L’uccellaccio del buon augurio

Ce ne sono parecchie, di miniature simili. I bestiari medievali sono pieni di scenette come quella che vedete sopra: un pover’uomo se ne sta quieto nel suo letto, con tanto di berretto da notte e copertina morbida, quand’ecco che un uccello di dimensioni abnormi gli si piazza sulla pancia guardandolo in cagnesco.

Sembra la versione medievale della pubblicità dell’effervescente Brioschi: ma cosa significa davvero la scena che stiamo guardando? Chi è questo uccellaccio molesto che balza addosso alla brava gente che dorme?

***

Variamente noto come caladrio, charadio, caladrino o calandrello, il volatile era un animale fantastico molto popolare nel Medioevo – e soprattutto nel Medioevo italiano. Nel 1947, lavorando a una ricerca titolata The Symbolic Goldfinch, lo studioso Herbert Friedmann censì 489 miniature rappresentanti il caladrio e ne identificò 450 come di sicura provenienza italiana. Quindi, si può dire a buona ragione che il caladrio sia un animale fantastico tutto nostrano, cosa che dovrebbe compiacere non poco il nostro orgoglio patrio.

Ma in buona sostanza: cos’è ‘sto caladrio?
Da dove sbuca?
Cosa fa?
Cosa vuole?

In un certo senso imparentato con la più famosa araba fenice, il caladrio è un uccello totalmente bianco. Da testa a piedi. Bianco come le nuvole, come il latte e come la purezza: nessun’altra sfumatura ne rovina il candore soprannaturale.
Presente nei palazzi di tutti i più grandi re del mondo, come assicuravano tutte le fonti medievali, il caladrio era di per sé un uccello marino (tanto che molti lo consideravano una specie di gabbiano), che però s’adattava facilmente alla vita in cattività. Il suo candore innaturale lo rendeva senza dubbio un interessante spettacolo per gli occhi, ma non era quella la sua caratteristica più famosa: infatti, il caladrio era particolarmente ricercato per la sua capacità di determinare la sorte di un ammalato.

Caladrio Harley

Se veniva condotto nella stanza in cui giaceva un malato grave, il caladrio zampettava istintivamente sul suo giaciglio. Poi, lanciava una veloce occhiata all’infermo… e, in quel momento, vaticinava sul suo destino.
Se girava il capo, dando le spalle al malato, allora per l’infermo non c’era più speranza alcuna: lo attendeva una morte certa e imminente.
Se, al contrario, il caladrio riteneva che l’infermo avesse qualche possibilità di salvezza, ecco che allora fissava il suo sguardo negli occhi del malato (…guardandolo anche con un certo schifo, a quanto pare, come disgustato dalla sozzeria che albergava in quel corpo).
E poi rimaneva lì a fissarlo. Per lunghi minuti. E, così facendo, assorbiva dentro di sé la malattia dell’infermo: la sofferenza abbandonava il corpo del malato passando attraverso gli occhi di lui e si trasferiva nel corpo dell’uccello.

Potevano volerci minuti, anche ore, prima che il caladrio portasse a termine il suo lavoro, prosciugando il corpo del malato da ogni traccia di infermità. Solo a quel punto, l’uccello abbandonava il suo giaciglio e spiccava il volo verso il cielo: su, su, dritto verso il sole.
E il sole, con i suoi raggi purificatori, avrebbe liberato il corpo del caladrio dalla malattia che la bestiola aveva preso dentro di sé; e il miracoloso uccello bianco si sarebbe preparato a un ritorno sulla terra, dove un altro ammalato grave aveva disperatamente bisogno di lui.

***

Quali, le fonti di questa credenza?
Pare che il primo ad accennare all’esistenza del caladrio sia stato Plutarco; la leggenda, tuttavia, prende forma grazie allo scritto Sulla natura degli animali del sofista greco Claudio Eliano. Da lì, il caladrio entra a tutti gli effetti nell’immaginario popolare del Medioevo diventando una presenza immancabile in tutti i bestiari, a partire dal famosissimo Fisiologo fino ad arrivare alle opere meno note.
E la cosa interessante è che, in questo processo, il caladrio acquisì, tra l’altro, una certa simbologia cristologica. Il candore dell’uccello divenne simbolo della purezza incorrotta di Gesù Cristo, che scende fra gli uomini e accoglie su di sé tutti i nostri peccati per donarci la salvezza (in maniera non dissimile da ciò che fa il caladrio con le infermità, a ben vedere).

Eppure, il caladrio non è infallibile: capita, talvolta, che, messo di fronte a un malato, giri il capo con aria sdegnata, senza nemmeno tentare la sua guarigione miracolosa.
E qui chiosavano i commentatori medievali: beh, a ben vedere nemmeno Gesù può salvare tutti.
O meglio: neanche Gesù può salvare chi, ostinatamente, rifiuta di farsi guarire – chi, fino all’ultimo, rigetta il suo messaggio; chi, fin sul letto di morte, non fa altro che sbattere le porte in faccia a ogni offerta di aiuto.

E quindi, attenzione, dicevano gli uomini del Medioevo: non date niente per scontato, perché la salvezza non è automatica. Vegliate sempre e siate preparati, per non trovarvi mai nella situazione di quel malato che, messo di fronte alla possibilità di fare uso di un rarissimo caladrio, accetta di ricorrere ai suoi poteri ma lo fa troppo tardi, quando la malattia è ormai troppo avanzata. E, a quel punto, vede l’uccello voltargli le spalle, con l’aria di chiedersi “…e mo’, tu che vuoi da me?”.

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7 risposte a "L’uccellaccio del buon augurio"

      1. ago86

        Sì, nell’immagine in cima al blog (dove c’è la tua foto di spalle) per poco ho visualizzato l’immagine di un cammello e di piramidi sullo sfondo. Inoltre, sui pulsanti in alto, invece di “home”, “una penna spuntata”, eccetera c’era solo il link al tuo posto dove spieghi come spostarsi da splinder a wordpress.

        Tutto questo è stato visualizzato sul mio iPad, ma solo una volta. All’accesso successivo, tutto è tornato a posto.

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      2. Lucia

        Mh, capito.
        Immagino che il cammello fosse quello preimpostato nella grafica del layout che sto usando per questo blog (e che poi si può personalizzare inserendo nuove immagini): https://wordpress.com/themes/adventure-journal/.
        Non ho idea del perché il fantasma del cammello egizio sia tornato a possedere il mio blog (boh, io non stavo nemmeno facendo modifiche alla grafica, nulla)… però, abbiamo trovato una parziale spiegazione 😀

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  1. Pingback: La terribile storia del verme dentale | Una penna spuntata

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