Habemus papam! E adesso, se gli vogliamo bene, andiamo tutti a svuotargli casa

Era la primavera del 1378, e i cardinali riuniti in conclave stavano per eleggere il nuovo papa. A Roma, l’attesa era palpabile e la gente era balia d’una trepidazione tutto sommato comprensibile: in fin dei conti, era da quasi un secolo che la Città Eterna non assisteva all’elezione di un nuovo papa.

Non perché il pontefice appena defunto fosse stato straordinariamente longevo, ma perché, per buona parte del Trecento, la sede papale era stata spostata in Francia, dando il via alla famosa “cattività avignonese”. Solo pochi mesi prima, nel gennaio 1377, papa Gregorio XI aveva ripreso possesso della città di Roma tra le ovazioni festanti dei cittadini che avevano pregato a lungo per il ritorno del loro vescovo (e di tutto l’indotto della corte pontificia); e così, in quel lontano 1378, alla prospettiva di poter assistere di nuovo all’Habemus Papam, la gente di Roma non stava più nella pelle.

Diciamo pure che era su di giri, e lo era fin troppo: tra le altre cose, era stata molto vocale circa la sua speranza di veder eletto un papa italiano, meglio ancora se romano, ritenendo che tale nazionalità avrebbe ridotto il rischio di vedersi scippare per una seconda volta la sede pontificia. L’8 aprile 1378, primo giorno di conclave, la tensione nelle strade era arrivata a un livello tale che alcune bande di teppisti avevano ingannato l’attesa corcando di botte tutti i Francesi residenti a Roma; dopodiché, avevano marciato verso il Vaticano per ribadire ai cardinali i loro desiderata in materia d’elezioni, urlando come indemoniati da sotto le finestre chiuse. E così, i cardinali presero la decisione irrituale d’affacciarsi un attimo agli scuri, per dire a ‘sta banda di matti di darsi una calmata.

E, fin qui, tutte le cronache sono concordi.
Da questo momento in poi, le testimonianze differiscono leggermente, convergendo comunque sul fatto che tutto andò a schifìo molto rapidamente (e assai comicamente). Secondo alcune fonti, fu il cardinal Orsini ad affacciarsi alla finestra per invitare il popolo alla calma: dalla piazza, si levò un coro di voci che domandava se il nuovo papa fosse già stato eletto e il cardinale tentò di disperdere la folla urlando seccamente “andatevene a San Pietro!” (trad = raccoglietevi in preghiera e lasciateci lavorare, banda di bifolchi).
Secondo un’altra versione, fu il cardinal Tebaldeschi ad affacciarsi alla finestra, venendo sommerso da domande analoghe; sarcasticamente, rispose alla folla che, sì, certamente, uno spoiler sull’identità del nuovo papa poteva darlo: era il successore di san Pietro!
Come che sia andata: la folla non capì. E, fraintendendo, ne trasse l’informazione che il conclave avesse appena eletto papa quel cardinale che ricopriva la carica di arciprete della basilica di San Pietro, cioè appunto Francesco Tebaldeschi.

Costui era molto amato dai romani: sicché, alla “notizia” delle sue elezioni, scoppiò in piazza un’ovazione popolare. Tra grida di giubilo, la folla si disperse per annunciare al popolo la lieta novella; e, scandendo in allegrezza “viva viva Santo Pyetro”, prese d’assalto gli appartamenti del cardinal Tebaldeschi, saccheggiandoli, depredandoli e portandosi via pure gli stracci – tutto ciò, mentre continuava a intonare inni di gioia in onore del neo-eletto papa. Invasa di felicità sincera. Mentre provvedeva a svuotargli casa.

Per la cronaca: il cardinal Tebaldeschi non era stato eletto papa e non venne eletto papa neanche nelle votazioni successive. Oltre alla beffa, il danno: il poveretto rincasò sconfitto, trovandosi di fronte a un appartamento conciato così male che manco se fosse stato razziato da un esercito di Vandali.

***

E qui ci si potrebbe chiedere, per l’ennesima volta in questi giorni: “sì, ma si drogavano, ‘sti cattolici medievali?”. Pur volendo ipotizzare, per amor di discussione, che i romani che svaligiavano Tebaldeschi stessero solo fingendo entusiasmo per la sua elezione (e in realtà, le fonti non ci offrono alcun appiglio per poter sostenere questa tesi), come ti viene in mente di andare a derubare un tizio che è appena diventato la massima carica di Stato?
Tra tutti i ricchi di Roma, proprio al papa devi andare a rompere le scatole?

Eppure, la cosa non era isolata. Analoghe razzie per festeggiare l’elezione del pontefice s’erano tenute anche nel 1370 e si sarebbero ripetute in tutte le occorrenze a venire. Entro il 1417, erano diventate così consuetudinarie da dover essere normate dai cardinali riunitisi in concilio a Costanza: il decreto De non spoliando eligendum in Papatu era interamente dedicato alla problematica di quei tali che, «richiamandosi a un abuso licenzioso, pretendono falsamente che gli oggetti e i beni del nuovo eletto (che avrebbe raggiunto, per così dire, il culmine della ricchezza) spettano a chi se ne impossessa per primo»: una falsa convinzione, evidentemente, che i padri conciliari s’erano sentiti in dovere di condannare. Dimostrandosi però tutto sommato ben disposti a chiudere un occhio, o anche due; visto che il bizzarro malcostume di razziare la casa del papa neo-eletto andò avanti ancora per un bel po’, spesso penetrando addirittura entro le segrete stanze del conclave ove capitava non infrequentemente che il personale di servizio razziasse le cellette del pontefice appena nominato (!).

Rassegnata testimonianza di ciò ci viene offerta da Enea Silvio Piccolomini, che nella sera del 19 agosto 1464, poche ore dopo essere stato eletto papa col nome di Pio II, tornò nella celletta che l’aveva ospitato nei giorni del conclave con l’intenzione di recuperare i suoi effetti personali, ed ebbe il dispiacere di scoprire che il personale di servizio gli aveva portato via argento, libri, persino vestiti e abiti da notte, «secondo una turpe consuetudine».

Qualcosa di simile accadde, nel 1689, prima ancora che il nuovo papa fosse formalmente eletto: alla vigilia della votazione che sarebbe stata in effetti determinante, un gruppo di cardinali riunitisi nella celletta del cardinal Cybo aveva parlato a voce troppo alta, nell’accordarsi sul candidato su cui far convergere i voti all’indomani. Non avevano ancora finito di parlare, che la celletta del cardinal Ottoboni era già stata presa d’assalto dai servitori che avevano origliato la conversazione dei loro padroni: fu all’incirca in questo modo che il futuro Alessandro VIII comprese d’essere ormai a un soffio dalla tiara.  

Non che le orecchie tese dei servitori captassero sempre notizie veritiere. Ben lo sa il cardinal Sartori, le cui ambizioni a diventare papa sembravano andare di pari passo con le sue chance di riuscirci: erano entrambe elevatissime. Ma, nel corso del conclave del 1529, Sartori dovette dolorosamente ammettere a se stesso d’essersi illuso: alcuni cardinali gli avevano fatto capire che mai e poi mai gli avrebbero concesso il loro voto. Peccato che l’indiscrezione non fosse giunta alle orecchie dei loro servitori, che invece puntavano tutto su Sartori e pensarono bene di andare a svaligiargli la celletta proprio nello stesso giorno in cui il cardinale aveva scoperto di non avere chance. «Fui in quella notte e quel giorno in gravi affanni, essendomi anco stata saccheggiata la cella da conclavisti», scriveva il religioso, «ma la notte appresso mi fu dolorosissima, sopra ogni altra cosa funesta onde per il grave affanno dell’animo e d’interna angoscia sudai sangue».

E decine su decine d’altri episodi simili potrebbero esser raccontate, dando forma a quello che Carlo Ginzburg definisce «un fenomeno (o una serie di fenomeni intrecciati) sconcertante per ampiezza, diffusione e continuità»: sì, perché, nella prima età moderna, “festeggiare l’elezione del nuovo papa” e “andare a svaligiarli casa” sembravano grossomodo due fasi dello stesso processo. Un processo che le autorità e le forze dell’ordine sembravano guardare tutto sommato di buon occhio, come testimonia un aneddoto relativo all’elezione di Urbano VIII nel 1590: in un anno in cui Roma era stata messa alla prova da una forte carestia, le tradizionali razzie ai danni del neo-eletto si accompagnarono a furti nelle abitazioni del ghetto ebraico e in una panetteria extralusso che vendeva cibo di particolare pregio nelle più ricche vie del centro. Indisturbati mentre facevano man bassa degli averi del papa eletto, i ladri che avevano derubato gli ebrei e il fornaio furono invece bloccati con durezza, costretti a restituire il maltolto e trascinati in carcere. Una dimostrazione eclatante del fatto che, no, i disordini non avevano luogo solamente perché non c’era modo di impedirli: lo si sarebbe potuto fare eccome, ma nessuno sembrava seriamente intenzionato a farlo.

Ma che diamine: perché?

Certo, molti storici hanno giustamente messo in correlazione i saccheggi alla casa del papa neo-eletto con quelli che, per antichissima tradizione romana, colpivano l’abitazione del pontefice defunto non appena si spargeva notizia della sua morte (ne parlavo qua). Ma penso concorderemo tutti nel dire che c’è una bella differenza tra il razziare i beni di un morto (che oltretutto non lascia eredi) e l’andare a svaligiare la casa di uno che non solo è decisamente vivo, ma ha appena raggiunto i massimi vertici del suo potere. Giustamente annota infatti Carlo Ginzburg: «i saccheggi che, dopo la conclusione del conclave, colpivano il palazzo del cardinale neo-eletto (o, per un errore troppo frequente per non essere deliberato, quello di altri cardinali) sembrano, in prima approssimazione, un fenomeno diverso – se non altro perché coinvolgevano i beni di un vivo». Ma c’è di più: molte fonti d’epoca sottolineano il clima di «allegrezza» con cui i romani depredavano la casa del papa; ed è senz’altro vero che sarei allegra anch’io se qualcuno mi mettesse in mano delle suppellettili preziose che non avevo fino a cinque minuti prima… ma si ha davvero l’impressione che questi saccheggi post-elezione fossero qualcosa di più di un furto puro e semplice.

Più precisamente, si ha la forte l’impressione che questi saccheggi fossero, a loro modo, un simbolo.
«Saccheggiando i beni del cardinale eletto», scrivono Visceglia e Paravicini-Bagliani nel loro saggio dedicato al Conclave, «il popolo romano permetteva all’eletto di svolgere un rito di passaggio. Lasciandosi spogliare, il neo eletto abbandonava l’uomo antico e accedeva simbolicamente alla sua nuova suprapersonalità». Insomma: era come se, con questa bizzarra (e non del tutto disinteressata) forma di festeggiamento, il popolo romano manifestasse «anche folcloricamente la sua partecipazione all’elezione del suo vescovo», ponendosi sulla scia di quei tanti «gioiosi riti inaugurali» che, organizzati dall’alto con ben più criterio, «dovevano rassicurare il popolo che il vuoto della sede vacante era stato colmato».

Uno di questi, in particolar modo, sembrerebbe avere una particolare assonanza con quello popolare che ho fin qui descritto. Sto parlando di un rito che, nel medioevo e nella prima età moderna, si teneva nel corso della cerimonia di incoronazione del nuovo papa, di fronte alla basilica di San Giovanni in Laterano. Sedendo, in una forma di auto-umiliazione rituale, sulla sedia stercoraria di cui parlavamo qualche giorno fa, il papa-neoeletto gettava delle monete d’oro sulle folle che erano lì riunite, recitando intanto quel passo degli Atti degli Apostoli (3,6), in cui san Pietro dice «non possiedo né argento né oro, ma quello ho te lo do». Difficile interpretare il gesto come un atto di munificenza volto a dare elemosine ai mendicanti (il papa gettava sulla folla solo una manciata di monete, assolutamente insufficienti a soddisfare i bisogni di tutta la gente riunita in piazza: la beneficenza vera sarebbe arrivata in un secondo momento, e con modalità ben più efficaci). È chiaro che il gesto compiuto dal papa in quel contesto (sedendo, oltretutto, su una sedia di comodo) aveva un valore prettamente simbolico: ricordare al pontefice di essere rinato a vita nuova, investito d’un potere immenso che tutto d’un tratto lo rendeva servo e lo costringeva a rinunciare a grossa parte di ciò che fino a quel momento aveva amato.

«Insomma», scrive Paravicini-Bagliani, «saccheggiando i beni del cardinale eletto […] il popolo romano anticipava in modo spontaneo e folclorico al nuovo vescovo di Roma che la sua nuova ricchezza doveva essere a favore del “suo” popolo. Depredando il palazzo di colui che «era salito al culmine delle ricchezze», il popolo romano si appropriava cioè di beni che il papa era tenuto a distribuire durante il suo pontificato, come avrebbe del resto fatto – simbolicamente e ritualmente – durante la presa di possesso del Laterano, lanciando monetine al popolo romano e distribuendo le tradizionali gratifiche ai membri della Curia. Saccheggiando i suoi beni, il popolo romano permetteva all’eletto di svolgere un rito di passaggio. Lasciandosi spogliare, il neo eletto abbandonava l’“uomo antico” e accedeva simbolicamente alla sua nuova “suprapersonalità”».

Chiaro è che questi festosi topi d’appartamento dovevano essere ben felici di metter le mani su oggetti preziosi da rivendere, al di là della componente simbolica del loro gesto (di cui probabilmente non avevano neanche consapevolezza. Senz’altro, la stragrande maggioranza di loro si limitava a portare avanti la tradizione avita perché “boh, s’è sempre fatto così, lo faceva mi’ nonno da bambino e allora lo faccio anch’io”). Ma, al di là del tornaconto personale di quei ladri che riuscivano a mettere le mani su una refurtiva particolarmente ghiotta, lo spirito con cui venivano portati avanti i saccheggi rituali doveva essere probabilmente qualcosa di molto simile a quello con cui, in alcune regioni d’Italia, nella notte di Capodanno si gettano dal balcone i piatti usati, i vestiti lisi e gli oggetti rovinati: a rompere col passato per propiziare la venuta di un futuro migliore.

Che poi i volenterosi ladri avessero anche un ritorno economico da questi festeggiamenti, è tutt’altro discorso; ma non necessariamente il guadagno personale e i riti benaugurali indirizzati a terzi devono viaggiare su binari separati. E davvero pare di poter dire che le allegre razzie d’un tempo avessero anche (e soprattutto?) il simbolico intento di far iniziare col piede giusto il nuovo pontificato.

Davvero era un mondo selvaggio (anche più della media), quello dei conclavi e delle elezioni pontificie, nel Medioevo.


Per approfondire:

  • Robert T. Ingoglia, “‘I Have Neither Silver nor Gold’: An Explanation of a Medieval Papal Ritual.”, in: The Catholic Historical Review (4/1999)
  • Carlo Ginzburg, Saccheggi rituali. Premesse a una ricerca in corso, in: Quaderni Storici (2/1987)
  • Maria Antonietta Visceglia, Agostino Paravicini Bagliani,Il Conclave. Continuità e mutamenti dal Medioevo ad oggi (Viella, 2019)
  • Agostino Paravicini Bagliani, Morte e elezione del papa. Il medioevo. Norme, riti e conflitti (Viella, 2013)

9 risposte a "Habemus papam! E adesso, se gli vogliamo bene, andiamo tutti a svuotargli casa"

  1. Avatar di Francesca

    Francesca

    ”Ma penso concorderemo tutti nel dire che c’è una bella differenza tra il razziare i beni di un morto (che oltretutto non lascia eredi) e l’andare a svaligiare la casa di uno che non solo è decisamente vivo, ma ha appena raggiunto i massimi vertici del suo potere”

    A me veniva in mente qualcosa come se il “salire al soglio pontificio” (non intendo a causa di tale dicitura presa alla lettera che io sono ‘gnurant e non so neanche se all’epoca esistesse) …potesse significare nella visione della maggioranza – e neanche troppo simbolicamente – l’ascesa della persona ad un livello un po’ sopra la terra, per così dire… Cioè non come morto, ovviamente, ma allo stesso tempo già un po’ “fuori dal mondo”. Poi, non so se in quel periodo consideravano il Papa come praticamente già mezzo santo o addirittura del tutto santo (eccetto combinasse guai eclatanti) …e allora i due aspetti insieme, 1. già un po’ al di sopra di questa terra 2. già in odore di santità per il solo fatto di essere nominato Papa, …potessero indurre la gente ad assimilare in qualche modo le due condizioni ( = o morto o salito a mezz’aria) . Comunque, come non-esperta in materia, le ipotesi che hai riportato (sul “simbolo” che poteva essere stato innescato) non mi convincono tantissimo. Ma appunto, come accennavo in altro commento, mi piacerebbe molto leggere una panoramica sulla “visione” popolare dei pontefici nelle diverse epoche passate. Per dire: io non mi sarei immaginata che nell’epoca qui descritta potesse mai subentrare (per un Papa) quella visione e quel simbolismo. Una visione del genere presuppone davvero che lo vedessero come un uomo assolutamente normale “bisognoso” di un promemoria sull’umiltà e sulla povertà. Praticamente provengo da una narrazione – che non so se sia di stampo anticattolico o se fosse effettivamente promossa o permessa dalla Chiesa – per la quale i papi “di tempi passati” erano considerati come simil-deificati. Mentre il tuo articolo ci dice che certe “deificazioni” non esistevano proprio. Anzi! Sono mai esistite?

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  2. Avatar di Sconosciuto

    Anonimo

    Che la votazione del Conclave abbia carattere liturgico e’ stato descritto piu’ volte e reso pubblico. Pur essendo una votazione segreta a ogni fumata nera cominciano a imporsi con frequenza solo alcuni nomi, fino a quando un nome s’impone effettivamente fra tutti. Per i credenti l’elemento che presiede all’accordo dei Cardinali e’ lo Spirito Santo che suggerisce quel nome. Ci possono essere fazioni pre- esistenti alla votazione ma di solito a furia di fumate nere si predispongono gli animi a seguire quanto da loro ispirato dallo Spirito Santo e non invece gli accordi presi tra i Cardinali. Non si muove foglia che Dio non voglia in casa Sua. Io la vedo cosi’, pur non essendo un’esperta al riguardo. Papa Francesco ha ben preparato il terreno denunciando pubblicamente quanto la Curia fosse infestata dal ‘terrore delle chiacchiere’ e da altri problemi di lobbyes di potere. Fu grazie a lui che Il Cardinale Becciu fu processato e giudicato colpevole in I grado dalla Giustizia ordinaria laica dello Stato italiano per avere investito i soldi della Chiesa in appartamenti di lusso all’estero e avere distratto finanziamenti in favore dell’impresa di suo fratello di sangue. Infatti questo Conclave si e’ svolto in pochi giorni, grazie alla corretta predisposizione d’animo dei cardinali e le limitate resistenze che lo Spirito Santo ha incontrato all’ascolto. Ma ripeto questa e’ la mia personale lettura da credente.

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  3. Pingback: Il papa e i ladri. Una curiosità postconclave #papa #cronachedelcristianesimo – Club Theologicum

    1. Avatar di ac-comandante

      ac-comandante

      Ancora più teatro dell’assurdo: su Il Tempo invece è apparso un articolo in cui si dice senza mezzi termini che i seguaci del MAGA sono alquanto irritati con il Papa perchè non ha riabilitato soprattutto pena di morte e guerra offensiva e “atteggiamento verso i migranti” (col quale termine immagino i MAGA intendano “razzismo”).

      Chissà, forse quelli andrebbero davvero a svuotargli casa, adesso!

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