Quando volevano canonizzare Cristoforo Colombo

Se è concesso a una divulgatrice d’esprimere di tanto in tanto la propria opinione: mamma mia, regà, che cannonata che abbiamo schivato, una volta tanto. In un’epoca in cui la gente abbatte le statue di Colombo vedendo in lui il capostipite di tutte le violenze del colonialismo, ci mancava solo che la Chiesa Cattolica si dovesse trovare a fare i conti con un Cristoforo Colombo santo, canonizzato per il suo aver portato il Vangelo nelle Americhe «senza versare una goccia di sangue, senza costare a chicchessia una lagrima». Sic.
Epperò abbiamo rischiato, e abbiamo rischiato di brutto: quella di sopra è una citazione testuale dell’uomo che, in pieno Ottocento, fu uno dei principali promotori della causa per la canonizzazione di Cristoforo Colombo – una causa che era a tanto così dal venir avviata per davvero e che fu persino messa in agenda come argomento di discussione nel Concilio Vaticano I, niente meno.
Per nostra fortuna, la cosa non andò in porto, ma la storiella resta interessante (e istruttiva?) per davvero. Ne parla lo storico Francisco Javier Ramón Solans in uno studio titolato A Global Saint for the Modern World? The Transnational Campaign for the Canonization of Christopher Columbus e apparso nell’aprile 2026 su Church History. E allora, grazie a lui, anche io ne parlo a voi.

Tutto cominciò in Francia per iniziativa di Félix Roselly de Lorgues, un personaggio che credo si sarebbe trovato molto bene in un certo Internètte cattolico dei nostri giorni. Giornalista di professione, pubblicista cattolico e apologeta per (grande) passione, Félix era quel tipo d’uomo che ha idee molto precise su come funziona il mondo (= male, per colpa degli anticlericali) e su quale sia il ruolo che la Chiesa Cattolica dovrebbe occupare al suo interno (= quello di capoccia). Già prima di interessarsi a Colombo, aveva pubblicato opere di carattere decisamente programmatico: in Le Christ devant le siècle tentava di dimostrare la veridicità del cattolicesimo attraverso analisi scientifiche; nel Livre des communes, vagheggiava una rigenerazione della società francese attraverso la collaborazione fra parrocchia, scuola e amministrazione comunale. Insomma, la sua tesi era che la Chiesa cattolica avesse dato moltissimo alla società occidentale (e che molto altro avrebbe potuto dare se solo le fosse stato concesso di farlo ancora), e che, soprattutto, fosse necessario rivendicare questi meriti per controbattere alle nuove correnti di pensiero che consideravano la religione un ostacolo al progresso.

Ebbene: nel 1845, il nostro amico pubblicò La Croix dans les deux mondes, un’opera nella quale sosteneva che la scoperta dell’America fosse stata essenzialmente un prodotto della fede cattolica: era stato il genio cristiano a rivelare all’umanità l’esistenza di un altro emisfero, ed era stato lo zelo evangelizzatore a spingere Colombo e i primi valorosi esploratori a tentare il tutto e per tutto in un’impresa dagli esiti ancora incerti. E siccome questa interpretazione gli sembrava particolarmente promettente ai fini della sua agenda, decise che sarebbe stata una buona idea dedicare al viaggiatore genovese una monumentale biografia in due volumi pubblicata nel 1856 con il titolo di Christophe Colomb, histoire de sa vie et de ses voyages.

Alcune delle affermazioni di Roselly non erano neanche del tutto campate per aria: molte delle scelte di Cristoforo Colombo erano davvero state dettate da motivazioni religiose, come lui stesso aveva voluto sottolineare più volte nei suoi scritti. Al netto di ciò, il libro del nostro amico è qualcosa che oggi tenderemmo a definire “una biografia decisamente celebrativa” a voler essere gentili: il Colombo di Roselly era un uomo di virtù sovrumane, umile, casto, misericordioso, illuminato dalla Provvidenza, profondamente devoto, mosso da null’altro scopo se non quello di diffondere il Vangelo alle povere genti oltre l’Oceano che avevano la sventura di non conoscerlo ancora. La sua impresa non era stata solamente un’intuizione acuta: gli era stata ispirata da Dio stesso! E, per buon conto, Colombo faceva pure miracoli: Roselly aveva infarcito il suo libro di aneddoti tipo quello per cui una croce eretta dal navigatore sull’isola di Hispaniola avrebbe sanato i malati, resistito al fuoco e persino rigenerato il proprio legno ogni volta che qualcuno tentava di abbatterla. Ammazza.

Chiaramente, Roselly non era partito per la tangente perché fin da ragazzo aveva un poster di Cristoforo Colombo appeso nella sua cameretta come si fa con gli idol. Nell’Europa ottocentesca, attraversata dal positivismo e dalle polemiche tra Stato e Chiesa, giocarsi la carta del “la scoperta dell’America non sarebbe mai esistita se non fosse stata per i cattolici” rappresentava – va da sé – un’occasione straordinaria per dimostrare che la religione non era mai stata nemica della modernità, e anzi ne aveva favorito la nascita. Se uno dei più grandi avvenimenti della storia moderna era stato realizzato da un uomo scelto da Dio per portare la fede oltre l’Atlantico, ne derivava che la Chiesa poteva rivendicare un ruolo fondamentale (anzi: letteralmente fondante) nella nascita del mondo contemporaneo.

E quale consacrazione migliore di questa tesi, se non una canonizzazione dell’unto del Signore che Iddio aveva voluto usare come strumento della sua infinita Provvidenza?

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Roselly aveva amici molto in alto nella Chiesa, e proprio a loro propose la sua idea. L’idea piacque parecchio al cardinal Donnet, che si fece promotore di una petizione a Pio IX per ottenere l’apertura della causa di canonizzazione. Il prelato era perfettamente conscio delle difficoltà (Colombo era morto da secoli, non esisteva una tradizione consolidata di venerazione popolare e i presunti miracoli non erano dimostrabili secondo le consuete procedure ecclesiastiche), ma riteneva che per un personaggio così eccezionale fosse del tutto possibile ricorrere a una procedura eccezionale che sorvolasse su questi dettagli.

All’iniziativa aderì entusiasticamente anche André Charvaz, arcivescovo di Genova, che arrivò a immaginare per Colombo un futuro come santo patrono dei marinai. E pian piano la cosa cominciò a diventare seria. Entro il giugno 1870, Donnet era riuscito a raccogliere le firme di sessantasei vescovi e dieci cardinali (cioè un sesto del collegio cardinalizio di quell’epoca) a sostegno dell’apertura di una causa per la canonizzazione di Colombo. La proposta era stata inclusa fra le questioni da sottoporre all’attenzione del Concilio Vaticano I, e chissà come sarebbe andata a finire se nel settembre di quell’anno i bersaglieri non fossero entrati a Roma comportando il crollo del potere temporale del papa e la sospensione del Vaticano I.

Se non fosse stato per Porta Pia, Colombo si sarebbe trovato con l’aureola in testa? Chi lo sa. È senz’altro vero che molti prelati sembravano premere per la canonizzazione, ma non tutti all’interno della Chiesa sembravano condividere lo stesso entusiasmo. Anzi, uno degli oppositori più accaniti di questa causa fu proprio un sacerdote: Angelo Sanguineti, insegnante presso il seminario di Genova e a sua volta autore, nel 1846, di una biografia di Cristoforo Colombo.

Sanguineti non aveva nulla contro il suo illustre concittadino, anzi ne apprezzava l’acume e la grandezza storica, ma da lì ad accettare che Colombo potesse essere additato a modello di virtù cristiane per i fedeli… ehm.
Nel giugno 1875 presentò alla Società Ligure di Storia Patria una memoria dal titolo magnifico: Quanto fallace consigliero sia in materia storica il sentimento (ovverosia, con parole mie: quanto può essere pericoloso, quando si fa Storia, lasciarsi guidare da ciò che ci piacerebbe fosse vero). A Roselly, Sanguineti contestava soprattutto il metodo, accusandolo di aver forzato la documentazione e di aver addirittura tradotto in modo tendenzioso un testo che riguardava uno degli aspetti più cattolicamente imbarazzanti della biografia di Colombo: la sua vita sessuale. Nel 1488, Colombo aveva avuto un figlio da Beatriz Enríquez de Arana, una donna con cui aveva avviato una relazione sentimentale senza però mai sposarla (checché ne dicesse Roselly, violentando le fonti nel disperato tentativo di dimostrare il contrario). Mi direte che la strage degli Indios è probabilmente un problema assai più grave: ma per chi nell’Ottocento pretendeva di presentare il navigatore come uno sfolgorante modello di castità cristiana, anche questa banale faccenda di letto diventava un problema piuttosto ingombrante.

Sanguineti faceva notare che, nei tre secoli trascorsi dalla morte di Colombo, mai si era sviluppato attorno alla sua figura un sentimento di devozione anche solo vagamente paragonabile a quello che normalmente accompagna la fama di santità; quanto all’ostinazione di Roselly a etichettare come “leggende nere anticattoliche” tutte le fonti che erano contrarie alla sua tesi, il sacerdote genovese la trovava francamente risibile. E non solo lui: in Spagna, per esempio, il grande erudito cattolico Marcelino Menéndez Pelayo era arrivato a definire Roselly un ciarlatano fanatico, accusandolo di aver scritto una biografia campata per aria al solo scopo di compiacere i devoti e i nostalgici. E queste critiche, secondo me, sono di particolare interesse proprio perché arrivavano a Roselly come fuoco amico, da parte di individui che condividevano la sua stessa fede ma, evidentemente, non il suo stesso approccio alla storia. Sotto sotto, la domanda era puramente metodologica: se si è già deciso che il protagonista della nostra storia debba essere un uomo perfetto, che cosa facciamo con i documenti che sembrano raccontare qualcosa di diverso? (Tipo, che ne so: quelli che testimoniano atti di notevole violenza armata durante la colonizzazione delle Antille, ordinati da uno che secondo Roselly aveva occidentalizzato le Americhe «senza versare una goccia di sangue, senza costare a chicchessia una lagrima»). Di fronte a fonti così, cosa deve fare uno storico? Discuterle, comprenderle, contestualizzarle nel momento, oppure stuprarle finché non riescono finalmente a confermare la sua tesi, se non proprio ometterle del tutto?

Roselly, comunque, non aveva intenzione di arrendersi. Nel 1874 pubblicò un altro libro sul tema e riuscì a rilanciare la campagna ottenendo anche il sostegno dei Gesuiti della rivista La Civiltà Cattolica, che dedicò alla possibile canonizzazione due contributi favorevoli. Nel 1877 intervennero ufficialmente i francescani, forti della vicinanza che Colombo aveva sempre avuto con il loro Terz’Ordine, nominando Roselly postulatore della causa con l’incarico di raccogliere la documentazione necessaria per chiederne l’introduzione presso la Congregazione dei Riti. Nel 1879, l’imprenditore genovese Giuseppe Baldi pubblicò un libro che vedeva in Colombo La glorificazione del genio cristiano e si impegnò in una raccolta sistematica di adesioni ecclesiastiche tra prelati di alto livello (vescovi, cardinali, superiori religiosi): nell’arco di dieci anni riuscì a raccoglierne quasi mille, ed erano adesioni di spicco. Negli Stati Uniti, nel frattempo, la figura di Colombo era diventata un simbolo identitario importante per i cattolici, che traevano gran conforto dal poterlo contrapporre al mito dei Padri Pellegrini. Nel 1882 nascevano a New Haven i Knights of Columbus, un’associazione cattolica di mutuo soccorso ancor oggi attivissima, che non sorprendentemente sostenne con entusiasmo la campagna che chiedeva a gran voce una canonizzazione.

Il momento decisivo sembrò arrivare nel 1892, quando il mondo occidentale si fermò per celebrare il quarto centenario del viaggio di Colombo. Per molto tempo i sostenitori della canonizzazione avevano sperato che quel 1892 sarebbe stato l’anno che avrebbe finalmente gratificato i loro sogni: invece, fu l’anno in cui Leone XIII li frustrò tutti optando per una soluzione decisamente più prudente. Il 16 luglio pubblicò l’enciclica Quarto abeunte saeculo nella quale, sì, invitava il clero a celebrare religiosamente il quarto centenario della scoperta, rivendicando il carattere anche cattolico dell’impresa. «Colombo è uomo nostro», scriveva il papa, spiegando che la fede aveva avuto una parte fondamentale tanto nella progettazione quanto nella realizzazione del viaggio. Al tempo stesso, però, Leone XIII distingueva gli onori che la Chiesa riserva alla santità da quelli che volentieri tributa ai grandi personaggi della Storia – e riconosceva a Colombo la grandezza di un eroe, di un acuto intellettuale cattolico e di un benefattore della civiltà, ma non quella di un santo.

Prevedibilmente, Roselly non la prese bene. Cercò di rilanciare l’iniziativa, arrivando a coinvolgere perfino la famiglia reale spagnola, ma il progetto non riuscì a riprendere slancio. Negli ultimi anni della sua vita, divenne sempre più amareggiato arrivando addirittura a sostenere tesi complottiste secondo cui il Vaticano aveva volutamente manomesso i suoi archivi allo scopo di occultare documenti favorevoli alla santità di Colombo. Francamente improbabile, mettiamola così: fatto sta che Roselly morì, nel 1898, pieno di acrimonia nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche (e pressoché in rovina, dopo aver destinato alla campagna per la canonizzazione di Colombo una grossa parte dei suoi averi).

Non fu comunque questa la fine ultima di questa Storia. Di tanto in tanto, nei decenni successivi, qualche singolo pensatore riprese in mano la questione: nel 1909 circolarono notizie di un possibile rilancio da parte della campagna con l’appoggio del clero americano, negli anni Venti arrivarono nuove petizioni e nel 1941 alcuni prelati statunitensi tornarono a interessarsi alla questione. L’ultimo documento individuato da Ramón Solans (lo storico che ci ha regalato questa Storia) nel fascicolo archivistico della causa di canonizzazione è una lettera dell’8 ottobre 1957. Una petizione domandava la canonizzazione congiunta di Cristoforo Colombo, Alessandro Manzoni e Goffredo di Buglione.


Per approfondire: Francisco Javier Ramón Solans, A Global Saint for the Modern World? The Transnational Campaign for the Canonization of Christopher Columbus, in: Church History (aprile 2026)

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