Che si faceva, nel Medioevo, al Sabato Santo?
Nell’immaginario d’oggi, il Sabato Santo è il giorno in cui nulla accade, nell’attesa che tutto accada.
Beh: nel Medioevo, le cose non andavano esattamente così.
Storia e Folklore
Nell’immaginario d’oggi, il Sabato Santo è il giorno in cui nulla accade, nell’attesa che tutto accada.
Beh: nel Medioevo, le cose non andavano esattamente così.
È nato prima l’uovo o la gallina?
O, in questo caso, sono nati prima i piselli o l’inquietudine esistenziale?
Difficile a dirsi, come spesso capita quando si tratta di analizzare fatti di folklore: c’è molta incertezza, riguardo la genesi di questa tradizione dell’Inghilterra settentrionale.
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Oggi, 18 marzo, è la giornata nazionale in memoria delle vittime del coronavirus, istituita nel 2021 «al fine di conservare e di rinnovare la memoria di tutte le persone che sono decedute a causa di tale epidemia».
Ma (con l’ovvia esclusione dei doverosi tributi istituzionali), qualcuno di voi ha la percezione che si tratti di una ricorrenza particolarmente sentita dalla popolazione?
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Il colore tradizionalmente associato a san Patrizio? Tenetevi forte: secondo l’araldica, è il blu: per la precisione, quella sfumatura di blu indicata dal codice esadecimale #23297A e definita “St. Patrick’s blue” dai libri di grafica.
Ma allora, da dove spunta il colore verde?
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E sarebbe davvero difficile immaginare delle monache della Controriforma che si dedicano a certi passatempi, se non fossero il doge e il clero veneziano a parlarcene personalmente – e con una certa esasperazione!
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Mi metto alla scrivania con la disperata rassegnazione di chi è conscio d’essere voce di uno che grida nel deserto, ma questa cosa va detta a chiare lettere: no, non è vero che la festa di San Valentino fu istituita dalla Chiesa dei primi secoli per soppiantare i riti pagani dei Lupercali.
È sicuramente vero che la Chiesa dei primi secoli cristianizzò molte feste pagane, ma oggettivamente San Valentino non è una di queste.
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“Singolare usanza in un paese che ha la riputazione di possedere i mariti più suscettibili di cristianità!”, scriveva Giovanni Verga nel 1877 parlando delle ‘ntuppatedde catanesi. E aggiungendo con una punta di amarezza: “È vero che è un’usanza che se ne va”.
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Nell’Italia del Nord-Est, i contadini non aspettavano l’arrivo della Candelora per decretare la fine imminente dell’inverno; loro, impazienti, si rimettevano al lavoro il 25 gennaio, in occasione della festa della conversione di san Paolo.
E, come spesso capitava nelle feste che assurgevano al ruolo di Capodanno agrario, anche la data del 25 gennaio cominciò a velarsi di poteri soprannaturali, nell’immaginazione del popolino.
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La data giusta per scambiarsi gli auguri di buon anno? Indubbiamente il 21 marzo, secondo questo abate del X secolo.
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Chi ha letto il mio libro potrà forse ricordare di aver già incontrato il “Compost et kalendrier des bergers”, un almanacco cinquecentesco che, nella finzione letteraria, dichiarava di essere stato scritto sotto la dettatura di un pastore illetterato ma non per questo ignorante, anzi profondo conoscitore delle leggi della natura e della magia.
Sapeva anche fare oroscopi, questo mago-pastore? Beh, naturalmente, anche se (naturalmente!) li faceva a modo suo!