Scrivi “SAG” e la posta non si perde

Dopo aver dato fondo a tutte le bugie autoconsolatorie del suo repertorio, la moglie del mercante cominciava a disperare. Aveva cercato di placare l’ansia in tutti i modi che conosceva: un viaggio transoceanico non è cosa da poco, i ritardi sono dietro l’angolo, consegnare lettere per conto terzi non è la priorità dei marinai, è assolutamente normale che passino mesi prima che si riesca a stabilire un contatto con i propri cari emigrati nelle Americhe.
A un certo punto, realizzando che il tempo scorreva implacabile e che il silenzio si faceva sempre più assordante, la donna aveva iniziato a mettere in conto l’eventualità di un naufragio. Ma persino in quel caso aveva cercato di confortarsi pensando che forse, ad essere naufragata, era la nave su cui viaggiavano le lettere di suo marito: lui era sicuramente in salvo, da qualche parte nelle colonie americane, a svolgere il lavoro per cui era partito. Se l’uomo non riusciva a stabilire contatti con sua moglie, era sicuramente colpa dei servizi postali insufficienti!

Ma, per l’appunto: dopo aver dato fondo a tutte le bugie autoconsolatorie del suo repertorio, la moglie del mercante cominciava a disperare. Un giorno, presa dallo sconforto, sentì il bisogno di rifugiarsi nella sua parrocchia, una piccola chiesa di Oviedo annessa al monastero dei frati francescani. In tasca aveva una lettera per suo marito (l’ennesima), che di lì a poco (per l’ennesima volta) avrebbe affidato a un bastimento che stava per salpare verso le colonie peruviane. Razionalmente, stava cercando di venire a patti con l’idea per cui, se neanche quella volta avesse ricevuto risposta, avrebbe dovuto rassegnarsi a considerare suo marito disperso in mare. Ma il solo pensiero bastava a farle stringere il cuore e a farla sprofondare nell’angoscia: e così, quella mattina, piangendo lacrime di pura disperazione, la donna chiese a Dio di darle la forza di compiere quell’ultimo tentativo.

La forza non le arrivò.
Anzi: uno psicologo direbbe probabilmente che le azioni compiute successivamente della povera donna furono probabilmente dettate dal suo desiderio di rimandare l’inevitabile. Almeno per un po’.
Il bastimento a cui intendeva affidare la sua lettera non sarebbe salpato che tra due giorni: spinta da chissà quale moto interiore, la donna decise allora di fare un penultimo tentativo… affidando la sua lettera a un postino celeste. L’idea balzana le si era affacciata alla mente mentre lei contemplava tra le lacrime la statua di sant’Antonio da Padova che si ergeva proprio davanti a lei, nella chiesetta. Per quanto assurdo potesse sembrare, alla donna era parso che sant’Antonio la stesse fissando, coi suoi occhi di legno, con espressione inequivocabilmente rassicurante – quasi le stesse dicendo “stai tranquilla, ci penso io”.
E così, con mani tremanti, la donna infilò la sua lettera tra le dita legnose della statua. “Vi prego, fate che questa lettera gli arrivi, se lui è ancora vivo”, sussurrò a bassa voce, pregando. “E, se lui è ancora vivo, fate in modo che possa rispondermi a stretto giro di posta”.

E poi se ne andò, con l’intenzione di ritornare in chiesa l’indomani.
Non sorprendentemente, l’indomani mattina si rese conto che non era successo assolutamente niente: la busta era sempre lì, stretta tra le dita della statua di sant’Antonio.
Per quanto folle potesse essere, lei aveva davvero sperato in un miracolo: e quando si rese conto che le sue preghiere erano rimaste inascoltate, scoppiò in un pianto così forte e inconsolabile da attirare l’attenzione di uno dei frati della parrocchia. L’uomo le si avvicinò con cautela e le chiese quale fosse la causa di tanta disperazione; e quando la donna glielo ebbe spiegato, il religioso aggrottò le sopracciglia lanciando una occhiata alla statua. “Non sono poi così sicuro che sant’Antonio abbia ignorato del tutto le tue preghiere”, le disse lentamente, misurando le parole. “Qualcosa di strano è successo senza dubbio. Ieri pomeriggio, noi frati abbiamo visto quella busta e abbiamo cercato di rimuoverla, ma nessuno di noi è riuscito a sfilarla dalle dita della statua. Che è palesemente assurdo: guardala lì, è appena appoggiata. Eppure non si muove”. E giusto per dimostrare alla donna di non essere pazzo, provò di nuovo a sfilarla: la busta non si mosse nemmeno di un millimetro, nonostante il frate tirasse così forte da far oscillare la statua sul suo piedistallo. “Vorresti per caso provare tu?”.

E la donna, pallidissima, provò.
La busta le scivolò in mano con la delicatezza di un foglio di carta, ma non solo: non appena la donna ebbe preso in mano la lettera, le dita della statua di sant’Antonio si aprirono facendo cadere sul pavimento un sacchettino in pelle che – come si appurò con sgomento, di lì a poco – conteneva la bellezza di trecento monete d’oro.
Con le dita che tremavano per l’emozione, la moglie del mercante aprì la busta e si abbandonò a un singhiozzo di gioia nel riconoscere l’inconfondibile grafia di suo marito. La lettera era datata 23 luglio 1729, cioè risultava essere stata scritta il giorno prima, e recitava:

Mia cara moglie,

ho aspettato a lungo una tua lettera, e stavo cominciando a preoccuparmi seriamente mentre le settimane passavano senza che io avessi tue notizie. Ma finalmente una lettera è arrivata, portandomi grande gioia. Tu pensa: a consegnarmela è stato un padre dell’Ordine di san Francesco. Tu ti lamenti di come io abbia lasciato senza riposta le tue lettere. Ti assicuro invece che io non avevo ricevuto nessun messaggio da parte tua e mi ero ormai convinto che tu fossi morta di malattia: dunque, puoi immaginare la mia gioia quando ho avuto tue notizie. Affido la mia risposta alle mani di quello stesso frate, e per suo tramite ti spedisco anche trecento monete d’oro, che dovrebbero esserti sufficienti per vivere con agiatezza fino al mio ritorno, ormai non lontano.

Nella speranza di potermi ricongiungere a te quanto prima, prego per te e ti raccomando alle cure del mio caro patrono, sant’Antonio, e ardentemente desidero che tu continui a farmi avere notizie di te.

Tuo affezionatissimo,

Antonio Dante

E, intendiamoci: non è solamente una bella storiella.
O meglio: ognuno si senta libero di considerare questa vicenda così come meglio crede; fatto sta che la lettera a firma di Antonio Dante è, a quanto mi risulta, ancor oggi conservata nell’archivio storico del monastero francescano di Oviedo e costituisce un elemento importante della devozione che gli Spagnoli tributano a sant’Antonio da Padova.

Il miracolo, non particolarmente noto qui in Italia, ha dato origine in Spagna a una curiosa forma di devozione popolare: non appena cominciò a diffondersi la notizia di questo prodigio, la gente cominciò a corredare i suoi pacchi postali con l’apposizione della sigla SAG, che stava per “Santo Antonio Guía” (sant’Antonio protettore). Si credeva insomma che porre la propria corrispondenza postale sotto la protezione di sant’Antonio fosse un buon modo per evitare ritardi e smarrimenti: e del resto, che altro aspettarsi da un santo che è proverbialmente noto per la sua capacità di far ritrovare gli oggetti perduti?

Questa devozione ebbe un’impennata di popolarità a partire dagli anni ’20 del Novecento, quando le comunità francescane del Nord America scoprirono un modo per monetizzarla. I Francescani statunitensi (chiamali scemi) cominciarono cioè a far stampare ad alta tiratura dei piccoli francobolli commemorativi recanti l’immagine di sant’Antonio e l’immancabile scritta “SAG”, che ormai veniva frequentemente sciolta in lingua inglese con il significato di St. Anthony’s Guide. Venduti a pochi centesimi nelle sacrestie delle chiese francescane, i francobolli erano ovviamente privi di valore legale: altro non erano che stampini decorativi da aggiungere alla busta come segno di devozione. Eppure ebbero una grande diffusione, e oggigiorno sono una chicca piuttosto ricercata dai filatelici.

Correggetemi se sbaglio, ma non mi risulta che, in America, i Francescani stiano ancora promuovendo questa devozione (che del resto, per la nostra sensibilità moderna, ha un sapore pericolosamente simile a quello di certe superstizioni). E tuttavia, il vuoto lasciato da loro è stato rapidamente colmato da alcuni rivenditori laici: chi volesse portarsi a casa una settantina di francobolli antoniani potrebbe farlo, a meno di dieci dollari, sull’e-commerce di Peter’s Square (dal quale ho per l’appunto preso in prestito l’immagine di copertina).

Veh che giri strani fanno le devozioni popolari, di tanto in tanto?

2 risposte a "Scrivi “SAG” e la posta non si perde"

  1. Elena

    Ciao Lucia, bella storia, ma non mi è chiaro come mai questa “tradizione” di applicare i francesi dovrebbe essere considerata una superstizione…forse perché si affida la propria fede ad un oggetto, cioè il francobollo? Oppure perché la lettera arriva palesemente grazie al servizio postale e non grazie al santo?
    Cioè io lo vedo più che altro come l’espressione di volersi affidare, oppure nella fiducia nella propria fede, non so come dire… invece è sbagliato? O forse tu dici perché ormai applicare il francobollo diventa un gesto automatico e scaramantico?

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    1. Lucia Graziano

      Sì, io lo intendevo proprio in quest’ultimo senso.
      Cioè: mi immagino lo scenario in cui a sciura Peppina, la vecchietta ignorante ma volenterosa e devota, diventa possibile andare una volta all’anno nella chiesa francescana della città vicina, investire un po’ di soldi per comprare qualche centinaio di “francobolli miracolosi” e poi tenerseli lì nello scrittoio per affrancare tutte le cartoline delle vacanze da spedire alle amiche del bingo, “nella certezza” che le cartoline arriveranno a destinazione perché “ehi, ‘sti cosi li vendono in chiesa, vuol dire che funziona!”.

      Tu mi dirai, giustamente, che non è questo lo spirito con cui dovrebbe essere portata avanti la devozione, e io ti do assolutamente ragione… ma mi chiedo anche: siamo sicure che sciura Peppina negli anni ’20 avesse la tua stessa finezza di pensiero? E che nessuna-nessuna delle “sciure Peppina” di oggi correrebbe il rischio di approcciarsi alla cosa in maniera superstiziosa? 😉

      Soprattutto quando le devozioni vengono mediate da un oggetto (come un francobollo da appiccicare alla lettera “così la busta non si perde” o una medaglietta di san Cristoforo da mettere in automobile “così ti protegge dagli incidenti”) secondo me è mediamente molto alto il rischio che ci sia qualcuno che, confusamente, si affida all’oggetto in sé e non alla devozione che c’è dietro. Poi, ovviamente, per uno che fa confusione magari ce ne sono due (o tre, o anche quattro o cinque) che invece vivono la cosa nello spirito “giusto”, ma non mi stupisce che la Chiesa di oggi abbia smesso di insistere così tanto su questi piccoli oggettini devozionali.
      In passato ce n’erano di ogni tipo, io stessa in archivio ne ho visti millemila e dei più bizzarri: adesso sopravvivono solamente quelli “meno equivocabili”, gli altri hanno semplicemente smesso di essere prodotti. E, devo dire, capisco le ragioni pastorali dietro a questa scelta.

      Intendiamoci: a me piacciono tantissimo e infatti ne parlo sul mio blog spesso e volentieri, ma ad esempio non li metterei mai in vendita nella mia sacrestia se fossi il rettore di un santuario ad alto richiamo turistico, per dire 😉

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