Il teologo che inventò le bibite gassate

Joseph Priestley è un tipo, come si suol dire. Può affascinare, così come può non piacere affatto.
È probabile che farà storcere il naso a molti dei miei lettori, considerato che – a dispetto del cognome – Priestley fu un religioso decisamente sopra le righe persino per i larghi canoni delle Chiese protestanti.

Nato in Inghilterra nel 1733 in seno a una famiglia separatista (cioè, una famiglia di cristiani protestanti che non si riconoscevano nel credo anglicano), il giovane Priestley si formò presso la scuola di teologia di Daventry, frequentando la quale sviluppò posizioni filosofiche crescentemente inusuali.

Nel corso degli anni, il nostro amico Priestley ebbe a criticare duramente una vasta quantità di opinioni teologiche tra cui: l’immacolata concezione di Maria; la remissione dei peccati; l’ispirazione divina delle sacre scritture – persino il concetto stesso di Trinità. Tali singolari posizioni lo misero spesso in difficoltà, rendendogli pressoché impossibile trovare una parrocchia in cui insediarsi. Quando poi Joseph Priestley si mise in testa di appoggiare entusiasticamente la Rivoluzione Francese, cominciò ad essere così inviso alla popolazione da subire pesanti atti di vandalismo (poveraccio).

Insomma: io lo definisco un “teologo” e persino un “pastore protestante”, ma diciamo che il nostro amico era un tipo assai bizzarro per i canoni di un uomo di fede.

Meglio ricordarlo per altre sue doti, e specificatamente per le sue doti di scienziato. Sì: perché, nonostante la sua scelta di dedicarsi alla Teologia, Priestley trascorse anni ed anni della sua vita a coltivare la sua seconda grande passione – le Scienze Naturali.

Uno studio giovanile sull’elettricità gli valse la nomina a membro della Royal Society of London. Ma il suo campo di studi prediletto fu quello dei gas – e lì sì che Joseph Priestley si distinse in positivo, dando alle stampe una colossale opera in sei volumi titolata Experiments and Observations on Different Kinds of Air.

Tre le altre cose, Priestley scoprì l’ossigeno e si avvicinò a comprendere i meccanismi che regolano la fotosintesi clorofilliana. Gli amanti degli animali inorridiranno nel leggere le righe successive, ma tant’è: nel tentativo di studiare le proprietà dell’aria, Priestley usava come cavie di laboratorio dei poveri topolini. Tecnicamente, li collocava al di sotto di una campana di vetro e poi stava a guardare, per cronometrare quanto tempo impiegavano le povere bestie prima di morire asfissiate.
Ebbene: in uno dei suoi esperimenti, Priestley notò che i topi morivano assai più lentamente del solito se, al di sotto della campana di vetro, veniva collocata anche una pianta. Questo lo indusse a ipotizzare che le piante disperdessero nell’aria una invisibile sostanza che allungava la vita al topolino: era, di fatto, la scoperta dell’ossigeno.
Di fatto, era la scoperta della fotosintesi clorofilliana.

Per contro, Priestley aveva notato che i topi morivano assai rapidamente se avevano occasione di finire i loro giorni in prossimità di un catino di birra.
Ehm, sì.
Lo scienziato addivenne a tale conclusione dopo alcuni esperimenti condotti in un birrificio. E badate che i birrifici, all’epoca, erano posti decisamente malsani: nel corso del processo di fermentazione, si disperdevano nell’aria grandi quantità di anidride carbonica. Non era infrequente che gli operai accusassero malesseri quando entravano nei locali di fermentazione, soprattutto se poco areati.  

Embeh: il nostro teologo-scienziato si domandò incuriosito quale fosse la causa di questa aria mefitica che sembrava sprigionarsi dalla birra. E (dopo aver appurato che il topo di turno moriva in tempi singolarmente rapidi, se la sua campana di vetro veniva poggiata sopra al coperchio di uno dei tini di fermentazione) si divertì con una vasta serie di esperimenti all’interno del birrificio.
In uno di questi, si rese conto che, travasando lentamente acqua da una brocca all’altra al di sopra dei tini di fermentazione, il gas che fuoriusciva dalle tinozze rimaneva “imprigionato” nel liquido, sottoforma di tante piccole bollicine scoppiettanti.

Incuriosito, Priestley provò ad assaggiare l’acqua (…non senza un certo timore, io immagino, viste le proprietà topicide che quel gas aveva già mostrato), e restò piacevolmente stupito. Non solo non fece la fine del topo, ma anzi scoprì che l’acqua gassata aveva un sapore piacevolissimo e una consistenza spumeggiante che pizzicava piacevolmente il palato.

***

Joseph Priestley aveva tante doti – ma, evidentemente, non quella imprenditoriale. Per quanto avesse messo a punto un macchinario capace di gasare l’acqua, non considerò mai l’idea di commercializzarlo, limitandosi a utilizzarlo per offrire acqua frizzante a ospiti, amici e vicini di casa. Anzi: lontano anni luce dall’idea di un brevetto commerciale, nel 1772 pubblicò addirittura un manuale contenente tutte le Directions for Impregnating Water with Fixed Air. Così: messe a disposizione di chiunque avesse voluto farne buon uso.

Peraltro, il buon Priestley aveva maturato (non si sa bene in virtù di cosa) la bizzarra convinzione che l’acqua gassata potesse essere un buon rimedio contro lo scorbuto, la malattia da avitaminosi che all’epoca flagellava i marinai. Forte di questa erronea convinzione, Priestley tentò sì di sponsorizzare la sua invenzione… ma con sforzi dettati esclusivamente da ragioni mediche. Nel 1772, riuscì a convincere il capitano Cook dell’urgente necessità di installare gasatori d’acqua a bordo di tutti i suoi velieri: i marinai si ammalarono ugualmente, ma quantomeno poterono gustare drink non da poco nel corso della traversata.

A intuire le potenzialità commerciali della scoperta di Priestley, fu – qualche anno più tardi – Johan Jacob Schweppe. Che non a caso è passato alla storia come il fondatore della Schweppe’s.

Dopo aver inventato e brevettato un macchinario capace di gasare l’acqua a livello industriale, lanciò sul mercato la sua acqua tonica. Era il 1790.
Curiosamente, anche in quel caso la bibita fu trattata alla stregua di un farmaco: aromatizzata con zucchero e chinino, l’acqua gasata di Schweppes fu proposta sì come bibita gustosa… ma anche come farmaco di profilassi antimalarica.
All’atto pratico, le dosi di chinino erano decisamente troppo basse per poter avere una reale efficacia clinica – ma intano, la bevanda cominciò ad essere esportata nelle zone a rischio malaria e conquistò in breve tempo i palati dei coloni (molto felici, del resto, di poter sorseggiare una bibita nella quale il gusto amaro del chinino era stemperato dal dolcificante e dal piacevole pizzicorino che quel drink dava al palato).

Non fu comunque un successo dirompente. Le bevande gassate ci misero un bel po’ a diventare una presenza costante sulle nostre tavole – e, soprattutto, una presenza costante e a buon mercato, alla portata di tutte le tasche.

Ci volle un bel po’ di tempo, ma la storia delle bibite gassate cominciò proprio così. Grazie a un teologo-scienziato un po’ pazzerello, che non ebbe paura di sperimentare.

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