Le religioni di fronte alla trasfusione di sangue: una breve storia

La notizia del giorno è che nel mondo dei Testimoni di Geova è successo qualcosa che probabilmente ci farà fare la ola. Lo storico divieto alle trasfusioni del sangue resta in vigore, ma si restringe significativamente: d’ora in poi, accettare una trasfusione di globuli rossi, globuli bianchi, piastrine o plasma sarà una decisione lasciata alla coscienza del singolo fedele. Lo stesso vale per i fedeli che dovessero decidere di donare il proprio sangue, purché il sangue non venga trasfuso intero ma venga trattato per ricavarne le componenti o le frazioni. A marzo 2026, inoltre, era già arrivato un ulteriore cambiamento importante: il Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova aveva dichiarato che la Bibbia non si pronuncia circa l’impiego medico del proprio sangue, permettendo quindi ai fedeli di pre-depositare in ospedale delle sacche del proprio sangue in vista di interventi chirurgici già programmati.

E, se volessimo fermarci al lato cronachistico, direi che l’articoletto potrebbe anche chiudersi qui. Ma io penso che invece sfrutterò l’occasione per allargare un po’ il discorso: perché i Testimoni di Geova non sono l’unica comunità religiosa (o, in senso più ampio, l’unica cultura) ad aver attribuito alla donazione di sangue un significato spirituale, nel bene o nel male. E allora potrà essere interessante fare un carosello, a partire da…

Il caso dei Testimoni di Geova: quando “astenersi dal sangue” include anche la trasfusione

La loro interpretazione si basa su quattro diversi passi biblici. Il primo è contenuto in Genesi 9, 3-4: dopo il diluvio universale, Dio permette a Noè di mangiare gli animali purché non ne mangi la carne «con la sua vita, cioè il suo sangue». Nel Levitico si ritorna sul tema, e in più punti il capitolo 17 proibisce di mangiare sangue spiegando che «la vita della carne è nel sangue». L’idea torna anche in Deuteronomio 12, 23. Ma, per i Testimoni di Geova, l’addentellato più importante è quello contenuto in Atti degli Apostoli 15, 28-29: siamo nel I secolo e la prima comunità cristiana si domanda a quali prescrizioni veterotestamentarie debba sottomettersi un non-ebreo che decidesse di convertirsi al cristianesimo. Per esempio, deve circoncidersi? Deve osservare tutte le prescrizioni della Torah? La risposta dei leader del tempo è un secco no… ma con alcune clausole: «abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose».

Chiaro: gli Atti degli Apostoli sono un testo un po’ datato. Da nessuna parte nella Bibbia leggerete “lo Spirito Santo comanda di astenersi dalle unità di emazie trasfuse per via endovenosa”, e in effetti il rifiuto delle trasfusioni di sangue non esiste fin dagli albori dei Testimoni di Geova. La dottrina si formalizza negli anni ’40 del Novecento, in un’epoca in cui del resto la trasfusione di sangue stava diventando sempre più frequente nella pratica clinica: durante la seconda guerra mondiale, soprattutto, questa tecnica salva-vita fu utilizzata su una scala senza precedenti. E, non a caso, fu proprio nel 1944 che la Torre di Guardia si vide costretta a porsi una domanda che nel I secolo non esisteva (“ricevere sangue per via endovenosa equivale a consumarlo?”)… e rispose con un sì. Tra il 1944 e il 1945 il movimento chiarì che il divieto biblico sull’assunzione di sangue doveva estendersi anche alla trasfusione, nel 1951 approfondì ulteriormente la sua interpretazione e nel 1961 arrivò a prevedere conseguenze disciplinari gravi per quei fedeli che, nonostante il divieto, avessero comunque accettato una sacca di sangue al momento del bisogno.

A onor del vero, questa dottrina non nacque così dal nulla. L’antropologo Richard Singelenberg ha fatto notare che già a partire dagli anni Venti, in un clima di marcato isolamento e di crescente conflitto con la società circostante, le pubblicazioni della Torre di Guardia avevano cominciato a esprimere una forte ostilità verso la vaccinazione. E anche in questo caso, questa forma di antivaccinismo aveva sfumature diverse rispetto a quelle presenti nelle argomentazioni dei novax di oggi: i Testimoni di Geova si dicevano ostili ai vaccini perché sostenevano che iniettare materiale biologico animale nel corpo umano costituisse una violazione della sacralità del sangue di matrice biblica. Insomma, il divieto alle trasfusioni di sangue e una certa ostilità alle pratiche mediche legate alla manipolazione del sangue sembrano avere i loro precedenti storici – almeno secondo l’interpretazione di Singelenberg, che però mi pare convincente, per quel che vale. Per inciso, le posizioni antivacciniste furono abbandonate nel 1952: la Torre di Guardia scrisse espressamente che la vaccinazione non equivale a mangiare/bere sangue e lasciò la questione alla coscienza individuale.

Gli Ebrei: donare il sangue è salvaguardia della vita

Ovviamente, Genesi, Levitico e Deuteronomio non sono proprietà privata dei Testimoni di Geova. E, nell’Ebraismo, il principio secondo cui il sangue rappresenta la vita è preso talmente sul serio che continua ad avere conseguenze quotidiane molto concrete, per esempio con la macellazione kasher. Quindi, perché gli Ebrei non rifiutano le trasfusioni?
Perché la tradizione ebraica interpreta quei versetti come norme relative al consumo del sangue a scopo alimentare; la bioetica ebraica contemporanea non ravvisa parallelismi con l’infusione del sangue per via endovenosa a scopo terapeutico. Insomma, mangiare sangue è senz’altro proibito, ma non esiste un divieto generale di far entrare sangue nel corpo umano per qualunque via.
Peraltro, la religione contempla la possibilità di sospendere molte prescrizioni religiose ove ci si trovi in reale stato di bisogno. La legge ebraica dà grandissima importanza alla salvaguardia della vita, propria o altrui: se una vita umana è in pericolo, la necessità di proteggerla può sospendere moltissime altre prescrizioni. Per capirci: un ebreo che svolga la professione di pompiere può andare a spegnere incendi anche durante il riposo del sabato, per citare l’esempio più lampante.

Donare il sangue è amare il prossimo: la posizione dei Cristiani

C’è pur sempre Atti 15, 28-29, che è senza dubbio un testo cristiano, ed è anche molto netto nel ribadire l’importanza di quelle poche prescrizioni, pur avendo appena rigettato tutte le altre. Quindi, perché le varie confessioni non hanno raggiunto la stessa conclusione dei Testimoni di Geova?
Non perché abbiano semplicemente deciso di ignorare quel versetto. Per secoli, molti cristiani continuarono a prendere il divieto assai sul serio; ma gradualmente s’affermò la consuetudine di leggere Atti 15 sullo sfondo delle norme rituali che erano state giudicate, all’epoca, indispensabili per far convivere pacificamente i cristiani cresciuti nella tradizione ebraica e quelli che si erano convertiti provenendo da culti pagani. In Occidente questa lettura si affermò piuttosto rapidamente, in Oriente ebbe bisogno di più tempo per imporsi; ma siccome oggi è abbastanza raro che in consiglio pastorale scoppi una rissa violenta perché suor Flavia ama mangiare la bistecca alla fiorentina e l’organista ritiene che il gesto sia un osanna a Satana, il comune consenso tende a essere quello per cui la questione è ormai storicamente superata.

Sicché, quando molti secoli dopo, comparvero le trasfusioni di sangue, le principali Chiese cristiane non ebbero motivo di inquietarsi. Né men che meno ravvisarono che il famoso passaggio di Atti 15 potesse avere attinenza con la pratica della trasfusione, anzi: una ricostruzione storica pubblicata nel 2026 mostra che cattolici, ortodossi, anglicani, luterani, riformati e metodisti accettarono progressivamente l’interpretazione per cui la donazione di sangue è un’ottima tecnica per mettere in pratica l’esortazione ad amare il proprio prossimo come se stessi, e anzi spesso incoraggiano espressamente questa buona pratica.

L’Islam: un sì condiviso tra sciiti e sunniti (e c’è anche chi dona per onorare i martiri)

Anche il Corano impedisce il consumo alimentare del sangue, e in più punti. Corano 2, 173, però, è molto netto nell’affermare che chiunque sia costretto a consumare sangue per necessità, senza desiderare questa trasgressione e senza eccedere su quanto gli è strettamente necessario, non commette peccato: e questa, intuitivamente, diventò una delle chiavi giuridiche con cui, a tempo debito, l’Islam affrontò la questione della trasfusione.

Ovviamente, dire “l’Islam pensa che” è sempre un’affermazione un po’ azzardata, perché internamente alla religione del Corano esistono scuole giuridiche diverse, differenze tra sciiti e sunniti e una piccola moltitudine di opinioni che non sono sempre perfettamente sovrapponibili. Ma, grossomodo, il minimo comun denominatore è all’incirca questo: il Corano proibisce il consumo del sangue versato e il corpo umano ha una sua sacralità intrinseca, dunque normalmente non sarebbe lecito disporre del sangue umano a proprio piacimento. Tuttavia, lo stato di necessità rende lecite cose che in altri contesti non lo sarebbero, dunque donare il proprio sangue per una grave necessità terapeutica è cosa assolutamente lecita.

Piccole differenze si hanno nel momento in cui si cerca di capire in cosa esattamente consista questo stato di necessità. Stef Van den Branden e Bert Broeckaert hanno analizzato settanta fatawa sunnite riguardanti trapianti e trasfusioni. Non ne hanno trovata nemmeno una che proibisse la donazione, ma la raccolta testimonia un ampio ventaglio di posizioni: quasi metà dei testi presi in esame permette la trasfusione senza sollevare particolari problemi; l’altra metà pone alcuni paletti, che variano di volta in volta (per esempio: che il donatore abbia la certezza assoluta di una necessità medica reale e urgente, o che il donatore non ricavi alcun tipo di guadagno dalla donazione). In ambito sciita troviamo formulazioni ancor più permissive: alla domanda “è lecito donare sangue?”, al-Sistani risponde semplicemente “sì” e ammette anche la ricezione di sangue trasfuso proveniente da un non musulmano. Anzi, in un suo testo giuridico contempla anche la possibilità di vendere il proprio sangue dietro compenso, purché il destinatario ne sia realmente bisognoso.

Esistono addirittura alcune comunità sciite che hanno trasformato la donazione stessa in gesto commemorativo. Il 10 di Muharram, giorno dell’Ashura, gli sciiti commemorano la morte di Husayn ibn Ali, nipote del profeta Maometto, ucciso nella battaglia di Karbala. In determinate comunità sciite (non in tutte), si è sviluppata nei secoli una pratica chiamata tatbir: alcuni uomini si procurano ferite facendo scorrere il proprio sangue, in segno di lutto per Husayn. Non lo fanno tutti gli sciiti, non tutte le autorità sciite lo approvano, gli sciiti litigano da tempo sulla liceità di questa pratica, che in realtà è fortemente controversa. Ma, in ambiente sciita, molti si sono chiesti, in questi ultimi decenni: se vogliamo commemorare il sangue versato da Husayn procurandoci ferite, perché non far scorrere il nostro sangue dentro le vene di qualcuno che ne ha bisogno?
Savannah Dodd ha analizzato come, in Libano, in determinati ambienti sciiti, alla pratica del tatbir si sia rapidamente accostata una campagna a favore di una donazione di sangue collettiva organizzata durante l’Ashura. E uno studio simile esiste anche per la Gran Bretagna, dove Morteza Hashemi ha analizzato etnograficamente la Imam Hussain Blood Donation Campaign, nata fra giovani sciiti britannici.

Sikh, buddhisti e sant: donare il sangue è servizio al prossimo

Nel credo dei sikh esiste una categoria religiosa centralissima: seva, il servizio agli altri, volontario e disinteressato. E se questa è la premessa, non sorprende che molte comunità sikh abbiano riflettuto sul fatto che donare il proprio sangue a chi ne ha bisogno è senz’altro un ottimo modo per praticare seva. Già uno studio del 1996 sulla donazione di organi nella comunità sikh di Coventry trovava che gli intervistati consideravano il dono del proprio corpo particolarmente coerente con la propria religione; oggi, le comunità sikh sono tra le più grandi ed entusiastiche sostenitrici delle campagne per la donazione di sangue, e in Canada esiste addirittura un ente che, in seno alla comunità religiosa, si occupa esclusivamente di questa forma di servizio al prossimo: la Blood Donation by Sikh Nation.

Atteggiamenti simili sono registrati anche in altre religioni orientali. Bob Simpson ha studiato come, nello Sri Lanka buddhista, le campagne per la donazione di sangue e di cornee siano state collegate alla nozione di dāna, il dono generoso. Nella zona dell’India settentrionale, Jacob Copeman ha studiato movimenti devozionali guidati da guru che organizzano enormi raccolte di sangue nelle quali il gesto viene incorporato nei concetti di dono, servizio, sacrificio e devozione. Alcune comunità fortemente legate all’ideale della non-violenza ritengono che la donazione di sangue, cioè il volontario spargimento del proprio sangue in un contesto benevolo e di servizio, sia un modo fortissimo per affermare la propria ideologia, in netta contrapposizione allo spargimento violento e inutile del sangue che si ha durante la guerra. E c’è anche un paradosso curioso: alcuni dei fautori della non-violenza sono ben felici di donare il proprio sangue ai soldati dell’esercito indiano, talvolta cercando di indirizzare esattamente a questa destinazione le proprie sacche: in questo modo, osserva Copeman, riescono a sostenere la causa patriottica… ma senza far male personalmente a nessuno.

I timori di matrice culturale, in Africa e in Cina

Chiaramente, non è solo la religione a condizionare i comportamenti delle masse. Anche la cultura, il folklore e tutti quei meccanismi psicologici che si vengono a creare durante il famoso “effetto gregge” hanno un potere altrettanto forte; e, in alcune aree del mondo, questi fattori impattano fortemente anche sul tema delle trasfusioni.

Una rassegna pubblicata sul British Journal of Haematology ha raccolto 35 studi condotti in 16 paesi dell’Africa subsahariana: accanto a una consapevolezza molto diffusa del fatto che la donazione salva vite, gli autori hanno trovato anche ostacoli legati a questioni culturali: per esempio, il diffuso timore che il proprio sangue possa essere utilizzato per rituali magici negativi (sì: in Africa, è diffusissima l’idea che la stregoneria esiste per davvero). In alcuni casi, gli autori hanno registrato timori legati alla ricezione del sangue: c’è chi dichiara che rifiuterebbe una donazione di sangue, specie se proveniente da sconosciuti, per timore che il liquido vitale possa infondere in lui anche qualcos’altro assieme alle piastrine (malattie? Inclinazioni caratteriali? Vizi? Il germe della stregoneria? Inevitabilmente, ognuno teme ciò che più gli fa paura).

E timori simili si trovano anche in Cina, dove Geoffrey Tison ha sottoposto nel 2005 un questionario a 958 donatori di sangue di Pechino, distinguendo tra chi donava in maniera del tutto volontaria e tra chi era stato reclutato attraverso il luogo di lavoro. Tra le domande ce n’erano alcune relative alle concezioni tradizionali del corpo nella società cinese: ebbene, la convinzione che donare sangue potesse danneggiare il qi, cioè l’energia vitale, era presente nel 3,1% dei volontari spontanei e (significativamente, dato che suscita più di una riflessione) nel 12,7% dei donatori che erano stati reclutati dal datore di lavoro.


Per approfondire:

  • Richard Singelenberg, The Blood Transfusion Taboo of Jehovah’s Witnesses: Origin, Development and Function of a Controversial Doctrine, in: Social Science & Medicine (31/1990)
  • Morton Green, Biblical Laws Relating to Blood Transfusion: The Judaic Laws and Principles, in: Transfusion Medicine Reviews (5/1991)
  • Justin Taylor, The Jerusalem Decrees (Acts 15.20, 29 and 21.25) and the Incident at Antioch (Gal 2.11–14), in: New Testament Studies, (47/2001)
  • Alberto Bertola, Fabio Capellini, Michele Augusto Riva, Blood, Faith, and Medicine: The Christian World and the History of Transfusion in Europe and North America, in: Journal of Religion and Health (2026)
  • Stef Van den Branden, Bert Broeckaert, The Ongoing Charity of Organ Donation. Contemporary English Sunni Fatwas on Organ Donation and Blood Transfusion, in: Bioethics (25/2011)
  • Savannah Danielle Dodd, Religion for Revolution: Shifting Perceptions of Bodily Ritual in the Lebanese Shi‘a Community, in: Al-Jāmi‘ah: Journal of Islamic Studies (52/2014)
  • Morteza Hashemi, Could We Use Blood Donation Campaigns as Social Policy Tools? British Shi‘i Ritual of Giving Blood, in: Identities (29/2022)
  • Catherine Exley, Julius Sim, Norma G. Reid, S. Jackson, N. West, Attitudes and Beliefs within the Sikh Community Regarding Organ Donation: A Pilot Study, in: Social Science & Medicine (43/1996)
  • Bob Simpson, Impossible Gifts: Bodies, Buddhism and Bioethics in Contemporary Sri Lanka, in: Journal of the Royal Anthropological Institute (10/2004)
  • Jacon Copeman, Veins of Devotion: Blood Donation and Religious Experience in North India (Rutgers University Press, 2009)
  • Lucy Asamoah-Akuoko, Oliver W. Hassall, Imelda Bates, Henrik Ullum, Blood Donors’ Perceptions, Motivators and Deterrents in Sub-Saharan Africa: A Scoping Review of Evidence”, British Journal of Haematology (177/2017)
  • Geoffrey H. Tison, Changli Liu, Furong Ren, Kenrad Nelson, Hua Shan, Influences of General and Traditional Chinese Beliefs on the Decision to Donate Blood among Employer-Organized and Volunteer Donors in Beijing, China, in: Transfusion (47/2007)

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