune mattine, uscendo di casa, non riesco a vedere i cassonetti dall’altra parte della strada. Ma per davvero, eh!
      Sulle zanzare si potrebbe aprire un capitolo a parte, perché anche quelle sono un fenomeno che non credevo possibile in natura (cioè… forse nella foresta pluviale, non so… :-D)

      Scherzi a parte, io davvero mi stupisco di come abbia potuto svilupparsi una città così fiorente, addirittura la capitale del regno longobardo, in un posto con un clima simile. Davvero dovevano essere in balia della malaria e del gelo umido in inverno, ‘sti poracci. Mi dirai “ebbeh, ma avevano la comodità di avere un corso d’acqua vicino alla città”, non metto in dubbio – ma pure a Torino abbiamo il Po, ma un clima simile non ce lo sognamo nemmeno nei nostri peggiori incubi… O_o

  2. Inutile dire che io avrei pfrequentato con te la lezione di paleografia! XDDDD
    Da noi queste giornate non ci sono, ma i maturandi/appena maturati che girano per le uni cercando informazioni sperduti e impauriti si riconoscono a mille kilometri di distanza e sono tenerisismi! *_* Mi ricordano i vecchi tempi in cui anche io ero come loro! XD

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