Cose cristiane · Vite di Santi e Beati

“Ma non potevamo semplicemente chiamarli martiri della carità?”. Il motu proprio di Papa Francesco e la nuova via per la canonizzazione

Il motu proprio promulgato ieri da Papa Francesco deve aver destato un po’ di perplessità, vista la quantità di domande che mi sono arrivate nelle ultime ventiquattr’ore.

Per chi non avesse seguito la vicenda, la Maiorem hac dilectionem a firma di Francesco ha introdotto una piccola, grande, svolta nei processi di canonizzazione. Fino ad oggi (anzi, fino a ieri), due erano le strade che potevano condurre un fedele alla gloria degli altari:
a)    il martirio, cioè la morte violenta causata in odio alla fede cattolica;
b)    l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, argomento che avevo già trattato qui (quindi beccatevi il link e passiamo oltre).

Orbene: il motu proprio Maiorem hac dilectionem introduce una terza strada alla santità, da oggi aperta per direttissima anche a tutti “quei cristiani che, seguendo più da vicino le orme e gli insegnamenti del Signore Gesù, hanno offerto volontariamente e liberamente la vita per gli altri ed hanno perseverato fino alla morte in questo proposito”.

Questa “offerta della vita”, evidentemente, deve compiersi con una certa ratio: nello specifico, perché possa esser fatta valere in un processo di canonizzazione, dovrà configurarsi come una accettazione libera e volontaria di morte certa, prematura e a breve termine, cui si deve andare incontro mossi da carità.

Esempi concreti?
Beh: per dirne una, il medico che si offre volontario per assistere i malati affetti da un morbo gravissimo e incurabile, esponendosi al concreto rischio di contagio.
Oppure il classico eroe che nei film urla al criminale “fermo! Prendi me al posto suo!” per liberare il malcapitato che è stato appena preso in ostaggio.

Ça va sans dire, nel processo di canonizzazione verranno anche prese in esame, come di consueto, la fama di santità che dovrà seguire la morte eroica, la presenza di un miracolo operato post mortem dal venerabile, nonché la sua pratica delle virtù cristiane quand’era ancora in vita. Attenzione però: in questo caso, non è strettamente indispensabile che le virtù cristiane siano state praticate in grado eroico. Per chi muore offrendo volontariamente la sua vita – dice Papa Francesco – potrà essere sufficiente una pratica delle virtù cristiane esercitate “in grado ordinario”.
Lo stesso privilegio vale per coloro che vanno incontro a martirio: non necessariamente il martire deve aver praticato in grado eroico tutte le virtù cristiane, perché si ritiene che la donazione piena della propria vita, che ha luogo nel martirio, basti di per sé a cancellare completamente qualsiasi colpa passata, un po’ come un secondo Battesimo.
Vale a dire: puoi anche aver avuto una vita cristiana non totalmente integerrima – ma, se al momento buono, sei disposto ad offrire la tua vita per Cristo, questo basta già di per sé a spalancarti le porte del Paradiso.

‘nsomma, Papa Francesco ha in un certo senso assimilato ai martiri veri e propri questi “martiri della carità” (come li stanno chiamando impropriamente chiamando i giornali). Il che ha scatenato nei miei lettori una ridda domande: sì, ma allora non potevamo assimilarli ai martiri punto e basta? Non si poteva dire che chi rinuncia alla sua vita per un breve più grande diventa automaticamente martire, e tanti saluti?

No, non si poteva. Semmai sarebbe stata forse percorribile la strada inversa, cioè assimilare questi “donatori della propria vita” a coloro che hanno praticato in grado eroico almeno una virtù cristiana (in questo caso la carità). Ma mai e in alcun modo sarebbe stato possibile assimilarli ai martiri “veri”, mancando in questi casi una componente essenziale e ineludibile del martirio cristiano: ovverosia, l’essere uccisi in odium fidei.

Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è affatto, e la necessità di una prova dell’odium fidei come motivo determinante della morte del martire è stata ribadita, in tempi molto recenti, da Papa Benedetto XVI, che, il 24 aprile 2006, dichiarava:

è necessario che affiori direttamente o indirettamente, pur sempre in modo moralmente certo, l’odium fidei del persecutore. Se difetta questo elemento, non si avrà un vero martirio secondo la perenne dottrina teologica e giuridica della Chiesa.

Si potrebbe dire che il martirio non consiste tanto nella morte che si subisce, quanto più nelle ragioni che hanno spinto l’assassino a uccidere: solo dall’esame di questo elemento si può determinare se la morte del cristiano sia veramente martiriale. Insomma, è indispensabile che l’omicida agisca perché spinto da un vero e proprio odio verso la fede cattolica, o, quantomeno, da un odio verso certi atteggiamenti che il fedele pone in essere a causa della sua fede.

Esempio? Sono incinta e rifiuto di abortire un figlio malato, perché una brava cattolica non abortisce i propri figli. Mio marito (non particolarmente anti-cattolico di per sé, ma fortemente determinato a non volere figli disabili), in un attacco di rabbia, dopo l’ennesima discussione, piglia e mi ammazza di botte, possibilmente urlando cose tipo “maledizione a quei preti che ti hanno messo certe idee in testa!” (e cioè tracciando egli stesso un collegamento tra il mio comportamento e la mia fede).
La mia morte non è causata da un odio alla fede in sé e per sé (non è che il mio assassino si sia irritato dopo un dibattito sulla transustanziazione): semmai è causata dall’odio verso il modo in cui la mia fede mi induce a vivere – il che è comunque giudicato assimilabile al martirio. In ogni caso, sono stata uccisa a causa della mia volontà di seguire Cristo.

Ma il buon cristiano che si fa avanti e dice “ok, in questa situazione c’è bisogno di qualcuno che si immoli per la causa, e mi offro volontario io perché mi sento pronto a donare la mia vita per il bene comune?”.
Atto lodevolissimo e fortemente cristiano, ma non martirio in senso stretto. Lo spiega molto chiaramente il manuale di studio sulle Cause dei Santi composto dalla competente Congregazione, laddove si legge che

anche se altamente nobile, la carità non può essere l’unico e sufficiente motivo per far diventare un cristiano martire nel verso senso della parola. Perché si possa parlare di vero martirio, la Chiesa insiste sulla necessità che il motivo della sua persecuzione e della sua morte da parte del persecutore sia l’odium fidei. Solo così il martire potrà diventare veramente simile a Cristo, cioè sua perfetta realizzazione, perché Gesù Cristo è stato messo a morte non in odio della carità che faceva, ma in odio al suo messaggio.

Quindi, no: questi “martiri della carità” non avrebbero potuto essere in alcun modo assimilati ai martiri tout court. Anzi, il termine stesso di “martiri della carità”, che stamattina invade le prime pagine dei giornali ma che purtroppo ha già contaminato da tempo i bollettini parrocchiali e il linguaggio chiesastico, induce i fedeli alla confusione e all’errore: coloro che muoiono offrendo la loro vita per il bene del prossimo sono degli “eroi”, dei “testimoni della fede”… ma NON dei martiri.
Semmai possono essere considerati dei “bravissimi cristiani molto altruisti”, toh: io li definirei senza problemi individui che, tra tutte le virtù evangeliche, hanno messo in pratica con un particolare grado di eroismo quella dell’amore per il prossimo.

La strada scelta da Papa Francesco è ancora diversa e va dritta al punto, istituendo una terza fattispecie per la canonizzazione dotata di un suo specifico iter processuale, che presumibilmente sveltirà le procedure e abbrevierà i tempi tecnici di attesa. Scrive infatti Papa Francesco:

È certo che l’eroica offerta della vita, suggerita e sostenuta dalla carità, […] è meritevole di quella ammirazione che la comunità dei fedeli è solita riservare a coloro che volontariamente hanno accettato il martirio di sangue o hanno esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

Insomma: è in arrivo per noi un vasto campionario di “eroi della carità”, capaci di commuoverci ed edificarci con il loro estremo sacrificio altruistico e disinteressato?

Sì, con ogni probabilità. E io già affilo la mia penna (spuntata) per scrivere di loro.

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