Catharina, una donna sfortunata

A Caspar Strom erano morti la moglie, sei figli e altri sei figli nati dal secondo matrimonio; dopodiché, la seconda moglie era completamente uscita di testa e anche lui aveva cominciato ad avere momenti di inspiegabile follia. In occasione di uno di questi attimi di obnubilamento, aveva puntato tutti i suoi averi sul tavolo da gioco finendo col perdere la sua fattoria; o almeno: così gli era stato riferito la mattina dopo, ché lui non ricordava assolutamente nulla di quei momenti.

E poi, un giorno, mentre rifletteva sulla magnitudine delle sue disgrazie, Caspar fu illuminato come da una rivelazione. Quella torma di tragedie non poteva essere normale, e neppure era ragionevole attribuirla all’impersonalità di un destino cinico e baro: se il male si era abbattuto con tanta violenza sulla famiglia Storm, quel male doveva avere un nome e un cognome. E Caspar non ebbe nemmeno un attimo di esitazione nel dover fare quel nome: la fonte di tutte le sue disgrazie era sicuramente Catharina Schmid.

CATHARINA, UNA DONNA SFORTUNATA

Negli anni precedenti, quando la prima moglie di Caspar era ancora in vita, Catharina Schmid aveva prestato servizio come domestica all’interno della casa degli Storm. Anche se le fonti giudiziarie non si soffermano su questo aspetto, verrebbe da pensare che il rapporto lavorativo si sia concluso in termini non proprio amichevoli (eh beh). E, col senno di poi, verrebbe anche da chiedersi cosa sia successo per davvero tra le mura di casa Storm, per spingere Caspar a licenziare la sua domestica (…o per spingere Catharina ad andarsene di gran carriera?).

Comunque, nel momento in cui inizia la nostra storia, quei vecchi risentimenti erano ormai acqua passata: erano trascorsi parecchi anni da quel giorno; Catharina aveva trovato un nuovo impiego e si era rifatta una vita.

Una vita che per inciso faceva comunque abbastanza schifo, il che si potrebbe anche definire la costante dell’esistenza di quella povera donna: di persone jellate, nella Storia, ne ho incontrate tante, ma Catharina si guadagna con decisione il primo posto nella mia top five di casi umani.

Nata nel 1671 nel villaggio di Alleshausen, nella zona meridionale della Germania, Catharina aveva condotto una vita più o meno normale fino al giorno del suo primo matrimonio, che la vide legarsi a un uomo rimasto vedovo da poco tempo, con un figlio adolescente a carico.
Il marito, poveraccio, dava anche l’aria di essere una brava persona; il problema è che aveva un figlio idiota – il quale, dopo appena quattro settimane dal matrimonio, fece accidentalmente scoppiare un incendio in casa radendo al suolo l’edificio, distruggendo tutti i beni contenuti all’interno e, soprattutto, causando la morte del padre.

Rimasta sola (e con un figlio idiota a carico) prima ancora di aver concluso la luna di miele, Catharina visse per sei anni come una vedova impoverita prima di incontrare il marito numero due, un immigrato appena giunto ad Alleshausen e originario della lontana Svizzera.

All’epoca, capitava spesso che il buonsenso e la xenofobia facessero sembrare sconsigliabile il matrimonio con stranieri provenienti da terre così misteriose e esotiche. Ma Catharina non aveva niente contro gli Svizzeri, e per di più quello svizzero in particolare le sembrava una gran brava persona: lo sposò, ebbe da lui tre figli e per qualche tempo forse si illuse di aver risolto tutti i suoi problemi.
Dopodiché, un bel dì, bussò alla porta di Catharina una donna che dichiarò d’essere la moglie di suo marito, incarognita abbestia con quello sciagurato che aveva smesso di mandare soldi a casa. Da ciò scaturì tra le due donne una conversazione che non esito a definire interessante, al termine della quale Catharina realizzò di essersi, effettivamente, sposata con un bigamo.

O forse con un uomo che si considerava divorziato in un’epoca in cui il divorzio non esisteva, ma poco cambia ai fini di questa triste storia: Catharina interruppe bruscamente la relazione (del resto illegale) con suo marito, e per l’ennesima volta fu costretta a rimettere assieme i cocci di una vita andata in pezzi. Con l’aggravante che, in questo caso, Catharina era stata segnata da uno scandalo che desterebbe scalpore persino oggi, e che si trovava a dover crescere dei figli che – a norma di legge – risultavano ormai nati al di fuori del matrimonio.

In un modo o nell’altro, quella povera famiglia disgraziata riuscì comunque a tirare avanti. Catharina, pur con le pezze ai piedi, si trovò costretta a mendicare “solamente poche volte in vita sua”, come ebbe a dichiarare con orgoglio, ormai anziana, agli inquisitori che esaminarono il suo caso. Per il resto, si barcamenò tra lavoretti più o meno umili (ma comunque sempre onesti e dignitosi), riuscendo in un modo o nell’altro a far quadrare i conti a fine mese. Riuscì persino a mandare a scuola Nicolas e Maria, i due amatissimi figlioli (e se qualcuno dovesse far notare che, in origine, i figli erano quattro: sì, avete ragione, ma due di loro morirono male dopo essersi beccati una brutta malattia. Mi pare giusto).

Comprensibilmente, non appena ne ebbe l’occasione, Nicolas s’affrettò a cercar lavoro al di fuori del paese, nella speranza di ricominciare una vita nuova là dove nessuno conosceva il suo passato. Che sarebbe anche stato un buon piano, sfortunatamente vanificato dal dettaglio per cui anche il poveretto seguì il destino dei suoi fratelli, morendo male a venticinque anni.

Restava Maria, e qualcuno potrebbe ingenuamente sperare che almeno lei abbia avuto un’occasione di riscatto, se non altro per ragioni di statistica.
Ebbene, a Maria cadde il naso.
La povera ragazza sviluppò una strana malattia che le causò orribili ulcerazioni su tutto il volto e che finì per consumarle una buona parte del naso. Conciata come una specie di Voldemort in gonnella, Maria fu segnata a vita: non riuscì mai a trovare un impiego dignitoso, né tantomeno un uomo disposto a prenderla come sua sposa. La malattia l’aveva trasformata in un mostro inguardabile, come un giorno Catharina ammise candidamente di fronte agli inquisitori che la stavano interrogando.

Con lo stesso candore, mi permetterò di osservare che questa povera disgraziata era un caso umano ancor prima di essere accusata di stregoneria. Naturalmente, quando l’accusa arrivò, la qualità di vita di ‘sta poveraccia subì un netto crollo verticale. Ed è già tutto dire, vista la situazione di partenza.

L’ACCUSA

Tutto cominciò con un litigio furioso che vide Caspar Strom accusare Catharina dei peggiori misfatti immaginabili a mente umana. Di fronte a tutto il paese, l’uomo inferocito gridò che Catharina era una strega: la accusò di aver ucciso sua moglie e i suoi figli e chissà quanti altri innocenti ancora.

Ascoltando quelle parole, un uomo di nome Georg Holl si sentì sbiancare: sei anni prima, Catharina aveva offerto in dono alla sua famiglia un vassoietto di frittelle; quella sera stessa, dopo aver mangiato di quel cibo, la figlia minore di Georg era stata colta da convulsioni, e forse aveva anche veduto il viso di Catharina nel pieno della crisi. All’epoca, Georg non aveva collegato le due cose, ma adesso tutto gli pareva chiaro: la vecchia aveva senza dubbio stregato le frittelle per far cadere la ragazza in balia dei demoni.

“Due coincidenze fanno un indizio”, dice l’adagio; e, a quel punto, la brava gente di Alleshausen cominciò ansiosamente a domandarsi se vi potesse essere un legame tra Catharina e le varie disgrazie che erano capitate loro durante gli anni.
Apparentemente, la risposta fu sì.
Vi fu chi ricordò di essersi sentito dire da Catharina “questo cavallo non vivrà a lungo” pochi giorni prima che un puledro perfettamente sano cadesse improvvisamente ammalato.
Una donna testimoniò di aver confidato a Catharina la sua gioia per il fatto che tutti i suoi figli fossero rimasti a vivere in paese, dopo il matrimonio. Catharina le rispose che poteva sembrarle una gran cosa, ma di certo sarebbero sorti problemi nel momento in cui i figli avessero dovuto spartire l’eredità paterna: di lì a poco tempo il marito della donna morì improvvisamente e i figli cominciarono a scannarsi su chi dovesse ereditare la casa di famiglia.

A poco a poco, tutti i paesani cominciarono a collegare eventi “apparentemente” scollegati e si resero conto con orrore che Catharina era sempre presente sul luogo del misfatto. Furono ricondotti a lei decessi e infermità di vario tipo, malattie del bestiame, disgrazie di varia natura; alcuni ricordarono addirittura d’aver sentito dire alle proprie nonne che, forse, anche la madre di Catharina era stata sospettata di stregoneria durante la sua giovinezza.
Santo cielo, col senno di poi era tutto chiaro! Come si poteva esser stati così sciocchi da non capire che quella donna disgraziata, con una figlia deforme e un’intera esistenza segnata dall’orrore, era chiaramente una megera maledetta da Dio stesso, che si trastullava nelle arti più diaboliche?

IL PROCESSO

Catharina aveva ormai settantaquattro anni quando si presentò all’inquisizione di Obermarchtal, per sottoporsi al giudizio dei monaci che reggevano il tribunale.
Il suo processo iniziò nel luglio 1745 e durò sino al febbraio dell’anno successivo: un lasso di tempo singolarmente lungo, per un caso che, tutto sommato, sembrava essere di facile risoluzione. Alla fine, si trattava solamente di stabilire un’unica cosa: questa Catharina era una strega, oppure no?

L’esorbitante quantità di testimonianze contro di lei fece sì che gli inquisitori aprissero il processo con un pesante pregiudizio negativo nei confronti dell’imputata. Apparentemente, l’intero paese di Alleshausen era convinto della colpevolezza di Catherina: di fronte ai monaci sgomenti, furono sciorinate liste di malefatte che risalivano anche a quaranta, cinquant’anni prima. “Tutto subito non avevo collegato gli eventi, ma adesso ogni cosa mi pare chiara” era diventato il leit-motiv del processo: ad ascoltare le parole degli atterriti compaesani, se ne traeva l’impressione che la perfida Catharina avesse agito impunita per qualcosa tipo tre quarti di secolo, utilizzando le sue diaboliche arti per causare infiniti danni alla comunità locale. E forse anche alla sua famiglia stessa!

Il problema è che Catharina non aveva la minima intenzione di confessare le sue colpe.
Fu condotta al cospetto degli inquisitori in dodici diversi interrogatori e sottoposta a ben quattro sessioni di tortura, portate avanti con una brutalità che non solamente era fuori legge sulla base dell’ordinamento dell’epoca… ma era anche parecchio fuori tempo massimo. Come fa notare la storica Lyndal Roper, gli eventi che stiamo descrivendo avevano luogo nel 1745: “siamo negli stessi anni in cui andavano in scena i drammi di Lessing e in cui Kant iniziava a scrivere filosofia. Siamo agli albori dell’Illuminismo tedesco; siamo in un’epoca in cui la tortura era fortemente criticata e si stava lentamente sviluppando un nuovo modo di intendere la psicologia umana”. Non parliamo poi del tenore delle accuse che erano state rivolte alla povera Catharina: illazioni tra le più improbabili, frutto di vera psicosi collettiva: “erano storie fuori tempo massimo, traghettate in un mondo illuminista nel quale si presumeva che streghe e diavoli non facessero più paura, scacciati una volta per tutte dai lumi della ragione”.

Ma in quel piccolo paesino della Germania meridionale, la popolazione sembrava vivere in un tempo sospeso fatto di tenebre paurose e incontrollabili. Catharina fu sottoposta a interrogatori sfinenti e a torture di una violenza che è francamente singolare, per quei tempi: le ferite furono cosparse di aceto; i serrapollici furono stretti al punto tale da ridurre le sue dita “allo spessore di un coltello”; le frustate furono così numerose da mettere a disagio i carcerieri stessi, i quali non erano abituati a usare un tale grado di violenza fisica nei confronti di una donna, e perdipiù così anziana.

Ma Catharina non cedette. Non vacillò per un solo istante. Continuando a proclamarsi innocente “tanto quanto un bambino ancora nel ventre di sua mamma”, tentò di difendere la sua posizione attraverso argomentazioni razionali.
Era indubbiamente vero – dichiarò ad esempio alla corte – che la famiglia di Caspar Strom era stata flagellata da una anomala quantità di lutti. Ed era altresì vero che lei, l’ex-domestica degli Storm, avrebbe avuto molto da dire sulla questione: Caspar era un alcolizzato e un manesco, che spesso picchiava i figli e sfiancava le mogli costringendole a una serie ininterrotta di gravidanze; non c’era di che stupirsi, che una fosse morta e l’altra avesse cominciato a dar di matto.

Allo stesso modo: bastava un minimo di buonsenso per capire che figli notoriamente piantagrane avrebbero creato guai grossi come una casa al momento di spartirsi l’eredità paterna. E ancora: per quanto possa essere eccellente lo stato di salute di un puledro, è chiaro che la povera bestia finirà con l’ammalarsi se il padrone la sfianca e non la alimenta come si deve. Tutte le sinistre “profezie” di Catharina altro non erano che osservazioni di buonsenso, osservò con buonsenso l’anziana imputata al cospetto dei suoi inquisitori.

Ma il buonsenso, ahimè, sembrava essere merce rara da quelle parti: il tribunale non diede ascolto a questa difesa, convincendosi d’aver anzi trovato un ulteriore indizio di colpevolezza nella resistenza “innaturale” con cui Catharina sopportava la tortura. Non s’era mai vista una donna (oltretutto, gracile e anziana) sopportare con tanta nonchalance i dolori fisici più intensi: gli inquisitori si convinsero che la nostra povera amica traesse le sue forze da un qualche incanto demoniaco. E quando Catharina replicò che questa forza le veniva da Dio, così come era accaduto ai santi martiri durante le persecuzioni, le sue parole furono considerate una provocazione fra le più sfrontate, tale da rasentare la blasfemia.

LA CONFESSIONE

Le sofferenze di Catharina non erano destinate a durare ancora a lungo. Forse per rassegnazione, rendendosi conto di essere ormai spacciata; forse perché la sua resistenza “soprannaturale” non era poi infinita: a un certo punto, Catharina capitolò. Cedette e, durante il quarto ciclo di tortura, confessò ciò che gli inquisitori volevano sentirsi dire: ammise di essere stata sedotta da Satana e di esserne diventata la servitrice, usando i poteri donategli dal demonio per danneggiare adulti, bambini e animali.

Quando la notizia della confessione di Catharina cominciò a circolare nel paese, pianse amarissime lacrime di disperazione la povera Maria (la figlia senza naso). Sopravvissuta fino a quel momento grazie alla carità di una parente che aveva accettato di prenderla con sé per il tempo necessario (ma che adesso non aveva più intenzione di tenersi in casa la figlia deforme di una strega rea confessa), Maria si rese conto di essere condannata a una vita ancor peggiore della precedente. Preferendo la morte, cercò di suicidarsi col veleno per topi, ma un destino cinico e baro si accaniva contro le donne disgraziate di quella povera famiglia: Maria ingerì una dose di veleno che fu appena appena sufficiente a farla svenire in una pozza di vomito. Non appena si fu ripresa, la ragazza decise di ricorrere all’unica soluzione che le parve ragionevole in quel frangente: si presentò al tribunale dell’inquisizione e dichiarò di essere a sua volta una strega, traviata da Satana e asservita al male proprio com’era capitato a sua madre.

Sul finire dell’inverno del 1746, Catharina e Maria, ree confesse, furono condannate a morte per stregoneria.

Per la nostra collaborazione, dopo aver descritto l’assurda storia di Alice Kyteler (una strega così sui generis da non essere una strega, ma tutt’al più una maga oscura, ben ammanicata con la gente che conta), Babacio ed io ci siamo divertite a cercare tra i nostri appunti una strega “da manuale”. Insomma: il classico prototipo di donna disgraziata che viene ingiustamente accusata a causa di antipatie personali che traggono la loro linfa da un substrato di psicosi e di ignoranza, e che (ahilei!) si scontra con l’ostinazione di giudici prevenuti e inflessibili.

E il commento a questa deprimente storia potrebbe anche chiudersi così (anche perché… che altro vuoi commentare, oltre a “povera disgraziata” e “riposi in pace”?). Ma, in realtà, le vicende di Catharina ben si prestano per aiutarci a fare qualche altra riflessione, a partire dalla domanda che probabilmente ci siamo posti tutti leggendo le tappe di questa triste storia. Vale a dire: questa poveraccia ha vissuto per settantaquattro anni nello stesso paese inanellando una serie di disgrazie dopo l’altra, eppure è stata accusata di stregoneria solo in età molto avanzata. A che si deve questo surplus di jella dell’ultimo minuto?
Cos’è stato, insomma, ad aver fatto scattare la molla, in un paese che, tutto sommato, aveva convissuto pacificamente con Catharina per tre quarti di secolo?

In questo, la vicenda di Catharina non è anomala. Anzi, è una storia da manuale: nel suo saggio The European Witch-Hunt, la storica Julian Goodare fa notare che era quasi sempre un processo molto lento quello che conduceva un individuo a guadagnarsi una fama sinistra agli occhi dei compaesani. Goodare lo definisce un processo a cinque tappe, alcune delle quali potevano anche avere effetti retroattivi. In molti casi, tutto iniziava nel modo più insignificante, con la fase numero uno:

  1. Il litigio. Si trattava quasi sempre di un conflitto che scoppiava per le ragioni più banali e quotidiane: “il tuo asino ha danneggiato la mia recinzione e pretendo un risarcimento”; “tra i panni che ti avevo dato da lavare c’era anche una camicia di buon cotone ed è inutile che tu neghi: è palese che te la sei rubata”. Ad accendere la miccia poteva essere qualsiasi conflitto tra vicini o qualsiasi risentimento familiare: le arti magiche, per il momento, non venivano citate manco di striscio; nessuno ancora accusava la futura strega di essere tale.
  2. La reazione dell’accusato – che tendeva, mediamente, a essere molto più violenta di quanto immagineremmo noi moderni. Oggigiorno, a meno di non essere individui singolarmente bellicosi, tendiamo a cercare una mediazione con chi ci accusa – soprattutto se si tratta di una persona con cui sappiamo che dovremo avere a che fare ancora a lungo. Se il vicino di casa si lamenta perché il rumore della nostra lavatrice lo infastidisce mentre sta guardando la televisione, cerchiamo pazientemente di venirgli incontro, invece di sbatterlo contro il muro del pianerottolo al grido di “ti farò pentire di esserti messo sulla mia strada”.
    Nel passato, non sempre ciò accadeva. Anzi: quasi sempre, accadeva il contrario – e cioè, che la parte che riteneva di esser stata accusata ingiustamente scegliesse di difendersi con le maniere forti, ricorrendo a minacce fisiche e verbali. L’idea di fondo era che l’onore andasse difeso a ogni costo, per evitare di mostrarsi deboli: “se io adesso offro un dito al mio accusatore, la prossima volta arriverà qualcun altro a prendersi l’intero braccio” era il timore inespresso. A una accusa ingiusta, si tendeva così a reagire con aggressività aperta: era relativamente raro che si venisse alle mani, ma era frequentissimo ricorrere a intimidazioni verbali sulle linee di “te ne farò pentire” o “Dio ti stramaledica per quello che hai fatto!”.
  3. L’attesa. Vale a dire, quel periodo di tempo in cui non succedeva niente, all’infuori del fatto che le parti in causa si guardavano in cagnesco alimentando spesso faide familiari. La gente del paese, dal canto suo, si godeva lo spettacolo, cominciando a dibattere su chi avesse ragione e chi, invece, torto.
  4. La sciagura. Che in un modo o nell’altro arrivava sempre (anche perché… chi di noi ha una vita perfetta in cui nulla va storto?).
    Poteva essere talvolta una disgrazia eclatante: un lutto improvviso, un incidente domestico, un raccolto in malora, un neonato che muore. Ma poteva anche essere un anomalo concatenarsi di tanti piccoli colpi di sfortuna: il neonato che viene colpito dalle coliche, di nuovo; il camino che si intasa per la sesta volta in un inverno; denti che si cariano l’uno dopo l’altro; volpi che razziano proprio le tue galline come se il tuo pollaio fosse l’unico nel raggio di chilometri.
    Non necessariamente occorreva una disgrazia eclatante per spingere la “vittima” a fare due più due: nel corso di quel violento litigio che aveva avuto luogo qualche mese prima, quella brutta megera della vicina di casa aveva promesso “non la passerai liscia”… e subito dopo, era cominciata quella serie anomala di disgrazie. Ma non è che allora, forse forse, quella maledetta diceva sul serio, e stava esplicando la sua vendetta attraverso il ricorso ad arti arcane?
  5. Il pettegolezzo. Era a quel punto che entrava in scena la comunità allargata – perché (proprio come accadde nel caso di Catharina) bastava una singola accusa convincente per spingere l’intero circondario a domandarsi ansiosamente se anche le proprie disgrazie passate fossero a vario titolo correlabili con la presunta strega.
    Episodi a cui, fino a quel momento, nessuno aveva mai dato peso venivano improvvisamente riletti alla luce sinistra del sospetto di stregoneria. Nel processo a carico di Catharina, molti testimoni citarono episodi che erano accaduti cinque, dieci, vent’anni prima – e si trattava spesso di racconti risibili, sulle linee di: “la donna ci ha offerto un vassoio di frittelle e quella sera stessa a mia figlia è venuta la febbre. Sarà forse una coincidenza?”.

Talvolta, un sospetto di stregoneria era sufficiente per far rileggere in chiave negativa una relazione che, fino a quel momento, era stato un normalissimo rapporto di buon vicinato. Per dirla con le parole di Julian Goodare , “se ti veniva il sospetto che un individuo praticasse la stregoneria, realizzare che quell’individuo bussava spesso alle porte di casa tua poteva farti sorgere il legittimo timore che le sue visite di cortesia avessero in realtà un secondo fine” – un dettaglio particolarmente tragico, se pensiamo che l’amichevolezza e i doni disinteressati “erano spesso il modo il cui la donna accusata di stregoneria cercava di allontanare da sé la sua cattiva reputazione”.

Cattiva reputazione che – dobbiamo dirlo onestamente – spesso derivava anche dai modi bruschi con cui la “strega” gestiva le sue interazioni sociali. Verrebbe da dire che, in molti casi, le donne accusate di stregoneria erano individui che non padroneggiavano quell’antica arte del “fatti i fatti tuoi e campa cent’anni” – e il comportamento di Catharina sarebbe stato altamente perfettibile, da quel punto di vista.
Molte delle profezie di sventura che furono attribuite alla nostra amica potrebbero essere definite, ai nostri giorni, consigli non richiesti di una anziana brontolona: approcciarsi a uno sconosciuto dicendo “guarda che di questo passo il tuo cavallo non vivrà a lungo” è indubbiamente qualcosa che ti frutterà antipatie, indipendentemente dal fatto che il cavallo viva o muoia.
O ancora: a dar retta a Caspar Strom, il super-testimone a cui erano morti svarianti membri della famiglia, un giorno Catharina bussò alla porta di casa per regalare alcuni dolcetti alla sua seconda moglie, novella sposa, commentando “te li ho preparati io perché tu non tu non sei capace a farli, anche se alla tua età ormai dovresti”. Probabilmente, non la cosa più adatta da dire a una giovanissima sposina che, ancora inesperta, si trovava a barcamenarsi tra la gestione della casa e di una torma di bambini appena rimasti orfani di madre: quella sera stessa – testimoniò Caspar Strom – sua moglie ebbe una crisi nervosa, indubbiamente scatenata dai venefici ingredienti che Catharina aveva nascosto in quei dolci maledetti.

Non penso occorra essere fini psicologi per pensare che, forse forse, la crisi di nervi fu scatenata da qualcosa di un po’ diverso dalla magia; e al tempo stesso penso sia evidente a tutti che la povera Catharina, con quel gesto infelice, stava goffamente cercando una riconciliazione con una famiglia con cui, evidentemente, era già entrata in conflitto.
Talvolta – purtroppo – bastava veramente poco per veder nascere attorno a sé sospetti di stregoneria, più o meno marcati. In alcuni casi, le “streghe del villaggio” nascevano proprio così: con un misto di sfortuna e di incapacità di tenere a freno una lingua forse un po’ troppo lunga.

Popolarmente si tende a pensare che, a essere accusate di stregoneria, fossero spesso quelle donne che erano invise ai loro compaesani a causa del loro atteggiamento ribelle e anticonformista. In realtà, alla prova dei fatti, a essere più facilmente esposte al sospetto di stregoneria erano quelle donne che erano invise ai compaesani perché incapaci di capire qual è il punto oltre il quale è bene non spingersi per non risultare inopportune. Oggigiorno, le streghe sarebbero probabilmente quelle vicine di casa lamentevoli e moleste che ci fanno sospirare “certo che però, dove sono i figli? Qualcuno dovrebbe aiutare questa povera donna, invece di lasciarla sola”.

La stessa considerazione avrebbe potuto valere anche per il passato. Qualcuno avrebbe dovuto aiutare quelle povere donne, che invece troppo spesso furono abbandonate a se stesse. Finendo, ahiloro, col diventare un capro espiatorio troppo debole per riuscire a difendersi.


Testi citati:

Lyndal Roper, Witch Craze. Terror and Fantasy in Baroque Germany, Yale University Press
Julian Goodare, The European Witch-Hunt, Routledge

6 risposte a "Catharina, una donna sfortunata"

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  2. Elena

    È sicuramente una considerazione azzardata,ma questo articolo mi fa pensare a come, ancora oggi, nonostante una scolarizzazione per nulla paragonabile a quella del 1700, ci troviamo ancora spessissimo di fronte ad episodi di creduloneria incredibilmente diffusi… anche oggi la popolazione e i Kant vivono in mondi paralleli.

    Piace a 1 persona

    1. Lucia

      Ma assolutamente sì, non la trovo nemmeno particolarmente azzardata come considerazione.
      Con l’aggravante che, oggigiorno, alcune fasce della popolazione hanno anche la presunzione di saperne di più di chi ha ricevuto una formazione accademica specifica su un certo aspetto, e quasi si vanta della sua ignoranza e del suo essersi formato “alla scuola della vita”.
      C’è un libro di Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici, che analizza proprio questo nuovo atteggiamento delle masse. Una volta la gente era molto più ignorante di adesso, ma quantomeno tendeva a concordare sul fatto che tendenzialmente il medico, l’avvocato e il prete del villaggio erano autorità da tenere in considerazione perché ne sapevano più di loro. Adesso, nemmeno più quello in molti casi.

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    1. Lucia

      😅
      Oh povera, mi spiace averti tolto il sonno la notte, non pensavo di arrivare a tanto 😅

      Povera donna, sì. E la cosa triste è che un caso (sicuramente eclatante) tra i molti. Del passato e anche del presente di oggi, in un modo o nell’altro 😦

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