Le streghe vampiro di Zugarramurdi

Nel freddo inverno 1608, pochi giorni prima del Natale, una fanciulla di nome Maria faceva ritorno nel suo paese natio, Zugarramurdi, un piccolo villaggio di circa quattrocento anime arroccato tra le vette spagnole dei Pirenei.
Quattro anni prima, quand’era adolescente, Maria aveva lasciato il paesello per seguire i suoi genitori a Ciboure, una cittadina situata a pochi chilometri di distanza ma già oltreconfine, e dunque sottoposta alla giurisdizione del re di Francia. Ma ecco: ormai ventenne, Maria de Ximildegui aveva deciso di far ritorno in patria; e per inciso l’aveva fatto senza la compagnia dei genitori, che erano invece rimasti a lavorare nella piccola città francese.

Possiamo facilmente immaginare che il ritorno di Maria non sia passato inosservato, in quel minuscolo villaggio: la gente avrà di sicuro mormorato; i suoi parenti si saranno offerti di ospitarla; i suoi vecchi compagni di scuola avranno probabilmente fatto a gara per andarla a salutare quanto prima.
Ma casomai in paese ci fosse stato qualcuno realmente felice di riabbracciare la ragazza: poco ma sicuro, questo ingenuo personaggio avrebbe cambiato idea assai rapidamente. Incarnando alla perfezione quella creatura mitologica che popola gli incubi di molti adulti (la bulletta del liceo che bussa alla tua porta dopo anni e riesce a trasformare la tua vita in un inferno – di nuovo), Maria de Ximildegui fece passare poco tempo prima di spiegare ai suoi compaesani il perché del suo ritorno.
Candidamente, la fanciulla spiegò di essersi data alla stregoneria nel corso del suo soggiorno in Francia: ormai era pentita, era uscita da quel brutto giro e una confessione sacramentale l’aveva assolta dai suoi peccati, ma lei riteneva di dover espiare le sue colpe mettendo in guardia tutti i suoi compaesani. Nel corso della sua pratica stregonesca, infatti, era venuta a conoscenza dell’esistenza di una congrega di streghe che vivevano proprio nel suo paese natio, Zugarramurdi. E Maria conosceva fin troppo bene le malefatte di cui le streghe possono rendersi colpevoli: dunque, riteneva suo fermo dovere consegnare alla giustizia tutte quelle criminali.

Storia di una adolescente che finisce in un brutto giro

Sfortunatamente, la confessione di Maria non si è conservata in originale. Fortunatamente, è stata riportata in un codice redatto nel 1613, cioè pochi anni dopo gli eventi qui descritti, comunemente noto come Manoscritto Pamplona.
Riassumendo a grandi linee ciò che Maria de Ximildegui aveva confessato agli inquisitori, il cronista ci descrive le tappe graduali che spinsero la giovane a darsi alla stregoneria. Sembra di leggere la storia di una ragazza problematica che entra in brutto in giro per sfogare il suo disagio adolescenziale… sennonché, invece di iniziare a drogarsi, Maria finì col diventare serva di Satana.

Tutto iniziò nel modo più innocente possibile: attraverso un pigiama party. Entro qualche mese dal suo trasloco a Ciboure, Maria (fino a quel momento, una ragazza di buon costume, con una vita esemplare e una moralità specchiata) aveva stretto una forte amicizia con la sua vicina di casa, un’altra ragazza sua coetanea. Evidentemente, i pigiama party tra amiche di liceo erano qualcosa che esisteva già nel Seicento, perché spesso Maria otteneva il permesso di andare a dormire a casa della sua best best friend.

In una di queste occasioni, la ragazza aveva informato Maria di essere stata invitata a una festa notturna che si sarebbe tenuta non lontano e, gentilmente, le aveva proposto di accompagnarla. Badando a non fare rumore per non svegliare i genitori dell’amica, le fanciulle erano sgattaiolate fuori casa e avevano raggiunto a piedi un appartamento non lontano, nel quale effettivamente si stava tenendo una grande festa. Il salone era pieno di cibo, di musica e di danze: decine e decine di donne e di ragazze ballavano spensieratamente sotto lo sguardo compiaciuto di un uomo che si godeva lo spettacolo standosene seduto su uno scranno decorato.

Col senno di poi, Maria comprese che quelle donne erano streghe, quell’uomo era il diavolo e quella festa era decisamente un sabba. Ma non lo capì immediatamente; anzi, la sua prima impressione fu quella di essere semplicemente a una grande festa, che peraltro non le piacque nemmeno più di tanto: era tutto troppo caotico, troppo confusionario, con troppa gente e musica troppo convulsa. A un certo punto, mentre se ne stava lì a guardare quelle danze, Maria ebbe l’impressione di essersi sollevata in aria per pochi secondi, ma fu questione di pochi istanti. A un certo punto, la festa si avviò a conclusione e Maria tornò a casa assieme alla sua amica: i genitori non si accorsero mai della loro assenza né mai nutrirono il minimo sospetto circa le bravate notturne delle due ragazze.

Che, per la cronaca, si ripeterono più d’una volta. Con ogni evidenza, l’amica di Maria era una frequentatrice abituale di questi party ed era fermamente determinata a portarsi dietro la sua best friend ogni volta che ne aveva l’occasione. Col passar del tempo, Maria divenne sempre più sospettosa circa la reale natura di queste feste; più volte cercò di ottenere chiarimenti dalle altre donne presenti. Ma era tutto inutile, ché le altre ragazze la rassicuravano dicendole che non era niente di più di quello che lei vedesse: una semplicissima festa come tante.
Le ci volle un anno intero prima di realizzare, piano piano, che in quei festini c’era decisamente qualcosa di anticristiano. Ma questo non bastò a far sì che Maria decidesse che era il caso di salutare tutti e girare i tacchi: ormai entrata in quel brutto giro di stregoneria adolescenziale, la ragazza ci restò per altri sei mesi, durante i quali praticò attivamente le arti occulte assieme alle sue compagne di malefatte.

Era stato uno sbandamento momentaneo. Come Maria ci tenne a mettere bene in chiaro, lei era stata certamente una peccatrice… ma, sotto sotto, era una brava persona. A un certo punto, quando i sensi di colpa si erano fatti troppo ingombranti, aveva fatto la cosa giusta abbandonando la congrega.
Naturalmente, quando si entra in un brutto giro, tornare sulla retta via non è mai cosa facile. Le streghe la punirono con una maledizione che le creò grossi problemi di salute e che fu spezzata solo nel momento in cui Maria trovò il coraggio di andarsi a confessare da un sacerdote (specificamente, il parroco del villaggio di Hendaye). Costui non si era limitato ad assolverla, ma le aveva anche fatto dono di alcuni amuleti e oggetti benedetti da portare al collo per proteggersi da ogni ulteriore maledizione: funzionarono, in effetti.

Ma ormai la fattucchiera pentita si era fatta delle nemiche potenti; e come se non bastasse, si mormorava che l’energico inquisitore francese Pierre de Lancre stesse per lanciare una caccia alle streghe su larga scala proprio nella zona in cui Maria era residente (cosa che in effetti accadde, a partire dal 1609).
Trovandosi nella non invidiabile circostanza di essere minacciata al tempo stesso dalle streghe e dall’inquisizione, Maria aveva deciso di darsi alla fuga e di scappare oltreconfine, nella natia Zugarramurdi, là dove la legge francese non avrebbe potuto toccarla. Anche perché, a quanto affermava, la popolazione locale aveva disperatamente bisogno di lei: nel corso della sua pratica stregonesca era venuta a conoscenza dell’esistenza di numerose streghe in quel villaggio… e adesso voleva fare i nomi.

L’accusa di Maria

A giudicare dal Manoscritto Pamplona, la prima reazione della gente del luogo fu un marcato scetticismo: per qualche tempo, gli abitanti di Zugarramurdi guardarono quella pecorella smarrita con lo stesso spirito con cui si guarda una mitomane che va a in giro a piantar rogne. Le cose, però, presero una brutta piega nel momento in cui Maria de Ximildegui accusò pubblicamente una sua omonima, Maria de Juereteguia, una ragazza che conosceva molto bene perché sua coetanea (e quindi, in passato, compagna di studi e di giochi).

L’accusata respinse quelle illazioni, ma l’accusatrice richiese un confronto pubblico durante il quale descrisse a tutto il paesello le circostanze in cui aveva scorto Maria de Juereteguia tra le streghe giunte in Francia per un sabba. Fu così meticolosa nel descrivere questo incontro, e lo circostanziò fin nel minimo dettaglio, che il dubbio si insinuò angoscioso tra chi aveva assistito al confronto. Persino i suoceri di Maria de Juereteguia cominciarono a sospettare della nuora, dichiarando plausibili le affermazioni della strega pentita: a quel punto, l’accusata ebbe un mancamento svenendo di fronte a tutti.
Quando si riprese, fu immediatamente chiaro che ne aveva approfittato per farsi due conti.

Zugarramurdi si trovava in Spagna, e cioè in un paese in cui le accuse per stregoneria erano gestite direttamente dai tribunali dell’inquisizione spagnola. Contrariamente a quanto si potrebbe forse immaginare, l’inquisizione spagnola aveva la fama di essere abbastanza benevola con le imputate che si costituivano spontaneamente, confessavano i loro passati errori, si pentivano delle loro colpe e si impegnavano a non peccare più. A quelle condizioni, la maggior parte delle imputate se la cavano con una penitenza pubblica, ma potevano sperare di aver salva la vita: le streghe che venivano condannate a morte erano quasi sempre relapse, cioè donne che risultavano essere cadute per la seconda volta in quello stesso peccato da cui avevano giurato di tenersi lontane.

Naturalmente, una donna spagnola che fosse andata incontro a due diverse accuse di stregoneria avrebbe avuto buone chance di fare una brutta fine. Una donna spagnola che fosse stata accusata di aver commesso crimini stregoneschi particolarmente odiosi avrebbe rischiato grosso in ogni caso.
Ma per chi aveva una fedina penale immacolata e confessava spontaneamente, la legislazione spagnola era piuttosto favorevole: è questa la ragione per cui Maria de Ximildegui fuggì dalla Francia per andare a costituirsi in Spagna, ed è questa la ragione per cui Maria de Juereteguia decise di darle corda e di ammettere pubblicamente le sue colpe.
In fin dei conti, nessuna delle due ragazze aveva precedenti penali per stregoneria. Una confessione accorata e una richiesta di perdono avrebbero dovuto essere sufficienti per salvare entrambe.

Le donne di Zugarramurdi: streghe insolitamente loquaci

In effetti, era un buon piano. Udite le confessioni delle due Marie, il parroco di Zugarramurdi, uomo di buon senso, non ritenne neppure che fosse il caso di scomodar l’inquisizione. Si limitò ad assolvere le due streghe pentite e a sottoporle a penitenza pubblica; dopodiché, si sentì in dovere di rassicurare tutte le altre fattucchiere eventualmente presenti nella sua parrocchia. Fece insomma un discorsetto che doveva essere qualcosa sulle linee di: “amiche, sorelle, questa è la vostra occasione! Se vi siete macchiate di queste colpe: vi prego, confessate! Vedete bene che la misericordia di Dio è infinita e che non vi succederà niente di male!”.
E le donne di Zagurramurdi cominciarono a confessare.

Forse perché avevano cominciato a circolare voci strane sul suo conto, si fece avanti una terza Maria: Maria Chipia Barranechea, una donna cinquantaduenne che era la zia della strega numero 2. Di fronte a tutto il villaggio, Maria confessò di essere stata a sua volta una strega, e anzi: di essere stata proprio lei ad avviare la nipote all’esercizio delle arti magiche. Fu assolta, perdonata e sottoposta a penitenza pubblica, e fu a quel punto che si fece avanti anche la sua sorella ottuagenaria, Graciana Barranechea: anche lei confessò di essere una strega, e anzi si auto-denunciò come la regina di tutte le streghe di Zugarramurdi.

Entro quattro settimane, altre sei persone confessarono di aver praticato l’esercizio delle arti magiche; e lo fecero, peraltro, in termini assai curiosi. Dichiararono sì di aver compiuto malefici attraverso polveri e unguenti, ma non si limitarono a questo: alcuni confessarono di aver scoperchiato le tombe per compiere atti di cannibalismo sui cadaveri dei bambini morti da poco. Altri ancora confessarono di aver ucciso i bambini del villaggio (di per sé, una malefatta molto comune per le streghe) ma di averlo fatto secondo una metodologia del tutto inedita: succhiando il loro sangue. Quelle di Zugarramurdi sembravano delle mostruose streghe ibridatesi in vampiri: un qualcosa che non era mai stato registrato prima nei processi per stregoneria.

Quando ormai tutti si aspettano l’inquisizione spagnola

A quel punto, divenne chiaro a tutti che la cosa stava prendendo una brutta piega e che, soprattutto, non poteva più essere gestita a livello locale: il parroco di Zugarramurdi allertò l’inquisizione che inviò sul posto un inquisitore professionista, Juan de Valle Alvarado.

Quantomeno, nemmeno lui dava l’aria di essere un tipo particolarmente sanguinario. Come da protocollo, l’inquisizione promise clemenza per chiunque si fosse fatto avanti ammettendo spontaneamente le sue colpe… e la gente di Zugarramurdi fece a gara per costituirsi.
Per quale diamine di ragione? Probabilmente per paura e per la volontà di regolarizzare la propria posizione: possiamo immaginare che, ad autoaccusarsi, furono donne sulle quali avevano già cominciato a circolare pettegolezzi, guaritrici che non erano riuscite a salvare i loro pazienti, levatrici che avevano assistito inermi alla morte di decine e decine di neonati, parenti di donne che avevano già confessato e che, vista la coabitazione, non potevano non sapere.   

La cosa positiva è che, nonostante la sinistra carica di cui era ammantato, Juan de Valle Alvarado non era un bruto. Intendiamoci: non era nemmeno un giudice illuminato nel senso moderno del termine (torturò, autorizzò condanne a morte e incoraggiò le delazioni); ma era un tipo sufficientemente razionale da distinguere una “vera” strega da una massaia pazza che straparla.
Entro pochi mesi, l’inquisizione gli affiancò un nuovo collaboratore che potesse aiutarlo nella gestione di un caso che si ingigantiva di giorno in giorno: il nuovo giudice, Antonio de Salazar y Frías, si mostrò così ragionevole da essere stato ribattezzato dagli storici con l’epiteto lusinghiero di “avvocato delle streghe”.

Mentre le donne di Zugarramurdi, evidentemente preda di una strana psicosi di massa, facevano a gara per confessare le loro più orrende colpe, maturava nella mente dei due inquisitori la convinzione che ‘ste povere pazze fossero, effettivamente, delle povere pazze. Dalle confessioni, emergevano incongruenze evidenti e dettagli così privi di senso da dover necessariamente essere derubricati a fantasticherie; inoltre, non si capiva perché ‘sto buco di paese in mezzo ai monti dovesse essere pieno di serve di Satana che andavano tutte assieme al sabba come grandi amiche ma poi si ammazzavano vicendevolmente i figli come se fosse la cosa più normale del mondo. 

Dopo un anno di indagini che non portavano a niente, i due inquisitori decisero di tagliare la testa al toro e organizzare nella vicina città di Logroño un grande autodafé, un rito tipico dell’inquisizione spagnola. Al termine dell’autodafé, per l’ennesima volta in questa storia, tutte le persone che erano consapevoli di aver commesso un’eresia furono invitate a costituirsi liberamente, con la promessa che la loro buona volontà sarebbe stata valutata a loro favore nel caso di un processo.

Ebbene: nell’arco di pochi giorni, più di trecento (!) persone si affannarono per costituirsi spontaneamente (!) all’inquisizione. La maggior parte di loro proveniva dal villaggio da cui era partita la caccia alle streghe, altri risiedevano in centri non lontani; la piccola Zugarramurdi, in ogni caso, si distingueva per l’essere davvero un piccolo angolo di inferno in terra, calcolando che, su una popolazione totale di trecentonovanta abitanti, centocinquantotto individui avevano spontaneamente confessato di aver praticato la stregoneria e altri centoventiquattro erano stati accusati da terzi.

Avrebbe potuto essere una strage. Grazie al cielo, i due inquisitori erano per l’appunto persone abbastanza ragionevoli, che – vagliate le oltre trecento confessioni – decisero di mandare a processo solamente diciassette rei confessi, valutando le loro deposizioni degne di attenzione. A conti fatti, “solamente” undici individui furono effettivamente giudicati colpevoli e condannati a morte per il fatto di aver commesso crimini particolarmente odiosi (non si erano limitati a praticare la stregoneria, ma – a detta loro – avevano attivamente fatto proselitismo per trascinare anche altri nel gorgo del peccato).
Di queste undici streghe, cinque erano già morte in carcere e quindi furono bruciate per procura mediante un fantoccio che le rappresentava; assieme alle streghe, furono condannati a morte anche ventun eretici che si erano costituiti durante lo stesso autodafé (un musulmano, un luterano, cinque ebrei, e dodici membri di varie sette cristiane), più due individui che avevano finto d’essere agenti dell’inquisizione per ascoltare le confessioni pruriginose della brava gente.

Si chiude su queste note il gigantesco processo alle streghe di Zugarramurdi; e si chiude lasciando inespresse un paio di domande che pure dovrebbero essere esplorate. Ad esempio: che fine aveva fatto Maria de Ximildegui, la donna spuntata dal nulla che, con la sua confessione, aveva dato il via a questo quarantotto?
Gli archivi dell’inquisizione non la citano neppure una volta: del resto, la ragazza aveva già regolarizzato la sua posizione (e, per di più, aveva praticato la stregoneria solamente in terra di Francia). Vien davvero da pensare che, dopo aver sganciato la bomba, l’ineffabile Maria abbia potuto godere di una vita normalissima. Come che sia, è un dato di fatto: dopo aver scatenato il caos, Maria de Ximildegui scompare dalla Storia.

Genetisti alla caccia delle streghe vampiro

Ma confessioni delle donne di Zugarramurdi aprono interrogativi ancor più stimolanti. E cioè: a cosa si deve la particolarità di queste strane streghe-vampiro, che uccidevano i bambini succhiando il loro sangue?

Intendiamoci: l’infanticidio è uno dei reati che ricorrono più frequentemente nei processi per stregoneria; per dare un po’ di contesto, sarà bene precisare che nell’Europa della prima età moderna circa il 30% dei neonati moriva entro i dodici mesi dalla nascita e, mediamente, la metà dei decessi che venivano registrati annualmente in una parrocchia riguardavano bambini sotto i dieci anni di vita, stroncati dalle caratteristiche malattie dell’infanzia. In un simile scenario, i malefici delle streghe offrivano una spiegazione “razionale” alla tragedia di un genitore che assisteva inerme alla morte dei suoi figli, per ragioni che talvolta neppure i medici sapevano spiegare.

Insomma: agli occhi della popolazione della prima età moderna, le streghe erano infanticide per definizione… ma di certo non erano donne che dissanguavano le loro vittime in quelli che sembrano atti di vampirismo a tutti gli effetti. E invece, le carte processuali dell’inquisizione descrivono in termini fin troppo vividi le tecniche con cui le streghe di Zugarramurdi avevano confessato di aver ucciso neonati: “conficcando spilloni nelle loro tempie o sulla nuca oppure in altre parti del corpo e succhiando il loro sangue attraverso quelle ferite”.

E questa, davvero, è una metodologia del tutto inedita, che non è attestata in alcun processo per stregoneria all’infuori di quello che si tenne a Zugarramurdi (e di quelli che, negli anni immediatamente successivi, ebbero luogo in paesi non lontani). E verrebbe da aggiungere che il vampirismo era un problema di vecchia data dalle parti dei Pirenei, se già nel 1434 il domenicano Lope de Barrientos parlava di demoni notturni che penetravano nelle case della brava gente para chupar a los niños.  

Ma perché, nei paesi baschi, era così diffusa e radicata una paura che non è attestata altrove?
Curiosamente, è la medicina a offrirci una possibile spiegazione: come fa notare la storica Emma Wilby, le popolazioni basche presentano ancor oggi alcune particolarità genetiche causate dall’isolamento e dalla forte endogamia che hanno caratterizzato per secoli la vita di queste comunità. Ad oggi, il 29% della popolazione locale ha gruppi sanguigni a Rh negativo… il che, normalmente, non è un problema, ma lo può diventare nel caso di una gravidanza.

Nel momento in cui una donna a Rh negativo genera un feto a Rh positivo, a certe condizioni gli anticorpi materni riconoscono come estranei i globuli rossi del bambino in gestazione, dando origine a una sindrome nota come malattia emolitica feto-neonatale. Gli effetti sono devastanti: se non si interviene con apposite terapie (che ovviamente non esistevano all’epoca in cui si svolge questa storia) gli aborti spontanei sono frequentissimi, e così pure i parti prematuri che mettono al mondo un feto nato morto. E soprattutto morto male, mi verrebbe da aggiungere, a causa di un grave scompenso cardiaco che lo fa diventare gonfio e violaceo. Chi volesse farsi un’idea vivida dello spettacolo cui dovevano assistere frequentemente le donne di Zagurramurdi può cercare su Google Immagini “idrope fetale”: effettivamente, una visione mostruosa a dire poco.
In assenza di una terapia specifica, i pochi neonati che sopravvivo al parto lo fanno con un destino già segnato, a causa di una severa forma di anemia che tende a ucciderli nell’arco di poco di tempo e che si rende evidente ai genitori attraverso una debolezza estrema e un pallore malsano e innaturale – quasi ci fosse qualcosa o qualcuno che sta lentamente prosciugando il bambino succhiandogli via il sangue.

Il fatto che, nei paesi di area basca, esistesse tra la popolazione una percentuale così alta di individui a Rh negativo rendeva ovviamente statisticamente più frequente l’instaurarsi di questa sindrome nel corso delle gravidanze. Per dirla con le parole di Emma Wilby, “fino al momento in cui, alla metà del XX secolo, furono scoperte terapie mediche efficaci, nei paesi baschi il tasso di mortalità infantile (includendo con ciò anche aborti spontanei e feti nati morti) era con ogni probabilità considerevolmente più alto rispetto alla media europea”. Uno scenario che riecheggia sinistramente nelle dichiarazioni dell’inquisitore francese de Lancre (quello da cui Maria de Ximildegui era scappata): “basta la presenza una singola strega, e in tutta la città i neonati cominciano a morire, le donne incinte perdono i loro figli e le povere creature che scampano alla morte devono sopportare ogni tipo di dolore”.

Zugarramurdi, culla di umanità dolente

Insomma: se la genetica non è un’opinione, è altamente probabile che le donne di Zugarramurdi si trovassero a dover sopportare una quantità di lutti infantili e peri-natali decisamente più alta della media. E, mi vien da aggiungere, fors’anche insostenibile da un punto di vista psicologico, se pensiamo alla disperazione con cui queste povere donne s’affrettarono a confessare di essere sicuramente delle brutte persone, di aver sicuramente fatto qualcosa di sbagliato, di aver sicuramente causato la morte dei propri fratelli, nipoti, cuginetti.

V’è poi un altro elemento rilevante che potrebbe aiutarci a comprendere meglio la psicosi di massa che si instaurò in quel piccolo villaggio. Pur essendo un buco di paese arroccato sulle più impervie vette montane, Zugarramurdi non era uno di quei centri che a malapena vengono citati sulle mappe. A quattro chilometri di distanza dal villaggio si ergeva imponente il monastero di Urdax, che era all’epoca luogo di passaggio obbligato per tutti i pellegrini che percorrevano il Cammino di Santiago. Retto dai monaci premostranensi, il monastero ospitava un grande hospitale nel quale i pellegrini potevano trovare ristoro per la notte (e, eventualmente, anche cercare cure specializzate qualora infermità di vario tipo li avessero colpiti durante il lungo viaggio). All’interno dell’hospitale, che dava impiego a una buona fetta della popolazione di Zugarramurdi, i salassi erano all’ordine del giorno; e un altro spettacolo che si vedeva di frequente consisteva negli esorcismi pubblici, frequentemente praticati dai monaci del luogo. Correva voce, infatti, che tra le mura di Urdax risiedessero alcuni dei più abili esorcisti di Spagna: erano molti gli indemoniati che viaggiavano appositamente verso quel luogo nella speranza di trovar salvezza.

Insomma: per essere un paesino sperduto in mezzo ai monti, Zugarramurdi era attraversato ogni giorno da un bel po’ di varia umanità dolente. Tra gente che vi si recava appositamente asserendo di essere posseduta da Satana e gente malaticcia che ci arrivava più morta che viva, non si può dire che Zugarramurdi fosse frequentata da persone molto normali. Le comari che erano nate e cresciute in quel minuscolo villaggio dovevano essersi fatte una idea ben strana di ciò che accadeva nel mondo esterno: se l’umanità dolente che affollava il monastero di Urdax era specchio fedele della società, allora il mondo doveva essere una enorme landa disagiata abitata da indemoniati macilenti che se ne andavano a spasso con le vene aperte e le sanguisughe attaccate al collo.

Uniamo a questa percezione il dato di fatto per cui le famiglie di Zugarramurdi erano probabilmente colpite da una mortalità neonatale assurdamente alta, che oltretutto si manifestava con sintomatologie inusuali e inquietanti, e vedremo formarsi un perfetto mix esplosivo. Le accuse di Maria de Ximildegui accesero la miccia… ma, probabilmente, se non ci fosse stata lei, sarebbe stato qualcos’altro a far scoppiare prima o poi la psicosi. Quello di Zugarramurdi è davvero uno dei casi in cui vien da dire è il luogo stesso ad alimentare la paura.  

Ed è proprio Maria de Ximildegui, col suo faccino d’angelo, a essere stata trasformata in pupazzo da Babacio, l’antropologa bambolaia con cui, da alcuni mesi a questa parte, vado a caccia di streghe. Quest’oggi, sul suo blog, trovate tutte le considerazioni di Babacio sul processo creativo che l’ha spinta a ritrarre Maria in questo modo; considerazioni che davvero meritano di essere lettere, perché non meno interessanti della vicenda che vi ho descritto. Per buffo che possa sembrare, il vestito da Puffo della nostra amica è una riproduzione storicamente accurata del caratteristico costume basco (che a un certo punto fu vietato dall’inquisizione!), così come l’amuleto scaccia-strega che, giustamente, la fuggitiva porta indosso.

E intanto, per chi volesse approfondire questa storia:

  • Emma Wilby, Invoking the Akelarre: Voices of the Accused in the Basque Witch-Craze, 1609–1614, Sussex Academic Press (2019)
  • Gustav Henningsen, The Witches’ Advocate. Basque Witchcraft and the Spanish Inquisition, 1609-1614, University of Nevada Press (1980)

Immagine di copertina: Juan Valle Alvarado Confesar para Maria Burga from the Intolerance Portfolio, dipinto di Jose Luis Cuevas (1989)

2 risposte a "Le streghe vampiro di Zugarramurdi"

  1. Pingback: Le Masche #6 – Maria de Ximildegui – Babacio, pupazzi artigianali

  2. Laurie

    Ho sempre trovato molto affascinante riuscire a trovare una spiegazione scientifica e razionale agli eventi strani e questa è decisamente una situazione insolita, e insolitamente sinistra.
    Si doveva davvero essere creato un contesto pesantissimo! E, in effetti, esiste il concetto di contesto che influenza la salute psichica (ha un nome specifico, mi pare, ma non me lo ricordo).
    Posso solo aggiungere un dettaglio all’Rh negativo?
    Gli anticorpi antiRh si sviluppano dopo un contatto tra sangue Rh- e Rh+ (quindi, per esempio, anche una trasfusione sbagliata, ma oggi non succede più, o altri fatti più o meno improbabili) ma, se non ci sono altri contatti, non ci sono conseguenze.
    Quindi, il primo figlio Rh+ di una donna Rh- è sano, a meno di traumi incorsi in gravidanza, i quali possono aver causato un contatto tra il sangue fetale e il sangue materno prima del parto. Però, parlo della prima gravidanza, non del primo figlio nato, perché se la prima gravidanza termina in aborto (spontaneo o meno), per quanto precoce, c’è comunque il rischio di contatto tra i due tipi di sangue con la conseguente formazione di anticorpi antiRh, che si scatenano nella gravidanza successiva.
    Oggi tutto si risolve con la somministrazione di immunoglobuline dopo i parti, gli aborti, i traumi, le manovre invasive e, più in generale, tutte le situazioni in cui si possono verificare dei contatti tra il sangue materno e quello fetale.
    Tutto questo avviene solo se la madre è Rh- e il padre Rh+, se sono entrambi Rh- il problema non si pone perché i figli saranno per forza Rh- quindi saranno tutti sani (l’Rh- è una condizione recessiva).
    Alla luce di tutto questo, non mi ero mai chiesta cosa succeddesse in passato in questa circostanze! In più, non un caso isolato di una povera donna sfortunata, ma di una situazione frequente in un contesto isolato …
    Grazie per questa perla storica che, come sempre, è molto interessante.

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