Di come, per rimanere incinta, tocca chiedere aiuto all’archivista parrocchiale

Avete presente ClearBlue? I test di ovulazione? Gli specialisti in fertilità da cui vai a farti visitare quando è da un po’ di tempo che cerchi un figlio, ma di gravidanze neanche l’ombra?
Apparentemente, non si direbbe che tutto ciò abbia una grande attinenza con gli archivi ecclesiastici. E se invece vi dicessi, signori e signore, che la base di queste conoscenze mediche risiede in uno studio che è stato portato avanti… dagli archivisti parrocchiali?
Incredibile ma vero.

La notizia è stata “divulgata” al grande pubblico da una certa Jean Twenge, giornalista dell’Atlantic. In un articolo divenuto virale quest’estate, e criticando quei titoloni allarmistici tipo “trent’anni e sei senza figli? Ormai sei senza speranze”, Twenge commentava queste statistiche sottolineando che

solo raramente ne viene menzionata la fonte: registri di nascite francesi compresi fra il 1670 e il 1830. […] In altre parole, diciamo a migliaia di donne in quale momento devono rimanere incinte, basandoci su statistiche che risalgono a un’epoca in cui non esistevano la corrente elettrica, gli antibiotici, o i trattamenti per la fertilità.

Fondamentalmente, la giornalista dell’Atlantic ce l’aveva coi colleghi che seminano il panico nelle donne in carriera, ma evidentemente non è di questo che ho intenzione di parlar oggi. Mi incuriosisce semmai la faccenda dei registri francesi del ‘600 – cosa che in effetti ha incuriosito anche la storica Liedl, che è andata a cercarsi lo studio citato… e ha scoperto che, ohibò, è tutto vero!

Lo “studio” incriminato è un articolo di Henri Leridon, uscito nel 2004 sul volume 19 di Human Reproduction con il titolo Can assisted reproduction technology compensate for the natural decline in fertility with age? A model assessment. L’assunto da cui si parte è che la fertilità femminile diminuisce gradualmente col passar del tempo; quindi, una venticinquenne che cerca di avere un figlio tenderà a rimanere incinta con più facilità (e più in fretta) rispetto a un’aspirante mamma che ha già compiuto i quarant’anni. Lo studio vuol capire se le moderne tecnologie mediche possono in qualche modo “compensare” questa graduale perdita di fertilità – ma per farlo, ovviamente, ha bisogno di confrontare dati. Sì, insomma: in media, quanto tempo ci mette, una donna in salute a rimanere incinta, dal momento in cui inizia ad avere rapporti non protetti?

A questo punto, l’autore del saggio comincia ad avere qualche problema – anche perché, oggigiorno, non è che ci sia tanta tanta gente che ha abitualmente rapporti non protetti.
Certo, le coppie hanno rapporti non protetti quando cercano una gravidanza – ma a quel punto hanno rapporti mirati a una gravidanza, con un’intenzionalità precisa che falsa completamente i dati. No: Leridon ha bisogno di capire qual è il tasso di fertilità femminile “in condizioni normali”, “allo stato di natura” – senza metodi anticoncezionali e senza macchinine capaci di indicarti i tuoi giorni fertili.
E dove si possono reperire dati riferiti a un tale “stato di natura”?
Ma negli archivi parrocchiali d’Ancien Régime, naturalmente!

Prendetemi per scema, ma è così. Secondo Leridon, “si può affermare che, all’epoca, non esistessero metodi per il controllo delle nascite, o che, se esistenti, tali metodi fossero scarsamente attendibili”; io ci andrei molto molto cauta prima di fare un’affermazione del genere, ma di questo parleremo dopo. Al contrario di quanto farei io, Leridon parte dal presupposto che le popolazioni d’Ancien Régime vivessero, per così dire, in uno stato di “fertilità naturale”: un uomo e una donna si sposavano, cominciavano ad avere rapporti (ovviamente non protetti perché non esistevano protezioni); andavano avanti così finché la moglie non rimaneva incinta, dopodiché aspettavano nove mesi e facevano battezzare il figlio. Dopo qualche mese di attesa ricominciavano ad avere rapporti, la moglie rimaneva di nuovo incinta, la famiglia tornava dal prete a far battezzare il secondo figlio. E via così, finché la donna rimaneva fertile.
Sì, insomma: una concatenazione di “prima notte di nozze – rapporti – concepimento – parto – altri rapporti – concepimento – ecc”… che ha lasciato traccia di sé nei registri parrocchiali, dove generazioni di curati hanno scrupolosamente annotato matrimoni e battesimi di tutti i loro parrocchiani!

Ecco dunque il nostro medico del 2000 avvalersi dell’aiuto di un archivista, che (alcuni anni addietro, e mosso da un interesse puramente storico)

aveva effettuato una ricerca sulla popolazione francese fra il 1670 e il 1830, basandosi sull’analisi dei registri parrocchiali (prima della Rivoluzione) e delle registrazioni civili (dopo la Rivoluzione). Durante il corso della ricerca, erano stati segnalati tutti gli eventi relativi a nascite e matrimoni in un campione di 378 parrocchie; a partire da questi dati, erano state ricostruite per intero tutte le famiglie residenti in un sotto-campione di 40 parrocchie.

Lo studio sulla fertilità ha analizzato solamente i dati relativi a coppie in cui i due coniugi si erano sposati in età relativamente giovane ed erano rimasti assieme (leggasi: erano sopravvissuti entrambi) fino al cinquantesimo compleanno della moglie. E quindi, il nostro medico ha preso questi dati e si è messo ad analizzare dopo quanti mesi dal matrimonio nasceva il primo figlio della coppia; di quanti mesi era l’intervallo fra le nascite; se le nascite si diradavano man mano col passar degli anni… e, se foste interessati, ne ha tratto le seguenti conclusioni:

le donne che si sposavano all’età di 20±24 anni […] avevano una media di 7.0 figli; il 3,7% era nullipara. Le donne che si sposavano ad un’età di 25±29 avevano in media 5.7 figli, con un 5,0% che restava nulliparo. Le donne che si sposavano a 30±34 avevano una media di 4.0 figli, con un 8,2% di donne nullipare. È stato anche preso in esame l’intervallo di tempo fra il matrimonio e la prima nascita […]: il tasso di nascite raggiungeva il picco massimo nel decimo mese dopo le nozze, con un concepimento a distanza di un mese dal matrimonio […] e tassi di concepimento più alti per le donne che si sposavano ad un’età di 25±29 anni.

E poi, vabbeh, il medico andava avanti con lo studio incrociando questi dati Ancien Régime con quelli relativi alle donne del 2000 che erano in cura per problemi di fertilità, ma questo evidentemente non ci interessa. La cosa che invece fa sorridere è parlare di uno studio medico che – glom! – non avrebbe mai potuto esistere senza l’umile lavoro di un archivista parrocchiale, che infognato in un’angusta stanzetta polverosa aveva passato mesi e mesi della sua vita a trascrivere pazientemente vecchi registri di remote parrocchie del tempo che fu.

***

In realtà, come accennavo, io mi permetto di avanzare alcuni dubbi sui presupposti dello studio. E non sono l’unica: anche la storica dal cui blog è partito tutto avanza forti perplessità di metodo. Di tecniche anticoncezionali ne esistevano anche all’epoca, meno efficaci di quelle attuali ma non del tutto inaffidabili; e non era poi così difficile trovare una mammana in grado di farti abortire (anche se forse le coppie sposate non arrivavano a metodi così estremi, vista la pericolosità di questa pratica). Sostenere che ogni coppia francese vissuta tra il 1670 e il 1830 abbia avuto rapporti sessuali non protetti lungo tutto il corso del matrimonio, pare a molti storici un azzardo tale da far strabuzzare gli occhi… però, vabbeh. Il medico che ha scritto il saggio avrà ben fatto le sue considerazioni; avrà valutato che questi dati erano più utilizzabili di altri.

Del resto, ovviamente, io non son mica qui per criticare la ricerca medica! Io son qui per godermi questo momento galvanizzante di gratificazione personale.

State stringendo nelle vostre braccia quel tenero fantolino che quasi disperavate di veder nascere?
Ebbene: congratulazioni, neo-mamme! Quando penserete con gratitudine a tutto il personale che vi ha accompagnate in questo viaggio, ricordatevi anche di dire mentalmente un “grazie” alla mia categoria.

Ci avreste mai creduto?
Archivisti ecclesiastici in prima linea per la lotta alla sterilità!

16 risposte a "Di come, per rimanere incinta, tocca chiedere aiuto all’archivista parrocchiale"

  1. marinz

    wow … in parte non mi giunge nuova la questione “archivi parrocchiali” perchè, fino ad un certo punto, i riferimenti sulla demografia li si faceva tramite questi archivi … però sta storia delle fertilità… fantastica :o)

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    1. Lucia

      Guarda che gli archivi parrocchiali sono fantastici per raccontarti tutto sulla vita sessuale di sconosciuti morti da secoli 😀
      Io ho maneggiato degli stati d’anime (in pratica, i censimenti di tutte le persone residenti in una parrocchia) che erano fatti benissimo, nel senso che, per ogni componente della famiglia, veniva anche indicata la data di nascita, con giorno, mese e anno. Quindi, in un colpo d’occhio sapevi subito in che mese erano nati i figli; quindi, andando a ritroso, era facile capire in quale mese erano stati concepiti.
      Io, che sono una voyeur bacchettona, mi divertivo come una matta a guardare quanti figli erano stati concepiti durante la Quaresima, periodo in cui all’epoca era normale astenersi dai rapporti sessuali (oltre che da carne ecc.).
      E ho trovato alcune coppie infedeli che sistematicamente se ne infischiavano del precetto, svergonati 😀 😀 😀

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    1. Lucia

      Ah, è nato proprio solo come anticoncezionale?!
      Ero convinta che fosse nato con entrambe le funzioni: cioè, siccome ti indica i tuoi giorni fertili, puoi usarlo sia per evitare rapporti in quei giorni lì, sia per avere rapporti mirati in quei giorni lì quando cerchi una gravidanza.
      …che poi in effetti immagino si possa fare la stessa cosa anche con i vari LadyComp eccetera usandoli “al contrario”, ma ero proprio convinta che Persona fosse nato fin da subito con entrambe gli scopi.
      Oh basta, là! :-O

      Forse mi confondo con un altro aggeggio dal funzionamento simile ma fatto apposta per chi vuole cercare una gravidanza, a ‘sto punto? >.>

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  2. ago86

    Anche io ho forti dubbi sulla validità di un simile studio, ma non per via dei metodi anticoncezionali e abortivi del periodo (del resto il coito interrotto è sempre esistito), ma più che altro per motivi riguardanti la salute e l’igiene del periodo. Una persona del XVIII secolo non può essere paragonata ad una attuale per invecchiamento, per salute e per costituzione, non fosse altro che adesso le morti per parto sono piuttosto poche, e che non si muore più di vaiolo o di altre malattie. Immagino poi che non siano stati considerati i bambini che non sono arrivati al battesimo, perché morti prima.

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    1. Lucia

      Il problema dei bambini morti prima di arrivare al Battesimo e/o delle gravidanze che si concludevano con un aborto spontaneo, se lo sono posto:

      To take into account children dying in the very first days and other possible sources of omissions (Henry and Houdaille, 1973), we assume that ~5% of first births were omitted and have corrected the rate of conception accordingly from 17.5 to
      18.4%. This estimate must be multiplied by ~1.12 to include conceptions ending in fetal deaths which are not registered in this source of data
      “.
      (Il “rate of conception” di 17,5% è riferito al numero di concepimenti avvenuti dopo un mese dalle nozze per le donne in età compresa fra 25 e 29 anni).

      Ovviamente l’altro grosso punto di domanda è proprio sulle condizioni sanitarie dell’epoca: anche io mi son domandata se la fecondità di una donna del ‘600 che viveva in una topaia sia paragonabile a quella di una donna del 2000 che vive in mezzo ai lussi.
      Boh?
      Non ne ho assolutamente idea: a naso direi di no, e che se vivi negli stenti avrai più difficoltà a concepire e/o a portare a termine la gravidanza, ma d’altro canto mi dico: quelli che han fatto questo studio son pur sempre medici. “Ci sta” che sottovalutino l’efficacia delle tecniche anticoncezionali esistenti nel ‘600, perché non sono storici; ma che prendano un abbaglio simile per quando riguarda una questione puramente medica…
      Non so: sembra molto strano anche a me, ma del resto io non sono un medico e loro sì… quindi, parto dal presupposto che in questo campo loro ne sappiano più di me. Boh?

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    1. Lucia

      …ma infatti è una cosa che ha fatto fare tanto d’occhi a tutti gli storici che hanno letto questo studio medico, per quanto ne so.
      Ora, non mi permetto certamente di mettermi a sindacare una ricerca medica stante che sono un’archivista storica, e posso anche ipotizzare che i dati derivanti dagli archivi parrocchiali fossero “il meno peggio” tra quei pochi di cui il medico poteva disporre. Però ecco, una certa perplessità di fondo mi rimane 😐

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