Sessismo, morte e mercificazione del corpo femminile: la brutta storia vera dietro il tutù delle ballerine

Un libro favoloso, unico nel suo genere e pieno di immagini, che consiglio spassionatamente a tutti voi e a tutti i fortunati a cui potreste voler fare un regalo originale , è quel gioiellino di Fashion Victims pubblicato dall’editrice Bloomsbury.

Le Victims del caso non sono le spendaccione con l’armadio inutilmente pieno e il conto in banca desolatamente vuoto. No: sono letterali vittime della moda – ovverosia individui che, nel corso dei secoli, sono andati incontro a malattie e incidenti causate dai diktat estetici del momento. Per intenderci: avete presente i famosi corsetti delle donne vittoriane, che se indossati malamente potevano creare danni nel lungo periodo? Ecco: nel corso dei secoli, la moda ha riservato questi ed altri scherzi ai malcapitati che hanno avuto la sfortuna di diventare suoi schiavi.

Una delle storie raccontate da Fashion Victims, però, non la immaginavo proprio. Ed è una storia da raccontare!, anche solo per consolarci un po’ pensando che “ogni tempo è paese”. La prossima volta che sentiremo parlare di quella starlet oggetto di velate molestie, di quella top-model il cui corpo viene sessualizzato… beh, consoliamoci: queste carinerie non sono esclusiva dei nostri tempi.

***

Anno del Signore 1661: a Parigi, il Re Sole fonda l’Académie royale de danse. Potremmo dire che quello è l’atto di nascita della danza classica: il balletto come lo conosciamo oggi nasce tra le aule dell’Académie e lentamente comincia a codificarsi, trovando poi il suo periodo di massimo splendore negli anni del Romanticismo. Intorno agli anni ’30 dell’Ottocento, la ballerina di danza classica assume l’aspetto che ha ancor oggi: scarpette a punta, chignon raccolto e, soprattutto, tutù bianco e vaporoso, a sottolineare la sua leggerezza quasi antimaterica.

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Maria Taglioni in “La Sylphide” (1832)

La prima ballerina a esibirsi in un tutù fu l’italiana Maria Taglioni, nel 1832.
Il suo abito di scena, così diverso dai canoni dell’epoca, fece scalpore – e mi verrebbe da dire “inevitabilmente”. Quella vaporosa gonna in tulle, lasciando scoperte le caviglie e i polpacci, appariva agli occhi degli spettatori come qualcosa di incredibilmente audace per l’epoca.

Mi direte che, se il tuo stile di ballo è composto al 70% da saltelli e mosse dei piedi, è pure ragionevole che i tuoi costumi di scena ti aiutino a enfatizzare i tuoi sforzi atletici.
E avreste anche ragione nel dirlo. Nessuno lo nega, per carità.
Il fatto è che, a giudicare dai documenti d’epoca, il tutù guadagnò una così immediata popolarità non tanto perché permetteva agli spettatori di ammirare meglio i virtuosismi della ballerina, ma perché permetteva agli spettatori di guardare impunemente le gambe nude di una donna, cosa che normalmente non accadeva all’epoca (se non dentro ai bordelli).

Sembrerebbe un dettaglio da niente, o tutt’al più un dettaglio da relegare a quella triste serie di brutture deprimenti ma tutto sommato innocue di fronte alle quali sospirare “eh, così va il mondo”.
Ma invece no.
Invece no, perché quando il tutù cominciò a imporsi come abito di scena per eccellenza, i teatri di danza classica cominciarono ad essere funestati da uno stillicidio di morti sul lavoro.

Come scrive l’autrice di di Fashion Victims,

quando l’imperativo di una messa in scena accattivante cominciò a pesare più delle necessità pratiche dei lavoratori, questo fece sì che le gambe delle ballerine venissero improvvisamente esposte non solamente agli avidi occhi degli spettatori, ma anche a quelle che – nei testi d’epoca – sono definite le “leccate” delle lampade a gas,

che improvvisamente smisero di essere fissate sulle pareti e sul soffitto del teatro e cominciarono piuttosto ad essere collocate sul pavimento del palcoscenico, in maniera tale da illuminare la scena dal basso verso l’alto.

Nei teatri, infatti, le luci di scena erano disposte in maniera da illuminare con particolare evidenza le gambe delle ballerine.
La consapevolezza di come le danzatrici fossero oggetto degli sguardi maschili spinse i produttori teatrali e i costumisti ad abbigliare le ballerine con abiti pericolosi per la loro sicurezza, pur di attirare in platea galantuomini facoltosi il cui mecenatismo costituiva un’importante fonte di reddito per le compagnie di danza.

Galantuomini facoltosi che, probabilmente, venivano a teatro non tanto perché amanti dell’arte del balletto quanto più perché attratti da ben altro tipo di divertimento. Peccato che l’atteggiamento indulgente con cui i produttori teatrali guardavano a questo nuovo tipo di clientela abbia finito col mettere in pericolo non solo la dignità delle ballerine classiche, ma anche la loro stessa vita.

A leggere le statistiche e le storie riportate in Fashion Victims, vien da mettersi le mani nei capelli. Bastava un saltello un po’ troppo vicino alle luci di scena, un moto d’aria non previsto e magari causato da una piroetta; bastava una fiammella che si alzava di qualche centimetro di troppo, e che l’infiammabilissimo tutù prendeva fuoco, trasformando la ballerina in una pira vivente.

Sorelle Gale Incendio
1861: al teatro dell’opera di Philadelfia muoiono incenerite sei ballerine in un colpo (!), a causa di un disastroso effetto domino ingeneratosi durante i tentativi di alcune danzatrici di soccorrere le loro colleghe

Che le autorità non siano intervenute immediatamente, di fronte alle cronache da film horror di ballerine che morivano bruciate vive sul palcoscenico nel bel mezzo di una soirée (!)è, in tutta franchezza, abbastanza sconvolgente.
Ancor più sconvolgente è venire a sapere che, quando finalmente le autorità decisero di prendere provvedimenti, le ballerine (e i relativi manager) fecero spallucce, rifiutandosi di ottemperare alle richieste del legislatore.

Nel 1859, infatti, un decreto di Napoleone III bandiva da tutti i teatri d’opera i tutù “vecchio stampo” costruiti con materiali infiammabili, ingiungendo che i costumi di scena fossero cuciti con una specie di tulle ignifugo sviluppato da un certo Jean-Adolphe Carteron.
Sembrerebbe ‘na bella cosa, no?
E invece no: perché il procedimento sviluppato da Carteron aveva un difetto imperdonabile per lo star-system: rendeva il tutte un po’ meno vaporoso. ‘nsomma, lo appiattiva e gli dava pure delle sfumature giallognole, con una resa estetica che lasciava molto a desiderare. Furono ben poche le compagnie disposte ad adottare i nuovi costumi; per il bene della resa scenica, i più grandi teatri cercarono piuttosto escamotage semi-legali per aggirare quel decreto che impediva l’utilizzo dei tutù vecchio stampo.

Ad esempio – con l’ironia tragica che di tanto in tanto la Storia ci riserva -, l’archivio dell’Opéra di Parigi conserva ancor oggi una con cui la ballerina di punta del corpo di ballo dichiarava nel 1860 di essere pienamente consapevole dei rischi derivanti dal continuare a danzare con un tutù di tulle non trattato. Nonostante ciò, dichiarava di essere intenzionata a portare avanti le sue performance con gli abiti di scena che aveva sempre usato, sollevando la produzione da ogni tipo di responsabilità per quella che era una scelta individuale dell’artista (… se, vabbeh. Crediamoci).

Emma Livry (così si chiamava la ballerina che aveva firmato la liberatoria) non era una étoile a caso, bensì la danzatrice più apprezzata di tutto il mondo: l’omologo ottocentesco di un VIP, di una diva del mondo dello spettacolo. E fu solo in virtù della sua fama che la tragica morte di Emma ebbe un’eco diversa rispetto a quella di tante sue colleghe.

Nel novembre 1862, nel corso di una delle ultime prove del balletto che stava per mettere in scena, Emma fece accidentalmente passare il suo tutù sopra la fiamma di una delle lampade a gas che illuminavano il palco. Il risultato lo vedete qui sotto in una eloquente ricostruzione mandata in stampa l’indomani da Le Monde.

Livry Morte

Il tulle sottilissimo prese fuoco e si incenerì nell’arco di pochi secondi. La povera Emma, rendendosi conto di essere rimasta pressoché nuda nel bel mezzo di un teatro pieno di persone, tentò istintivamente di coprire le proprie grazie con uno dei pochi brandelli di stoffa (infuocata) che non si erano ancora distrutti del tutto… ottenendo ovviamente come unico risultato quello di peggiorare la sua situazione e di ustionarsi anche le braccia. Un macchinista tentò di soffocare le fiamme col suo corpo, ma la donna, in preda al panico, si ritrasse terrorizzata da quell’abbraccio (per pudore, assicurarono i testimoni. Pur di non trovarsi nuda tra le braccia di uno sconosciuto, la poveretta preferì attendere con vittoriano aplomb che qualche anima pia reperisse un secchio d’acqua e glielo tirasse addosso).

Il che avvenne, ma avvenne troppo tardi. Quando finalmente le fiamme furono spente, la povera Emma presentava ustioni su oltre il 40% del corpo: uno stato clinico che sarebbe allarmante anche ai giorni nostri, figuriamoci nella Francia del 1861.
Mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale, la povera ragazza recitava a mezza voce quelle che probabilmente credeva sarebbero state le sue ultime preghiere. E invece no: non ebbe nemmeno la ‘consolazione’ di una morte rapida e indolore; dovette affrontare altri otto mesi di agonia prima di morire – finalmente – il 26 luglio 1863.

Immaginate che oggi una tragedia di tali proporzioni colpisca una delle più grandi star di Hollywood (e poi fate le corna, eh).
Verrebbe da pensare che almeno la poveretta non sarebbe morta invano. No?
Che la sua agonia avrebbe almeno smosso gli animi della gente inducendo a imporre con rinnovato vigore quelle norme di sicurezza che già esistevano ma che venivano disattese. No?

Ecco, appunto: no.
Dopo il tragico incidente di Emma Livry, l’unico significativo passo avanti in termini di sicurezza sul lavoro fu il diffondersi dell’abitudine di tenere qualche secchio d’acqua dietro le quinte, casomai altre ballerine avessero dovuto trasformarsi di punto in bianco in pire umane. Ma nulla più. All’indomani della tragedia, mentre la povera Emma si contorceva in una atroce e lenta agonia, la sua manager, interrogata dai giornalisti sul perché la ballerina avesse rifiutato i tutù ignifughi, dichiarava alla stampa: “è vero, quei tutù sono meno pericolosi, come giustamente sottolineate. Ma vi posso dire che, se calcassi ancora le scene come ballerina, io non prenderei nemmeno in considerazione l’idea di indossarli. Sono così brutti”.

8 risposte a "Sessismo, morte e mercificazione del corpo femminile: la brutta storia vera dietro il tutù delle ballerine"

  1. lopsicotaccuino

    E dire che – ad oggi – viene definito maschilista chi tenta di “coprire” le donne. Svestirsi, invece, è considerato un vero atto di femminismo. Dovremmo renderci conto che tutti gli -ismi passano da una sola considerazione: considerare il corpo come un oggetto al servizio del denaro o del potere.

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  2. Biancamaria Rizzoli

    Deliziosi i tuoi articoli. Mi interesso di storia della moda e a proposito di fashion victim mi fai venire in mente che – oltre al tutù, anche la crinolina era molto pericolosa: si poteva restare impigliate nelle ruote dei carri o rovesciare candele e morire carbonizzate. Il peggiore di questi episodi accadde a Santiago del Cile dove un incendio scoppiato in una chiesa si risolse in una strage a causa delle crinoline che, rimaste incastrate tra le porte, impedirono alla gente di scappare dall’edificio.

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  3. Laurie

    ma che storia terribile! avevo letto la storia del tutù, ma senza questi aspetti, in un romanzo (“la bambinaia francese” di Bianca Pitzorno) ma mai e poi mai avrei immaginato questi risvolti… mi crolla un mito e mi fa un’infinita tristezza pensare che per i soldi, il successo, il poter conservare un lavoro etc.etc. si possa dover subire un rischio tale, magari sotto costrizione. so che cose simili succedono anche oggi purtroppo ma mi fa sempre tanta tristezza 😦

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