Il gatto come simbolo dell’ipocrisia di certi cristiani

Lo sapete che esiste una roba curiosa che potremmo definire “corpus esopico di matrice cristiana”?

“Corpus esopico”, ovviamente, è facile a capirsi: stiamo parlando di una raccolta di favole attribuite al famoso autore e/o ispirate al suo stile.
Quello che semmai può lasciar perplessi è la “matrice cristiana”, che tuttavia entra in scena nel momento in cui gli autori del Medioevo sentono l’esigenza di ammodernare quelle vecchie favole per renderne più attuali gli insegnamenti.

La favolistica animale di matrice cristiana nasce e si diffonde nel XIII secolo, registrando un successo che va di pari passo con quello della predicazione mendicante. Nei sermoni che i predicatori rivolgevano al popolino, la fiaba risultava particolarmente adatta a unire l’elemento ludico e distensivo con quello più serio dell’insegnamento morale. Inoltre: mettendo in scena protagonisti animali, la favola regalava al predicatore un bonus preziosissimo – quello cioè di poter dire, figurativamente, ciò che non sarebbe stato possibile dire in modo esplicito. Se criticare apertamente il re può avere come esito la decapitazione, meno incauto è criticare un personaggio animale che, non essendo umano, chiaramente non può in alcun modo essere accostato a un fatto o a un personaggio di realtà.
Ehm.

E se infatti sarebbe stato ben spiacevole sentire un frate puntare il dito sulle intemperanze dei suoi confratelli o, peggio ancora, criticare apertamente un vescovo, la favolistica animale costituiva l’occasione perfetta per stigmatizzare comportamenti non consoni alla vita religiosa… ma senza costringere il predicatore a puntare il dito su uno specifico fatto di cronaca.

E così, i vizi e le virtù attribuiti a un certo animale nel corpus esopico tradizionale vengono ammodernati e riadattati al contesto, per stigmatizzare comportamenti tipici della “nuova” società.
Gli esempi sono molto numerosi. Ad esempio, l’asino cocciuto e ignorante diventa spesso simbolo del religioso che, pur non essendo tagliato per lo studio, si ostina a voler far carriera a tutti i costi pur di strappare una cappa vescovile e una prebenda più soddisfacente.

Ma in questo 17 febbraio che è la Giornata Mondiale del Gatto, mi diverte portare qualche esempio di favole cristiane nelle quali il micio diventa il simbolo dell’ipocrisia odiosa di chi, atteggiandosi a gran cristiano, predica bene e razzola male.
O, peggio ancora, di chi sfrutta la veste religiosa per nascondere mille bassezze, con l’aggravante di generare grave scandalo tra i fedeli nel momento in cui è scoperto.

La prima di queste favole ci arriva da un codice greco composto da Niceforo Gregorio, storico bizantino del XIII secolo. E recita:

Un calzolaio si teneva in casa un gatto bianco, che acchiappava ogni giorno un topo.
Un giorno, il gatto cadde in un recipiente di lucido da scarpe e ne uscì completamente nero. I topi pensarono che il gatto non sarebbe più stato carnivoro, adesso che aveva assunto l’aspetto di un monaco, per cui presero a scorrazzare senza paura per la casa. Trovandosi di fronte a una tale abbondanza di prede, al gatto sarebbe piaciuto acchiapparli tutti insieme, ma era impossibile. Si accontentò pertanto di prenderne due e divorarli.
Tutti gli altri se la svignarono chiedendosi come mai il gatto fosse diventato ancora più feroce dopo aver indossato l’abito di un monaco.

Poveri topolini, simbolo degli uomini comuni e delle persone semplici, inermi di fronte allo sfoggio di forza da parte di creature più potenti di loro.
Lo stesso disorientamento provato dalla massa dei fedeli, ingenua nella sua bontà fiduciosa, ci viene trasmesso anche da una favola composta, nel XIII secolo, da Oddone di Cheridon.
Nella quale infatti leggiamo:

In una certa dispensa c’era un gatto che aveva ucciso tutti i topi, eccezion fatta per un grosso ratto. Allo scopo di ingannare e acchiappare quel grosso roditore, si rasò la sommità del capo e si mise una berretta fingendosi un monaco, e con gli altri monaci si sedette a mensa. Quando il grosso topo se ne avvide, si rallegrò al pensiero che il gatto non avrebbe più voluto fargli del male.
Si mise dunque a scorrazzare liberamente e il gatto volse altrove lo sguardo, fingendo di evitare la vanità di tutti gli appetiti mondani. Alla fine, il ratto, credendosi ormai salvo, si accostò al gatto che allora lo afferrò con le grinfie e lo tenne ben fermo.
“Perché ti comporti così crudelmente?”, chiese il ratto. “Perché non mi lasci andare? Non sei forse diventato un monaco?”.
Risposte il gatto: “Fratello, non riuscirai mai a pregare con tanta eloquenza da indurmi a lasciarti andare. Io sono un monaco quando ho voglia di esserlo, ma, se lo preferisco, sono un dignitario ecclesiastico, un canonico”. E con queste parole divorò il ratto.

Allo stesso modo, molti, quando desiderano cose illecite, mai vi rinunciano.

Il topolino, probabilmente, non si sarebbe mai aspettato comportamenti così rapaci da parte di un monaco, e cioè un religioso votato all’osservanza di una Regola molto rigida (che, probabilmente, visto il contesto, era una di quelle che vietava o limitava il consumo di carne).
Chi mai avrebbe potuto aspettarsi da un religioso una aderenza men che totale alla Regola di vita che ci si era scelto? Non certo il nostro povero topino, che dalla sua fiducia cieca fu incolpevolmente portato a morte.
In una tragedia che, peraltro, sembrerebbe aver seminato lo scandalo in tutta la popolazione di roditori, a giudicare dalla diffidenza che mamma topa mostra nei confronti della Chiesa nella favola raccolta nel Codex Bruxellensis 536:

Un topo femmina raccomandava a sua figlia di non uscire dalla tana, ma la topina si azzardò a farlo.
Vide un gallo intento a frugare tra la paglia cantando a squarciagola, e ne restò spaventata. Vide anche un gatto che avanzava tranquillamente lungo il margine del sentiero, a passi aggraziati e lenti – e siccome anche quella vista era inaspettata, la topina corse a rifugiarsi tremante nella tana.
Quando la madre le chiese perché stesse tremando, lei risposte di aver visto un gallo che sembrava tale e quale il diavolo e un gatto che aveva tutto l’aspetto di un pio eremita.
“Non temere quello che sembra così cattivo”, replicò la madre, “ma guardati bene da quello che ha l’apparenza della santità”.
E questo è un ammonimento agli ipocriti.

Ai quali, probabilmente, l’autore avrebbe ben volentieri ricordato anche quella storiella che ha come protagonisti la macina da mulino e chi scandalizza i piccoli.

Ma, talvolta, anche un eccessivo zelo può diventare, a suo modo, fonte di scandalo.
O, quantomeno, questo è ciò che dovettero pensare, garbatamente, i predicatori medievali, nel mettere mano a queste storielle… così innocenti nella forma, così profonde nella morale.

 

Per approfondire: Donald W. Engels, Il gatto, Piemme, 2019

2 risposte a "Il gatto come simbolo dell’ipocrisia di certi cristiani"

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