Schiarazula Marazula: il ritmo della magia

Nell’anno del Signore 1563, il tribunale dell’inquisizione della diocesi di Udine avviò una indagine preliminare a carico di don Giorgio Mainerio, che da tre anni a quella parte ricopriva il ruolo di cappellano e altarista nella chiesa cattedrale. E questo potrebbe anche essere un dettaglio di scarsa importanza ai fini della storia che voglio raccontare; ma poiché sul conto di Giorgio Mainerio è stato detto tutto e il contrario di tutto, penso che approfitterò dell’occasione per mettere i puntini sulle i.

Nel dicembre 1563, un anonimo delatore accusò il povero Mainerio di essere una brutta persona. Non conosciamo il nome dell’accusatore né le motivazioni che possano averlo spinto ad agire, ma vien da pensare il buon Giorgio non fosse esattamente popolare tra i suoi colleghi: i cappellani e i canonici della cattedrale furono insolitamente restii a offrire testimonianze in suo favore.
Non conosciamo neppure la natura esatta delle accuse che gli erano state rivolte. Il fascicolo a suo carico parla genericamente di “crimini nefandi e obbrobriosi contro l’onore di Dio onnipotente”, il che può voler dire tutto e niente. All’atto pratico, evidentemente aleggiava nell’aria il sospetto che Giorgio Mainerio coltivasse idee ereticali, non sappiamo bene di che tipo: come sempre si faceva in questi casi, la diocesi di Udine operò una perquisizione nella casa dell’indiziato, dando ordine di esaminare con particolare cura tutti i libri in suo possesso.

Le carte d’archivio ci comunicano che furono trovati in casa di Mainerio diciassette codici diversi: due antologie di Petrarca e Ariosto, numerosi testi di argomento musicale (il sacerdote, infatti, era musicista), un paio di manualetti di medicina e chirurgia e, infine, tre volumi dedicati rispettivamente all’astrologia, alla chiromanzia e alla nomandia (una tecnica divinatoria che permette di scoprire il destino di un individuo dalla analisi delle lettere dell’alfabeto che compongono il suo nome e i nomi dei suoi antenati).

Contrariamente a quanto si legge su Internet, non è vero che furono trovati in casa di Mainerio dei testi necromanzia. Benignamente, il Dizionario Biografico dei Friulani ipotizza che alla base di questa fake news vi possa essere un errore di trascrizione: un paleografo di buona volontà, ma con scarsa conoscenza delle scienze occulte, avrebbe frainteso il termine “nomandia”, che in effetti pare sconosciuto persino alla Treccani, interpretandolo come una strana abbreviazione del vocabolo “necromanzia”, sicuramente ben più noto. A fronte di questa prima trascrizione errata, l’equivoco sarebbe stato portato avanti per secoli.
Se così fosse, il povero paleografo avrebbe commesso un errore non da poco: agli occhi della Chiesa, interessarsi di necromanzia era sicuramente una grave colpa, ma giocherellare a far l’astrologo e il chiromante era un passatempo guardato con molta più indulgenza. Una condanna formale a queste pratiche divinatorie sarebbe arrivata solamente nel 1586; ma in quel dicembre 1563, quando il nostro Mainerio veniva indagato, era assolutamente lecito per un sacerdote tenersi in casa questo tipo di libri.

E infatti, Mainerio uscì perfettamente pulito da questa storia: dopo una quindicina di giorni, il fascicolo a suo carico fu chiuso, con indicazione di un non luogo a procedere. Il sacerdote, di conseguenza, tornò alla sua vita di sempre… che, per la cronaca, non includeva la sua partecipazione a strani festini notturni in cui donne discinte ballavano al chiar di luna per compiere magie, come pure si legge su Internet.
È un dettaglio totalmente inventato (anche se, arrivati al termine di questo articolo, capiremo senza fatica come mai qualcuno si sia divertito a fantasticare su questo scenario): il fascicolo processuale su Mainerio non fa il minimo riferimento ad accuse di questo tipo. Ma non solo: anche volendo ammettere per amor di discussione che il nostro amico fosse un occultista (e non ci risulta esserlo stato), l’unica motivazione ragionevole per cui un necromante potrebbe volersi infilare in un festino notturno di donne discinte è perché è in vena di occupare il suo tempo libero partecipando a un’orgia. L’idea di un mago rinascimentale che prende parte a un sabba può solleticare solamente la fantasia di noi moderni: all’epoca, persino gli inquisitori l’avrebbero giudicata assurda. La stregoneria e la necromanzia erano due cose completamente diverse, accomunate solamente dal fatto di essere ereticali.
Partendo dall’assunto che il buon Mainerio non era un eretico né tantomeno un necromante, possiamo escludere con ragionevole certezza la sua partecipazione a lascive danze notturne.

Le danze, però, gli piacevano davvero, e se le godeva alla luce del sole (in tutti i sensi). Nel 1587, ormai diventato stimato compositore nonché maestro di cappella presso la cattedrale di Aquileia, pubblicò a Venezia Il primo libro de balli a quatro voci accomodati per cantar et sonar d’ogni sorte de istromenti, che (a giudizio degli storici che se ne intendono) è una delle fonti più interessanti per lo studio della musica dal ballo del XVI secolo. Di particolare interesse sono le partiture che danno conto di alcune danze popolari che appartengono alla tradizione contadina: celebre tra gli appassionati è L’arboscello ballo furlano, ma celeberrima in Italia e all’estero è la melodia della Schiarazula Marazula.  

In Italia, è stato Angelo Branduardi a renderla famosa utilizzandola come base per il suo Ballo in Fa diesis minore

anche se (dobbiamo dirlo onestamente) il testo della canzone (pur bellissimo) non ha alcuna reale attinenza con la melodia. Vale a dire: Branduardi l’ha scritto di suo pugno lasciandosi ispirare da un affresco della Val Rendena, cosa che gli dà una certa patina di antico; ma la Schiarazula Marazula, di per sé, non era una danza macabra.

E allora cos’era?
Purtroppo, non lo sappiamo con esattezza: Mainerio (mannaggia a lui) ha consegnato alla Storia la melodia di questo ballo, ma non ha ritenuto di dover trascrivere le parole del canto che lo accompagnava.
Eppure, un canto doveva esserci per forza; e doveva anche essere un canto che veniva intonato in contesti di ritualità popolare, se così vogliamo dire: molto probabilmente, la Schiarazula Marazula era una danza contadina che veniva praticata, con scopi apotropaici, in periodi particolarmente importanti per l’anno agrario.

È una affermazione che ci sentiamo di fare con ragionevole certezza, in virtù di una testimonianza risalente alla prima metà del XVII secolo. In una lettera datata 10 giugno 1624 e indirizzata all’inquisizione diocesana, un certo don Bernardino Morra, curato presso la parrocchia di Palazzolo dello Stella (Udine) denunciava un esecrabile episodio che aveva avuto luogo nel paesino:

certe donne superstiziose di Palazzuolo, soggetto alla mia cura, contro ai riti di Santa Chiesa e della vera e sana religione, per impetrar la pioggia dal cielo, la notte della Pentecoste, alle cinque hore di notte in circa, andavano processionando et lustrando la villa dentro e fuori cantando a due chori certa sua canzone, che incomincia, Schiarazzola Marazzola a marito ch'io me ne vo, et quello che segue a mezzo sicome io son donzella che piova questa sera. E tuttavia intravano a cantar queste parole e donne infami e maritate, e spesse volte si aggiungevano ad ogn'uno il “falalela”. Et poi, essendo tre degani in villa, s'insegnavano ad ogn’uno di loro di rubare il versuro o aratro, per condurlo a tre cantoni della villa e quivi nasconderlo nell'acqua, dicendo questo esser vero rimedio per far venir la pioggia

Indubbiamente, il canto intonato da queste donne era quella stessa Schiarazula Marazula di cui, pochi decenni prima, Giorgio Mainerio aveva trascritto la melodia. Su questo, non c’è ragione di dubitare: la zona è la stessa, il periodo storico combacia; anche i pochi versi riportati da Bernardino Morra s’accompagnano perfettamente al ritmo della danza di Mainerio.

Purtroppo, neppure Bernardino Morra ritenne utile trascrivere per intero il testo della canzone, che a questo punto potremmo definire a tutti gli effetti una “danza della pioggia” in salsa friulana.
Una danza della pioggia evidentemente sgradita alla Chiesa, che del resto aveva approntato ben altri riti per domandare a Dio la grazia della pioggia. A tal proposito, andrà fatto notare che le “streghe” di Palazzolo avevano la sfacciataggine di compiere i loro riti nella notte di Pentecoste, cioè a pochissimi giorni di distanza dai tre giorni di rogazioni che la Chiesa portava avanti, a ridosso dell’Ascensione, proprio al fine di invocare la protezione celeste sui raccolti. Se non apertamente ereticale, il rito portato avanti da quelle donne era quantomeno provocatorio – e il fatto che costoro lo definissero il “vero rimedio per far venir la pioggia” era offensivo a dir poco. Peccato davvero non avere maggiori informazioni su questo canto.

“Ehi! Ma io lo conosco, il testo della Schiarazula Marazula!”, potrebbe dire qualcheduno. “Esiste!”.
Sì, esiste, ma è dichiaratamente un falso storico, ammesso che lo si possa definire in questo modo: fu composto nella seconda metà del novecento da Domenico Zannier, un sacerdote friulano (il terzo di questa storia!) che fu poeta e letterato (e, in virtù di questo, addirittura candidato al Premio Nobel).
Affascinato proprio come noi dalla storia di questo canto popolare, il poeta si divertì a comporre un testo che potesse accompagnare la melodia nota, immaginando una specie di incantesimo contadino che procede a suon di nonsensi e assonanze.

Questo il testo in dialetto friulano

Scjaraçule maraçule la lusigne e la cracule, la piçule si niçule di polvar a si tacule. O scjaraçule maraçule cu la rucule e la cocule, la fantate je une trapule il fantat un trapulon

e questa la traduzione italiana

Bastone e finocchio, la lucciola e la raganella, la piccola si dondola e di polvere si macchia. Bastone e finocchio, con la rucola e la noce: la ragazza è menzognera e il ragazzo è un gran bugiardo.

Ed è proprio il testo di Domenico Zannier che è stato inciso qualche anno fa Angelo Branduardi, in una rivisitazione più storicamente accurata di quella melodia che lui stesso aveva reso celebre con la sua danza macabra di metà anni ’70.

Eppure, neanche questa è una rivisitazione storicamente accurata al 100% (come peraltro spiega bene Branduardi stesso): se la melodia è quella rinascimentale, il testo che l’accompagna non è più anziano dei nostri genitori.

Insomma: il canto intonato dalle “streghe” di Palazzolo per ottenere una pioggia ristoratrice, non lo conosce più nessuno. Noi possiamo tutt’al più goderci il ritmo della magia… e già questa non è cosa poco.

2 risposte a "Schiarazula Marazula: il ritmo della magia"

    1. Lucia Graziano

      🤔

      Direi di no, perché le sillabe sono diverse (cioè: se provi a cantare Salagadula Megicabula sul ritmo della Schiarazula, non ce la fai). Però bella domanda, io non ci avrei mai pensato!
      Facendo una breve ricerca su Internet, leggo che il testo della canzone (che è sostanzialmente uguale anche in Inglese, per quanto riguarda la “formula magica”) è stato definito dagli autori un semplice nonsense. La fonte di ispirazione a quanto pare era stata la canzone “Mairzy Doats”, del 1944, che a sua volta aveva un ritornello con frasi totalmente prive di senso:

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