Il gatto di bordo, puccioso protettore delle imbarcazioni

Con la loro proverbiale paura dell’acqua, verrebbe da pensare che i gatti, a bordo di una nave, ci stiano con lo stesso relax con cui un elefante passeggerebbe in una fogna infestata dai topi. Eppure, grossomodo per tutta la Storia della navigazione (!), i gatti hanno avuto un ruolo di grande rilievo, a bordo delle navi che salpavano da (e per) i porti occidentali.
Una curiosità buffa e affascinante, tra le molte che racconta Donald W. Engels nel suo Il gatto. È tutta un’altra storia, da pochi giorni in libreria per i tipi di Piemme. Una storiella che a me ha affascinato, e che, di conseguenza, racconto anche a voi.

Il Gatto Engels

Sfortunatamente, non esistono attestazioni scritte sul ruolo dei “gatti da nave” in epoca antica e classica. Engels ritiene che, comunque, un ruolo, ‘sti mici, dovessero già averlo – se non altro per la loro singolare presenza su monete del V secolo a.C. provenienti dalle colonie greche nel Sud Italia. Ritratti al fianco dei fondatori delle colonie di Rhegion e Taras (odierne Reggio e Taranto), minimo minimo i felini dovevano godere di una certa considerazione, tra quelle popolazioni. Magari salta fuori che i Greci del V secolo a.C. amavano i mici con la stessa passione con cui noi ci divertiamo a guardare i video  di gattini. Eppure, secondo Engels, non sarebbe imprudente immaginare che già allora i gatti ricoprissero, per così dire, il ruolo di ‘nume tutelare’ tra le genti dedite alla navigazione (e dunque fossero a maggior ragione riveriti tra i chi aveva attraversato i mari per colonizzare nuove terre).
Anche perché – come fa notare Engels – per quanto riguarda l’età tardoantica, medievale, moderna, e addirittura contemporanea (!), questo ruolo, i gatti, ce l’hanno avuto eccome. Carta (d’archivio) canta.

Ovviamente, se sei al comando di una nave, avere un gatto a bordo ti dà dei benefici pratici: il micio va a caccia di topi, sicché la tua stiva non rischia di essere saccheggiata dai ratti. Il che è vero.
Ma quando la tradizione popolare (e i diari di bordo, e la narrativa dei secoli passati, e le cronache di viaggio…) ci raccontano episodi in cui, in veri e propri scioperi ante litteram, interi equipaggi rifiutano di imbarcarsi se prima il capitano non provvedeva a trovare un gatto, la motivazione per la protesta non era mai “che schifo: senza gatto saremo invasi dai parassiti”. No: la motivazione era sempre sulle linee di “senza gatto, questo viaggio sarà sfortunato”.

Ebbene sì: lungo tutto il corso del Medio Evo e dell’Età Moderna, il gatto (possibilmente nero, soprattutto in area anglosassone) è stato considerato una specie di “spirito guardiano” del vascello, la cui sola presenza a bordo sarebbe bastata a tener lontani il cattivo tempo, la sfortuna e la bonaccia. Vi sembrerà strano, eppure a quanto pare è vero – tant’è che solo nel 1975 (millenovecentosettantacinque!) la marina britannica ha abolito una vecchia norma per cui nessuna delle sue navi da guerra aveva il permesso di prendere il largo senza la presenza di un gatto a bordo.
E non è che la marina mercantile fosse da meno, vista la clausola – presente in quasi tutte le legislazioni – per cui il proprietario delle merci imbarcate poteva legalmente perseguire il comandate della nave per eventuali danni al carico causati da roditori, se si poteva dimostrare che la nave non aveva imbarcato, a suo tempo, il suo micio d’ordinanza.

In lingua inglese, è abbastanza impressionante la quantità di termini del gergo marinaresco che hanno, in qualche modo, a che fare coi gatti. Alcuni (tipo: cat’s paw, la brezza; oppure cat walk, la passerella) si rifanno alle movenze sinuose del gatto, delicate come un leggero alito di vento e caute come il passo di cammina sulla pedana sospesa sull’acqua. O ancora: quello che in Italia si chiama “nodo a bocca di lupo”, nel gergo marinaresco inglese si chiama cat hook, una ennesima allusione a quale e quanta dimestichezza dovessero avere i marinai d’un tempo con il simpatico felino.

Ma la rassegna non finisce qui, ché ci sono anzi casi ancor più eclatanti. Uno è quello che spiega l’etimo del cathead, anticamente una trave di ferro che sporgeva dalla prua, alla quale veniva assicurata l’ancora una volta sollevata, per proteggere lo scafo da eventuali urti. Ebbene: numerose illustrazioni d’epoca testimoniano come questo cathead fosse letteralmente una testa di gatto – giacché, incisa nel ferro a mo’ di polena, se ne stava paciosa la testa di un micio. Messa lì con lo stesso spirito con cui noi mettiamo il cornetto sul cruscotto della macchina: a scopo apotropaico, per portare fortuna al viaggio.

CatHead HMS Surprise

Un letterale “cathead”, con micio d’ordinanza, sulla HMS Surprise

E, per non far sembrare che gli unici gattofili siano i marinari inglesi, vi trascrivo paro paro un dizionarietto di slang anticamente in uso sulle navi italiane, così come l’ha compilato Carl Van Vechten:

Gatto è anche il nome di una combinazione di pulegge usate per appendere l’ancora alla testa-di-gatto di una nave. La cosiddetta “arpa di gatto” è un insieme di cavi che servono a bloccare le sartie della parte bassa dell’albero maestro. La “cala del gatto” è la corda della testa-di-gatto e l’uncino-del-gatto non è altro che un grosso uncino con cui l’ancora viene tirata verso la testa-di-gatto. Le due piccole finestre a poppa sopra l’armeria sono chiamate “buchi del gatto”. La “zampa” è un modo di tirare su un’ancora in una baia; così viene chiamata anche l’increspatura dell’acqua durante la bonaccia, in tutto e per tutto simile a quelle prodotte da un gattino che mette la zampa in un laghetto.

E pare che, in lingua italiana, siano pure stati fatti alcuni sfortunati tentativi di sostituire il termine “catamarano” con il foneticamente simile “gatta marina”, “date” – spiega Engels – “le caratteristiche del battello, che ‘procede a piede leggero’ cioè senza gravare sull’onda anche con vento forte”. Qualsiasi cosa voglia dire.

: che ci crediate o no, la consuetudine di imbarcare avere gatti (nata sicuramente per le ragioni logistiche già espresse, ma poi arrivata a trascendere di gran lunga la mera utilità pratica di avere un servizio derattizzazione a bordo) è stata una superstizione marinara che ha accompagnato l’umanità fino a… praticamente l’altroieri.
Con alcuni gatti di bordo diventati anche famosi (“virali” peggio dei gattini di YouTube, diremo oggi) – come fu ad esempio il caso di Nigger, una micetta (nera, come da tradizione), che nel 1910 si imbarcò sul Terra Nova al seguito di Robert Falcon Scott nella famosa spedizione che lo avrebbe condotto al Polo.

Nei suoi diari di viaggio, Edward Wilson, imbarcato sul Terra Nova come membro dello staff scientifico, ci laccia un ritratto della micia che è un capolavoro di buffa dolcezza:

Ha la sua brandina a lei dedicata, assieme a quelle dei i marinai nel castello di prua: una vera e propria branda da nave da guerra, con le sue copertine e il suo piccolo cuscino, e con altre copertine con cui coprirsi. Ha imparato a saltare sulla sua branda e a infilarsi sotto le coperte, posando la testa sul suo piccolo cuscinetto.

Gatto Nigger Terra Nova 2

Nigger a bordo del Terra Nova RYS (immagine cortesia di Purr-n-Fur UK)

La cara Nigger era “un tipo”: uno di quei gatti che oggidì diventerebbero virali. Ad esempio, le cronache di viaggio riportano come questa micia avesse sviluppato un certo gusto per il grasso di foca (essendo la foca un elemento consistente dell’alimentazione dell’equipaggio, via via che ci si avvicinava al Polo). Questa tipetta aveva scoperto che, fingendosi in preda all’inedia, riusciva ad ottenere per cena un’abbondante razione del cibo di cui era ghiotta – e così, la gatta aveva preso l’abitudine di fingersi malata, gettando tutti nel panico, salvo poi tornare a farsi i fatti suoi, perfettamente agile e scattante, subito dopo aver divorato con gusto il manicaretto “ricostituente”.

Durante una ispezione di un ammiraglio della marina locale mentre la nave era ormeggiata a Melbourne, la micia, che dormiva sulla sua branda, aprì un occhio proprio quando l’ammiraglio si trovava davanti a lei, si produsse in un grosso sbadiglio, allungò pigramente una zampina a mo’ di “ciao ciao”, e poi, girandosi dall’altra parte, ritornò a dormire. Nigger, all’epoca, era già famosa (le cronache di viaggio riportate dai giornali non mancavano mai di menzionare le prodezze di questa mascotte felina) e l’episodio fece storia, come si suol dire. L’ammiraglio stesso se ne disse gustosamente divertito.

Sì: se fosse vissuta ai giorni nostri, Nigger sarebbe stata la protagonista di chissà quanti video virali. Ma la proporzione della sua popolarità lo dà il fatto che Nigger sia, effettivamente, finita su YouTube: presente in numerosi dei filmati girati a documentazione della missione al Polo, può essere ammirata in tutta la sua bellezza – ad esempio – in questo clip, al minuto 1.

Il problema di Nigger è che – senza offesa – ‘sta gatta era ‘na deficiente nata. Penso che avrebbe potuto gareggiare in idiozia con l’ancora insuperata scempiaggine del gatto Rambo, il compianto micio di mia nonna, probabilmente l’unico felino nella Storia umana ad aver sprecato sette delle sue nove vite cadendo giù a ripetizione dalla terrazza di casa. (No dico, ma quale gatto è così goffo da cadere ripetutamente giù dallo stesso terrazzo perché non riesce a tenersi in equilibrio su un muretto largo 10 centimetri?).

Il buon Rambo si salvò ogni volta senza manco farsi un graffio, e finì i suoi giorni dopo breve malattia morendo, anzianissimo, nella sua comoda cuccetta. Meno fortunata, invece, fu Nigger, la quale aveva la deplorevole abitudine di buttarsi in mare scivolando giù dal ponte della nave.

In almeno due occasioni – come riportano i diari di bordo – la goffa micia precipitò in mare; e il capitano arrestò immediatamente i motori, dando ordine che una scialuppa fosse immediatamente calata per andare a cercare la naufraga. In un caso, la povera micia trascorse sei angoscianti minuti nelle gelide acque dell’Antartide prima di essere recuperata dalla scialuppa (Titanic lèvate proprio): riportata a bordo più morta che viva, fu rianimata con un po’ di brandy – e grasso di foca, of course.

Nigger ed equipaggio

Nigger in compagnia dell’equipaggio del Terra Nova, dicembre 1910 (immagine cortesia di Purr-n-Fur UK)

Verrebbe da dire che, per il proprio gatto, ognuno di noi farebbe questo ed altro – e indubbiamente Nigger era amata dai membri dell’equipaggio ed era diventata a tutti gli effetti il loro animale domestico.
Vero: ma è pur vero che l’ipotesi di perdere un gatto in mare era, scaramanticamente, da evitarsi a tutti i costi – perché grandi sciagure si sarebbero abbattute sull’equipaggio, se così fosse stato.
E infatti, quando Nigger fu dispersa in mare per davvero – di notte, e nel bel mezzo di una tempesta: folle sarebbe stato qualsiasi tentativo di recuperarla – sull’equipaggio calò un’angoscia indicibile, che non si poteva spiegare col solo dispiacere di aver perso la mascotte del viaggio.

Sarà un caso?
Sicuramente sì. Eppure, dopo la morte della gatta di bordo (morte, peraltro, ampiamente riportata dai quotidiani dell’epoca, che seguivano passo passo la spedizione) le cose cominciarono ad andare dannatamente male, per l’equipaggio del Terra Nova.
L’esito della sfortunata spedizione di Scott è tristemente noto: di lì a poco, tutti i membri dello staff scientifico morirono malissimo, ad uno ad uno, nella loro escursione sulla terraferma, durante il viaggio di ritorno che avrebbe dovuto riportarli al campo base sulla costa.
Lì dove la loro nave li stava inutilmente aspettando.

Una tragedia eclatante e una fine tragicamente inattesa, per una spedizione scientifica che fino a quel momento era stata presentata al grande pubblico come una impresa carica di gloria.
Cosa che, effettivamente, era stata… fino a quando il gatto di bordo non aveva abbandonato l’imbarcazione.

Una coincidenza, ovviamente; eppure, un episodio che ebbe la sua eco nell’ambiente marinaro, tradizionalmente molto scaramantico. E che non fece altro che rafforzare la credenza superstiziosa per cui: , una nave senza il suo gatto è una nave sfortunata.

Gatto Nigger Terra Nova

Nigger a bordo del Terra Nova RYS (ca. 1911. Immagine cortesia diPurr-n-Fur UK)

13 risposte a "Il gatto di bordo, puccioso protettore delle imbarcazioni"

  1. sircliges

    Molto interessante, aye! Sei riuscita a farmi trovare finalmente una mancanza nei libri di Patrick O’Brian, che descrivono nei minimi dettagli la vita a bordo delle navi inglesi durante le guerre napoleoniche – ma, per quanto mi sforzi la memoria, non si parla mai dei gatti di bordo.

    1. Lucia

      Non ho mai letto quei libri, ma – a giudicare dai risultati di una rapidissima ricerca Google, che mi ha resistituito risultati come questi – potrebbe darsi che tu in effetti non ricordi il dettaglio, perché di gatti pare che se ne parli:

      https://www.reddit.com/r/AubreyMaturinSeries/comments/78rn97/what_are_the_names_of_any_cats_mentioned_in_the/

      (Poi magari sono gatti randagi sulla terraferma e non gatti di bordo sulla nave eh, non ho idea).

      Comunque in teoria sì, soprattutto se i romanzi sono ambientati su una nave della Royal Navy, in teoria un gatto lì in mezzo c’era. Magari seminascosto a non fare alcunché di narrativamente utile, ma c’era 😉

    1. Lucia

      “Smarrire”… poveracci quelli del Terra Nova, avevano un gatto aspirante suicida e già si erano prodigati per andarlo a salvare. Nego con decisione che gli si possa dare anche solo un briciolo di colpa XD

    1. Lucia

      Ci ho pensato anch’io!
      Per un attim mi sono chiesta se nominare la gatta in questo post mi avrebbe poi comportato problemi in termini di algoritmi o chissà cosa XD

  2. lopsicotaccuino

    Azzarderei un’altra interpretazione per la sciagura conseguente alla dipartita della gatta.
    Dal punto di vista psicologico, l’equipaggio era ormai convinto che le cose sarebbero andate male e, si sa, i pensieri creano comportamenti. Perciò è probabile che la loro efficienza sia effettivamente diminuita e le cose siano andate in malora. Poi, non so come siano morti… quindi potrei sbagliarmi.

    1. Lucia

      Lì, in realtà, sono proprio stati jellati.
      Qui puoi leggere tutti i dettagli, se sei curiosa: https://it.wikipedia.org/wiki/Spedizione_Terra_Nova
      Di base, questi poverini (che erano scesi dalla nave e si trovavano al Polo Sud, per esplorarlo e per farne ricerca scientifica – che era lo scopo della missione) sono stati bloccati dal maltempo, con lo scatenarsi di tormente violentissime, e non sono mai riusciti a tornare al campo base sulla costa, dove la nave li stava aspettando. Sono morti di fame e/o di freddo; uno dei membri della spedizione si era anche ferito lavorando e, a causa dello stato di malnutrizione in cui ormai si trovava, la sua ferita non riusciva a rimarginarsi bene. Quindi la marcia è stata ulteriormente rallentata da questo povero compagno che, a causa della ferita, camminava lentamente, altri giorni preziosi sono stati persi, le provviste scarseggiavano sempre più… e alla fine son stati trovati morti, quando (finita la tormenta) i soccorsi partiti dalla nave sono riusciti a raggiungerli (ma troppo tardi).

      Nel caso specifico direi che è stata proprio jella – però è vero, secondo me moltissime superstizioni “funzionano davvero” proprio nell’ottica che dici tu! Sei già convinto che tutto andrà male, quindi inconsciamente agisci per farlo andare male. La profezia autoavverantesi…

  3. senm_webmrs

    Per quel “puccioso” potrei tagliare i polpastrelli alla padrona di casa. Non lo faccio ma solo perché poi smetterebbe di scrivere.
    😉

    Lo sapevi che c’è una fiaba italiana (di quelle “raccolte e trascritte” da Italo Calvino) in cui l’eroe fa fortuna perché ha riempito la sua nave di gatti ed è poi approdato nella città senza gatti (e quindi piena di topi)?

    1. Lucia

      XDD

      Secondo me, ormai è solo questione di tempo (e anche poco) prima che “puccioso” venga inserito nei dizionari come neologismo ;-)))

      Uh, no, questa fiaba non ce l’ho presente! Come s’intitola, così la cerco?
      Grazie!

  4. Laurie

    Secondo me i gatti marinari sono nati con lo scopo pratico di mangiarsi i topi e poi hanno preso la via del portafortuna (un po’ come tutte le superstizioni)
    per quanto riguarda le stupidaggini di questa gattina, sappiamo tutti che i gatti sono di due tipi: o pantofolai che passano la vita accanto alla stufa oppure esploratori, con la particolare predilezione a cacciarsi nei guai con mosse poco furbe … e lei non è da meno!
    in ogni caso, è la rivincita dei gatti neri che, per quanto ne so, erano considerati bestie demoniache (o è una delle solite leggende metropolitane?)
    comunque i tuoi post sono sempre interessanti! Grazie 🙂

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