Che differenza c’era tra una locanda, una taverna e un’osteria medievale?

“Abbiamo tutti un’idea di come fosse una taverna medievale, ma solo il cielo sa da dove ci arrivi”, scrive Mark Forsyth nella sua Breve storia dell’ubriachezza; e gli basta questo incipit a conquistarmi in mezza riga. Effettivamente, avrò letto centinaia di romanzi storici (e frequentato per una ventina d’anni dei giochi di ruolo ad ambientazione medievale), ma credo di poter contare sulle dita di una mano le occasioni in cui mi è capitato di avere a che fare con locande e osterie storicamente accurate, cioè descritte in modalità rispondenti alla effettiva realtà storica.
E allora (inaugurando così una serie di post a tema, dedicati a aspiranti autori, master di GdR e semplici curiosi) vediamo di mettere i puntini sulle I. Se avessimo la possibilità di viaggiare nel Medioevo con una macchina del tempo, quale spettacolo ci troveremmo di fronte, entrando nella locanda di un villaggio per bere qualcosa di caldo dopo una lunga giornata di lavoro?

Forsyth ironizza: “zoticoni dalle guance rosse riuniti attorno al bancone, a tracannare vera birra inglese da boccali schiumanti, serviti da una formosa cameriera. Quelli dotati di un’immaginazione più fervida potranno incrementare a loro piacimento la formosità della cameriera e l’allegria dei fuorilegge. In un angolo c’è un violinista e all’esterno un’insegna scrupolosamente dipinta, che ondeggia”.
Un quadro che trasuda medievalità da ogni dettaglio, non è vero?
Ebbene: “nulla di tutto ciò è mai esistito”, scrive Forsyth impietosamente. O, quantomeno, non è esistito nelle modalità con cui lo immaginiamo oggi: e allora, per chiarire la situazione, sarà bene innanzi tutto spendere qualche parola sul panorama ricettivo medievale (se così vogliamo chiamarlo) e sulle diverse opzioni che esso era in grado di offrire.

Che erano sostanzialmente tre: “locanda”, “taverna” e “osteria”. E badate: i tre termini non sono sinonimi (tutt’altro).

La locanda medievale

A conti fatti, la locanda medievale era un albergo, e pure costoso: dovendolo raffrontare con la realtà di oggi, lo definiremmo probabilmente un hotel a cinque stelle. La clientela-tipo era composta da aristocratici, funzionari di corte, diplomatici e mercanti che si trovavano nella sfortunata situazione di essere in viaggio e di non aver modo di pernottare nella casa di un vassallo, un collega o un amico di famiglia (scelta comunque di gran lunga preferibile: i ricchi, potendo, evitavano di dormire in luoghi pubblici).

Da ciò consegue che l’immancabile “locanda del villaggio” di cui sono pieni i nostri romanzi storici fosse qualcosa che, concettualmente, non aveva ragione d’essere (è ben difficile che un ricco o un funzionario di corte decidano di fermarsi per la notte in un buco di villaggio sperso in mezzo ai boschi). Le locande sorgevano quasi esclusivamente nelle città, solitamente in punti strategici: vicino alle mura d’ingresso, nelle piazze, oppure nei pressi di università e altri luoghi “caldi”. Erano solitamente edifici a più piani, con ampio cortile e stalle capienti: uno dei punti di forza delle locande stava proprio nella promessa di poter offrire un servizio alberghiero a cinque stelle anche ai cavalli dei viaggiatori, che sarebbero stati strigliati, rifocillati, ed eventualmente riferrati (se non addirittura sottoposti a visita veterinaria) nel corso della loro permanenza.

In effetti, la principale attrattiva delle locande era l’incredibile quantità di servizi accessori che i loro ospiti sapevano di poter trovare fra quelle quattro mura. Se il semplice pernottamento aveva un prezzo elevato ma comunque accessibile, il costo di un soggiorno avrebbe facilmente potuto raggiungere cifre da capogiro qualora l’ospite avesse voluto viziarsi avvalendosi di tutti i servizi extra messi a sua disposizione. Che erano davvero numerosi: a partire dai pasti raffinati cucinati da uno chef stellato, passando attraverso il servizio lavanderia e la seduta dal barbiere, per arrivare a optional puramente ludici come l’intrattenimento musicale, il servizio di guida turistica alla scoperta della città, e così via dicendo.

Mark Forsyth fa notare che è proprio una locanda a ospitare la scena di apertura dei Racconti di Canterbury, e sottolinea la disinvoltura con cui Chaucer poté descrivere uno scenario in cui ventinove individui a cavallo bussano senza preavviso alle porte di una locanda, trovando eccellente alloggio, abbondanza di camere libere e ottima compagnia. Evidentemente, uno scenario plausibile per l’epoca.
Ma c’è di più: nel suo testo, Chaucer fa anche il nome della locanda che ospita i narratori: era il Talbart, un locale realmente esistito a Londra; ad accogliere i viandanti e a intrattenersi in loro compagnia è Harry Bailey, il reale proprietario della locanda negli anni in cui Chaucer scriveva la sua opera.
Chi era questo Bailey? Dovremmo immaginarlo come un oste rubizzo con un grembiulone inzaccherato, che dispensa calici di birra e sorrisi gioviali in pari quantità scambiando qualche chiacchiera con gli avventori del suo locale? Beh, non esattamente: Bailey era un affarista ricco sfondato, nonché un membro del parlamento. E, nel tempo libero, accoglieva personalmente gli stimati ospiti all’interno della sua ricca locanda londinese, evidentemente mosso dalla speranza di intessere contatti con gente sufficientemente interessante da meritare la sua attenzione. Anche in questo caso: evidentemente, uno scenario plausibile per l’epoca.

La taverna medievale

La taverna medievale, per definizione, era il luogo in cui si andava per sorseggiare vini e liquori (tendenzialmente, più pregiati e variegati rispetto a quelli che un normale individuo poteva avere in casa). Le taverne non servivano la birra (troppo umile per trovar spazio in quel contesto) e non offrivano servizi di pernottamento: Forsyth le paragona ai cocktail bar dei nostri giorni, e bisognerebbe forse avvertire il lettore di immaginare i localini più alla moda: quelli in cui si ritrova la gente della città che conta.
Di fatto, la clientela-tipo delle taverne medievali era composta da individui che risiedevano in città (o che comunque non avevano bisogno di pernottare in loco) e che erano sufficientemente ricchi da potersi permettere bevande costose come il vino e il liquore: insomma, gente ragionevolmente benestante che aveva optato per una serata di divertimento e di evasione. Le taverne – tanto per capirci – non erano il luogo adatto a contadini e ad artigiani di basso livello.
Naturalmente, esistevano locali pienamente rispettabili in cui era perfettamente possibile passare una serata normale, all’insegna di un sano e morigerato divertimento. Ma, visto il profilo del cliente-tipo (e cioè, un danaroso individuo in vena di viziarsi), capitava con frequenza che certune taverne offrissero ai loro avventori alcuni servizi extra, che potevano spaziare dal “elegante tavolo da gioco in stile casinò, con escort a disposizione per ogni tipo di dopocena”, giù giù fino al “locale di dubbia fama, da cui la gente rispettabile preferisce star lontana”. Insomma, quel tipo di lounge bar in cui oggi troveresti i figli di papà che sniffano cocaina sotto lo sguardo ridanciano di signorine allegre alla ricerca di clienti, per capirci.

L’osteria medievale

Nei fatti, le osterie medievali svolgevano un servizio di autogrill: a dircelo esplicitamente sono le licenze commerciali che ne autorizzavano l’apertura, in riferimento alla necessità di attrezzare dei luoghi di ristoro in cui i viaggiatori si potessero rifocillare e dissetare. Certo: si trattava di viaggiatori poveri (o, comunque, non sufficientemente ricchi da potersi permettere soluzioni più lussuose); idealmente, si trattava di viaggiatori affamati che avevano la sola esigenza di mettere qualcosa sotto ai denti prima di riprendere il cammino, giacché le osterie non erano attrezzate per far pernottare i loro clienti (anche se, pagando un extra, era solitamente possibile ottenere il permesso di dormire su un tavolo, dopo l’orario di chiusura del locale. Nei casi più fortunati, i proprietari dell’osteria avevano un paio di posti letto a disposizione all’interno della loro abitazione privata: un po’ come in un moderno Airbnb).

I popolani radunati attorno al bancone per sorseggiare un buon calice di birra? In questo caso effettivamente sì, era possibile che ci fossero anche loro, anche se occorrerebbe fare una precisazione: chi decideva di trascorrere la sua serata in osteria non lo faceva con lo stesso spirito con cui noi decidiamo di cenare al pub sotto casa. Nelle osterie, il cibo e la birra non erano più gustosi e variegati di quello che si poteva normalmente gustare a casa (anzi: in molti casi, era vero semmai l’opposto); quando la gente del villaggio decideva di passare la serata fuori, lo faceva più che altro perché spinta dal desiderio di star fuori. Punto.
“Per gli antropologi”, spiega Forsyth, “un posto così si chiama Terzo Luogo. Non era il posto di lavoro, dove dovevi obbedire al tuo capo, e non era casa tua, dove dovevi obbedire ai tuoi genitori o al coniuge”. In un’osteria medievale, sarebbe stato facilmente possibile trovare uomini adulti che si godevano la serata in compagnia dei loro amici, lontano dalla famiglia; coppie non ancora sposate che volevano passare un po’ di tempo in compagnia senza sentirsi sul collo il fiato dei genitori; e soprattutto un sacco di adolescenti, che assaporavano davanti a un calice di birra le prime libertà della loro giovane vita.

Si alzava il gomito, all’interno delle osterie? Inevitabilmente qualcuno lo faceva, ma in momenti molto diversi rispetto a quelli che probabilmente immagineremmo. Se, oggigiorno, le nostre gozzoviglie settimanali si concentrano perlopiù al sabato sera, gli uomini del Medioevo che entravano in locale con l’intenzione dichiarata di sbronzarsi lo facevano la domenica mattina, spinti dalla non irragionevole motivazione per cui, se bisogna buttar soldi nell’alcool, tanto vale farlo poco dopo l’alba, quando hai ancora davanti a te molte ore di veglia nelle quali godere dello stato di ebbrezza.

Insomma: il momento in cui sarebbe stato davvero facile aprire la porta di una locanda medievale e trovarsi di fronte a una marmaglia di beoni avvinazzati? Tendenzialmente, al mezzogiorno di un dì di festa. Vedi quanto la Storia è in grado di sorprendere?


Per approfondire: Mark Forsyth, Breve Storia Dell’ubriachezza (Il Saggiatore, 2018)

9 risposte a "Che differenza c’era tra una locanda, una taverna e un’osteria medievale?"

    1. Lucia Graziano

      😀
      E’ molto interessante, sì. Forsyth ha scritto cose veramente deliziose, tra cui il graziosissimo A Christmas Cornucopia: The Hidden Stories Behind Our Yuletide Traditions che consiglio davvero molto, magari per l’anno prossimo ormai 😉
      Ha uno stile molto leggero e divulgativo, ma in realtà se guardi l’apparato di note vedi che l’autore è ben documentato e sa quello che dice!

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  1. Ago86

    Esistevano strutture in cui potevano pernottare le persone non abbienti? Mi vengono in mente le foresterie dei monasteri, ma dentro le città e i paesi c’era qualcosa?

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    1. Lucia Graziano

      Beh, in teoria nelle osterie potevi pernottare sopra i tavoli e le panche, quindi diciamo che un tetto sopra la testa ce l’avevi, anche se non sul giaciglio più morbido del mondo 🙂 Nelle città, sì, c’erano parecchi hospitali annessi a varie parrocchie (o comunque strutture religiose di vario tipo), che funzionavano di fatto come le foresterie dei monasteri. Di soluzioni ce n’erano!

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  2. Umberta Mesina

    Ah, vedi, mi ero sempre chiesta com’è che il padrone della Tabard Inn piglia e parte coi pellegrini… Era un capitalista, ecco perché!
    Grazie, questo è un gran bell’articolo. Però le insegne dipinte c’erano, vero? Vero? Dimmi di sì, a costo di mentire.

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    1. Lucia Graziano

      😂

      Beh, penso che le insegne dipinte ci fossero o quantomeno ci potessero essere, a gusto del commerciante, dai. Nulla vieta di immaginarle 😂

      Sì, il padrone della Tabard era un capitalista e (ovviamente) anche uno sufficientemente ricco da poter mollare tutto e andare in pellegrinaggio così su due piedi senza averne ripercussioni economiche. In effetti, mi rendo conto che ci sono un sacco di dettagli della letteratura che sembrano improvvisamente meno assurdi nel momento in cui scoprono le ragioni storiche che all’epoca li rendevano plausibili :O

      Mi capita spessissimo anche per quanto riguarda il mondo del magico. Es. Calandrino non è un cretino completo a credere a quella strana storia dell’elitropia; all’epoca i testi di magia parlavano veramente di una pietra con quel nome e con quelle caratteristiche. Il nostro amico era sì un po’ credulone, ma non completamente idiota, ecco 😛

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