Stoicheion: il fantasma buono che protegge gli edifici

Venne prima l’uovo, o venne prima la gallina?, si chiede popolarmente il famoso proverbio.
In certi casi, anche lo storico del folklore è costretto a farsi la stessa domanda. Ad esempio: lo stoicheion è nato come prodotto letterario, al quale la leggenda ha fatto seguito in un secondo momento – oppure è successo l’esatto opposto, ed è stato il folklore a lasciar traccia nella letteratura?
Come che sia andata, una cosa è certa: nei Paesi di area balcanica (e dintorni), lo stoicheion è personaggio ricorrente nelle leggende così come nella letteratura.

Gli esperti che si sono occupati di censire le canzoni popolari composte in quell’area hanno raccolto infatti una lunga serie di poesie composte con l’intenzione di descrivere i tragici e patetici eventi che portarono alla costruzione di un edificio importante per la comunità locale.
Il canto si sviluppa attraverso un topos letterario che, con piccole varianti, resta sempre uguale a se stesso: nonostante tutti gli sforzi dei bravi muratori, la costruzione dell’edificio viene funestata da un numero insolitamente alto di imprevisti e disgrazie di vario tipo. Quand’ecco, improvvisa, la rivelazione: per mezzo di una apparizione fantasmatica (o un sogno oracolare o una voce dal cielo), il capomastro viene messo a parte del problema: effettivamente, quell’edificio è stata maledetto sul nascere. Quella catena di disgrazie che impedisce di ultimarlo potrà essere spezzata solo se una vita umana verrà immolata in olocausto (in olocausto a chi? Non si capisce bene).

Fin qui, siamo di fronte a un tema molto simile a quello che è presente nelle tante leggende italiane legate ai ponti del diavolo: strutture la cui costruzione viene ostacolata da Satana, il quale accetta di far proseguire i lavori solo a condizione di poter reclamare per sé l’anima della prima persona che attraverserà il ponte. Ma se gli Italiani riescono a gabbare il diavolo con un po’ d’astuzia (prima d’attraversare il ponte, manderanno avanti un cagnolino condannando lui al fuoco dell’inferno), la situazione balcanica è decisamente più complessa. Apparentemente, non si riesce proprio a trovare il modo per aggirare la maledizione, sicché il capomastro si accorda coi suoi dipendenti per stringere con loro un sinistro patto: il primo estraneo che si avvicinerà al cantiere verrà immolato, senza se e senza ma.

Non l’avesse mai fatto! Pochi minuti dopo si presenta al cantiere la sua amatissima moglie, che voleva sorprendere il maritino con un buon pranzo appena sfornato, avendolo visto giù di morale per i suoi problemi sul lavoro. Sgomento, ma conscio di non poter rimangiare la parola data, il capomastro è costretto a uccidere la sua stessa moglie. E così si conclude la canzone popolare, non senza un ultimo accenno fantasmatico: a distanza di secoli, l’anima della moglie vigila ancora sull’edificio per cui ha dato la vita. Ne è diventata lo spirito guardiano, il nume tutelare, il fantasma custode: più precisamente ne è diventata lo stoicheion, per usare il termine che il folklore balcanico riserva specificamente a questo tipo di entità.

Dicono gli autori inglesi che ogni maniero degno di tal nome deve necessariamente avere il suo fantasma personale; guardando alla realtà balcanica, verrebbe da chiosare che ogni rispettabile edificio storico deve necessariamente avere il suo stoicheion di fiducia. Ogni palazzo di un certo livello e ogni monastero dalle origini sufficientemente antiche godeva, secondo il folklore, della protezione soprannaturale di un individuo che aveva dato la vita per la causa. In alcuni casi – come già ho raccontato – la morte del malcapitato aveva luogo a seguito di un letterale sacrificio umano (ed è anzi inquietante notare come, nel 1561, componendo un insieme di leggi passato alla storia come Nomocanone, Manuele Malasso si prendesse la briga di sanzionare questi rituali: ma allora, c’era qualcuno che li faceva per davvero, o che almeno li considerava cosa vera?).
Ma in altri casi, più sinistramente, era l’edificio stesso a procurarsi quel sacrificio che gli umani rifiutavano di offrigli: si riteneva infatti che, in assenza di un olocausto, la struttura avrebbe reclamato entro l’anno la vita della persona la cui ombra si posava per prima sulla prima pietra delle fondamenta.

Quale che fosse la catena di eventi che conduceva alla morte il futuro stoicheion: in ogni caso, il suo destino era segnato. La sua anima, legata per l’eternità all’edificio in costruzione, ne sarebbe diventata la guardiana in saecula saeculorum, proteggendo la struttura e vegliando su tutti gli individui che di generazione in generazione l’avrebbero abitata.

Guardiano discreto e spesso invisibile, lo stoicheion si manifestava nella maggior parte dei casi con quell’aspetto etereo e impalpabile che associamo al fantasma della tradizione occidentale. In Romania, capitava spesso di vedere la sua sagoma traslucida camminare nei pressi del monastero di cui era custode e che lo stoicheion vegliava di notte in notte, in una eterna ronda senza fine con cui teneva lontani ladri e malfattori.
Nei Balcani occidentali, invece, capitava spesso che lo stoicheion prendesse corpo, manifestandosi in forma animale. Se un serpentello veniva visto strisciare presso le mura di una casa, se una mucca si aggirava errabonda nelle vicinanze di una chiesa: costui era probabilmente il fantasma del luogo, che svolgeva il suo lavoro… sotto copertura.

Ed era bene mostrare gratitudine e un certo grado di rispetto a questo strano fantasma guardiano. Innanzi tutto, perché uno stoicheion affezionato ai suoi protetti poteva prestarsi a tanti utili servizi extra (il folklore cita spesso servizievoli fantasmi che avevano l’abitudine di recapitare messaggi ai membri della famiglia in viaggio, che si trovavano lontani da casa). Ma in realtà, erano ben più concrete le ragioni che suggerivano una certa riverenza: se lo stoicheion si sentiva oltraggiato o prendeva in odio la famiglia che risiedeva nel “suo” palazzo, poteva trasformarsi in un fantasma molesto, in tutto e per tutto analogo a quello che infesta le case nei romanzi horror della tradizione occidentale.

Non sempre si arrivava a questi estremi – ché se lo stoicheion del luogo era un tipo poco belligerante, poteva semplicemente decidere, oltraggiato, di abbandonare quell’edificio che ormai non godeva più delle sue cure. Sembrerebbe una soluzione non violenta capace d’accontentare tutte le parti coinvolte, ma in quel caso sarebbe stato l’edificio a pagare le conseguenze di questo disinteresse ultramondano. Pian piano, avrebbe cominciato a cadere in rovina, divenendo vittima delle muffe, dei rovi e dei parassiti; e a ben poco sarebbero serviti i tentativi di ristrutturazione. Ormai, l’edificio abbandonato dal suo stoicheion non era che uno scheletro vuoto, inesorabilmente destinato a disfarsi: proprio come un corpo senz’anima che ha ormai perso la sua linfa vitale.


Ho scoperto questa storia grazie a Tommaso Braccini, autore di Prima di Dracula. Archeologia del vampiro, al quale devo il 99% delle informazioni per questo pezzo. Poi mi sono incuriosita e ho letto qualche cosa in più su Greek Folk Poesy. The science of Folklore. Folkverse. Greek folk-speech di Lucy Mary Jane Garnett.
In compenso, l’immagine di copertina è un dipinto di Dean Gioia tratto dalla serie Haunted.

7 risposte a "Stoicheion: il fantasma buono che protegge gli edifici"

  1. vogliadichiacchiere

    Mi pare di avertelo già scritto . . . nelle prospere e civili Marche (al sud della regione, quasi Abruzzo), quando abbiamo “scavato” i pozzi per poi “gettare” il cemento per le fondamenta della casa (nella quale abitiamo tuttora), il capomastro voleva che io procurassi *almeno* un pollo/coniglio da buttare vivo in uno dei pozzi (25 metri) il giorno in cui ci fosse stato colato il cemento (secondo lui , sarebbe stato meglio un animale per colonna, tot 15 colonne) . . . la Suocera mi disse di non farlo e buttammo qualche moneta in ogni colonna . . .
    Ma il capomastro non era molto soddisfatto, secondo lui per assicurare buona stabilità alla casa non c’era niente di meglio che un bel sacrificio di animali da cortile . . . era circa 40 anni fa!
    In uno dei libri della saga “Outlander, la straniera” c’è un tentativo di “sacrificio umano” in Scozia . . . Se lo trovo, te lo mando . . .

    Ciao, Fior

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    1. Lucia

      😳

      No, non mi sembrava che mi avessi mai raccontato questo specifico dettaglio (o se l’avevi fatto, avevo rimosso per l’orrore 😂). Ma povere bestie, fra l’altro da buttare vive nei pozzi? Al limite, se proprio, uno poteva ammazzarle prima ecco, proprio il sacrificio cruento voleva ‘sto capomastro 😅

      Pazzesco, perché appunto: mi racconti storie di 40 anni fa, non di inizio secolo. Nelle Marche, non chissà dove.
      Che storia! Non avrei mai pensato – non negli anni ’80 in Italia, ecco. Grazie mille!

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      1. vogliadichiacchiere

        A me faceva senso solo il pensiero di farlo, ma ho chiesto alla Suocera (classe 1914) per non urtare suscettibilità! Al massimo non sarei stata presente, ma mi restava l’idea che avrei potuto sentire il “chicchirichì” del povero gallo . . . per fortuna mia Suocera mi disse che, già quando avevano costruito loro “solo gli ignoranti” mettevano animali nelle fondamenta, le persone “civili” ci buttavano le monete (come, mi pare, facessero anche in epoche antiche, tipo Medioevo o i Romani)

        Ciao! Fior

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        1. Lucia Graziano

          Nel Medioevo in realtà ci mettevano anche animali, soprattutto gatti a quanto so io, sono stati fatti dei ritrovamenti archeologici in materia. Ma credo che i gatti fossero già morti quando venivano buttati nelle fondamenta, almeno. Non dico morti di morte naturale, eh, ma quantomeno sufficientemente morti da non beccarsi le pietrate addosso, pore bestie 😅

          Comunque sì: che usanze simili ci fossero anche in passato, ahimè lo so, ma appunto mi stupisce molto saperle ancora vive nelle Marche anni ’80 😯

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  2. vogliadichiacchiere

    “Ma in altri casi, più sinistramente, era l’edificio stesso a procurarsi quel sacrificio che gli umani rifiutavano di offrigli” . . . Da qui il proverbio “In casa nuova o si nasce o si muore”, me lo ricordò, la solita Suocera, dopo un paio di settimane che eravamo insediati qua, quando una gattina “randagia” ci sfornò una cucciolata in mezzo ad alcuni scatoloni vuoti e stracci, avanzi del trasloco, lasciati in garage . . . chissà come era entrata! Comunque, fu interpretato come segnale di “buona fortuna”! 😉
    Sto pensando, Lucia che in questi 40 e più anni in questa zona ho appreso un sacco di “superstizioni” e notizie . . .

    Ciao, Fior

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    1. Lucia Graziano

      Ma davvero!
      Anche solo dalle cose (sempre interessantissime, grazie davvero) che mi racconti qua e là, ne esce il quadro di una zona in cui le superstizioni e le credenze popolari erano ancora molto vibranti e vive, almeno nel momento in cui sei arrivata tu.

      Sarebbe davvero opera meritoria raccogliere tutte queste usanze e metterle per iscritto da qualche parte, perché tra qualche generazione mi sa che rischierà di perdersene anche il ricordo :-\

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