Aggiungi un posto a tavola: c’è un Continente in più…

Al Convegno, già a partire dal giorno prima eravamo stati avvisati di prepararci, perché il Pranzo dei Popoli dell’indomani sarebbe stato “qualcosa di molto speciale”.
Ce l’avevano anticipato, che il Sermig di Torino è un’istituzione nata per promuovere la giustizia e la solidarietà verso i Paesi più poveri.
Ce l’avevano detto, che anche quel pranzo, organizzato dal Sermig nella sua struttura di via Borgo Dora, sarebbe stato un pasto all’insegna della solidarietà.
E noi, sotto sotto, avevamo sbuffato, iniziando a preparare il portafoglio: un altro di quei noiosi pranzi in cui, mentre tu mangi, ti tormentano raccontandoti dei bambini che in quel momento muoiono di fame, pensavamo. Un altro di quei noiosi pranzi in cui, dopo un pasto fin troppo frugale, ti chiedono un’offerta per aiutare i bambini del Terzo Mondo, e tu la dai, e poi ti senti più cristiano e eroico, e per premiare la tua straordinaria generosità entri in un bar a farti un caffè.
E che due scatole…In effetti, la visita al Sermig è iniziata malissimo.
Un ragazzo festoso e sorridente ci ha accolti in un grande salone, e ci ha fatti sedere per terra. Poi ci ha raccomandato di fare silenzio e di osservare attentamente le nostre reazioni, mentre sullo schermo in fondo alla sala partivano le solite, noiosissime, slides:

800 milioni di affamati nel mondo;

11 milioni di bambini che muoiono ogni anno;
20% della popolazione mondiale che utilizza l’80% delle risorse;

… e bla, bla, bla, le solite noiosissime informazioni, che a ben vedere è pure irritante ricevere dieci minuti prima dell’ora di pranzo.
“I ragazzini africani che muoiono ogni giorno di fame e malattia, non l’hanno mica scelto, di nascere in quel posto”, ha affermato a un certo punto il ragazzo sorridente, con l’aria di chi ha fatto la scoperta del secolo. “E voi, ragazzi… voi, l’avete scelto, di nascere qui in Italia?”.
Ovvio che no, scemo, veniva da dirgli: adesso facci alzare e andiamo a mettere qualcosa sotto i denti, ché si sta scomodi seduti qui per terra.
“E allora, perché non facciamo un esperimento?”, ha chiesto il ragazzo, guardandoci con un’aria improvvisamente più seria. “Perché non proviamo, tutti quanti, a nascere di nuovo?”.

Hanno fatto entrare due bussolotti dove erano nascosti un centinaio di foglietti, rappresentanti un centinaio di Paesi del mondo.
E poi hanno chiesto a ognuno di noi di estrarre un foglietto, a occhi chiusi.
Alessia di Roma, vicino a me, ha estratto lo Zimbabwe. Giovanni di Catania, alla mia sinistra, è capitato nel Myanmar. Io ho guardato il mio foglietto, e ci ho letto “Paesi Bassi”. Dietro di me, Roberta di Milano sussurrava alla sua amica: “che è ‘sta roba? Tu lo sai dov’è lo Swaziland?”.
“Alzi la mano chi è già stato nel Paese in cui è nato”, ha chiesto il ragazzo sorridente, che ora non sorrideva più.
Pochissimi hanno alzato la mano.
“Alzi la mano chi sa con precisione dov’è, il Paese in cui è nato”, ha insistito il ragazzo.
Si sono alzate meno mani ancora.
“Alzi la mano chi pensa di essere nato in un Paese leggermente migliore rispetto a quello in cui è nato veramente”.
Solo due mani si sono levate al cielo.

“E ora”, ha chiesto il ragazzo appoggiandosi ad un lungo tavolo rosso collocato al fondo della sala, “si mettano in piedi, per cortesia, i ragazzi che hanno un foglietto in cui il nome del Paese è sottolineato di nero”.
Eravamo in dieci, su oltre un centinaio.
Il ragazzo è passato con un microfono, per farci dire ad alta voce i Paesi di provenienza: “Paesi Bassi”, “USA”, “Italia”, “Canada”, “Singapore”, “Germania”, “Finlandia”, “Francia”, “Regno Unito”, “Giappone”.
“E ora”, ha ordinato il ragazzo tornando al lungo tavolo rosso che nel frattempo era stato coperto con una tovaglia, “i dieci Paesi ricchi che sono in piedi, si avvicinino pure a tavola e si preparino a mangiare”.

Eravamo in dieci, seduti a quel tavolo e costretti a guardare negli occhi gli altri novanta nostri amici accovacciati per terra con aria decisamente risentita.
Eravamo in dieci, mentre solerti camerieri ci portavano piatti, bicchieri, posate e tovaglioli, e poi una grande ciotola di insalata di riso, e bottiglie d’acqua e Coca Cola, e frutta, e patatine fritte, e dolcetti come dessert.
Loro erano in più di novanta, mentre veniva buttato a terra un piatto di riso e una pentola di acqua del rubinetto, senza posate, bicchieri, e senza nemanco un mestolo.

Al tavolo dei Paesi ricchi, i camerieri ci hanno riempito i piatti di riso. E poi ne hanno lasciato un’altra ciotola sul tavolo, nel caso ci venisse ancora fame più tardi.
“Ne volete ancora un po’, Paesi ricchi?”, ha chiesto gentile il ragazzo col microfono.
“No, per carità”, abbiamo risposto velocemente, iniziando a nutrire il serio sospetto che i nostri novanta amici avrebbero realmente dovuto mangiare solo quel poco che era avanzato.
“Sicuri sicuri sicuri di non volerne più?”, ha insistito il ragazzo col microfono, inarcando le sopracciglia.
“Sicurissimi!”, hanno risposto Singapore e la Germania.
Il ragazzo si è stretto nelle spalle. “E va beh, se lo dite voi…”. E ha preso i chili di riso che ci erano avanzati, e… li ha buttati nella spazzatura.

Porto Rico ha gridato: “no, ma che ca…!”.
Il Regno Unito e il Giappone si sono scambiati un’occhiata allibita, fissando il ragazzo col microfono come se fosse un matto.
Il Brunei e il Venezuela, più che il ragazzo, fissavano il cesto della spazzatura; la Guinea-Bissau, invece, guardava il piatto di riso da far bastare per novanta persone, e aveva – giuro – le lacrime agli occhi.
Il ragazzo col microfono ha di nuovo sorriso. “Bene!”, ha esclamato con un’ammirevole faccia tosta: “adesso, visto che siamo stati tutti serviti… direi che possiamo incominciare. Buon appetito!”.
Noi Paesi ricchi gli abbiamo lanciato un’occhiata terrorizzata.
Lui ha ricambiato con un’occhiata serafica.
“Ho detto buon appetito, Paesi ricchi, cosa aspettate? Iniziate a mangiare, su, ché si raffredda…”.

Intanto, seduti sul pavimento duro e polveroso, il Gabon e la Nuova Caledonia si erano lanciati sull’unico piatto di pasta a disposizione dei novanta Paesi poveri, e, da amici che erano, se lo contendevano con marcato entusiasmo. Le Isole Marshall affondavano le mani nella pentola di acqua, cercando disperatamente di bere le poche gocce che non scivolavano giù dalle loro dita; il Niger e la Birmania intanto si erano già alzati, avventandosi contro le Marshall e inveiendo: “deficiente, non metterci le mani dentro, ché non te le sei lavate e poi ci sporchi tutta l’acqua a disposizione!”.
Il Canada, in un silenzio allibito, si è infilato in bocca una forchettata di riso.
Il Camerun, molto dignitosamente, si è alzato e ha preso il cestino della spazzatura; dopo di che, con notevole nonchalance, ha iniziato a mangiare da quello.

“Oddio che schifo…”, hanno mormorato i Paesi Bassi, sgranando gli occhi alla vista del loro distinto ex-professore impegnato a ravanare nella monnezza. Ma nell’arco di trenta secondi anche il cestino della spazzatura era stato preso d’assalto, e c’era chi adesso veramente si spintonava, per assicurarsi un pugno di riso in più.

Poi venne il tempo della rivoluzione marxista, quando una decina di Paesi poveri raggiunsero il tavolo dei ricchi e si appropriarono con la forza delle merendine e delle patatine fritte.
Poi venne il tempo degli aiuti umanitari, quando i Paesi ricchi si versarono un bicchiere d’acqua e poi portarono le loro bottiglie giù dal tavolo,  per metterle a disposizione di chi, diversamente, davvero non avrebbe bevuto.
Poi venne il tempo della pace e della fratellanza, quando i Paesi poveri chiesero “per piacere” e i Paesi ricchi divisero con loro i loro piatti.

Ma alla fine della giornata, furono i Paesi ricchi ad aver mangiato di meno.
E non perché i poveri avessero portato via tutto il cibo, ma perché, fin dal primo momento, ai Paesi ricchi si era formato un nodo proprio lì, alla bocca dello stomaco.
E, seriamente, come fai a mangiare, quando sai che c’è chi si butta sulla spazzatura, e nonostante questo fa ancora la fame?

12 pensieri riguardo “Aggiungi un posto a tavola: c’è un Continente in più…

  1. fa riflettere molto questo post… complimenti, Lucy, davvero.
    la fame nel mondo è un problema che affligge i paesi da tanto tempo, e ancora oggi non si riesce ad estinguere… ed io mi chiedo perchè.
    perchè spendere soldi nelle guerre, invece che in cibo per chi non ne ha? perchè sperperarli in lussi inutili (irrinunciabili, invece, per chi è nato non con una, ma con sette camicie?), invece di darli a chi ha bisogno? che egoismo che ha l’uomo.

    bacino.

  2. Beh, è abbastanza facile capire perché…

    Se non avessimo aiutato i Paesi poveri, noi Paesi ricchi avremmo senza dubbio mangiato di più. O quantomeno avremmo avuto più avanzi da mettere in frigo per lo spuntino di mezzanotte. O magari avremmo allegramente buttato via tutta la prima portata, visto che era condita con i carciofini e – che so – magari agli USA non piacciono i carciofini, per cui perché mangiarli?

    Soprattutto, ci saremmo gustati molto di più il pasto, se non avessimo avuto davanti agli occhi la sgradevole vista di quegli accattoni che – orrore! – con le dita sporche di riso e polvere venivano da noi a elemosinare un pezzo di tovagliolo. Noi eravamo seduti a tavola a mangiare, per cui perché star lì a pensare a quegli altri? Che si arrangino: sono forse problemi miei?

    Si sta molto meglio a infischiarsene, e a ignorare il problema: tanto, a me, che cambia?

    (Sì… che egoismo che ha l’uomo).

  3. una volta sono stata anche io ad una cena dei popoli…
    non era una cosa mega, era abbastanza semplice…

    tu chiedi come fai a mangiare…

    io ti chiedo come fai a buttare nella spazzatura, scusa ma secondo me la seconda è molto peggio…

    questione di punti di vista…

  4. Ah beh, quello è ovvio, Star. Non mi sono chiesta come si fa, perché credo (spero) che siano effettivamente pochi quelli che lo fanno, quantomeno a livello pratico di “non ho più fame, quindi butto via la pasta che è avanzata”. Poi, è ovvio che ci sono i grandi sprechi industriali eccetera eccetera, ma nel quotidiano spero siano pochi quelli che buttano via quello che avanza. (Quantomeno, tutti quelli che conosco lo mettono in frigo e lo riscaldano per cena, poi non so se siamo le mosche bianche: spero di no :P).

    Invece, quello che facciamo tutti e senza distinzione è mangiare spensieratamente, senza nemmeno sognarci di pensare a chi in quel momento si litiga un pugno di riso.
    Se ci pensassimo davvero, ogni volta che ci sediamo a tavola, forse avremmo iniziato a cambiare.

  5. Ciao Lucyette, sono Daniele dal Sermig! Siamo contenti che l’esperienza del Pranzo dei Popoli abbia suscitato interesse e discussione in voi e anche in chi non c’era ma frequenta queste tue pagine. Avremmo davvero piacere di chiederti una cosa di persona, ma non trovando altri modi scrivo un commento qui, spero vada bene lo stesso, potresti chiamarci in Arsenale che ci sentiamo? Grazie mille! Daniele 011- [e il resto del numero cancellato da Lucyette, per la privacy del povero Daniele, N.d.R. :P]

  6. Vado al Sermig ogni anno da cinque anni. Ma solo l’anno scorso ho partecipato con tutta la mia famiglia alla cena dei popoli. C’erano oltre a me, mio marito, mia figlia di 19 anni e mio figlio di 7, almeno 400 giovani. Le reazioni che si sono scatenate sono state tantissime, compresa la rabbia dei “poveri” contro i “Ricchi” . Tutta la mia famiglia faceva parte dei paesi poveri e vi assicuro che il cazzotto sullo stomaco l’ho ricevuto quando mio figlio ha gridato:” Mamma ma io ho fame, perchè solo questo cucchiaio di riso c’è per cena?” e ho pensato a quelle madri che tutti i santi giorni si sentono dire questo dai loro bimbi….

  7. Posso immaginare benissimo, Antonella…
    Al di là dell’esperienza forte che ti fa vivere, al di là dei messaggi importanti che ti può lasciare, il Pranzo dei Popoli è ancor più sconvolgente nella misura in cui tu lo vivi, e pensi “santo cielo, che cosa strana che abbiamo fatto oggi”.
    Il problema è che non è una cosa strana: il problema è che per un sacco di gente è la quotidianità.
    E pensarci davvero fa venire la pelle d’oca, sì.

  8. se avete provato non serve commentare…un buco nello stomaco rimane…e non per la mancanza di cibo….grazie serming

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