Fu una epidemia a darci il gelato come lo conosciamo oggi

Il gelato? Un’invenzione piuttosto recente.

Non è che, nei secoli scorsi, il gelato si mangiasse poco perché era una prelibatezza che solo i ricchi potevano permettersi. Peggio: è che fino a epoche relativamente recenti, non esisteva proprio la tecnologia necessaria per preparare il gelato come lo conosciamo oggi. È solo verso la metà del Settecento che un Italiano inventa una macchina refrigerante capace di mantecare e solidificare gli ingredienti dando loro la consistenza ariosa che associamo oggi al gelato. Fino ad allora, i “gelati” (effettivamente costosi e difficili da preparare) che venivano gustati alle corti dei re erano qualcosa di più simile alle granite o ai sorbetti.

Ma nel momento in cui la macchina refrigerante rende possibile produrre il gelato a un costo tutto sommato basso, a fronte di un unico investimento iniziale… ecco: quello è il momento in cui, teoricamente, il gelato smette di essere un bene di lusso.

Se non fosse per un problema pratico: come lo conservo, ‘sto coso?
Posso anche produrne quantità industriali, ma poco me ne faccio se quello si scioglie entro cinque minuti. E così, per altri cent’anni almeno, il gelato continua a essere appannaggio di pochi: preparato sul momento in locali selezionati e solo dietro comanda del cliente, finisce col diventare una prelibatezza che si può gustare solamente al tavolo di una cremeria.

Il gelato d’asporto comprato a pochi spicci non esisteva per ragioni pratiche, più che per ragioni economiche. Per la serie: il gelato io te lo vendo pure, ma tu come lo asporti?
Per ovviare all’annoso problema, i gelatai ambulanti si attrezzarono a un certo punto con un carretto provvisto di ghiacciaia che garantisse la conservazione del gelato per un congruo numero di ore. Restava il problema di come servirlo, ma anche a questo fu trovata soluzione: furono inventati dei piccoli recipienti appositi.

Con piccole varianti locali, esistevano in tutta Europa. Io vi parlerò specificamente di quelli che venivano usati nel Regno Unito, perché il loro nome – penny lick – è già tutto un programma: al costo di un penny, il compratore poteva aggiudicarsi un bicchierino pieno di gelato… da leccare.
Come ci spiega Robin Weir, autore di Penny Licks and Hokey Pokey, Ice Cream Before the Cone, i penny lick – ormai diventati oggetti di antiquariato di un certo pregio, battuti all’asta anche al costo di 60 euro a coppa – erano dei piccoli bicchierini in vetro simili a quelli dei nostri shottini: il doppio fondo che li caratterizzava dava al cliente l’illusione ottica di avere in mano un calice strapieno di gelato (…mentre, in realtà, il gelato era pochino, tutto ammonticchiato nella parte superiore). A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, con la crescente diffusione del gelato d’asporto nelle classi popolari, cominciarono a essere creati penny lick di altri formati: gli ha’penny davano giusto un assaggio a chi aveva bisogno di risparmiare e i tu’penny permettevano di soddisfare anche gli stomaci più ingordi.

Penny Lick

Il problema è che, ehm: i penny lick erano di vetro.
E il vetro è un materiale di pregio: non erano coppette usa-e-getta, per capirci.

Materialmente, per gustare un gelato bisognava sottoposti a questo rituale: far la coda davanti al carretto del gelataio, scegliere i gusti (ammesso che si potesse scegliere), prendere in mano il penny lick, mangiare il gelato sul posto, svuotare il bicchierino con due o tre leccate (e qui si allega video esplicativo)

…dopodiché, il bicchierino veniva reso al gelataio.

Il quale era pur sempre dietro a un carretto, nel mezzo di una strada, con una fila di clienti in coda sotto il sole. Dopo aver dato al penny lick una veloce sciacquata in una bacinella piena d’acqua, il gelataio lo asciugava con un panno e lo utilizzava per servire i clienti successivi.

Reduci da una pandemia, state inorridendo?
Eh, fate bene. Più volte, il penny lick (e altri dispositivi della stessa fatta utilizzati in altre aree d’Europa) furono accusati di essere fonte di contagio durante le epidemie di colera e tubercolosi.

Chi prima, chi dopo, a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, le varie municipalità cominciarono a mettere al bando questi strumenti di morte. La pandemia influenzale del 1919 e le nuove conoscenze mediche nel frattempo accumulatesi impressero una rapida accelerata all’abbandono delle coppette in vetro: entro la metà degli anni ’20, l’utilizzo di contenitori monouso era obbligatorio sostanzialmente in tutta Europa, per evidenti motivazioni di tipo igienico.

L’alternativa esisteva già: il cono gelato. Era stato inventato nel 1903 e funzionava egregiamente, ma i gelatai ambulanti tendevano a snobbarlo a causa della sua fragilità, che ne rendeva complesso lo stoccaggio e il trasporto.
In questo caso, fu proprio una norma di legge a costringere i gelatai a ripiegare giocoforza sul cono in cialda, dando origine al gelato d’asporto come lo conosciamo oggi.

Nella tragedia, le epidemie portano con sé risvolti inaspettati, di tanto in tanto!

6 risposte a "Fu una epidemia a darci il gelato come lo conosciamo oggi"

  1. blogdibarbara

    HAHAHA! Quando insegnavo all’università di Mogadiscio, c’erano le bidelle che durante la pausa di metà mattina vendevano il tè (tè somalo, per la precisione: tè normale+cannella+noce moscata+chiodi di garofano+cardamomo): con un mestolo riempivano un bicchiere di vetro dal pentolone che si erano portate da casa, si beveva, si riconsegnava, veloce sciacquata in un altro pentolone (non c’era l’acqua corrente. E neanche i bagni. La corrente elettrica invece c’era, però in compenso non c’erano gli interruttori) e via per un nuovo servizio. Immagino che qui tutti inorridirebbero, ma lì nessuno di noi si è mai formalizzato.

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