Per prima cosa, spuntò un piede.
Affiorò dalla torba come se ci fosse finito un paio di giorni prima: sì, non era in perfetto stato (e grazie tante), e la pelle aveva una strana tonalità color miele che non sembrava riconducibile ad alcuna etnia precisa, ma per il resto era così ben conservato da far impressione.
Gli operai della torbiera di Lindow Moss, nel Cheshire, ci persero diec’anni di vita e corsero a chiamare la polizia, che per un po’ si convinse di aver appena scoperto le prove di un crimine efferato: al di là di ogni ragionevole dubbio, quello che le ruspe avevano portato alla luce era, indiscutibilmente, un piede umano. Nei giorni immediatamente successivi, le ricerche della polizia portarono alla luce la parte rimanente del cadavere: il resto del corpo, dall’ombelico in su. Per qualche giorno, si credette anche di poter dare un nome a quei poveri resti: si pensò che appartenessero a una donna del luogo, la cui scomparsa era stata denunciata venticinque anni prima. Solo molto più tardi, quando gli archeologi e i medici legali ebbero modo di esaminare la salma con più attenzione, si appurò che la pista era evidentemente da scartare: in primo luogo, perché il cadavere era di un uomo maschio; in secondo luogo, perché le analisi al radiocarbonio svelarono che l’uomo era morto da circa duemila anni.
I mass media lo ribattezzarono Lindow Man, “l’uomo di Lindow”; e, per un po’, all’archeologia britannica sembrò di aver a che fare con un revenant uscito direttamente dalla fantasia di un romanziere gotico. Il cadavere era stato rinvenuto a circa un metro e mezzo sotto il livello della torba, immerso in un ambiente acido e povero d’ossigeno che, controintuitivamente, l’aveva preservato dai normali processi di decomposizione, come talvolta accade a quelli che l’archeologia definisce col termine di bog bodies o mummie di palude. Ne esistono un tot, rinvenute perlopiù in Nord Europa e sulle isole britanniche: in determinate condizioni, il particolare ecosistema della torbiera permette una conservazione dei corpi così buona che, in alcuni casi, è stato possibile scorgere sui cadaveri i tatuaggi e persino le impronte digitali (!), conservatisi intatti attraverso i secoli. In questo caso, il corpo del Lindow Man non era in uno stato di conservazione altrettanto buono, ma di lui restavano comunque dei dettagli così vividi da risultar disorientante. Si poteva ancora carezzare la sua barba , corta e ben curata, e osservare una spolverata di capelli rossicci sul cranio. Era qualcosa di mai visto.
Era l’estate del 1984: e gli esperti del British Museum si misero immediatamente al lavoro. Le prime analisi permisero di appurare che l’uomo di Lindow aveva circa venticinque anni: un metro e settanta di altezza, muscolatura snella; nessun segno di malattia a parte un principio di osteoartrite (a uno stadio così iniziale da non dare probabilmente sintomi) e un’infezione da vermi intestinali (che, probabilmente, invece ne dava eccome). Le mani, pulite e sottili, non mostravano calli e le unghie erano rifinite con cura; i denti sarebbero stati il sogno di qualunque igienista: non erano danneggiati e non mostravano carie. Decisamente l’uomo di Lindow doveva essere uno che se la passava bene e che non era abituato a lavorare col suo corpo: fin da subito si pensò che potesse essere un erudito – forse un intellettuale, forse un religioso. Se apparteneva all’aristocrazia, era un nobile che non era mai sceso in battaglia o che, sul campo, si difendeva dannatamente bene, dato che sul suo corpo non furono rinvenuti segni che potessero far pensare a una vita particolarmente bellicosa (tipo, che ne so, fratture rinsaldate o altro).
Aveva probabilmente questo aspetto, suppergiù:
Era completamente nudo, al di là di un braccialetto al polso e di un cordoncino che portava stretto al collo: elemento su cui ritorneremo più tardi. Sulla sua pelle – ma non all’interno del suo corpo – furono rinvenuti elevati livelli di rame, un dettaglio che inizialmente fece pensare che il suo corpo (o il suo cadavere) fosse stato dipinto con una qualche forma di vernice; all’atto pratico, indagini successive stabilirono che quell’anomalia era probabilmente frutto di una reazione chimica che, nel corso dei secoli, aveva avuto luogo tra la cheratina e l’ambiente acido della palude.
Le analisi al radiocarbonio datarono la sua morte a un lasso di tempo compreso tra il 2 a.C. e il 119 d.C. (quindi, nell’ultima fase dell’età del ferro britannica o negli anni della conquista romana), e le indagini effettuate sul contenuto gastrico permisero addirittura di appurare qual era stato l’ultimo pasto del giovanotto, consumato presumibilmente poche ore prima della sua morte. Il Lindow Man aveva mangiato quello che era presumibilmente un pane composto da cereali e granaglie in gran parte bruciacchiati. Molte sostanze erano presenti nell’impasto, e tra queste v’era anche (in piccola quantità, a onor del vero) del polline di vischio: un dettaglio che inevitabilmente fece sobbalzare gli studiosi e i giornalisti. Perché il vischio, come ben sappiamo, era pianta sacra ai druidi: OMG!
Per di più, la morte del Lindow Man sembrava francamente troppo assurda per poter essere attribuita al caso. Quel pover’uomo non se n’era andato con dolcezza: due colpi violenti alla testa gli avevano incrinato il cranio e la nuca mostrava fratture compatibili con un ulteriore colpo ricevuto da dietro. Attorno al collo era ben visibile un tendine animale stretto in un nodo insolito, che aveva lacerato la carne creando un profondo taglio sulla gola: gli archeologi del British Museum pensarono immediatamente a una garrota, e spiegarono così la frattura delle vertebre cervicali che (assieme alle altre di cui abbiamo già detto) era stata rinvenuta sul corpo di ’sto povero disgraziato. Ma l’orrore non finisce qui, perché dentro ai polmoni dell’uomo di Lindow si trovò (non poca) acqua: segno che, apparentemente, quel poveraccio respirava ancora, quando finì (o fu buttato) a faccia in giù nella palude.
Ellamiseria.
Era come se l’uomo di Lindow fosse morto per tre volte (percosso, semi-decapitato e poi lasciato affogare)… condividendo in ciò lo stesso destino di molti eroi del mito. La triplice morte è un topos ricorrente nella letteratura britannica altomedievale (è toccata in sorte persino a mago Merlino: ricordate quando già ve ne accennavo?), e a quel punto gli storici cominciarono a pensare che forse vi fosse un fondamento storico dietro a questo tema ricorrente. Tanto bastò per far nascere attorno al Lindow Man un mito innegabilmente suggestivo: che la sua morte così stravagante si configurasse come un omicidio rituale; che il giovanotto fosse un druido (o un nobile locale) che si era immolato (volontariamente?) in olocausto; che il suo ultimo pasto “a base di vischio” fosse il suo lasciapassare per l’aldilà più sacro.
A me personalmente sembra una rilettura che scimmiotta il venerdì santo in maniera così marchiana da risultar sospetta anche solo per quello, ma è pur vero che c’erano indizi suggestivi a sostegno di questa teoria. Nel 1989, il chimico Don Robins e la storica Anne Ross la presentarono al grande pubblico dando alle stampe The Life and Death of a Druid Prince (un titolo che è già tutto un programma): secondo gli studiosi, l’uomo di Lindow era un nobile druido che era stato sacrificato agli dèi, probabilmente a seguito di un sorteggio effettuato tra molti candidati, in un momento di fortissima crisi per la Britannia: forse durante la rivolta di Boudicca (60 d.C.) o poco dopo il massacro di Menai (61 d.C.), durante il quale i Romani avevano sterminato con ferocia una grande comunità druidica che viveva sull’isola di Anglesey. In tempi così duri, argomentò Anne Ross, «i Galli e Britanni sarebbero stati disposti a tutto per fermare l’avanzata romana: persino a sacrificare un uomo di alto rango per offrire il suo sangue agli dèi». La storica invitò anche a riflettere su quanto spettacolare dovesse esser stata la sua morte della vittima sacrificale, con un «fiume di sangue» a sgorgargli dalla gola come in certe scene hollywoodiane ben coreografate; e spiegò persino la scelta di gettare il corpo in una torbiera, in un gesto che ad Anne Ross ricordava le offerte votive di oggetti pregiati che gli archeologi hanno scoperto sul fondo di molti laghi inglesi.
Sicché, quando il British Museum espose il reperto al pubblico, non scelse mezzi termini nella didascalia, decidendo di presentarlo come «l’Uomo di Lindow, vittima di un sacrificio umano druidico». E, inevitabilmente, il pubblico rimase ipnotizzato, con una fascinazione che era repulsione insieme. Da un lato, il Lindow Man costituiva testimonianza evidente della proverbiale barbarie sanguinaria dei druidi; dall’altro lato, raccontava il dramma di una Britannia che stava per soccombere all’invasore romano. Il pensiero di un “principe druido” pronto al più estremo dei sacrifici pur di salvare l’autonomia della sua terra era un’immagine molto potente, per una nazione che già cominciava a essere scossa da quei fermenti che, con il tempo, avrebbero portato alla Brexit. Una storia bellissima, insomma, forse troppo bella per essere vera: e, infatti, col passar degli anni, voci autorevoli si levarono a mettere in discussione questa fantastica scena da romanzo.
A parziale discolpa di quei pionieri che si lanciarono in voli pindarici: nel 1984, gli strumenti di indagine forense erano meno accurati di quelli che abbiamo oggi. Ma, col progresso della tecnologia, analisi successivamente condotte sul reperto resero evidente che alcune delle “prove” che avevano fatto gridare all’omicidio rituale erano, in realtà, molto meno solide di quanto si pensasse. Uno degli studiosi che si dedicò a lungo a questo cold case è Robert Connolly, antropologo fisico dell’Università di Liverpool; e, non appena il ricercatore si mise al lavoro, gli parve evidente che c’era qualcosa che oggettivamente non tornava.
Partiamo dal fatto più eclatante: la corda legata al collo, che tutti avevano interpretato come una garrota.
Ma, a guardar bene, non si vedevano sul cadavere segni inequivocabili di strangolamento: sì, la corda aveva lacerato la carne del collo provocando un taglio, ma la trachea non risultava compressa e la cartilagine della laringe non sembrava danneggiata. Se quella corda voleva essere un’arma del delitto, era finita nelle mani di uno strangolatore incompetente che si era limitato a fare un taglio superficiale. Ma, a questo punto, a giudizio dell’antropologo, nulla vietava di pensare che quel cordoncino stretto attorno al collo fosse stato originariamente una collana, magari en pendant col braccialetto che il Lindow Man portava al polso. Si sarebbe poi irrigidito attorno al collo della salma, che intanto si gonfiava, nel corso del processo di mummificazione: insomma, quel cordoncino aveva sicuramente inciso la carne di quel poveraccio… ma siamo sicuri che l’avesse fatto quando l’uomo di Lindow era ancora in vita?
In effetti no, non ne siamo sicuri affatto.
E lo stesso si poteva anche dire di alcune delle fratture ossee che, inizialmente, avevano fatto pensare a un poveraccio corcato di botte con insolito sadismo: analisi più accurate portarono ad ammettere la possibilità che alcune delle fratture si fossero verificate nel 1984, durante le operazioni di scavo (non certo delicate) che, poche ore dopo, avrebbero finito col portare alla luce la salma.
A giudizio di Connolly, non v’era dubbio che l’uomo di Lindow fosse morto di una morte violenta: qualcuno lo aveva raggiunto alle spalle per infliggergli un forte colpo alla nuca, spezzandogli così le vertebre cervicali, e per buon conto l’aveva colpito altre due volte in cima al cranio. Probabilmente, nessuna di quelle tre ferite sarebbe stata letale in sé e per sé, ma in quel caso la combo fu più che sufficiente a far perdere i sensi al malcapitato, che come corpo morto fu gettato (o cadde) dentro alla palude. Privo di coscienza o comunque troppo debole per difendersi, l’uomo di Lindow respirava ancora quando finì a faccia in giù nella torbiera (donde, appunto, l’acqua rinvenuta nei polmoni).
Insomma, il fu sicuramente vittima di un omicidio violento… ma, alla prova dei fatti, non abbiamo motivo di pensare che la sua morte abbia avuto connotati rituali. Anche il suo stato di nudità fu inquadrato dall’antropologo forense con una spiegazione molto terra-terra: assodato che l’uomo di Lindow era indubbiamente benestante (a dire poco), potrebbe esser stato la banale vittima di una rapina. In un’epoca in cui anche i vestiti di pregio avevano un valore economico, la tunica che lo rivestiva e i suoi calzari di buona fattura avrebbero potuto essere entrati a far parte della refurtiva, sic et simpliciter: e così, il poveretto, malmenato e nudo come un verme, sarebbe stato abbandonato al suo destino. «La sua non fu una morte particolarmente elaborata», dichiarò Connolly alla fine delle indagini: per quanto ne sappiamo, «il Lindow Man è semplicemente un uomo che è stato bastonato a morte».
L’idea del sacrificio rituale? Probabilmente un abbaglio, che alla luce delle nuove indagini sembra perdere fondamento; ma «con tutto il rispetto, gli archeologi impazziscono per i riti sacrificali. Il museo e altri vogliono che sia un sacrificio, perché è una storia che fa colpo».
***
Un’affermazione forte, però vera. E, messo di fronte all’evidenza espressa, il mondo della cultura fu costretto a correggere il tiro. Nel 2008, quando il corpo fu esposto in una mostra temporanea al Manchester Museum, i curatori scelsero un approccio polivocale: invece di proporre una singola versione dei fatti, invitarono a “deporre” diversi “testimoni” (tra cui un patologo forense, un archeologo del paesaggio, un paio di storici esperti in religioni precristiane… e, per buon conto, anche l’operaio che aveva rinvenuto il corpo, un esponente di spicco del movimento del druidismo neopagano e un tizio residente a Lindow che non c’entrava niente). A ognuno di loro, fu chiesto di condividere le proprie opinioni personali sull’efferato gesto: insomma, l’allestimento presentava diversi punti di vista, lasciando al visitatore il compito di valutare gli indizi in prima persona e farsi un’idea personale di come fosse morto l’uomo.
Fu un approccio che piacque molto, anche perché permetteva al visitatore di giocare a fare il detective su un cold case vecchio di duemila anni: e il successo di questa mostra partecipativa spinse il British Museum a ripensare la sua strategia di comunicazione. Quando l’uomo di Lindow tornò a Londra, nel 2011, fu deposto in una teca riveduta e corretta che riportava le diverse congetture circa la sua morte, senza sbilanciarsi. Come spiegato dalla curatrice Jody Joy, «le prove fisiche permettono di ricostruire la sequenza degli eventi […] ma da sole non spiegano perché l’uomo sia stato ucciso». «Potrebbe esser stato un sacrificio umano più o meno consensuale offerto agli dèi» (non si capisce bene in base a cosa, ma vabbeh), «ma potrebbe anche trattarsi di un criminale giustiziato, o della vittima di un crimine violento».
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E a questo punto ci si potrebbe anche legittimamente chiedere “sì ok, ma alla fine chissenefrega” – se non fosse che, in realtà, il dibattito sull’uomo di Lindow ha un interesse molto più vasto del semplice “indaghiamo per capire com’è morto questo poveraccio”.
Se la tesi della morte rituale fosse stata confermata, il Lindow Man sarebbe stato testimonianza inconfutabile del fatto che sì, i druidi praticavano davvero sacrifici umani: un’affermazione che, alla prova dei fatti, al giorno d’oggi nessuno storico serio sarebbe disposto a prendere per oro colato.
È senz’altro vero che le fonti classiche d’età classica dipingono i druidi a tinte fosche e sanguinarie, parlando di altari perennemente intrisi di sangue e addirittura di atti di cannibalismo rituale. Bisogna però considerare che queste testimonianze provengono da osservatori che, nella migliore delle ipotesi, non avevano mai visto un druido in vita loro e che, nella peggiore, avevano fatto irruzione nelle loro terre col preciso intento di conquistarle. Per esempio, non v’è dubbio che Giulio Cesare abbia volutamente ingigantito la portata reale del potere dei druidi per sensibilizzare la classe politica circa la necessità di finanziare altre future campagne militari nelle Gallie: e questo è solo un caso tra i tanti.
Certo, non necessariamente la propaganda si basa su informazioni completamente false, ed è senz’altro possibile che in seno alla religione dei druidi venisse praticato per davvero il sacrificio umano (non ci sarebbe niente di strano). Ma la mancanza di testi indigeni coevi rende difficile verificare queste affermazioni in modo indipendente; e le evidenze archeologiche non sono, a oggi, dirimenti. Per contro, è curioso notare come i missionari cristiani giunti a evangelizzare la Gallia e le isole britanniche non parlino manco per scherzo di sacrifici umani – e dire che avrebbero avuto tutto l’interesse a dipingere a tinte fosche la religione che intendevano soppiantare!
E allora, come spiegare questa discrepanza tra le fonti?
Beh: le religioni non sono monoliti che restano perfettamente immutabili attraverso i secoli; quindi nulla ci vieta di supporre che in età classica i druidi avessero realmente l’abitudine di compiere sacrifici umani, suscitando lo sdegno dei Romani; potrebbero poi aver abbandonato spontaneamente questa pratica entro i primi secoli dell’età cristiana. Uno scenario che giustificherebbe il silenzio tombale dei primi evangelizzatori; e questa è senz’altro una possibilità. Ma, fino a prova contraria, i druidi praticavano una religione che era molto meno efferata di quanto si tenda a immaginare (oggi, il comune consenso è che probabilmente qualche – raro – sacrificio umano fu praticato per davvero, nell’età del ferro, ma unicamente come extrema ratio a fronte di problemi davvero catastrofici: guerre, pestilenze, carestie e così via dicendo. Non era la norma, insomma; ma una rarissima eccezione).
Per inciso, al mito del druido crudele e sanguinario (un mito tutto basato sull’immaginario classico e sulle riletture che ne vennero date in età vittoriana) ho dedicato diverse pagine all’interno di Halloween, alba dell’eternità, il breve saggio storico dedicato alla festa del 31 ottobre che un anno fa ho dato alle stampe assieme a Paul Freeman de Il Cattolico (che ha curato l’excursus teologico presente nella seconda parte).
Ecco: se volete leggere un sunto di ciò che davvero si sa, storicamente, sui druidi; se volete scoprire come mai l’Inghilterra vittoriana abbia sentito l’esigenza di calcar la mano sulla loro sanguinarietà; e se volete capire in che senso il mito del druido cattivo fu messo al servizio della propaganda politica negli anni della grande espansione coloniale dell’Impero Britannico – allora, il mio libretto potrebbe essere di vostro interesse. Non parla solo di druidi, ovviamente – anzi, parla principalmente di Halloween – ma è pur vero che anche Halloween si avvicina di gran carriera. E allora, questa mi pare l’occasione giusta per ricordarvi che esiste anche questo modo per far (davvero) la sua conoscenza.
Per approfondire:
- Ronald Hutton, Blood & Mistletoe. The History of Druids in Britain (Yale University Press, 2009)
- Jody Joy, Lindow Man (British Musem, 2009)
- Ronald Hutton, Why Does Lindow Man Matter?, in: Time and Mind (4/2011)
- Miranda Aldhouse-Green, Bog Bodies Uncovered (Thames & Hudson, 2014)
- Anne Ross e Don Robins, The Life and Death of a Druid Prince (Rider & Co, 1989)


ac-comandante
Anni fa avevo letto che a metà Ottocento sarebbe stata rinvenuta una sepoltura (in una specie di “bara” ricavata in un tronco di quercia) di un uomo che fu ipotizzato potesse essere stato un druido, perchè era parso a quelli che lo avevano rinvenuto di aver trovato anche tracce di vischio.
Notate in condizionali, messi in corsivo. Che la sepoltura fosse piuttosto elaborata passi, chi fosse stato il tizio trovato dentro è rimasto oggetto di congetture. Non so di più, neppure se qualche analisi sia stata fatta dopo.
Che le religioni non siano dei monoblocchi lo vedo spessissimo: faccio parte di un gruppo ecumenico…
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Lucia Graziano
Sììì, parli dell’uomo di Gristhorpe!
Sicuramente un uomo benestante, sepolto in una bara di quercia e con un corredo funebre non da poco.
…sicuramente non un druido, perché le analisi al radiocarbonio (che ovviamente nell’Ottocento non si potevano fare, poracci gli archeologi dell’epoca) lo datano al 2000 a.C. circa, un’epoca decisamente troppo precoce.
Inoltre: nel 2010 fa sono stati compiuti studi su quelle che gli archeologi del tempo avevano identificato, con una certa sicumera, come bacche di vischio AL DI LA’ DI OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO, e… indovina? E’ saltato fuori che erano calcoli urinari 😂
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