Quale cura è più importante per un malato? Se ne discuteva anche nel Medioevo

Inizierò raccontandovi un delizioso aneddoto che, purtroppo, non posso circostanziare: l’avevo letto, anni fa, riordinando un archivio cui non ho più accesso, tra le carte di un religioso di cui non ricordo il nome. Non pensavo ovviamente che ne avrei mai parlato, quindi non mi son segnata i riferimenti. Mi rendo conto che vi sto chiedendo un atto di fede, ma: date per buono che non me lo sia sognato stanotte.

Siamo all’incirca negli anni ’30; siamo ad Addis Abeba, terra di missione. Due automobili cariche di giovani frati e seminaristi stanno viaggiando in aperta campagna, in una località assai distante da ogni insediamento urbano. Ed ecco, la tragedia: il nostro frate perde il controllo della sua macchina e va a implaccarsi contro una parete rocciosa. Prontamente soccorso dai confratelli che viaggiavano sulla seconda automobile, il poveraccio è decisamente malmesso: perde vistosamente sangue, ha ferite dappertutto, fatica a restare vigile. Mentre lotta contro la sonnolenza, sente con orrore uno dei confratelli ordinare a un terzo: “presto! Prendi la macchina e vai a cercare un prete, digli che c’è un moribondo!”. (Tra i presenti, nessuno era stato ordinato sacerdote).
Con le ultime forze che gli restano, il frate ferito rantola orripilato “non andare a cercare un prete!! Vai a cercare un medico!!”. Suscitando così lo sdegno del solerte soccorritore, che ribatte: “fratello!! Stai forse dichiarando che rifiuti sacramenti?!”.
Rantola il povero frate sputando sangue: “non è che rifiuti i sacramenti, è che preferirei possibilmente non morire”.
Long story short: vivaddio, i soccorritori si danno una regolata e puntano diretti verso l’ospedale, ove recuperano un medico che, effettivamente, salverà la vita al religioso. A distanza di diversi decenni, egli avrebbe citato questo episodio nelle sue Memorie, quale esempio di come una religiosità esasperata e malintesa rischi di sfociare, inconsapevolmente, in larvate forme di fondamentalismo (o comunque, di eccesso).

A suo tempo, avevo riso molto leggendo questo aneddoto, e avevo scosso il capo pesando “altri tempi, altre mentalità! Meno male che adesso non cadiamo più in questi eccessi!”.

Poi il coronavirus è arrivato in Italia, le diocesi delle regioni interessate hanno sospeso le Messe “aperte al pubblico” e, mio con grande sconcerto, l’Internétte cattolico è uscito di testa. Dando voce a istanze che, francamente, davvero non avrei mai aspettato di ascoltare, in Italia, nel 2020, da laici al di sotto degli ottanta o novant’anni.
Tra chi sostiene che Dio renderebbe immune dal contagio chi lo sfida pur di andare a Messa (!!) e tra chi ritiene che l’ostia consacrata non possa in alcun modo trasmettere malattie “perché la carne di Cristo non può essere infetta”, si aggira per l’Internétte un vasto campionario di confusa umanità alla quale io guardo con stupefatta fascinazione, continuando a ripetere: what a time to be alive!
Soprattutto se sei una storica della Chiesa.

Ieri, l’amico Giovanni invocava una mia parola moderatrice “in quest’ora delicata, mentre l’Italia è percorsa da sciami di messafondaj determinati a immunizzare il Paese con unzioni di Crisma”. Di lì a poco, su Breviarium, Marco Rapetti Arrigoni faceva eco al mio articolo raccontando altri casi di vescovi illuminati di fronte a una epidemia di colera, il che è uno scambio molto bello ma che, con molta evidenza, non è servito a un tubo.
Ergo: essendo così perplessa da faticare alquanto a trovare ulteriori parole adatte per moderare questo bizzarro fenomeno antropologico, ho deciso che oggi lascerò parlare un professionista. E, in particolar modo, il dottor Henry de Mondeville, uno stimato chirurgo che, nel corso della sua professione, si è effettivamente trovato a dover gestire situazioni simili.

Henry de Mondeville è morto nel 1320, ma cerchiamo di sorvolare su questo dettaglio.

***

Mondeville era un chirurgo. Ed era anche un credente.
Mi direte che lo erano tutti, nel Medioevo: sì, ma lui era un credente vero, ci teneva veramente tanto ad essere un buon cristiano. Il suo monumentale trattato sulla Chirurgia si apre con una dedica

a onore, lode e gloria del Signore Gesù Cristo e della beneamata Vergine sua madre, e dei Santi Martiri Cosma e Damiano

(patroni dei medici).
E insisto: il suo non è un pro forma. Mondeville stesso si sentiva oggetto di una speciale grazia che gli consentiva, “miracolosamente e contro il giudizio unanime dei medici”, di sopravvivere nonostante una brutta tubercolosi. Il professionista è molto chiaro:

senza l’aiuto di Dio, il chirurgo che si occupa del trattamento del corpo umano viene meno al suo scopo. […] Che dunque il chirurgo, durante le sue operazioni, abbia dinanzi agli occhi Dio, e Dio lo illuminerà nel momento del bisogno.

Eppure, Dio non è un… dispensatore automatico di miracoli. E, così come

ai chirurgi orgogliosi ed illetterati […] il nostro presente saggio non sarà di alcun aiuto

(perché – come è noto – “non vi è peggior sordo di chi non vuol sentire”, e un chirurgo orgoglioso e illetterato rifiuterà probabilmente di ascoltare i consigli di colleghi come Mondeville), allo stesso modo sarà bene ricordare che

Dio stesso non viene in aiuto a coloro che lo disprezzano.

Una opinione teologicamente opinabile, ma che va inserita nel contesto. Mondeville ce l’ha con quegli individui che, aderendo a una visione evidentemente assai comune all’epoca, ritengono Dio causa di tutti i mali.
Come se Dio s’alzasse la mattina e dicesse “toh, c’ho a portata di mano una polmonite, un sarcoma e un morbo di Parkinson: a chi li mando?”. Col risultato che

queste persone non si curano e non si affidano ai medici se non nel caso delle malattie che provengono da una causa esterna, come le ferite e le fratture.
[…]
E quando si chiede loro: “Vuoi essere guarito?” loro rispondono: “Non da una mano umana: ciò non è possibile né piacerebbe a Dio, perché se egli lo volesse io sarei guarito immediatamente”. E vergognosamente respingono chirurgi eccellenti e con esperienza nella cura di quelle malattie.

Secondo Mondeville, il teologo che ragiona secondo questi criteri è, nel suo campo, un ciarlatano tanto quando lo è, nel campo medico, il chirurgo che, non riuscendo a guarire una ferita, sostiene che “se ne è impossessato il male di Sant’Eligio”, o che, di fronte a una diagnosi difficile, scrolla le spalle e dice “eeeeehh, è la collera divina”.

A ognuno il suo, dice Mondeville. Alla proposizione “solamente Dio può guarire le malattie”, lui ne oppone con fermezza un’altra:

l’Ecclesiaste dice al trentottesimo versetto “Onora il medico perché egli è necessario”, rivelando manifestamente che Dio non guarisce da solo le malattie, come invece credono alcuni.

***

Mondeville non aveva la minima intenzione di mettersi in polemica con la Chiesa. Anzi, era dell’idea che i due terapeuti per eccellenza (cioè, il professionista medico e Iddio, per tramite dei suoi ministri) potessero collaborare con grande e reciproco beneficio.

Ecco. Però, c’era un frangente nel quale questa collaborazione rischiava pericolosamente di incrinarsi, e cioè quello delle cure da dispensarsi ai moribondi (e, peggio ancora, ai moribondi che diventavano tali a seguito di un fatto improvviso. Tipo il mio frate incidentato, per capirci).

A partire dal IV Concilio Lateranense, la Chiesa aveva cominciato a sottolineare con grande insistenza l’importanza della confessione dei fedeli e, soprattutto, dei malati gravi. Il Concilio di Ravenna (1311) arrivava addirittura a diffidare i medici dal visitare una seconda volta il paziente che, dopo il primo consulto, non si fosse confessato.

Posso immaginare che la raccomandazione avesse lo scopo di “metter la strizza addosso” a quei malati che potevano permettersi di perder tempo, a causa di malattie gravi ma dal decorso lento. E fin lì.
Il problema vero però si veniva a creare laddove, al capezzale dell’infermo colpito da male gravissimo e improvviso, arrivavano contemporaneamente un medico e un prete, tutti e due ugualmente smaniosi di prestare al malato le proprie cure.

Mondeville non se la sente di sfidare l’autorità dei preti, e quindi raccomanda ai suoi studenti di farsi da parte per il tempo strettamente necessario a

che si siano compiute tutte le altre cose che secondo le prescrizioni della fede cattolica bisogna fare

partendo dall’auspicabile presupposto che il prete sia una persona di buon senso. Si presume infatti che

se il prete vuole per prima cosa ascoltare la confessione, è perché secondo lui il pericolo è più grande per l’anima che per il corpo – e il primo soccorso va portato là dove il pericolo è maggiore.

Allo stesso tempo, però, Mondeville si appella molto umilmente alla coscienza dei sacerdoti, invitandoli a non essere troppo frettolosi nell’anteporre la salute spirituale a quella fisica. Bisognerebbe tenere ben presente che

il confessore salva solo l’anima del penitente; i chirurgi […] salvano un dito, una mano, qualche volta un braccio, e in tal modo la vita dell’artigiano povero e malato. Se quello morisse, morirebbero anche sua moglie e i suoi bambini, che egli sfama col suo mestiere.

Non oso immaginare che cosa direbbe Mondeville a gente che scrive sui social cose tipo “il più efficace farmaco contro il coronavirus non può che essere l’Eucarestia, e se tu non ci credi non sei un vero cristiano” (lo scrivono davvero, eh. Tipo, a me).
Non oso immaginare, ma sospetto che Mondeville non direbbe niente e passerebbe direttamente alla violenza fisica, come si desume dal gustoso aneddoto che l’autore riporta subito dopo (parlando di se stesso in terza persona e definendosi “sciocco chirurgo”, come spesso faceva).

Ebbene, in un caso eclatante

a proposito di questa alternativa (ossia chi dovesse officiare per primo) vidi uno sciocco disputare con un ignorante fino al momento in cui, mentre aspettavano un parere terzo

(!!! Al capezzale di un moribondo, sottolineo!)

i due vennero alle mani. Alla fine fu il chirurgo ad averla vinta, perché era il più forte e il più ostinato.
Va detto che, su questo argomento, una cosa è agire secondo la scienza medica e un’altra è agire secondo la fede

Avendo interessi terapeutici diversi, è ragionevole che in alcuni casi il medico e il sacerdote possano avere priorità diverse.

Ecco, sarebbe però carino se i religiosi la smettessero di

pretendere di ricevere da Dio glorioso la Scienza Infusa con la quale sanno guarire le malattie (che vengono inviate dai santi e che sono un Dono di dio e dei santi),

con l’aggravante di far derivare

questa speciale grazia non dallo studio ma dalla pura provvidenza del Salvatore.

E pensa che ai tuoi tempi non c’erano ancora le epidemie social, amico mio.

 

36 risposte a "Quale cura è più importante per un malato? Se ne discuteva anche nel Medioevo"

  1. Mercuriade

    In effetti ci sono molti luoghi comuni sulla medicina medievale. Quando ad esempio Giovanni Plateario consiglia di mettere a bollire una pozione RECITANDO UN PATERNOSTER sta dando un’INDICAZIONE TEMPORALE. All’epoca non esistevano i cronometri e la forma di misurare il tempo più precisa che si conoscesse era il canto gregoriano.

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  2. scudieroJons

    Per fortuna la vittima di quell’incidente era un frate e nessuno dei presenti ebbe il dubbio che non avesse ricevuto il battesimo. Se si fosse trattato di un catecumeno avrebbe corso un terribile rischio. Se a causa dell’incidente tutte le provviste di acqua fossero andate perdute e l’unico pozzo che i suoi compagni di viaggio fossero riusciti a trovare non avesse avuto né corda né secchio, avrebbe corso il rischio di essere scaraventato in fondo, per salvare la sua anima.
    Se fossi stato presente alla scena descritta da Henry de Mondeville, con il prete e il medico che si disputavano la priorità di intervento presso il malato, avrei suggerito al medico di farsi turare le orecchie con la cera, per non ascoltare la confessione, e al prete di farsi bendare per non vedere il corpo del malato denudato da parte del medico. Così avrebbero potuto operare contemporaneamente. Saluti.

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    1. Lucia

      No, beh, in condizioni di emergenza estrema il battesimo lo si amministra con quello che si ha a portata di mano, anche solo con una goccia di saliva (moribondo e sputato, che vuoi di più dalla vita? 🤣)

      Nei casi citati da Mondeville, credo che il problema di fondo fosse una questione di principio: cioè, il prete che si imputa nel dire che assolutamente tocca a lui passare avanti. Al di là delle battute, l’ipotesi di una confessione al volo mentre il medico opera mi sembrerebbe davvero ragionevole, e lo stesso Mondeville scrive che, nella maggior parte dei casi, chirurghi e sacerdoti possono tranquillamente cooperare. La mia impressione è che il problema nascesse appunto dallo scontro con sacerdoti particolarmente testardi.

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      1. scudieroJons

        Mi permetta di dissentire dalla sua interpretazione circa l’uso della saliva in caso di battesimo in punto di morte. Mi pare che qualche teologo inserisca la saliva tra i liquidi che non sono adatti al battesimo, perché l’acqua che vi è presente è eccessivamente snaturata. Inoltre nel caso del catecumeno, cioè di una persona che sta compiendo un percorso spirituale per avvicinarsi al sacramento del battesimo, credo che si debba confidare nell’efficacia del battesimo da desiderio.

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      2. Elisabetta

        In questi giorni bui stavo pensando che non mi sono co fessata di recente. E dunque…poichè anche la pasqua si avvicina come farò? Francamente non so se i confessori ci siano ancora nè se mi sento di andar a disturbarli in coscienza….

        Detto ciò, pensate che la Chiesa si muoverà in modo particolare quest’anno?

        E cosa succederebbe a una persona che è in fin di vita senza essersi confessata? Credo ci siano forumule e preghiere da dire.
        E questi poveri morti non hanno avuto nè l’estrema unzione cosa che però penso sia normale in ospedale, nè come sappiamo una messa funebre.

        Posto qui il commento perchè non ho trovato discussione più idonea.
        Spero che questi tempi bui ci abbiano indebolito ogni vena anche lontamente polemica sulla Chiesa e quindi mi aspetto di trovare risposte costruttive.

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        1. Lucia

          Spero che questi tempi bui ci abbiano indebolito ogni vena anche lontamente polemica sulla Chiesa

          A giudicare da Facebook, direi che la tensione sta solo rendendo più polemici tutti 🤣

          Per la questione della confessione/comunione pasquale, io (opinione personalissima) penso che la Pasqua in sé sia il minore dei problemi. Voglio dire: se a Pasqua siamo ancora tutti quanti costretti in casa (cosa che io personalmente non giudico improbabile), mi sembra ovvio che, per cause di forza maggiore, la comunione e confessione pasquale la faremo non appena sarà possibile.

          Peraltro, leggevo giorni fa un conoscente dire che la il precetto della comunione pasquale in realtà ti vincola a fare la comunione nel tempo liturgico di Pasqua, cioè non necessariamente nella domenica della Resurrezione. Onestamente, non so se sia vero perché me ne intendo molto poco di queste sfumature.
          Comunque, in un momento in cui l’intera cattolicità (o quasi) è chiusa in casa causa pandemia globale, direi che quello è l’ultimo dei problemi 😅

          Detto ciò, per quanto riguarda almeno la mia diocesi, in teoria le chiese sono aperte e i sacerdoti possono ascoltare confessioni, rispettando le distanze di sicurezza (sicuramente, confessando fuori dal confessionale e a debita distanza) (con te che urli i tuoi peccati per farti sentire da un capo all’altro della chiesa, mi immagino 🤣)… ma onestamente io sono del partito “salvo questioni di vita o di morte, per adesso stiamo in casa”.

          In caso di malati che dovessero morire senza la possibilità di confessarsi, esiste sicuramente la confessione di desiderio. Onestamente, non so se ci siano preghiere particolari da dire in quel frangente 🤔 (se qualcuno le conosce, me lo faccia sapere!). Più che altro, mi vien da pensare che se sono in punto di morte è già tanto se riesco a recitare mentalmente l’Atto di Dolore, mi auguro che quello possa bastare (e/o meglio ancora che basti il pentimento. Voglio dire, se sei in agonia…).

          Esiste sempre la possibilità dell’assoluzione di massa, come ad esempio avevano fatto i sacerdoti sul Titanic nell’impossibilità di confessare tutti i fedeli singolarmente approssimandosi la tragedia. Io spero che i cappellani degli ospedali abbiano almeno la possibilità di impartire quella, ma – di nuovo – è una supposizione mia.

          Morire senza confessione e senza estrema unzione mi impressiona molto di più dell’idea di morire senza che venga celebrato il mio funerale: secondo me, quella è una sofferenza più per chi rimane che per chi se ne va.
          Nel senso: le Messe funebri possono essere celebrate, con piccole modifiche al rito, anche in assenza del cadavere (se ad esempio il cadavere è disperso: in guerra, in mare…). Dal che, penso che non ci sia assolutamente nulla che vieta di celebrare una Messa funebre a distanza di settimane o mesi dal decesso, con il cadavere già seppellito, se per cause di forza maggiore non è stato possibile farlo sul momento. Quindi, sono convinta che nulla vieterà ai parenti delle vittime di richiedere una Messa in suffragio per i loro morti quando le cose si saranno calmate. Il momento di preghiera ci sarà lo stesso: io penso che il “danno” maggiore, sotto questo punto di vista, ce l’avrà chi sopravvive, non chi muore. Nel senso che ai parenti verrà a mancare il conforto di quel rito di passaggio che, tra le altre cose, serve anche ai vivi per elaborare il lutto.
          Per il morto, io sono convinta che sia “solo” questione di aspettare qualche settimana, quello è il meno. Morire senza il conforto dei sacramenti, ecco, quello mi peserebbe mooolto molto di più.

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  3. Celia

    Il contesto è diverso, ma il senso identico: Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, diceva un Tale. Sostituire Cesare con chirurgo / avvocato / palafreniere / ciabattino / ecc. e capire che Provvidenza e libero arbitrio lavorano in sinergia… i miracoli, per definizione, costituiscono un’eccezione.

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  4. Pingback: La psicosi da influenza nel ’19 e la psicosi da CoVid-19 – Una penna spuntata

  5. zimisce

    Connesso con questo discorso, perché non ci proponi un articolo sulla storia della comunione in mano? Nella bagarre cattolica di queste settimane leggo sempre più spesso di gente indignata al solo pensiero di poter ricevere la comunione in mano, in un modo che non avrei mai immaginato. Dicono anche che è inutile perché i rischio di contaminazione resterebbe lo stesso, quindi in realtà i nostri perfidi vescovi starebbero sfruttando il virus per costringere tutti a diventare profanatori.
    Ora, ripensando alla mia esperienza di vita, mi ricordo che da ragazzino ricevevo effettivamente la comunione in bocca, probabilmente il mio prete era un po’ all’antica, poi passando ad altre parrocchie e ad altri sacerdoti ho preso l’abitudine a farla in mano. Soprattutto, lo confesso, perché da adolescente ero eccessivamente timido e mi terrorizzava l’idea che per mancanza di coordinazione con parroco potessi farla cadere davanti a tutti (uno scrupolo, quindi, tutto mondano).
    Ora, so che un testo dell’età imperiale dimostra che le prime generazioni di cristiani ricevevano l’ostia in mano, so anche che gli Ortodossi da secoli usano un cucchiaino, infine so che il Concilio Vaticano II ha (re)introdotto la possibilità della Comunione sulla mano. Ma poi questo, come è stato recepito nelle varie chiese nazionali?
    Mi è capitato in anni recenti di partecipare per caso ad un messa a Riga, in Lettonia, e di recente anche a Varsavia. Messe trovate per caso e in entrambi i casi comunione in mano e inginocchiati di fronte alla balaustra del presbiterio, cosa che non faceva neanche il preste della mia infanzia. Forse che nei paesi dell’est Europa si sono mantenute di più le tradizion, in risposta alla dominazione sovietica? Però ho preso anche diverse messe in Repubblica Ceca e in Slovacchia, e lì, sempre entrardo in chiese “random”, mi è sempre capitata la normale fila a cui ero abituato, con ciascuno che prende prende la Comunione come preferisce.
    Insomma, sarebbe interessante approfondire questo discorso. Spero però in questo modo di non esporti ad ulteriori lettere di “scomunica” (nel senso di essere dichiarata “non vera cattolica” dal mittente).

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    1. Ubi Deus ibi pax

      Va ricordato che la possibilità di comunicarsi ricevendo la particola sulle mani è una concessione della Santa Sede a singole Conferenze Episcopali. Quella italiana ha ottenuto questa concessione dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti il 14 luglio 1989, e la concessione è valida dal 3 dicembre seguente.

      Quando vado in Francia, dove vive mio fratello, vedo la totalità dell’assemblea ricevere la comunione in bocca, quindi presumo che la CEF non abbia chiesto questa concessione, prevista dal libro liturgico “De Sacra Communione et de cultu misterii eucharistici extra Missam”, in italiano tradotto con “Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico”, che al punto 21 riporta:

      21. Nel distribuire la santa comunione, si conservi la consuetudine di deporre la particola del pane consacrato sulla lingua dei comunicandi, consuetudine che poggia su una tradizione plurisecolare. Le Conferenze Episcopali possono tuttavia stabilire, con la debita conferma della Sede Apostolica, che nel territorio di loro competenza la santa comunione si possa distribuire
      anche deponendo il pane consacrato nelle mani dei fedeli, purché sia evitato ogni pericolo che si affievolisca nei fedeli la venerazione verso l’Eucaristia o si diffondano dottrine errate su di essa. Si deve comunque insegnare ai fedeli che Gesù Cristo è Signore e Salvatore, e che a lui, presente sotto le specie sacramentali, è dovuto lo stesso culto di latrìa o di adorazione che si deve a Dio. Nell’uno e nell’altro caso, la santa comunione dev’esser distribuita dal ministro competente, che presenta e porge al comunicando la particola di pane consacrato dicendo
      la formula «Il corpo di Cristo», a cui il fedele risponde «Amen».
      Quanto alla distribuzione della santa comunione sotto la specie del vino, si osservino scrupolosamente le norme indicate nella Istruzione (( Sacramentali Communione» del 29
      giugno 1970.

      Quella precisazione riportata in grassetto evidenzia una preoccupazione della Sede Apostolica, quando ha concesso tale deroga.

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      1. Ubi Deus ibi pax

        Se ti interessano i documenti ufficiali, estratti dal sito della CEI:
        – il decreto della CEI del 1989 che autorizza la comunione sulle mani è nel seguente notiziario CEI http://banchedati.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/36892/Notiziario_7_1989.pdf (leggi da pag. 191 a pag. 201
        – il libro liturgico summenzionato, che autorizza le CE a richiedere questa deroga, è nella sezione Libri liturgici del sito della CEI, e il link diretto è https://liturgico.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/8/2017/09/21/Rito-della-COMUNIONE-Fuori-della-Messa-e-CULTO-EUCARISTICO.pdf

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        1. Ubi Deus ibi pax

          Sul tema c’è una tesi di dottorato in diritto canonico che è stata pubblicata per i tipi dell’ottima Cantagalli: “La distribuzione della Comunione sulla mano. Profili storici, giuridici e pastorali”, di don Federico Bortoli, di 352 pagine e con prefazione del Card. Sarah:

          Non l’ho letto, non interessandomi particolarmente il tema, ma penso possa essere un ottimo punto di partenza, per ascoltare le ragioni di chi è scettico sulla concessione.

          Un altro testo critico, stavolta straniero, ma tradotto sempre da Cantagalli, è: “Comunione sulla mano. Documenti e storia”, di Mons. Juan Rodolfo Laise, vescovo argentino ormai defunto, che criticò apertamente e risolutamente questa concessione.

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      2. zimisce

        Grazie del contributo, non pensavo fosse un’introduzione così recente. Ci sono ancora tanti dettagli che per noi “millennials” restano oscuri. In bocca fino all’89 ok, ma in ginocchio sulla balaustra fino a quando? Anche questa è una concessione legata alle singole conferenze episcopali? E poi, solo una volta mi è capitato di assistere ad una messa greco-cattolica, e la comunione all’assemblea (o almeno i pezzetti avanzati, non ricordo benissimo) sono stati distribuiti alla fine della celebrazione da un chierico che passava tra le panche con un piatto, da cui ognuno prendeva un pezzetto per conto proprio. Ancora un’altra tradizione diversa sia da quella cattica che da quella ortodossa? O una scelta occasionale che ho beccato per sbaglio?

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        1. Ubi Deus ibi pax

          In ginocchio anche ora (in Italia come nel resto del mondo). Mai abrogata e anzi preferita in diverse celebrazioni pontificie, specie sotto Benedetto XVI.

          Il fatto che non vi sia più la balaustra nelle chiese contemporanee rende il tutto più difficile, ma non impossibile. Nessun sacerdote potrà mai eccepire se vorrai inginocchiarti per ricevere il Corpo di Cristo.

          In piedi è espressamente normato nella Chiesa di Rito Latino almeno dal 25 maggio 1967, quando con l’istruzione Eucharisticum mysterium la Sacra Congregazione dei Riti ha stabilito al punto 34 che:
          34. De modo ad communionem accedendi.
          a) Secundum Ecclesiae consuetudinem, communio dari potest fidelibus vel genuflexis vel stantibus. Unus alterve modus seligatur secundum normas a Conferentia Episcopali statutas, prae oculis habitis variis adiunctis, imprimis dispositione locorum et numero communicantium. Fideles libenter sequantur modum a pastoribus indicatum, ut communio vere sit signum fraternae unitatis inter omnes convivas
          eiusdem mensae Domini.
          b) Cum fideles communicant genuflexi, non exigitur ab eis aliud signum reverentiae erga sanctissimum Sacramentum, quia ipsa genuflexio adorationem exprimit.
          Cum autem communicant stantes, enixe commendatur ut, processionaliter accedentes, debitam reverentiam faciant ante susceptionem Sacramenti, loco et tempore opportuno, ne accessus et recessus fidelium perturbetur.

          Quest’ultima lettera b) è importante, perché quasi nessuno fa il dovuto gesto di riverenza verso il Santissimo Sacramento, quando si comunica in piedi (e questo gesto di riverenza è stato ricordato in innumerevoli testi liturgici, anche nei Principi e Norme del Messale Romano):

          «Quando i fedeli ricevono la Comunione in ginocchio, non è loro richiesto alcun altro segno di riverenza verso il Santissimo Sacramento, poiché lo stesso atto di inginocchiarsi esprime adorazione.
          Quando invece la ricevono in piedi, si raccomanda caldamente che, accostandosi
          all’altare processionalmente, facciano un atto di riverenza prima di ricevere il
          Sacramento, nel luogo e nel momento adatto, perché non sia turbato l’avvicendamento dei fedeli»

          Quanto a ciò che hai visto al termine della Divina Liturgia (così chiamano la messa loro) in Rito bizantino (chissà di quale Chiesa sui iuris di preciso…sono 14!):

          scrivi che “la comunione all’assemblea (o almeno i pezzetti avanzati, non ricordo benissimo) sono stati distribuiti alla fine della celebrazione da un chierico che passava tra le panche con un piatto, da cui ognuno prendeva un pezzetto per conto proprio.”

          con ogni probabilità stai parlando dell’antidoro, che non è l’eucaristia, ma un pane benedetto distribuito alla fine della Divina Liturgia specialmente a chi non si è comunicato:
          http://www.treccani.it/enciclopedia/antidoro_%28Enciclopedia-Italiana%29/

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    2. Elisabetta

      1. zimisce

        Grazie a tutti, ora capisco meglio come funzionano le cose (e anche come dovrebbero funzionare). Mi piacerebbe però sapere di più sullo sviluppo storico della liturgia e magari anche delle liturgie delle altre chiese. Per esempio, prima del concilio di Trento, ci si inginocchiava? Non voglio però sovraccaricare i commenti, la butto lì come suggerimento per un articolo.

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        1. Francesca

          @Zimisce. E anche @Lucia se s’imbarcherà pure su quello.
          Sulla storia dell’inginocchiamento (con distinzioni tra chiese d’oriente e d’occidente) c’è un ottimo studio al riguardo, disponibile, anche online, di una scuola o istituto teologico di Assisi, o dintorni…
          Praticamente più vaga di così non potevo essere 😁 … ma ce l’ho a casa stampato da qualche parte. Se riesco a trovarlo ve lo dico.

          Una cosa interessante che ricordo bene è una tradizione su San Giacomo (l’apostolo) che veniva rappresentato con le ginocchia fasciate di pelli a causa di tutti i danni procurati dai prolungatissimi inginocchiamenti.

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          1. Francesca

            Oh, mea culpa. Forse ho capito male…
            Zimisce, tu intendevi solo l’inginocchiarsi per la Comunione? O in generale?
            Lo studio a cui mi riferivo era sull’inginocchiamento nella liturgia e nella preghiera, più in generale.

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        2. Francesca

          Aggiornamento.
          Ecco lo studio che anni fa (2015) avevo scaricato dalla diocesi di Foligno, ufficio liturgico.
          Titolo: In Ginocchio Davanti Al Signore. Il corpo e la liturgia.
          (già tesi di baccalaureato in sacra teologia presso l’Istituto Teologico di Assisi).

          Cercandolo ora su Google non trovo più il documento per il download gratuito. In compenso con quel titolo vedo che c’è un libro pubblicato, prezzo circa 19 euro. Probabilmente si è deciso per la pubblicazione e la vendita dell’ottima ricerca.

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  6. Ubi Deus ibi pax

    Peccato che Giovanni viva a Nettuno e non a Roma. Chissà cosa pensa del saggio comunicato stampa odierno del Vicariato di Roma…

    Agli sciami di messatroncaij, determinati ad essere più intransigenti dell’autorità preposta a mettere in quarantena il Paese, con chiusura indiscriminata di ogni luogo di fede, foss’anche un’edicola votiva da oscurare prontamente – non sia mai lì di fronte sostino due vecchiete per la giaculatoria Passando per questa strada, ti saluto o Madre Beata. Passando per questa via, Ti saluto o Madre mia. – il Card. De Donatis ha risposto con la prudenza e la concretezza di un uomo di Dio.

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  7. Francesca

    La CEI distingue tra zone “a rischio” e zone “non a rischio” (secondo la classificazione delle autorità preposte).

    Le zone a rischio sono al momento: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, e alcune altre singole province di altre regioni.
    Nelle relative diocesi i vescovi hanno fatto quello che dovevano fare (sia secondo gli ordini della CEI sia secondo le autorità civili/sanitarie italiane).

    In genere, le chiese NON sono chiuse. I fedeli possono recarvisi liberamente per propria iniziativa, rispettando le distanze tra persona e persona.
    Sono sospese le celebrazioni pubbliche con assembramenti.
    Se non vivi nelle zone a rischio, se non vedi i nostri ospedali, e se non vedi i nostri medici/infermieri che non riescono neanche ad andare a casa a riposare, se non vedi il pericolo di collasso (in regioni che notoriamente hanno la più attrezzata sanità d’Italia),
    è possibile che tu non comprenda il problema – al quale la Chiesa responsabilmente dà la sua risposta.

    Lo scrivo per chiarire i fatti per chi fosse di passaggio e potesse cadere vittima della disinformazione scritta qua sopra, con aggiunta di gratuita calunnia secondo la quale alcuni vescovi (Lombardia, Veneto ed Emilia) starebbero vietando perfino la preghiera di “due vecchiette all’edicola votiva”.

    La verità è: non solo le “vecchiette” lo possono fare, ma possono anche entrare in chiesa, se il parroco non è assente per altri impegni (visite agli ammalati, amministrazione sacramenti, ecc.).
    In quei casi la chiesa potrebbe essere chiusa perché in questi periodi di emergenza con poca gente in giro per i paesi, come è noto, si fanno avanti più aggressive le bande di ladri che svaligiano le chiese e compiono profanazioni.

    La Chiesa, con i suoi vescovi, si sta impegnando per fare il meglio, in base alla situazione concreta del posto.

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  8. Ubi Deus ibi pax

    Non esiste nessuna zona “non a rischio” in Italia ora. Come dimostra il numero crescente di positivi in ogni Regione italiana.

    Nelle Diocesi delle tre Regioni maggiormente a rischio i vescovi hanno fatto quello che hanno ritenuto di fare e che altri vescovi hanno altrettanto legittimamente criticato.

    Le chiese non sono chiuse in quei luoghi ma si hanno ordini surreali per i quali un Rosario (che in molti di quei luoghi precede la Santa Messa e ha spesso la stessa presenza di fedeli della Messa stessa) sono legittimo, le Sante Messe no.

    Se vivi nelle zone più a rischio ma non intendi cedere al panico proprio non riesci ad accettare misure così irrazionali. Tanti miei amici sono infatti sconfortati dall’illogicità di queste disposizioni.

    Lo scrivo perché chi taccia altri di propalare disinformazione non creda che tutti i cattolici hanno rinunciato al buonsenso, né a diffamare fratelli nella fede, dimostrando di non saper leggere un commento che non faceva che usare lo stesso linguaggio iperbolico e retorico, ma con tesi opposte, di Giovanni Marcotullio.

    Invito tutti a leggere il comunicato odierno del Vicariato di Roma, che ha preso una posizione chiara e netta, vedendo quanto crescono di giorno in giorno i contagiati nell’Urbe.

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    1. Francesca

      https://www.chiesacattolica.it/coronavirus-la-posizione-della-cei/

      “Nelle aree non a rischio, assicurando il rispetto di tali indicazioni in tutte le attività pastorali e formative, la CEI ribadisce la possibilità di celebrare la Santa Messa, come di promuovere gli appuntamenti di preghiera che caratterizzano il tempo della Quaresima.”

      Roma 5 marzo 2020
      (posizione CEI dopo il decreto 4 marzo del Governo italiano, citato nello stesso comunicato CEI)

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      1. Francesca

        Per l’esattezza, nel precedente comunicato della CEI (2 marzo),
        il riferimento è a 3 livelli/zone di rischio:

        https://www.chiesacattolica.it/coronavirus-le-nuove-misure-del-governo/

        Estratto
        “le misure resteranno valide fino a domenica 8 marzo e sono modulate su tre livelli:

        a) i paesi più colpiti;

        b) le loro province (Bergamo, Cremona, Lodi, Pesaro, Piacenza, Savona, Urbino) e regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna);

        c) l’intero territorio nazionale.”

        Oggi 5 marzo, con l’espressione “aree non a rischio” la CEI intende il livello (c).

        “A rischio” sono (a) e (b) , zone nelle quali i vescovi concordemente prendono decisioni diverse da quelli in area (c).

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          1. Francesca

            La Chiesa si basa su dati di realtà. Da quando lo fa? Da sempre.
            Esempio di altre aree geografiche: in Africa, dove la Chiesa opera in zone con epidemie di Ebola, le distingue chiaramente da quelle con rischio di malaria, e da altre dove le missioni cattoliche si devono difendere dalla guerra o proteggere la gente da persecuzioni.

            O intendevi dire che il titolato a giudicare sei tu?
            Niente Chiesa, niente Stato, niente medici, niente informazioni epidemiologiche?
            Ci dovremmo basare sulle idee di qualche sètta gnostica / fideistica che si basa sulla superstizione della particola magica?

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  9. Francesca

    @Ubi

    Hai scritto
    “Nelle Diocesi delle tre Regioni maggiormente a rischio i vescovi hanno fatto quello che hanno ritenuto di fare e che altri vescovi hanno altrettanto legittimamente criticato”.

    Quale vescovo ha criticato un altro vescovo?

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    1. Ubi Deus ibi pax

      Mons. Nosiglia. Ha esplicitamente dichiarato che trova insensato chiudere le chiese se i centri commerciali e le metro sono aperte.

      «Anche se tale proibizione penalizza solo una componente della città lasciando invece non presidiati, dal punto di vista delle difese immunitarie, altri spazi pubblici frequentati da numeri ben maggiori di cittadini. Mi riferisco ai supermercati, o al metrò e agli autobus e tram e così via…».

      https://torino.corriere.it/cronaca/20_febbraio_25/coronavirus-l-arcivescovo-nosiglia-bacchetta-politici-chiese-chiuse-ma-centri-commerciali-aperti-4632cc82-580d-11ea-a2d7-f1bec9902bd3.shtml?refresh_ce

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      1. Francesca

        Quindi ha criticato i centri commerciali, non gli altri vescovi.

        Comunque sia, Mons. Nosiglia oggi, solo 2 giorni dopo il tuo commento qua sopra,
        dopo aver valutato i dati dell’andamento dell’epidemia, ha cambiato le sue disposizioni:
        https://www.diocesi.torino.it/site/coronavirus-covid-19-messe-sospese-in-tutta-italia/

        Decidi tu se il vescovo:
        1) ha cambiato idea (in 2 giorni)
        2) ha dato ragione agli altri suoi confratelli vescovi che avevano preso misure più drastiche solo qualche giorno prima di lui
        3) ha valutato la situazione concreta dei nuovi dati a disposizione per la sua diocesi (perché appunto è titolato a farlo), e ha preso le decisioni più adatte

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        1. Lucia

          A onor del vero, io direi che Mons. Nosiglia non ha criticato né gli altri vescovi (!) né i centri commerciali (anzi, ha ammesso di capire benissimo che la gente ha bisogno di lavorare e fare la spesa).
          Per come ho inteso io le interviste che aveva concesso, l’unica cosa che criticava erano le norme regionali, evidentemente da lui reputate eccessivamente rigide, che in Piemonte avevano imposto (nella prima settimana di epidemia, per poi sciaguratamente allentarsi) la sospensione delle Messe pubbliche. Lui temeva che questo facesse passare il messaggio che le Messe sono qualcosa di sacrificabile (a differenza di supermercati e mezzi pubblici, ovviamente indispensabili), e questo criterio di valutazione da parte dell’autorità civile non gli andava bene.

          Va anche detto che Nosiglia aveva fatto queste dichiarazioni il martedì grasso e il mercoledì delle ceneri, quindi nei primissimi giorni di epidemia, quando in Piemonte c’era un solo caso di coronavirus e il contagio sembrava sotto controllo. Ovviamente non sono nella mente del vescovo, ma immagino che – di fronte all’evidenza dei fatti per cui la situazione è, ormai, innegabilmente grave – abbia rivalutato la situazione allineandosi alle posizioni dei confratelli che si erano ritrovati nella stessa situazione due settimane prima.

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  10. Francesca

    “A onor del vero, io direi che Mons. Nosiglia non ha criticato né gli altri vescovi (!) né i centri commerciali (anzi, ha ammesso di capire benissimo che la gente ha bisogno di lavorare e fare la spesa)”.

    Leggendo, avevo inteso che avesse criticato la scelta di lasciare aperti i centri commerciali.
    (Infatti avrei dovuto spiegarmi meglio e scrivere “Mons. Nosiglia ha criticato la scelta delle autorità di permettere l’apertura dei centri commerciali”).
    Ma se tu che sei in zona l’hai intesa nell’altro modo è altamente probabile (per non dire sicuro) che tu abbia ragione.

    “Per come ho inteso io le interviste che aveva concesso, l’unica cosa che criticava erano le norme regionali, evidentemente da lui reputate eccessivamente rigide”

    Qualcosa di molto simile l’ha detto il patriarca di Venezia mons. Francesco Moraglia
    (zona mia). Anche lui: l’ha affermato soltanto in un primo momento. Dopodiché, con tutti i vescovi del Veneto ha preso delle decisioni anche più severe di quelle effettivamente permesse in quel momento dallo Stato e dalla Regione.
    Anche l’opinione iniziale di mons. Moraglia è una conferma di ciò che dici di mons. Nosiglia (nel senso che è ovvio che i vescovi si consultino tra loro in queste evenienze).

    La cosa certa è che questi due vescovi non stavano criticando gli altri delle diocesi più fortemente interessate dall’epidemia, o che tali sembravano nelle prime fasi.

    OT. Se invece potessi fare io una lieve critica (costruttiva) a quell’atteggiamento iniziale che in qualche modo temeva il “confronto tra chiesa e centro commerciale” di fronte all’opinione pubblica, personalmente direi che la Chiesa (con le diocesi, parrocchie, chiese e oratori) potrebbe piuttosto andar fiera di essere sempre in prima linea nella tutela della vita umana… anche quando i bar, i ristoranti, le palestre e i centri commerciali non se ne accorgono e/o non se ne vogliono accorgere.
    Un pensiero… Così 🙂

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